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Posts Tagged ‘Uccelli’

Stamane, poco dopo mezzogiorno, un nutrito stormo di Gru (Grus grus) è transitato schiamazzando a squarciagola proprio sopra il mio paesello. Parevano quasi voler attirare di proposito l’attenzione di tutti, anche se forse pochi si saranno chiesti cosa fossero, magari liquidandoli come semplici aironi.
Io ero a casa in convalescenza, lavoricchiando al computer per recuperare un po’ del lavoro lasciato indietro durante gli ultimi giorni di malattia, quando mamma rincasa da una commissione e mi fa “c’è un grosso stormo rumoroso verso la periferia”. E vediamolo questo grosso stormo rumoroso…GULP! È bastato affacciarmi alla finestra del primo piano per vedere che a poche centinaia di metri da casa, forse anche meno, sopra i primi campi oltre la vicina periferia del paese, uno stormo di Gru volteggiava lentamente e rumorosamente a bassa quota.
Dopo l’immancabile corsa a recuperare la macchina fotografica e qualche difficoltà nel bypassare le antenne del condominio di fronte a casa, occupate da alcune gazze totalmente indifferenti al grandioso spettacolo poco distante, sono riuscito a produrre qualche scatto documentativo mentre allo stormo si aggiungevano altri individui arrivati da chissà dove, continuando a volteggiare in tondo sempre sopra lo stesso punto ma innalzandosi lentamente di quota.
E dopo più di 5 minuti così, tutt’a un tratto lo stormo ha iniziato a disporsi in formazione a V e, prendendo la direzione del Ticino, è partito con decisione sorvolando esattamente prima casa mia e poi il centro del paese, per svanire infine in lontananza, in direzione del lontano fiume.
Saranno state tra le 150 e le 200 Gru, uno spettacolo grandioso e decisamente inconsueto per Tromello, dove siamo abituati agli aironi e, tutt’al più, a qualche sporadica cicogna bianca.

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Gru in volo sopra Tromello, 16 febbraio 2017

Inconsueto per Tromello, ma non così tanto per la Lomellina in generale, almeno negli ultimi anni.
Da qualche anno infatti è aumentato il numero di Gru che svernano nella Pianura Padana, e in particolare in questa zona della Lombardia sudorientale al confine con il Piemonte. Fino all’inizio di questo secolo era un avvenimento più che altro aneddotico, e le Gru si vedevano nelle nostre zone solamente all’epoca delle migrazioni (in ottobre e in marzo) o con qualche sbandato che decideva di svernare in qualche area protetta; ma da poco meno di una decina d’anni la situazione ha cominciato a cambiare.

Da pochi inverni (dal 2014-2015), un considerevole contingente di Gru – si parla di diverse centinaia di individui, fino a un migliaio abbondante quest’anno – ha preso l’abitudine di svernare nella golena del Po più o meno all’altezza della confluenza del Sesia, all’interno dell’importantissima area protetta del Parco Fluviale del Po e dell’Orba (v. qui e qui). Nell’altro grande parco fluviale di questa zona, il Parco del Ticino Lombardo, gli avvistamenti di individui svernanti sono diventati costanti dal 2010 [1] e negli ultimi anni sono stati osservati anche lì stormi di centinaia di individui che pernottano nella golena del Po e si spostano poi durante il giorno nelle campagne circostanti, anche di numerosi chilometri, in cerca di cibo [1].
La nostra Lomellina è proprio compresa tra la confluenza del Po con il Sesia e quella con il Ticino, per cui non è così peregrina l’idea che ogni tanto qualche gruppetto di Gru si faccia vedere in giro per le campagne. Soprattutto nella Lomellina orientale può capitare di imbattersi in individui provenienti dal battaglione svernante alla confluenza del Sesia: di giorno si disperdono per nutrirsi, di notte si ricompattano per fare ritorno ai dormitori lungo il grande fiume, veleggiando ad alta quota sopra i campi pieni di stoppie.

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Una coppia di Gru tra le nebbie della profonda Lomellina, gennaio 2016

La stima fatta all’inizio di questo secolo era di un massimo di 150 individui svernanti…in tutta l’Italia! (oltre a diverse segnalazioni sporadiche in Pianura Padana, sono noti diversi siti utilizzati regolarmente in Friuli Venezia Giulia, Toscana, Puglia, Sicilia e Sardegna) [2]. Segno che certamente il numero di individui complessivi è molto aumentato, visto che 150 è una stima già conservativa per lo stormo che mi vociava sopra casa stamattina.

Gli ambienti preferiti dalle Gru in inverno sono quelli aperti, non per forza umidi; paludi e acquitrini vanno bene soprattutto per passare la notte, mentre per la ricerca di cibo diurna non vengono disdegnati neanche marcite, prati e campi. La Lomellina si configura quindi come un’area ideale, con le sue distese di risaie e campi di mais che in questa stagione si estendono a perdita d’occhio, liberi o costellati di stoppie.

Non è comunque tutto rose e fiori per le Gru: la specie è purtroppo stata in costante declino numerico per secoli in Europa, principalmente a causa della perdita di habitat e della caccia diretta – le due cause principali di declino per una miriade di specie – anche se ha mostrato una lieve ripresa dagli anni ’60. Nelle aree di svernamento la mortalità è dovuta sostanzialmente al bracconaggio e alle collisioni con i cavi aerei, altri due fattori che impattano non soltanto le Gru ma molte specie animali.
Tra l’altro, nelle nostre zone, il ‘semplice’ disturbo causato dall’attività dei cacciatori sembra essere un forte fattore limitante per la presenza invernale della specie [1]: non a caso i dormitori di cui sopra si trovano all’interno di aree protette di particolare pregio naturalistico, dove ovviamente la caccia è vietata.

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In formazione “a V”, 16 febbraio 2017

Un ulteriore elemento di pregio, quindi, per un’area di fatto già importantissima dal punto di vista naturalistico: ricordiamo infatti che la Lomellina ospita un gran numero di garzaie, che ne fanno l’area più ricca in tutta Europa di questi particolari siti. Le garzaie sono quei siti di nidificazione in cui si riproducono gli Ardeidi coloniali (in sostanza quasi tutti gli aironi, tranne il Tarabuso e il Tarabusino), che si sviluppano come colonie di nidi sugli alberi posti intorno a zone umide (lanche o paludi). Le più importanti garzaie della Lomellina sono state protette tramite l’istituzione di SIC, ZPS o Monumenti Naturali Regionali (come nel caso della Garzaia del Lago di Sartirana).

Ora anche le Gru sembrano essersi aggiunte stabilmente, anche se solo come svernanti, all’ornitofauna della regione: segno che forse i tanti sforzi fatti per la conservazione dell’ambiente stanno cominciando a dare dei frutti.

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Anche queste due Gazze pretendevano il loro momento di celebrità, noncuranti delle affascinanti evoluzioni aree delle Gru sullo sfondo


***Note***

[1] Casale F., 2015, Atlante degli Uccelli del Parco Lombardo della Valle del Ticino, Parco Naturale Lombardo della Valle del Ticino e Fondazione Lombardia per l’Ambiente, 438 pp.

[2] Brichetti P. & Fracasso G., 2004, Ornitologia Italiana 2: Tetraonidae-Scolopacidae, Alberto Perdisa Editore, Bologna, 398 pp.

 

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Domani esce al cinema il sequel della serie dei “Jurassic Park” degli anni ’90. Una quindicina d’anni ci separa dall’ultimo film della ‘trilogia’, e in quel brevissimo – paleontologicamente parlando – lasso di tempo, la paleontologia ha fatto passi da Tirannosauro: le conoscenze si sono arricchite di particolari che riscrivono, in parte o addirittura totalmente, quello che si credeva di sapere sui giganti della preistoria.

Lo Spinosauro è ‘diventato’ acquatico e quadrupede. Il Brontosauro, da decenni relegato ad Apatosauro con sommo dispiacere di Gould [1] e Switek [2], è ritornato di colpo a chiamarsi Brontosauro (prodigi della tassonomia) [3]. L’Oviraptor (“rapitore di uova”), così battezzato perchè il primo esemplare era stato ritrovato su un nido pieno di uova ed era stato congetturato che le stesse predando, si è scoperto essere in realtà il genitore di quelle stesse uova (col senno di poi, non è bizzarro che la prima ipotesi di chi trova uno scheletro di dinosauro su un nido pieno di uova sia ‘è morto mentre predava le uova‘ piuttosto che ‘è morto mentre covava o proteggeva la covata‘!?). E il confine tra Dinosauri e Uccelli sembra rimescolarsi di continuo…ammesso che un confine esista, dato che, di fatto, gli Uccelli sono Dinosauri del ramo dei Teropodi[4], lo stesso di cui fanno parte l’Oviraptor di cui sopra e il terribile(?) Velociraptor.

Alcuni di questi aggiornamenti riguardano un altro Teropode, la celeberrima “lucertola tiranna”. Dagli albori della sua scoperta fino a qualche decennio fa, il Tyrannosaurus rex veniva rappresentato come un panzone dall’aria goffa e dallo sguardo un po’ imbambolato che se ne andava in giro strisciando la coda per terra. Ad onor del vero, fino ad un certo punto della storia della ‘dinosaurologia’, tutti i dinosauri sono stati rappresentati con la coda messa in quel modo illogico [5]. Oggi sappiamo – e da un bel pezzo – che il T-rex non si tirava dietro una coda strisciante, ma che la teneva ben sollevata da terra, a controbilanciare quel pesantissimo testone zannuto che si ritrovava; l’andamento del corpo risultava così più o meno parallelo al terreno. Ma questo lo sa anche la cultura di massa, perchè almeno in questo i film sono stati adeguati.

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La ricostruzione – oggi sappiamo errata – della postura di Tyrannosaurus rex illustrata nell’articolo in cui Henry Fairfield Osborn descrive la specie [Osborn H.F., 1905, Tyrannosaurus and other Cretaceous carnivorous dinosaurs, Bulletin of the American Museum of Natural History 21: 259-265]

Quello che molto probabilmente la cultura di massa ignora (e continuerà ad ignorare) è che le penne e le piume che siamo così abituati a vedere sugli ultimi discendenti dei dinosauri presenti oggi tra noi (gli uccelli, vi ricordo), in realtà ornavano anche una buona percentuale del corpo del Velociraptor e dell’Oviraptor, e non solo il celebre ‘primo uccello’ Archaeopteryx. Queste (proto)piume, non ancora ben strutturate come le moderne penne e piume, erano molto probabilmente presenti (almeno su parte del corpo) anche in gran parte degli altri Teropodi, che non erano quindi dei giganti completamente squamosi, incluso il più famigerato e temuto carnivoro terrestre di tutti i tempi.

Siamo abituati a considerare le penne come strumento nato per il volo, ma ci sbagliamo: pare infatti che la loro origine le veda come strumento funzionale ad una migliore termoregolazione. Occorre notare qui che le penne derivano dalle squame, perciò squama e penna sono due strutture che, parlando in termini di anatomia comparata, sono “omologhe”, cioè si corrispondono, perciò dove ci sta una non ci può stare l’altra. Se vogliamo verificarlo speditamente, ci basta osservare il dinosauro Teropode a noi più familiare e più utile, ovverosia la gallina: solo squame sulle zampe e solo penne sul resto del corpo, i due elementi non si sovrappongono mai (nel senso che nel punto della pelle in cui si inserisce una penna non ci può essere una squama; che poi le penne siano lunghe e possano arrivare a coprire in parte le zampe squamate è chiaro, ma quello è concettualmente diverso).

Negli ultimi anni, diversi ritrovamenti di fossili con tracce evidenti di piume e protopiume hanno portato a pensare che la presenza di tali strutture fosse molto ampia, perfino generalizzata, tra i dinosauri. Inizialmente, con la scoperta di Dilong paradoxus [6], si è congetturato che le piume fossero presenti in genere sui Teropodi di piccola taglia (come il già citato Velociraptor), ma in seguito la scoperta di Yutyrannus huali [7] ha confermato che anche nei Teropodi di maggiori dimensioni erano presenti almeno quelle protopiume lanuginose caratterizzate da una struttura più semplice di quella delle penne che conosciamo oggi. Poi alcuni paleontologi hanno un po’ strafatto, ipotizzando addirittura che anche nei Sauropodi (il gruppo che include i giganti come Brachiosauro e Diplodoco, che, insieme ai Teropodi, fanno parte del ramo dei Saurischi) e perfino negli Ornitischi (l’altro ramo dell’albero genealogico dei dinosauri, che include Triceratopi, Stegosauri e Iguanodonti, per dirne tre) le penne fossero molto diffuse [8], ma sono stati recentemente ridimensionati [9].

Lo stranoto T-rex a cui accennavamo prima, comunque, è un Teropode e un parente abbastanza stretto di Yutyrannus huali; tanto è bastato per affibbiare anche a lui la sua dose di piumaggio. Gli irriducibili sostenitori dell’immagine del Tirannosauro squamoso e gibboso hanno contrattaccato sostenendo che Yutyrannus huali viveva in climi più freddi rispetto al T-rex, e quindi il piumino lanuginoso gli sarebbe servito per la termoregolazione, cosa di cui il T-rex, vivendo in climi più caldi e umidi, non avrebbe avuto necessità. Come spiegazione questa potrebbe anche reggere, ma tutte le altre obiezioni assolutistiche all’ipotesi del piumaggio nei Tirannosauri sono piuttosto debolucce [10]. Qualcuno ha concesso che del piumino da…pulcino potesse essere presente nei cuccioli, ma che poi sparisse con lo sviluppo; sulla base di cosa sia nata una simile supposizione, è difficile da dire.

Come sarà stato questo piumaggio? Ammesso che l’avesse (il fatto che sia molto probabile non ne garantisce la certezza assoluta, ovviamente – ma le probabilità sono molto forti), allo stato attuale delle conoscenze si possono solo fare delle ipotesi. Possiamo provare ad immaginarcelo, possibilmente evitando questi consigli volutamente sarcastici (se sapete l’inglese vale la pena di aprire il link per farvi due risate) [11]. Nelle ricostruzioni che circolano in rete – alle quali aggiungo un mio vergognoso contributo che riassume le posizioni più estreme e la loro più verosimile via di mezzo – si va da lucertoloni con chiazze di piume lanuginose sparse qua e là a veri e propri batuffoloni di piume, passando per ricostruzioni con una moderata estensione di piumaggio sulla parte dorsale del corpo, che è la versione che potrebbe essere quella più plausibile.

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Un breve riassunto delle varie ‘versioni’ di T-rex dalla sua scoperta ad oggi

Ovviamente non si potrà avere la certezza che il T-rex fosse o no un batuffolone di piume almeno finché non si troverà qualche prova fossile a sostegno, per cui fino ad allora questo rientra semplicemente tra le possibilità. Come per il gatto di Schrödinger [12], che è sia vivo che morto finché non si compie un’osservazione, il nostro Tyrannosaurus sarà sia completamente squamato, sia rivestito almeno in parte di lanugine, sia quasi completamente piumato finché non potremo compiere l’osservazione che attesti la sua vera condizione, grazie ad un ritrovamento fossile particolarmente fortunato che, speriamo, prima o poi avvenga.

Con ancora più prove e inferenze a sostegno è che penne e piume facessero bella mostra di sè su altri Teropodi più vicini alla linea che ha portato ai moderni uccelli, come ad esempio nei Velociraptor (altra falla di “Jurassic Park“: quelli che la serie di film ha portato alla ribalta come Velociraptor, sono in realtà un miscuglio con il Deinonychus, una specie simile ma di taglia maggiore, pari a quella che vediamo appunto nei film; l’autentico Velociraptor aveva invece più o meno la taglia di un tacchino. L’unghione sarebbe comunque stato sicuramente fastidioso, ma l’animale nel complesso sarebbe stato molto più gestibile e meno letale per i nostri eroi cinematografici, che avrebbero tranquillamente potuto usarlo per la versione di Isla Nublar del Thanksgiving Day).

Il dibattito è più che mai aperto, e sempre pronto a venire modificato da ogni nuova scoperta rilevante in proposito. Quello che non credo si modificherà è il disappunto degli amanti della paleontologia – quella vera, non quella sensazionalistica da kolossal cinematografico – nel constatare come in questo nuovo film non-così-Giurassico [13] nessuno si sia curato di aggiornare l’aspetto dei dinosauri (e qui la lamentela sul piumaggio è solo una tra le tante fattibili). Evviva il marketing: i Raptor e il T-rex farebbero ancora così paura e attirerebbero ancora così tanto l’attenzione una volta ricoperti di piume lanuginose o rivestiti da uno sgargiante piumaggio da pappagalli esotici? Probabilmente no. Probabilmente un pulcino di 6 tonnellate con zanne di una ventina di centimetri risulterebbe più grottesco che terrificante in una qualsiasi sequenza che includa ruggiti, inseguimenti nella jungla e smembramenti vari.

Allora tanto vale rassegnarsi al fatto che, ancora una volta, della Scienza venga preso in modo approssimativo solo quello che serve a far soldi. E poi, in fin dei conti, se ci tenete al rigore scientifico e volete vedere un film che metta ansia, che sia ambientato ai giorni nostri e che includa dei dinosauri rappresentati in modo verosimile e appropriato al contesto, non dovete fare altro che inserire nel lettore dvd “Gli Uccelli” di Alfred Hitchcock.


*** Note ***

[1] S.J.Gould, 2008, “Bravo Brontosauro”, in “Bravo Brontosauro” (3a edizione), Feltrinelli, 270 pp.

[2] B. Switek, 2014, “Il mio amato Brontosauro“, Codice Edizioni, 272 pp.

[3] I cambiamenti nomenclaturali di Brontosauro/Apatosauro sono un po’ lunghi da spiegare qui, e si trovano esposti molto bene in [1] e [2]; il lavoro che ha restaurato il nome Brontosaurus, recentissimo e quindi non ancora contemplato nei due saggi di cui sopra, è: Tschopp E. et al., 2015, A specimen-level phylogenetic analysis and taxonomic revision of Diplodocidae (Dinosauria, Sauropoda), PeerJ 3:e857

[4] Gli Uccelli discendono direttamente da un ramo dei Dinosauri Saurischi Teropodi.

[5] Come fa notare Andrea Cau nel suo blog, c’era anche un motivo di ordine pratico che avrebbe dovuto far sì che i paleontologi d’inizio novecento si facessero delle domande: secondo il modello della ricostruzione arcaica con la coda a penzoloni, infatti, ci sarebbe stata un’eccessiva compressione sull’indispensabile sbocco posteriore dei tre importantissimi apparati digerente, escretore e genitale!

[6] Xu X. et al., 2004, Basal tyrannosauroids from China and evidence of protofeathers in tyrannosauroids, Nature 431: 680-684.

[7] Xu X. et al., 2012, A gigantic feathered dinosaur from the Lower Cretaceous of China, Nature 484 (7392): 92-95.

[8] Godefroit P. et al., 2014, A Jurassic ornitischian dinosaur from Siberia with both feathers and scales, Science 345 (6195): 451-455.

[9] Barrett P.M. et al., 2015, Evolution of dinosaur epidermal structures, Biology Letters 11 (6).

[10] Per diverse informazioni sui Teropodi ho attinto al fantastico blog “Theropoda” di Andrea Cau, sul quale ero finito per caso proprio cercando fonti mentre scrivevo questo post. Consigliatissimo a chiunque sia interessato ad approfondire seriamente la conoscenza dei dinosauri!

[11] How (not) to draw feathered dinosaurs

[12] Ma veramente c’è qualcuno che ancora non conosce il paradosso del gatto di Schrödinger?!

[13] Altra falla (finiremo mai di elencarne?): T-rex, Velociraptor, il Mosasauro del nuovo film (che nemmeno era un dinosauro, ma semplicemente un rettile preistorico acquatico) e altri protagonisti di questa serie di film, in realtà non erano per niente giurassici, essendo vissuti nel Cretaceo, svariati milioni di anni dopo la fine del Giurassico.

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La prima passeggiata ‘alla scoperta della natura intorno a Tromello’, organizzata su iniziativa della biblioteca comunale “R. Burchi” e che mi ha visto per la prima volta in veste di guida naturalistica sul campo, si è svolta ieri mattina lungo il sentiero che costeggia la riva destra del Terdoppio a sud dell’abitato. Il cielo piuttosto coperto, che all’inizio sembrava preoccupante e foriero di pioggia, ha avuto in realtà la sua utilità, evitandoci di arrostire sotto il sole di fine maggio.

Realizzato una decina di anni fa come percorso nel verde a breve distanza dal paese, con tanto di siepi di biancospino e rosa canina, panchine e spazi barbecue, negli ultimi anni il sentiero è stato un po’ abbandonato a se’ stesso, tanto che quest’anno non è stato nemmeno sfalciato; l’erba alta, nonostante le perplessità di alcuni, non ha comunque ostacolato la passeggiata, anzi, si è rivelata una preziosa alleata per la buona riuscita dell’evento, ospitando molti artropodi che sono stati oggetto di osservazioni ravvicinate.

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Il gruppo di escursionisti (foto: E. Gheza)

Dopo un’introduzione necessaria ad inquadrare la nostra situazione nel panorama europeo delle politiche ambientali (sostanzialmente un pistolotto sulla Direttiva Habitat[1]), si parte finalmente alla scoperta del sentiero con occhi nuovi! Una breve siepe di rovi ancora fioriti è l’occasione per parlare di api e sirfidi, insetti impollinatori fondamentali per l’ecosistema; i prati incolti che all’apparenza sembrano uno sgraziato insieme di erbacce troppo alte rivelano un’enorme importanza per insetti come le farfalle, e non solo; le ragnatele sospese tra la vegetazione lungo il sentiero permettono di osservare come i ragni non siano dei mostri terrificanti ma semplicemente degli animali interessanti, talvolta addirittura utili, che occupano il loro giusto posto nell’ecosistema; le fasce vegetate sulle rive dei corsi d’acqua, nascondiglio ideale per uccelli e anfibi, danno l’occasione per accennare alla rilevanza delle zone umide della Lomellina per questi animali.

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La Nitticora (Nycticorax nycticorax), uno degli aironi più facilmente osservabili nelle risaie tromellesi (foto: G. Gheza)

Dall’altro lato, se la passeggiata aveva come scopo primario quello di sottolineare come anche in un ambiente così impattato dall’uomo come la Pianura Padana possano esistere situazioni, anche ristrette, in cui la natura è osservabile se si ha la cognizione di dove andarla a cercare, un altro argomento molto importante che è stato sottolineato più volte riguarda il danno delle specie esotiche invasive agli ecosistemi nostrani. Abbiamo così occasione di scoprire che i musetti simpatici della nutria e dello scoiattolo grigio celano problematiche gravi, e che perfino lungo il Terdoppio sono già arrivate delle piante esotiche dannose per la vegetazione autoctona. Non è il caso di dilungarsi in questa sede, ma futuri post del blog affronteranno meglio l’argomento.

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La nutria (Myocastor coypus), una delle specie esotiche dannose presenti anche nelle campagne tromellesi (foto: G. Gheza)

In tutto questo, gli amici naturalisti che hanno accettato di coadiuvarmi in questa impresa non se ne stanno con le mani in mano, e acchiappano di volta in volta insetti e ragni vari che, temporaneamente intrappolati in scatoline di plastica (e poi ovviamente rilasciati al termine della ‘spiegazione’), vengono mostrati ai partecipanti. È così possibile osservare più da vicino alcuni ragni con ovisacco (il ‘sacco’ di tela con il quale alcune specie si portano in giro le uova), delle coloratissime coccinelle e lo sfavillante coleottero Oedemera nobilis.

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Pisaura mirabilis, femmina con ovisacco (foto: F. Grossi)

Le farfalle sono troppo sfuggenti, ma riusciamo a mostrare alcune libellule, piuttosto pigre visto il cielo coperto (sono molto più attive in pieno sole): Calopteryx splendens, Platycnemis pennipes e, a sorpresa, anche una Somatochlora metallica, solitamente volatrice instancabile, si lascia ammirare posata.

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Somatochlora metallica, femmina (foto: G. Gheza)

Ogni tanto nelle risaie si riesce ad individuare qualche airone, ma per lo più gli uccelli vengono messi in fuga già a distanza dall’inevitabile cicaleccio del gruppo; è comunque una situazione positiva, in quanto favorisce l’attenzione verso animali meno appariscenti e solitamente non considerati dai più – gli invertebrati, per l’appunto.

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Oedemera nobilis, maschio (foto: G. Gheza)

Un grande ringraziamento va a tutti gli amici che mi hanno aiutato ad acchiappare bestioline e che hanno impreziosito la mattinata con i loro interventi specialistici: Alida (che ha colmato alcune mie lacune entomologiche), Cecilia (che ci ha raccontato di come gli invertebrati dei corsi d’acqua siano ottimi indicatori di qualità ambientale), Alan (che ci ha fornito preziosi consigli per l’osservazione delle lucertole), Francesca, Giacomo, Ester; a Davide, che mi ha proposto di lanciarmi in questa esperienza; e a tutti i partecipanti, che con il loro interesse – che mi ha fatto veramente piacere – hanno in qualche modo aumentato ulteriormente la mia voglia di buttarmi nel difficile percorso della divulgazione.

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Una piccola nota campanilistica: il nostro paesello è citato sulla più nota guida da campo europea delle Libellule [2] come uno dei luoghi migliori per osservarle in Italia!


*** Note ***

[1] La direttiva n. 43 del 1992 della Comunità Europea, nota anche come “Direttiva Habitat”, dà istruzioni agli Stati membri per quanto concerne la protezione dell’ambiente, in particolare degli habitat naturali ‘di interesse comunitario’ e delle specie vegetali e animali di particolare interesse conservazionistico; in Lombardia, le specie tutelate dalla Direttiva Habitat sono protette dalla Legge Regionale n. 10 del 31 marzo 2008 “disposizioni per la tutela e la conservazione della piccola fauna, della flora e della vegetazione spontanea”.

[2] K.-D. B. Dijkstra & R. Lewington, 2006. Field guide to the Dragonflies of Britain and Europe. British Wildlife Publishing. 320 pp.

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