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Posts Tagged ‘Lomellina’

Stamane, poco dopo mezzogiorno, un nutrito stormo di Gru (Grus grus) è transitato schiamazzando a squarciagola proprio sopra il mio paesello. Parevano quasi voler attirare di proposito l’attenzione di tutti, anche se forse pochi si saranno chiesti cosa fossero, magari liquidandoli come semplici aironi.
Io ero a casa in convalescenza, lavoricchiando al computer per recuperare un po’ del lavoro lasciato indietro durante gli ultimi giorni di malattia, quando mamma rincasa da una commissione e mi fa “c’è un grosso stormo rumoroso verso la periferia”. E vediamolo questo grosso stormo rumoroso…GULP! È bastato affacciarmi alla finestra del primo piano per vedere che a poche centinaia di metri da casa, forse anche meno, sopra i primi campi oltre la vicina periferia del paese, uno stormo di Gru volteggiava lentamente e rumorosamente a bassa quota.
Dopo l’immancabile corsa a recuperare la macchina fotografica e qualche difficoltà nel bypassare le antenne del condominio di fronte a casa, occupate da alcune gazze totalmente indifferenti al grandioso spettacolo poco distante, sono riuscito a produrre qualche scatto documentativo mentre allo stormo si aggiungevano altri individui arrivati da chissà dove, continuando a volteggiare in tondo sempre sopra lo stesso punto ma innalzandosi lentamente di quota.
E dopo più di 5 minuti così, tutt’a un tratto lo stormo ha iniziato a disporsi in formazione a V e, prendendo la direzione del Ticino, è partito con decisione sorvolando esattamente prima casa mia e poi il centro del paese, per svanire infine in lontananza, in direzione del lontano fiume.
Saranno state tra le 150 e le 200 Gru, uno spettacolo grandioso e decisamente inconsueto per Tromello, dove siamo abituati agli aironi e, tutt’al più, a qualche sporadica cicogna bianca.

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Gru in volo sopra Tromello, 16 febbraio 2017

Inconsueto per Tromello, ma non così tanto per la Lomellina in generale, almeno negli ultimi anni.
Da qualche anno infatti è aumentato il numero di Gru che svernano nella Pianura Padana, e in particolare in questa zona della Lombardia sudorientale al confine con il Piemonte. Fino all’inizio di questo secolo era un avvenimento più che altro aneddotico, e le Gru si vedevano nelle nostre zone solamente all’epoca delle migrazioni (in ottobre e in marzo) o con qualche sbandato che decideva di svernare in qualche area protetta; ma da poco meno di una decina d’anni la situazione ha cominciato a cambiare.

Da pochi inverni (dal 2014-2015), un considerevole contingente di Gru – si parla di diverse centinaia di individui, fino a un migliaio abbondante quest’anno – ha preso l’abitudine di svernare nella golena del Po più o meno all’altezza della confluenza del Sesia, all’interno dell’importantissima area protetta del Parco Fluviale del Po e dell’Orba (v. qui e qui). Nell’altro grande parco fluviale di questa zona, il Parco del Ticino Lombardo, gli avvistamenti di individui svernanti sono diventati costanti dal 2010 [1] e negli ultimi anni sono stati osservati anche lì stormi di centinaia di individui che pernottano nella golena del Po e si spostano poi durante il giorno nelle campagne circostanti, anche di numerosi chilometri, in cerca di cibo [1].
La nostra Lomellina è proprio compresa tra la confluenza del Po con il Sesia e quella con il Ticino, per cui non è così peregrina l’idea che ogni tanto qualche gruppetto di Gru si faccia vedere in giro per le campagne. Soprattutto nella Lomellina orientale può capitare di imbattersi in individui provenienti dal battaglione svernante alla confluenza del Sesia: di giorno si disperdono per nutrirsi, di notte si ricompattano per fare ritorno ai dormitori lungo il grande fiume, veleggiando ad alta quota sopra i campi pieni di stoppie.

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Una coppia di Gru tra le nebbie della profonda Lomellina, gennaio 2016

La stima fatta all’inizio di questo secolo era di un massimo di 150 individui svernanti…in tutta l’Italia! (oltre a diverse segnalazioni sporadiche in Pianura Padana, sono noti diversi siti utilizzati regolarmente in Friuli Venezia Giulia, Toscana, Puglia, Sicilia e Sardegna) [2]. Segno che certamente il numero di individui complessivi è molto aumentato, visto che 150 è una stima già conservativa per lo stormo che mi vociava sopra casa stamattina.

Gli ambienti preferiti dalle Gru in inverno sono quelli aperti, non per forza umidi; paludi e acquitrini vanno bene soprattutto per passare la notte, mentre per la ricerca di cibo diurna non vengono disdegnati neanche marcite, prati e campi. La Lomellina si configura quindi come un’area ideale, con le sue distese di risaie e campi di mais che in questa stagione si estendono a perdita d’occhio, liberi o costellati di stoppie.

Non è comunque tutto rose e fiori per le Gru: la specie è purtroppo stata in costante declino numerico per secoli in Europa, principalmente a causa della perdita di habitat e della caccia diretta – le due cause principali di declino per una miriade di specie – anche se ha mostrato una lieve ripresa dagli anni ’60. Nelle aree di svernamento la mortalità è dovuta sostanzialmente al bracconaggio e alle collisioni con i cavi aerei, altri due fattori che impattano non soltanto le Gru ma molte specie animali.
Tra l’altro, nelle nostre zone, il ‘semplice’ disturbo causato dall’attività dei cacciatori sembra essere un forte fattore limitante per la presenza invernale della specie [1]: non a caso i dormitori di cui sopra si trovano all’interno di aree protette di particolare pregio naturalistico, dove ovviamente la caccia è vietata.

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In formazione “a V”, 16 febbraio 2017

Un ulteriore elemento di pregio, quindi, per un’area di fatto già importantissima dal punto di vista naturalistico: ricordiamo infatti che la Lomellina ospita un gran numero di garzaie, che ne fanno l’area più ricca in tutta Europa di questi particolari siti. Le garzaie sono quei siti di nidificazione in cui si riproducono gli Ardeidi coloniali (in sostanza quasi tutti gli aironi, tranne il Tarabuso e il Tarabusino), che si sviluppano come colonie di nidi sugli alberi posti intorno a zone umide (lanche o paludi). Le più importanti garzaie della Lomellina sono state protette tramite l’istituzione di SIC, ZPS o Monumenti Naturali Regionali (come nel caso della Garzaia del Lago di Sartirana).

Ora anche le Gru sembrano essersi aggiunte stabilmente, anche se solo come svernanti, all’ornitofauna della regione: segno che forse i tanti sforzi fatti per la conservazione dell’ambiente stanno cominciando a dare dei frutti.

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Anche queste due Gazze pretendevano il loro momento di celebrità, noncuranti delle affascinanti evoluzioni aree delle Gru sullo sfondo


***Note***

[1] Casale F., 2015, Atlante degli Uccelli del Parco Lombardo della Valle del Ticino, Parco Naturale Lombardo della Valle del Ticino e Fondazione Lombardia per l’Ambiente, 438 pp.

[2] Brichetti P. & Fracasso G., 2004, Ornitologia Italiana 2: Tetraonidae-Scolopacidae, Alberto Perdisa Editore, Bologna, 398 pp.

 

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Siamo ormai in quel periodo dell’anno nel quale ogni volta che apriamo una finestra ci cascano addosso almeno un paio di cimici. All’inizio dell’autunno, infatti, questi insetti cercano un rifugio al calduccio all’interno delle nostre case per poter trascorrere l’inverno in pace; la primavera successiva torneranno poi alle campagne, dove alcune specie in particolare possono rivelarsi particolarmente dannose per l’agricoltura.

La più comune di queste intruse è una cimice verde del genere Palomena (ma ci sono anche diverse altre specie verdi, molto simili a questa e tra loro), che appartiene alla famiglia dei Pentatomidi, i cui membri sono le “cimici” per antonomasia (benché il termine in senso ampio sia riferibile a tutti gli appartenenti al sottordine degli Eterotteri). Si tratta di insetti innocui che, come sappiamo, possono emettere odori piuttosto sgradevoli da alcune apposite ghiandole addominali quando vengono eccessivamente importunati o spiaccicati. Non è il caso quindi di schiacciarli quando ce li troviamo in casa; farli accomodare fuori è semplice e veloce, e se non vogliamo proprio toccarli per paura di scatenare l’emissione di liquido puzzolente, si possono tranquillamente spostare su un foglio di carta.

Tuttavia, almeno in un caso il mio consiglio da naturalista è quello di eliminare la cimice che abbiamo davanti, anziché restituirla all’ambiente esterno; se non vogliamo sentire odori sgradevoli, il metodo più efficace è gettarla nel water. Non sto parlando della cimice verde di cui sopra, né delle varie cimici marroni che ogni tanto si vedono insieme a quella; si tratta invece di una cimice sì marrone, ma che non ha niente a che vedere con le ‘nostre’ cimici marroni: è Halyomorpha halys, una cimice asiatica accidentalmente introdotta in Italia pochi anni fa.

Il problema delle specie aliene o alloctone, che spesso, come in questo caso, vengono introdotte in modo del tutto involontario, è complesso da spiegare e soprattutto da affrontare; talvolta le specie esotiche invasive minacciano ‘solo’ la biodiversità, mentre altre volte, come è il caso di questa cimice, possono rivelarsi estremamente dannose anche per l’uomo, andando a colpire certe coltivazioni. Halyomorpha halys in particolare minaccia le coltivazioni di frutta: tanto gli stadi giovanili quanto gli adulti si cibano infatti di frutti e semi di una gran varietà di alberi da frutto, ed essendo una specie piuttosto prolifica può dare problemi su vasta scala.

La specie è stata trovata e riconosciuta per la prima volta in Italia nel 2012, nel modenese. Da allora, essendone nota la potenziale dannosità, è stata tenuta d’occhio e in pochi anni è stata trovata in svariate località della pianura padana (se già ci fosse da qualche anno o se semplicemente si sia espansa molto in fretta, non è ancora chiaro), dove la maggior parte delle segnalazioni sono concentrate intorno a Modena, Reggio Emilia e Milano, ma esistono segnalazioni anche per i dintorni di Torino e Cuneo. Proprio in questi giorni l’ho trovata per la prima volta in Lomellina, e sono venuto a conoscenza di altre segnalazioni nel pavese.

Il monitoraggio delle specie esotiche invasive è di fondamentale importanza per pianificare opportune azioni di contrasto; in questo caso, con un esemplare operazione di Citizen Science, è stata lanciata una campagna di monitoraggio per controllare la distribuzione e la diffusione di questa cimice tramite segnalazioni che tutti possono comunicare (i dettagli sono disponibili sull’apposito sito). Si tratta di una cosa importante, quindi se la vedete, segnalatela!

Attenzione però: con un’osservazione superficiale è molto facile confonderla con Rhaphigaster nebulosa, una cimice nostrana che si distingue dalla cugina cinese per alcuni dettagli del pattern cromatico delle parti superiori, ma la caratteristica più diagnostica è forse l’evidente spina addominale visibile sul lato ventrale, che è assente in Halyomorpha halys.

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Esemplari di Halyomorpha halys (sinistra) e Rhaphigaster nebulosa (destra) catturati in questi giorni in Lomellina messi a confronto.

Links

Segnalate Halyomorpha halys !

Informazioni sulla specie

Distinzione da Rhaphigaster nebulosa:
lato superiore
lato inferiore

Bibliografia 1

Bibliografia 2

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A metà di un pomeriggio di inizio agosto, il sole martella implacabile le campagne della Lomellina. L’umidità garantita dalle risaie ancora parzialmente allagate e dal fitto reticolo di rogge, ruscelli e canali contribuisce a rendere ancora più soffocante l’atmosfera satura di moscerini anche in pieno giorno. Negli appezzamenti lasciati incolti, dove le malerbe raggiungono finanche le ragguardevoli altezze di un paio di metri, si concentra la maggior parte degli insetti…e delle piante allergeniche. Se non costretta dal lavoro nei campi, o non diretta alla gratuita frescura di una nuotata nel canale, perchè mai una persona sana di mente dovrebbe volontariamente aggirarsi in questo torrido paesaggio?

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Un campo incolto sotto l’implacabile sole dell’agosto lomellino.

La risposta ce la fornisce un insetto che, dal chiaroscuro gioco di luci ed ombre al margine di un incolto, all’improvviso si alza brevemente in volo al nostro arrivo per andarsi a posare poco più avanti, ad una ‘distanza di sicurezza’ che giudica sufficiente. Si tratta di una libellula, che sembra uscita dal nulla: la livrea verde, giallina e nera si fondeva perfettamente con il mosaico di verdi chiari e scuri creato dai riflessi della dura luce pomeridiana tra le erbe parzialmente secche, e non l’abbiamo vista finché non ha deciso di mostrarsi alzandosi in volo. Il volo è tranquillo ma deciso, piuttosto lineare, con l’addome leggermente sollevato rispetto al torace; tituba un po’ per scegliere il nuovo posatoio, ma poi opta per una comoda foglia lunga e stretta e vi atterra posizionandosi in orizzontale.

Le campagne della Lomellina sono il posto classico in cui cercare questa specie in Italia, per lo meno se si seguono le utili dritte della ‘bibbia’ europea del dragonflywatching [1], che indica alcuni dei più noti corsi d’acqua della Lomellina – e naturalmente le campagne circostanti – come posti ideali per l’osservazione di alcune specie particolarmente interessanti.

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Il trafiletto del ‘Dijkstra’ che cita la Lomellina e le interessanti specie che vi si possono trovare.

Questa bella libellula, appartenente alla famiglia dei Gonfidi, risponde al nome di Ophiogomphus cecilia, ed è apprezzata dagli appassionati, oltre che per l’aspetto gradevole, anche per la sua relativa rarità in Italia. È inoltre una specie tutelata a livello europeo, essendo presente negli allegati II (“specie animali e vegetali di interesse comunitario la cui conservazione richiede la designazione di zone speciali di conservazione“) e IV (“specie animali e vegetali di interesse comunitario che richiedono una protezione rigorosa“) della Direttiva Habitat, la direttiva della Comunità Europea relativa alla protezione dell’ambiente e della biodiversità.

Gli ultimi chilometri del Naviglio Langosco, che termina proprio nella Lomellina pavese, furono ampiamenti studiati dagli odonatologi milanesi negli anni ’70 [2,3], e fu proprio qui che la specie venne (ri)scoperta in Italia, grazie proprio alle loro ricerche. Benché le località della Lomellina – sono ben noti alcuni siti in quella pavese e altri in quella novarese – restino comunque quelle proverbiali per tanti appassionati che desiderano osservare e fotografare questa libellula, negli ultimi tre decenni le conoscenze in merito sono aumentate, e l’areale italiano della specie ad oggi noto comprende essenzialmente il corso planiziale del fiume Po e il corso basso-medio di alcuni dei suoi principali affluenti [4].

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Maschio su un posatoio caratteristico, una lunga foglia vicina a terra, sul quale risulta abbastanza mimetico…

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…mentre invece risalta con evidenza quando si posa sulla nuda terra battuta delle strade sterrate a margine dei campi.

Si nota l’addome lungo e stretto che termina con gli ultimi segmenti molto allargati.

‘La cecilia’ è infatti una specie legata ai grandi corsi d’acqua planiziali con fondo sabbioso: le larve vivono in acque correnti pulite e bene ossigenate, dove si infossano nella sabbia lasciando emergere solo le estremità del corpo – quella posteriore per respirare e quella anteriore per cacciare [5]. Benché l’habitat primario siano i corsi d’acqua naturali, nella pianura irrigua questa libellula ha trovato un favorevole habitat di sostituzione (cioè un habitat secondario simile fisicamente ed ecologicamente a quello originario) nei grandi canali artificiali che convogliano l’acqua dai principali fiumi verso le campagne, a patto, naturalmente, che abbiano uno strato di sabbia sul fondo e non siano (troppo) inquinati.

Sostanzialmente, sembra che negli ultimi decenni la specie, dalle origini orientali, si sia espansa sempre più verso l’Europa occidentale e centro-settentrionale, generalmente seguendo il corso dei fiumi principali e dei loro affluenti; pare che questo fenomeno sia da imputare, se non completamente almeno in parte, ad un complessivo miglioramento della qualità delle acque.

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Femmina posata su un arbusto di biancospino…

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…e tra le erbe a margine di una risaia.

Si distingue agevolmente dal maschio per via dell’addome più tozzo e di larghezza uniforme, senza rigonfiamenti pronunciati negli ultimi segmenti.

I maschi adulti, territoriali, si trovano spesso lungo il margine dei campi coltivati e negli incolti, dove si posano soprattutto su erbe alte o rami bassi di arbusti (di solito tra i 20 e i 70 cm dal suolo), ma anche sulla nuda terra. Non sono molto confidenti: se avvicinati tendono a volare via a una certa distanza, ma spesso si spostano solo di poco, con voli brevi e bassi; si allontanano di molto e a volo alto, attraversando i campi o andando a nascondersi sulle chiome degli alberi, solo dopo essere stati disturbati più di una volta. In alcuni casi però li si riesce ad avvicinare abbastanza da poter scattare buone foto, soprattutto se si riesce a farlo molto lentamente ed evitando movimenti bruschi. Le femmine sono più difficili da vedere, e sembra che preferiscano la vegetazione un po’ più fitta, come gli immaturi di entrambi i sessi, che si trovano spesso a margine o nel fitto della vegetazione arbustiva, e si posano più in alto rispetto ai maschi adulti.

È noto inoltre che la specie, nel periodo di maturazione che intercorre tra la metamorfosi dalla vita larvale e il periodo di maturità sessuale, si sposta in zone densamente vegetate e piuttosto lontane dall’acqua, come boschetti o arbusteti. Dovrebbe poi fare ritorno ai corpi idrici di origine, come avviene in tutte le libellule, ma devo dire che in svariati anni di osservazioni mi è capitato molto raramente di vedere ‘cecilie’ adulte nei pressi dell’acqua (un solo maschio territoriale e alcune femmine intente a deporre le uova), e di ritrovarne invece negli stessi ambienti dove avevo osservato gli immaturi.

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Maschio immaturo: si notano i colori ancora piuttosto sbiaditi e gli occhi di colore verde-grigiastro e non ancora verde brillante come il resto della testa e il torace.

In questo periodo ho accompagnato alcuni amici alla ricerca di questo gioiellino dell’entomofauna lomellina, che sono convinto sia da valorizzare il più possibile (allegati II e IV, ricordo!). Va detto che le ricerche non vanno sempre a buon fine, ma conoscendo le esigenze ambientali e il periodo di volo (luglio-agosto) della specie, spesso ci si azzecca. È comunque una bella occasione per chiacchierare un po’ e vivere, seppure in piccola scala, le emozioni della ‘caccia fotografica’.

Infine, una piccola nota personale: Ophiogomphus cecilia è, in un certo senso, la causa scatenante della mia attuale passione per le libellule. Qualche anno fa, il professor Giuseppe Bogliani dell’Università di Pavia mi fece notare che proprio il mio paesello era ‘celebre’ per quella storia della riscoperta della specie, e così, incuriosito, cominciai ad allenare l’occhio nel tentativo di trovarla durante le mie scampagnate. Ci riuscii quasi subito, ancora prima che mi arrivasse la ‘bibbia’, tempestivamente ordinata via internet, e da allora ogni estate è un appuntamento fisso con la ricerca di questo mimetico insetto tricolore.

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La mia prima ‘cecilia’, avvistata lungo il proverbiale margine di un campo di mais (luglio 2011).

Ed ecco perchè, nei torridi pomeriggi di agosto, si possono incontrare strani personaggi che, armati di retino o macchina fotografica, percorrono tra la polvere e l’afa le sterrate, gli incolti o i margini dei campi della Lomellina, alla ricerca di un insetto bello, raro, interessante e anche un po’ sfuggevole. Forse sembriamo impazziti per il troppo sole, ma siamo semplicemente entusiasti della nostra passione per le libellule, che, nel mio caso in particolare, non può essere riassunta tanto bene da altri che dalla ‘cecilia’.

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In questi giorni anche le cecilie hanno caldo: questo maschio sta alzando l’addome nella posizione ‘a obelisco’, che le libellule assumono per diminuire la superficie corporea esposta al sole, così da non surriscaldarsi.


*** Note ***

[1] K.-D. B. Dijkstra & R. Lewington, 2006. Field guide to the Dragonflies of Britain and Europe. British Wildlife Publishing. 320 pp. – la vera e propria ‘bibbia’ europea del dragonflywatching, nota tra gli appassionati semplicemente come ‘il Dijkstra’.

[2] E. Balestrazzi & I. Bucciarelli, 1979, Ophiogomphus serpentinus (Charpentier) in un’associazione odonatologica della Lomellina Pavese, Lombardia, Italia (Anisoptera, Gomphidae), Notulae Odonatologicae (1), 4: 53-59.

[3] E. Balestrazzi, 2002, Odonati, in: D. Furlanetto (a cura di), 2002, Atlante della Biodiversità nel Parco Ticino. Vol. 1: elenchi sistematici, Consorzio Lombardo Parco della Valle del Ticino, pp. 237-248.

[4] E. Riservato, A. Festi, R. Fabbri, C. Grieco, S. Hardersen, G. La Porta, F. Landi, M. E. Siesa & C. Utzeri, 2014, Odonata – Atlante delle Libellule italiane – preliminare, Società Italiana per lo Studio e la Conservazione delle Libellule & Edizioni Belvedere, Latina, 224 pp.

[5] F. Suhling & O. Müller, 1996, Die Flussjungfern Europas – Gomphidae, Westarp Wissenschaften & Spektrum Akademischer Verlag, Magdeburg & Heidelberg – Berlin – Oxford, 237 pp.

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Boyeria irene è una grossa libellula della famiglia Aeshnidae endemica dell’Europa e del Nordafrica occidentali.

Ottima volatrice, è caratterizzata da una livrea di varie tonalità di verde e marrone che le conferiscono un aspetto decisamente ‘militaresco’; ha inoltre delle abitudini molto elusive, in quanto, a differenza della maggior parte delle altre libellule, che preferiscono volare al sole godendosi la luce e il caldo, preferisce di gran lunga volare nell’ombra delle ore crepuscolari o, se durante il giorno, lungo corsi d’acqua molto ombreggiati dalla vegetazione. Tutte queste caratteristiche le hanno valso il soprannome di “spettro”, che in inglese (“spectre“) è il nome volgare ufficiale della specie.

In volo sopra i corsi d’acqua è abbastanza facilmente riconoscibile: tende a “pattugliare” [1] con maggiore regolarità rispetto ad altri Aeshnidi, e comunque anche in volo il pattern cromatico è facilmente distinguibile da quello di qualsiasi altra specie nostrana. Individuarla quando è posata tra la vegetazione è invece impresa ardua: la colorazione ‘da tuta mimetica’ è infatti perfetta per mimetizzarsi nel caleidoscopio di luci e ombre in cui la luce estiva getta le foglie degli alberi accanto all’acqua. L’unico modo è riuscire a seguirne il volo finché non si va a posare, ma anche questa opzione può rivelarsi tutt’altro che semplice: è infatti una volatrice instancabile, che si posa solamente di rado.

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Boyeria irene femmina “appesa” sotto al portico durante le ore più calde della giornata (luglio 2015).

Tutti gli anni, in questo periodo, succede almeno una volta che mi capiti in giardino una Boyeria, generalmente un esemplare immaturo.

La specie si riproduce in corsi d’acqua puliti e ossigenati, come nei canali irrigui che abbondano nelle campagne della Lomellina, attorniati almeno da una piccola fascia di vegetazione arborea. Una volta che la larva uscita dall’acqua si metamorfosa in adulto – per questa specie il periodo di volo comincia in giugno – come per tutte le libellule ha inizio un breve periodo di maturazione sessuale in cui gli immaturi si allontanano dai corpi idrici di origine e trascorrono alcuni giorni in zone lontane, generalmente ben vegetate, prima di fare ritorno all’acqua una volta pronti per riprodursi.

Abitando abbastanza vicino alla campagna ed avendo un giardino ben fornito in termini di piante, mi capita spesso di osservare libellule immature, soprattutto tra la fine di giugno e la metà di luglio, che vengono a pernottare sui rami bassi dei miei alberi o, come nel caso della Boyeria, ci sostano durante il giorno.

Probabilmente in questo giardino passano molte più Boyeria irene di quelle che riesco a vedere; oltre ad essere supermimetica, ha anche l’abitudine di posarsi abbastanza in alto, quindi probabilmente mi perdo la maggior parte di quelle che effettivamente gironzolano nei dintorni. Qualche volta però sono riuscito ad individuarle, sia tra il fogliame degli alberi più bassi, sia posate in qualche posizione riparata direttamente sul muro della casa. Quella osservata oggi, che vedete nella prima foto, si stava godendo l’ombra in un punto riparato sotto al portico.

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Questo altro esemplare ha scelto una pessima posizione in cui pernottare, stranamente a pochissimi centimetri dal suolo, ma gli è andata bene e nessun predatore lo ha scovato (giugno 2014).

Boyeria irene non è particolarmente rara o minacciata, ma risente dell’inquinamento dei corsi d’acqua, e probabilmente le larve sono anche sensibili alle secche invernali dei canali irrigui in cui si sviluppano. È comunque di abbastanza difficile osservazione, per i motivi ricordati sopra, ed è da considerare appieno come una delle ‘perle’ della natura tromellese.


*** Note ***

[1] Con “pattugliamento” (“patrolling“) si definisce l’abitudine dei maschi di alcune libellule di volare avanti e indietro lungo il loro territorio – posto spesso lungo la riva di un corpo idrico – per difenderlo dalle intrusioni di altri maschi e per individuare femmine con cui accoppiarsi. A seconda della specie può cambiare la costanza con cui i maschi pattugliano; Boyeria irene tende a percorrere percorsi piuttosto regolari e relativamente brevi.

[2] Ulteriori informazioni sulla specie:

http://www.odonata.it/libe-italiane/boyeria-irene/

http://www2.unine.ch/files/content/sites/cscf/files/Documents%20%C3%A0%20t%C3%A9l%C3%A9charger/fiches%20protection%20ODO/Boyeria%20irene(fr).pdf

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La prima passeggiata ‘alla scoperta della natura intorno a Tromello’, organizzata su iniziativa della biblioteca comunale “R. Burchi” e che mi ha visto per la prima volta in veste di guida naturalistica sul campo, si è svolta ieri mattina lungo il sentiero che costeggia la riva destra del Terdoppio a sud dell’abitato. Il cielo piuttosto coperto, che all’inizio sembrava preoccupante e foriero di pioggia, ha avuto in realtà la sua utilità, evitandoci di arrostire sotto il sole di fine maggio.

Realizzato una decina di anni fa come percorso nel verde a breve distanza dal paese, con tanto di siepi di biancospino e rosa canina, panchine e spazi barbecue, negli ultimi anni il sentiero è stato un po’ abbandonato a se’ stesso, tanto che quest’anno non è stato nemmeno sfalciato; l’erba alta, nonostante le perplessità di alcuni, non ha comunque ostacolato la passeggiata, anzi, si è rivelata una preziosa alleata per la buona riuscita dell’evento, ospitando molti artropodi che sono stati oggetto di osservazioni ravvicinate.

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Il gruppo di escursionisti (foto: E. Gheza)

Dopo un’introduzione necessaria ad inquadrare la nostra situazione nel panorama europeo delle politiche ambientali (sostanzialmente un pistolotto sulla Direttiva Habitat[1]), si parte finalmente alla scoperta del sentiero con occhi nuovi! Una breve siepe di rovi ancora fioriti è l’occasione per parlare di api e sirfidi, insetti impollinatori fondamentali per l’ecosistema; i prati incolti che all’apparenza sembrano uno sgraziato insieme di erbacce troppo alte rivelano un’enorme importanza per insetti come le farfalle, e non solo; le ragnatele sospese tra la vegetazione lungo il sentiero permettono di osservare come i ragni non siano dei mostri terrificanti ma semplicemente degli animali interessanti, talvolta addirittura utili, che occupano il loro giusto posto nell’ecosistema; le fasce vegetate sulle rive dei corsi d’acqua, nascondiglio ideale per uccelli e anfibi, danno l’occasione per accennare alla rilevanza delle zone umide della Lomellina per questi animali.

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La Nitticora (Nycticorax nycticorax), uno degli aironi più facilmente osservabili nelle risaie tromellesi (foto: G. Gheza)

Dall’altro lato, se la passeggiata aveva come scopo primario quello di sottolineare come anche in un ambiente così impattato dall’uomo come la Pianura Padana possano esistere situazioni, anche ristrette, in cui la natura è osservabile se si ha la cognizione di dove andarla a cercare, un altro argomento molto importante che è stato sottolineato più volte riguarda il danno delle specie esotiche invasive agli ecosistemi nostrani. Abbiamo così occasione di scoprire che i musetti simpatici della nutria e dello scoiattolo grigio celano problematiche gravi, e che perfino lungo il Terdoppio sono già arrivate delle piante esotiche dannose per la vegetazione autoctona. Non è il caso di dilungarsi in questa sede, ma futuri post del blog affronteranno meglio l’argomento.

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La nutria (Myocastor coypus), una delle specie esotiche dannose presenti anche nelle campagne tromellesi (foto: G. Gheza)

In tutto questo, gli amici naturalisti che hanno accettato di coadiuvarmi in questa impresa non se ne stanno con le mani in mano, e acchiappano di volta in volta insetti e ragni vari che, temporaneamente intrappolati in scatoline di plastica (e poi ovviamente rilasciati al termine della ‘spiegazione’), vengono mostrati ai partecipanti. È così possibile osservare più da vicino alcuni ragni con ovisacco (il ‘sacco’ di tela con il quale alcune specie si portano in giro le uova), delle coloratissime coccinelle e lo sfavillante coleottero Oedemera nobilis.

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Pisaura mirabilis, femmina con ovisacco (foto: F. Grossi)

Le farfalle sono troppo sfuggenti, ma riusciamo a mostrare alcune libellule, piuttosto pigre visto il cielo coperto (sono molto più attive in pieno sole): Calopteryx splendens, Platycnemis pennipes e, a sorpresa, anche una Somatochlora metallica, solitamente volatrice instancabile, si lascia ammirare posata.

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Somatochlora metallica, femmina (foto: G. Gheza)

Ogni tanto nelle risaie si riesce ad individuare qualche airone, ma per lo più gli uccelli vengono messi in fuga già a distanza dall’inevitabile cicaleccio del gruppo; è comunque una situazione positiva, in quanto favorisce l’attenzione verso animali meno appariscenti e solitamente non considerati dai più – gli invertebrati, per l’appunto.

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Oedemera nobilis, maschio (foto: G. Gheza)

Un grande ringraziamento va a tutti gli amici che mi hanno aiutato ad acchiappare bestioline e che hanno impreziosito la mattinata con i loro interventi specialistici: Alida (che ha colmato alcune mie lacune entomologiche), Cecilia (che ci ha raccontato di come gli invertebrati dei corsi d’acqua siano ottimi indicatori di qualità ambientale), Alan (che ci ha fornito preziosi consigli per l’osservazione delle lucertole), Francesca, Giacomo, Ester; a Davide, che mi ha proposto di lanciarmi in questa esperienza; e a tutti i partecipanti, che con il loro interesse – che mi ha fatto veramente piacere – hanno in qualche modo aumentato ulteriormente la mia voglia di buttarmi nel difficile percorso della divulgazione.

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Una piccola nota campanilistica: il nostro paesello è citato sulla più nota guida da campo europea delle Libellule [2] come uno dei luoghi migliori per osservarle in Italia!


*** Note ***

[1] La direttiva n. 43 del 1992 della Comunità Europea, nota anche come “Direttiva Habitat”, dà istruzioni agli Stati membri per quanto concerne la protezione dell’ambiente, in particolare degli habitat naturali ‘di interesse comunitario’ e delle specie vegetali e animali di particolare interesse conservazionistico; in Lombardia, le specie tutelate dalla Direttiva Habitat sono protette dalla Legge Regionale n. 10 del 31 marzo 2008 “disposizioni per la tutela e la conservazione della piccola fauna, della flora e della vegetazione spontanea”.

[2] K.-D. B. Dijkstra & R. Lewington, 2006. Field guide to the Dragonflies of Britain and Europe. British Wildlife Publishing. 320 pp.

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