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Posts Tagged ‘Fauna protetta’

Una quindicina di anni fa, poco più che ragazzino, grazie a mio padre – al quale rompevo le scatole da anni per convincerlo a portarmici – potei finalmente visitare l’Osservatorio Eco-Faunistico Alpino dell’Aprica, struttura ingegnosamente ideata dal dottor Bernardo Pedroni per avvicinare il grande pubblico alla fauna alpina in un ambiente controllato ma il più possibile simile a quello selvatico. Una sorta di parco-safari alpino, ma con l’intelligente aggiunta di una robusta didattica naturalistica.
Il piatto forte della struttura, per lo meno dal mio parzialissimo punto di vista, era una “area faunistica” – un eufemismo per indicare una vasta voliera che simula una porzione di ambiente naturale – che ospita quello che era il catalizzatore del mio interesse: una coppia di Galli cedroni allevata in cattività a scopo di studio, didattico ed eventualmente di ripopolamento (per la serie: prendere due galli con una fava).
Il dottor Pedroni si dimostrò un divulgatore competente e gentilissimo, invitandoci ad un tour personalizzato di tutta l’area in un giorno di chiusura alle visite guidate regolari, permettendomi così di godermi più di tutto la permanenza presso l’enorme voliera dei cedroni, dove il maschio, fin troppo desideroso di difendere il territorio dagli intrusi bipedi, fece gli onori di casa soffiandoci contro e arrivando fino alla rete per intimidirci meglio.

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Il gallo cedrone dell’Osservatorio Eco-Faunistico Alpino.
Dai, a tredici anni e con una macchina fotografica analogica, come si poteva pretendere che un soggetto in movimento non mi venisse mosso…

In natura, il gallo cedrone non è così abituato alla presenza di esseri umani nel suo ambiente, e di conseguenza si dimostra molto più schivo ed attento ad evitare l’uomo, anche nel periodo degli amori, quando le parate di corteggiamento dei maschi – che competono per le femmine con canti, balletti e talvolta vere e proprie azzuffate – li rendono un po’ meno attenti ai pericoli. Nonostante tutto l’ardire tipico della situazione, un gallo in parata si insospettisce e si dà alla fuga appena avverte il minimo scricchiolìo o movimento sospetto; innamorato sì, ma completamente fesso a causa di quello no (…dovremmo tutti imparare dal gallo cedrone…).

Ma siccome in natura le generalizzazioni hanno sempre le loro eccezioni, ecco che talvolta la storia è un po’ diversa, e può capitare di imbattersi in galli “matti”, cioè in esemplari che, presi dalla fregola, gettano alle ortiche la sensatissima paura dell’uomo arrivando ad attaccarlo anziché rifuggirlo.
Già il Brehm, nell’immortale “Tierleben“, dava notizia di un gallo cedrone che “eccitava l’attenzione universale collocandosi presso una via frequentata e tenendovi un contegno con il quale pareva provocare tutti i passeggeri; lungi dal fuggirli, egli li accostava, li inseguiva, li beccava, scuoteva fortemente le ali ed era pressoché impossibile allontanarlo” [1].
La gamma di comportamenti anomali sciorinati da questi individui “matti” spazia dalla semplice eccessiva confidenza verso l’uomo [video] fino ad autentiche aggressioni con beccate e colpi d’ala [video, video, video, video] e addirittura a veri e propri tentativi di accoppiamento con la testa del malcapitato bipede [video, reportage fotografico]. Generalmente però, come potete facilmente constatare dai video linkati, al contatto fisico si arriva solamente quando il bipede coinvolto è carente di buon senso e, vuoi per amore della scienza vuoi per fare il figo, si avvicina eccessivamente.

La spiegazione di questi comportamenti anomali, o aberranti, è stata ricercata dapprima negli squilibri ormonali: è stato infatti dimostrato che il livello di testosterone nei maschi “matti” è di varie volte (fino a 5) superiore rispetto a quello misurato nei maschi normali [2]. Questo eccesso di testosterone potrebbe essere ereditario, oppure svilupparsi perché l’attività non riesce a “scaricare” completamente l’animale (overflow activity) o a causa di ripetuti e frequenti contatti con l’uomo; gli autori della ricerca [2] ritengono improbabili le ultime due ipotesi e più verosimile la prima.
Ma le cose non sono così semplici. Esistono anche delle femmine “matte”, che però non aggrediscono l’uomo, ma si limitano ad avvicinarglisi e a porsi in posizione di copula. Considerando che la reazione dei maschi all’incontro con l’uomo è quella di sfida, appare chiaro che i “matti” di entrambi i sessi si comportano nei confronti dell’uomo esattamente come si comporterebbero se stessero avendo a che fare con un conspecifico maschio. Entra quindi in gioco un’ulteriore considerazione che potrebbe essere una concausa del comportamento aberrante, indipendente dall’eccesso di testosterone: un errato imprinting sessuale. I pulcini di gallo cedrone vengono allevati solamente dalla madre, e hanno quindi generalmente un corretto imprinting nel riconoscere la femmina; ma questo non è così scontato per quanto riguarda il maschio, che viene riconosciuto istintivamente. Se c’è qualche falla in questo riconoscimento istintivo, ecco che da adulti questi galli e galline possono presentare le aberrazioni comportamentali delle quali stiamo disquisendo.
Le cose si complicano ulteriormente perché un’indisponibilità di maschi adulti, generalmente manifesta in aree dove la specie è in rarefazione e ha quindi delle densità di popolazione molto basse, dovrebbe ovviamente rendere ancora più difficile questo imprinting sessuale: se non incontro mai maschi adulti della mia specie, come posso riconoscerli correttamente? Finisce che li confondo con altro.
E se pensiamo che il gallo cedrone è in forte rarefazione in buona parte dell’Europa, a causa di diversi fattori tra i quali la perdita e/o la frammentazione dell’habitat, ci appare chiaro come questo fenomeno abbia buone probabilità di diventare ancora più comune. Una sovrabbondanza di galli “matti” è quindi verosimilmente anche un indicatore di rarefazione della specie.

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In ogni caso, questi episodi sono più frequentemente registrati nelle zone dove la specie è presente con buona consistenza e più rari dove il cedrone è una rara avis; la maggior parte dei video in rete che mostrano dei hullumetso [3] sono stati realizzati in Scandinavia, terra notoriamente ricca di Tetraonidi. Ciononostante, anche nella cronaca italiana degli ultimi anni si sono affacciati diversi casi di galli “matti” che hanno monopolizzato, loro malgrado, l’attenzione dei frequentatori della montagna, soprattutto di quelli che non tengono il fucile sotto naftalina nei periodi di caccia vietata [4]. Ricordo in particolare quello della Valle Aurina (2002) [qui], quello del Parco della Lessinia (2009-2011) [qui, qui] e, nella zona delle Pale di San Martino, appena l’inverno scorso, “Willy” [qui, qui, qui]; mentre sui Pirenei, nel 2008, faceva parlare di sè “Mansin” [qui, qui], praticamente adottato dalla popolazione del posto ma finito poi tristemente tra le fauci di un cane [qui].

Con un’ironia che generalmente non si ritrova negli aridi comunicati scientifici pubblicati sulle riviste specializzate, Milonoff et al. [2] facevano notare che “in precedenza, i Galli Cedroni matti avevano più probabilità rispetto ad oggi di finire in pentola e, quindi, di non venire segnalati“. E tra quell’articolo ed oggi, nell’era della tecnologia, è vertiginosamente aumentata la possibilità per stranezze come questa di venire facilmente catturate dalla fotocamera di un cellulare o di un fotoamatore e fare il giro del mondo sulle ali di internet in men che non si dica, come dimostrano i video di cui sopra; pertanto, la casistica a disposizione anche dei non esperti è in un certo modo lievitata negli ultimi anni, passando da una chicca per ornitologi da segnalare su qualche bollettino naturalistico, ad una vera e propria manciata di minuti di intrattenimento (tanto per fare un esempio popolare, un video che aveva per protagonista un cedrone “matto” è stato passato più volte, nel corso degli anni, nelle repliche di Paperissima). Quindi è possibile che anche in passato ci fossero tutti questi galli un po’ troppo su di giri, ma che pochi ne avessero cognizione. Chissà.

Peccato però che, in conseguenza di questa maggiore diffusione, troppi “non addetti ai lavori” si convincano che tutti i cedroni siano “cattivissimi” (come ebbi modo di sentir dire da una visitatrice del famoso Osservatorio per niente esperta delle abitudini dei Tetraonidi) e che aggrediscano i passanti d’abitudine, e quella che è una aneddotica eccezione viene ritenuta la consuetudine.

Meglio evitare di scadere commentando l’inopportunità di certi scriteriati che preferiscono restare a rompere le scatole a un cedrone infuriato facendosi prendere a beccate anziché alzare i tacchi e tornare da dove se ne sono venuti (vedi i soliti video di cui sopra). Anche Sir Attenborough si è beccato la sua dose di cedrone in picco ormonale, ma c’è un po’ di differenza tra chi sa cos’è e come si comporta e chi invece ci si imbatte ignorando come comportarcisi. Perché poi ovviamente non mancano i deficienti (quelli, chissà perché, non mancano mai) che anziché fare dietro-front, o al massimo restare a prendersi qualche colpo d’ala nel fare un video col cellulare, preferiscono accoppare a randellate i gallinacci rei di turbare la pubblica quiete. Chi se ne importa se è una specie protetta e gravemente minacciata, mi ha dato una beccata e quindi gli spappolo il cranio a bastonate. Questo, naturalmente, accade qui in Italia e non in Scandinavia o sulle Alpi germanofone, dove la gente ha un pochino più di rispetto per la natura in generale (là però c’è la caccia al canto [5], ma è un altro paio di maniche).
Se un escursionista deficiente accoppa un gallo cedrone per una beccata, noi che proviamo ad occuparci di conservazione e sensibilizzazione del grande pubblico come pensiamo di poter convincere la gente a non schiacciare la testa ai serpenti, o a non prendersela con gli orsi quando fanno gli orsi, o a non aver paura dei lupi solo sulla base dell’autorevolissima opinione dei fratelli Grimm in materia?

Tanta gente dovrebbe riflettere un po’ meglio sul ruolo dell’uomo nella natura. Perché il punto è che la “follia silvestre” del titolo non è quella di un gallo cedrone con troppo testosterone in circolo che prende a beccate i passanti, ma quella di chi frequenta i boschi e la montagna con l’ignoranza e l’arroganza di credersi il padrone di tutto.


*** Note ***

[1] Il passo è citato come riportato da: Ladini F., 1987, Il gallo cedrone, Tassotti Editore, Bassano del Grappa, 94 pp.
Un altro passo a tema tratto direttamente dal Tierleben, che potete trovare integralmente qui, recita testualmente: “Die ungewöhnliche Aufregung, in der sich der Vogel während der Balz befindet, läßt es einigermaßen erklärlich erscheinen, daß er zuweilen die unglaublichsten Tollheiten begeht. So berichtet Wildungen von einem Auerhahn, der sich plötzlich auf sägende Holzmacher stürzte, sie mit den Flügeln schlug, nach ihnen biß und sich kaum vertreiben ließ. Ein anderer flog, nach Angabe desselben Schriftstellers, sogar auf das Feld heraus, stellte sich den Pferden eines Ackersmannes in den Weg und machte diese scheu; ein dritter nahm jedermann an, der sich seinem Standort näherte, versuchte sogar mit den Pferden der Forstleute anzubinden“. Se volete provate a tradurlo voi, io non so bene il tedesco e il translator online mi ha trollato spudoratamente.

[2] Milonoff M., Hissa R. & Silverin B., 1992, The abnormal conduct of Capercaillie Tetrao urogallus, Hormones and Behavior 26: 556-567.
Frase originale tradotta nell’articolo: “previously, deviant Capercaillies were more likely than today to end up in a casserole and, thus, to go unreported“.

Ulteriore bibliografia scientifica sui galli “matti”:

Hoglund N.H. & Porkert J., 1992, Possible causes for abnormal behaviour in Capercaillie Tetrao urogallus L., Zeitschrift für Jagdwissenschaft 38 (3): 165-170.

Menoni E., Clemente M., Chasseriaud G., Camou L. & Berducou C., 2011, Ensignements écologiques et éthologiques tirés du comportement anormal d’un Grand Tétras Tetrao urogallus en Vallée d’Aspe (Pyrénées Atlantiques), Alauda 79 (3): 199-206.

[3] Letteralmente “Gallo Cedrone pazzo” in finlandese.

[4] Non perdo nemmeno tempo a puntualizzare nei dovuti modi che l’uccisione del Gallo Cedrone, specie rarissima in Italia e protetta da una manciata di direttive e leggi diverse, in Italia è vietata anche nel periodo di caccia, visto che a certi individui che sparano a tutto quello che si muove e in ogni periodo dell’anno non basta certo che lo scriva io su un blog, per farglielo entrare nella zucca.

[5] La caccia al canto (o “al balz”), diffusa sia sulle Alpi germanofone che nel Grande Nord, consiste nell’avvicinare il cedrone in canto durante la strofa che lo rende momentaneamente sordo e cieco (a causa della contrazione di un muscolo che comprime il canale uditivo e dello slittamento della membrana nittitante davanti all’occhio, che avvengono contemporaneamente) per poi impallinarlo; più ti riesci ad avvicinare (senza farlo scappare) prima di sparargli, più sei figo, per modo di dire ovviamente. Pensate quello che vi pare, ma io la trovo una pratica tutt’altro che “sportiva”, come invece la definiscono loro.

 

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A metà di un pomeriggio di inizio agosto, il sole martella implacabile le campagne della Lomellina. L’umidità garantita dalle risaie ancora parzialmente allagate e dal fitto reticolo di rogge, ruscelli e canali contribuisce a rendere ancora più soffocante l’atmosfera satura di moscerini anche in pieno giorno. Negli appezzamenti lasciati incolti, dove le malerbe raggiungono finanche le ragguardevoli altezze di un paio di metri, si concentra la maggior parte degli insetti…e delle piante allergeniche. Se non costretta dal lavoro nei campi, o non diretta alla gratuita frescura di una nuotata nel canale, perchè mai una persona sana di mente dovrebbe volontariamente aggirarsi in questo torrido paesaggio?

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Un campo incolto sotto l’implacabile sole dell’agosto lomellino.

La risposta ce la fornisce un insetto che, dal chiaroscuro gioco di luci ed ombre al margine di un incolto, all’improvviso si alza brevemente in volo al nostro arrivo per andarsi a posare poco più avanti, ad una ‘distanza di sicurezza’ che giudica sufficiente. Si tratta di una libellula, che sembra uscita dal nulla: la livrea verde, giallina e nera si fondeva perfettamente con il mosaico di verdi chiari e scuri creato dai riflessi della dura luce pomeridiana tra le erbe parzialmente secche, e non l’abbiamo vista finché non ha deciso di mostrarsi alzandosi in volo. Il volo è tranquillo ma deciso, piuttosto lineare, con l’addome leggermente sollevato rispetto al torace; tituba un po’ per scegliere il nuovo posatoio, ma poi opta per una comoda foglia lunga e stretta e vi atterra posizionandosi in orizzontale.

Le campagne della Lomellina sono il posto classico in cui cercare questa specie in Italia, per lo meno se si seguono le utili dritte della ‘bibbia’ europea del dragonflywatching [1], che indica alcuni dei più noti corsi d’acqua della Lomellina – e naturalmente le campagne circostanti – come posti ideali per l’osservazione di alcune specie particolarmente interessanti.

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Il trafiletto del ‘Dijkstra’ che cita la Lomellina e le interessanti specie che vi si possono trovare.

Questa bella libellula, appartenente alla famiglia dei Gonfidi, risponde al nome di Ophiogomphus cecilia, ed è apprezzata dagli appassionati, oltre che per l’aspetto gradevole, anche per la sua relativa rarità in Italia. È inoltre una specie tutelata a livello europeo, essendo presente negli allegati II (“specie animali e vegetali di interesse comunitario la cui conservazione richiede la designazione di zone speciali di conservazione“) e IV (“specie animali e vegetali di interesse comunitario che richiedono una protezione rigorosa“) della Direttiva Habitat, la direttiva della Comunità Europea relativa alla protezione dell’ambiente e della biodiversità.

Gli ultimi chilometri del Naviglio Langosco, che termina proprio nella Lomellina pavese, furono ampiamenti studiati dagli odonatologi milanesi negli anni ’70 [2,3], e fu proprio qui che la specie venne (ri)scoperta in Italia, grazie proprio alle loro ricerche. Benché le località della Lomellina – sono ben noti alcuni siti in quella pavese e altri in quella novarese – restino comunque quelle proverbiali per tanti appassionati che desiderano osservare e fotografare questa libellula, negli ultimi tre decenni le conoscenze in merito sono aumentate, e l’areale italiano della specie ad oggi noto comprende essenzialmente il corso planiziale del fiume Po e il corso basso-medio di alcuni dei suoi principali affluenti [4].

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Maschio su un posatoio caratteristico, una lunga foglia vicina a terra, sul quale risulta abbastanza mimetico…

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…mentre invece risalta con evidenza quando si posa sulla nuda terra battuta delle strade sterrate a margine dei campi.

Si nota l’addome lungo e stretto che termina con gli ultimi segmenti molto allargati.

‘La cecilia’ è infatti una specie legata ai grandi corsi d’acqua planiziali con fondo sabbioso: le larve vivono in acque correnti pulite e bene ossigenate, dove si infossano nella sabbia lasciando emergere solo le estremità del corpo – quella posteriore per respirare e quella anteriore per cacciare [5]. Benché l’habitat primario siano i corsi d’acqua naturali, nella pianura irrigua questa libellula ha trovato un favorevole habitat di sostituzione (cioè un habitat secondario simile fisicamente ed ecologicamente a quello originario) nei grandi canali artificiali che convogliano l’acqua dai principali fiumi verso le campagne, a patto, naturalmente, che abbiano uno strato di sabbia sul fondo e non siano (troppo) inquinati.

Sostanzialmente, sembra che negli ultimi decenni la specie, dalle origini orientali, si sia espansa sempre più verso l’Europa occidentale e centro-settentrionale, generalmente seguendo il corso dei fiumi principali e dei loro affluenti; pare che questo fenomeno sia da imputare, se non completamente almeno in parte, ad un complessivo miglioramento della qualità delle acque.

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Femmina posata su un arbusto di biancospino…

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…e tra le erbe a margine di una risaia.

Si distingue agevolmente dal maschio per via dell’addome più tozzo e di larghezza uniforme, senza rigonfiamenti pronunciati negli ultimi segmenti.

I maschi adulti, territoriali, si trovano spesso lungo il margine dei campi coltivati e negli incolti, dove si posano soprattutto su erbe alte o rami bassi di arbusti (di solito tra i 20 e i 70 cm dal suolo), ma anche sulla nuda terra. Non sono molto confidenti: se avvicinati tendono a volare via a una certa distanza, ma spesso si spostano solo di poco, con voli brevi e bassi; si allontanano di molto e a volo alto, attraversando i campi o andando a nascondersi sulle chiome degli alberi, solo dopo essere stati disturbati più di una volta. In alcuni casi però li si riesce ad avvicinare abbastanza da poter scattare buone foto, soprattutto se si riesce a farlo molto lentamente ed evitando movimenti bruschi. Le femmine sono più difficili da vedere, e sembra che preferiscano la vegetazione un po’ più fitta, come gli immaturi di entrambi i sessi, che si trovano spesso a margine o nel fitto della vegetazione arbustiva, e si posano più in alto rispetto ai maschi adulti.

È noto inoltre che la specie, nel periodo di maturazione che intercorre tra la metamorfosi dalla vita larvale e il periodo di maturità sessuale, si sposta in zone densamente vegetate e piuttosto lontane dall’acqua, come boschetti o arbusteti. Dovrebbe poi fare ritorno ai corpi idrici di origine, come avviene in tutte le libellule, ma devo dire che in svariati anni di osservazioni mi è capitato molto raramente di vedere ‘cecilie’ adulte nei pressi dell’acqua (un solo maschio territoriale e alcune femmine intente a deporre le uova), e di ritrovarne invece negli stessi ambienti dove avevo osservato gli immaturi.

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Maschio immaturo: si notano i colori ancora piuttosto sbiaditi e gli occhi di colore verde-grigiastro e non ancora verde brillante come il resto della testa e il torace.

In questo periodo ho accompagnato alcuni amici alla ricerca di questo gioiellino dell’entomofauna lomellina, che sono convinto sia da valorizzare il più possibile (allegati II e IV, ricordo!). Va detto che le ricerche non vanno sempre a buon fine, ma conoscendo le esigenze ambientali e il periodo di volo (luglio-agosto) della specie, spesso ci si azzecca. È comunque una bella occasione per chiacchierare un po’ e vivere, seppure in piccola scala, le emozioni della ‘caccia fotografica’.

Infine, una piccola nota personale: Ophiogomphus cecilia è, in un certo senso, la causa scatenante della mia attuale passione per le libellule. Qualche anno fa, il professor Giuseppe Bogliani dell’Università di Pavia mi fece notare che proprio il mio paesello era ‘celebre’ per quella storia della riscoperta della specie, e così, incuriosito, cominciai ad allenare l’occhio nel tentativo di trovarla durante le mie scampagnate. Ci riuscii quasi subito, ancora prima che mi arrivasse la ‘bibbia’, tempestivamente ordinata via internet, e da allora ogni estate è un appuntamento fisso con la ricerca di questo mimetico insetto tricolore.

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La mia prima ‘cecilia’, avvistata lungo il proverbiale margine di un campo di mais (luglio 2011).

Ed ecco perchè, nei torridi pomeriggi di agosto, si possono incontrare strani personaggi che, armati di retino o macchina fotografica, percorrono tra la polvere e l’afa le sterrate, gli incolti o i margini dei campi della Lomellina, alla ricerca di un insetto bello, raro, interessante e anche un po’ sfuggevole. Forse sembriamo impazziti per il troppo sole, ma siamo semplicemente entusiasti della nostra passione per le libellule, che, nel mio caso in particolare, non può essere riassunta tanto bene da altri che dalla ‘cecilia’.

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In questi giorni anche le cecilie hanno caldo: questo maschio sta alzando l’addome nella posizione ‘a obelisco’, che le libellule assumono per diminuire la superficie corporea esposta al sole, così da non surriscaldarsi.


*** Note ***

[1] K.-D. B. Dijkstra & R. Lewington, 2006. Field guide to the Dragonflies of Britain and Europe. British Wildlife Publishing. 320 pp. – la vera e propria ‘bibbia’ europea del dragonflywatching, nota tra gli appassionati semplicemente come ‘il Dijkstra’.

[2] E. Balestrazzi & I. Bucciarelli, 1979, Ophiogomphus serpentinus (Charpentier) in un’associazione odonatologica della Lomellina Pavese, Lombardia, Italia (Anisoptera, Gomphidae), Notulae Odonatologicae (1), 4: 53-59.

[3] E. Balestrazzi, 2002, Odonati, in: D. Furlanetto (a cura di), 2002, Atlante della Biodiversità nel Parco Ticino. Vol. 1: elenchi sistematici, Consorzio Lombardo Parco della Valle del Ticino, pp. 237-248.

[4] E. Riservato, A. Festi, R. Fabbri, C. Grieco, S. Hardersen, G. La Porta, F. Landi, M. E. Siesa & C. Utzeri, 2014, Odonata – Atlante delle Libellule italiane – preliminare, Società Italiana per lo Studio e la Conservazione delle Libellule & Edizioni Belvedere, Latina, 224 pp.

[5] F. Suhling & O. Müller, 1996, Die Flussjungfern Europas – Gomphidae, Westarp Wissenschaften & Spektrum Akademischer Verlag, Magdeburg & Heidelberg – Berlin – Oxford, 237 pp.

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Come si diceva nella puntata precedente, i monti di questa area geografica sono piuttosto ricchi di fossili Triassici, tra i quali spiccano in particolare certi molluschi. Ma quelli fossili non sono gli unici molluschi interessanti sui massicci calcarei lombardi. Infatti, le Prealpi Lombarde ospitano diverse chiocciole terrestri molto interessanti dal punto di vista biogeografico, in quanto endemiche di aree piuttosto ristrette (anche del concetto di endemismo e della diffusione delle specie endemiche nell’area orobica si era parlato nella puntata precedente).

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TRATTANDOSI DI UNA SPECIE RARISSIMA E PROTETTA

E’ OVVIAMENTE VIETATA LA RACCOLTA DI ESEMPLARI VIVI

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Tre visuali di una conchiglia di Cochlostoma canestrinii.

Nell’agosto del 1875, il capitano Giovanni Battista Adami, grande appassionato di geologia e malacologia (la disciplina che studia i Molluschi), percorreva tra la nebbia che spesso sorprende gli escursionisti alle alte quote i sassosi sentieri tra gli sfasciumi calcarei alle pendici dei torrioni della Presolana. Nonostante fosse anche un valente alpinista, il suo interesse era prettamente scientifico; la vetta di quella montagna infatti era già stata conquistata cinque anni prima da Antonio Curò, Federico Frizzoni e Carlo Medici.

Quello che Adami andava cercando erano conchiglie, o più precisamente molluschi terrestri.

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Cochlostoma canestrinii in un anfratto roccioso lungo un canalone ombreggiato.

Ripercorrendo le orme dell’Adami alla ricerca di chiocciole, ma anche di rarità botaniche, ho ritenuto che la passeggiata che porta da Colere al Rifugio Albani (1939 m di quota) fosse il percorso migliore per immergersi nell’atmosfera presolanense, ricca di storia e leggende quanto di bellezze naturalistiche.

L’itinerario, che consiglio a tutti, non solamente per le chicche naturalistiche ma anche per la bellezza dei paesaggi, parte da Colere lungo il segnavia 402 e passa sotto alle Quattro Matte e al Colle della Guaita prima di fiancheggiare il Lago di Polzone, al cospetto dell’austera parete nord della Presolana, e raggiungere finalmente il rifugio. Per la discesa si può poi seguire il segnavia 403, per un sentiero più breve (ma un po’ più ripido), chiudendo il percoso ad anello con l’arrivo a Colere.

Nei pressi dell’Albani si trova il “mare in burrasca”, la più interessante area carsica delle Orobie, nota anche per i fossili triassici.

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Il Rifugio Albani, che svetta in cima ad una potente successione di calcari triassici, visto da Colere.

Ma torniamo al nostro capitano Adami, che abbiamo lasciato a razzolare tra le pietraie della Presolana in una giornata nebbiosa. Cercando nicchi (conchiglie) di Gasteropodi, nei dintorni della vetta orientale, si imbatté in una specie che non aveva mai visto prima: era una piccola chiocciola dalla conchiglia allungata, simile ad alcune specie appartenenti a quello che all’epoca era il genere Pomatias [da ormai lungo tempo il genere Cochlostoma è stato separato da Pomatias], ma molto più grande rispetto a tutte le altre entità simili allora note.

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Nonostante misuri solo un centimetro e mezzo, Cochlostoma canestrinii appare effettivamente colossale in confronto all’affine Cochlostoma septemspirale.

Si trattava in effetti di una specie nuova, che lo scopritore battezzò Pomatias canestrinii, dedicandola così a Giovanni Canestrini, altro noto naturalista trentino dell’epoca e fondatore della Società Veneto-Trentina di Scienze Naturali. “L’atto battesimale, redatto in mezzo a fittissima nebbia, fu deposto in una bottiglia nell’obelisco di pietre che feci erigere sull’angusto spazio di quella vetta“, si premurò di annotare Adami nella pubblicazione in cui descriveva la specie [1]; la vetta in questione è per l’appunto quella della Presolana orientale, presso la quale il capitano aveva osservato anche Chilostoma cingulatum hermesianum.

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Due Chilostoma cingulatum hermesianum, piuttosto comuni sui massicci carbonatici di questa zona delle Orobie.

In questi centoquarant’anni, la revisione della tassonomia dei Gasteropodi – come quella di quasi tutti gli altri gruppi dei viventi del resto – ha portato a diverse modifiche nomenclaturali.

Ad oggi, la specie, che appartiene alla famiglia Cochlostomatidae, dopo essere stata chiamata Cochlostoma canestrinii per quasi un secolo è stata recentissimamente rinominata Rhabdotakra canestrinii [2]. In questo post ho mantenuto il nome ‘tradizionale’ per facilitare i riferimenti a informazioni reperibili in circolazione, ma sarà bene abituarsi a chiamarla Rhabdotakra.

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La descrizione formale della specie come “Pomatias canestrinii” [1].

I luoghi di presenza tipici della specie, strettamente endemica del massiccio della Presolana, sono gli affioramenti rocciosi calcarei in alta quota, anche se dalla seconda metà del Novecento, con l’incremento di ricerche mirate, esemplari di questa chiocciola sono stati trovati anche a quote più basse, a monte proprio del paese di Colere [3].

Personalmente l’ho osservata tra i 1200 e i 1600 m di quota.

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In queste pietraie trovano il loro habitat diverse specie di Gasteropodi.

Ricordo infine che la specie è protetta ed inserita nella Lista Rossa Europea dei Molluschi. Secondo la IUCN è da considerare vulnerabile, sostanzialmente per l’areale estremamente ristretto, ma non sembra essere pesantemente minacciata secondo le attuali conoscenze [4].

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Con un po’ di fortuna, tra i detriti nelle pietraie si può rinvenire qualche conchiglia di questa specie.

Ringrazio Sandro Hallgass per le informazioni sugli aggiornamenti nomenclaturali che hanno recentemente interessato questa bella specie.


*** Note ***

[1] G. B. Adami, 1876, Molluschi terrestri e fluviatili viventi nella Valle dell’Oglio ossia nelle valli Camonica, di Scalve e Borlezza spettanti alle provincie di Brescia e Bergamo, Atti della Società Veneto-Trentina di Scienze Naturali 5 (1): 7-95.

[2] E. Zallot, D. Groenenberg, W. De Mattia, Z. Feher & E. Gittenberger, 2015, Genera, subgenera and species of the Cochlostomatidae (Gastropoda, Caenogastropoda, Cochlostomatidae), Basteria 78 (4/6): 63-88.

[3] E. Bassanelli, 2011, Cochlostoma canestrinii – il mollusco della Presolana, Parco delle Orobie Bergamasche, 36 pp.

[4] Z. Feher, 2013, Cochlostoma canestrinii, The IUCN Red List of Threatened Species, versione 2015.1.

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Conosciuta anche come “Regina delle Orobie”, la Presolana, il cui picco più elevato raggiunge i 2521 m, è un imponente massiccio carbonatico che ingombra il confine tra la Val Seriana e la Val di Scalve, nella parte orientale della provincia di Bergamo, elevandosi abbastanza dolcemente dal versante seriano per poi precipitare sul versante scalvino “quasi a picco, a formare la spaventevole stretta per la quale le acque del Dezzo volgono all’Oglio” [1].

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La Presolana, con la caratteristica sagoma da gigante addormentato visibile dall’Altopiano di Borno.

Mentre diversi monti dell’alta Val di Scalve sono noti per i loro importanti giacimenti minerari ferrosi, sulla Presolana l’attività estrattiva ha riguardato principalmente minerali come fluorite, galena e blenda; ma soprattutto, i calcari Triassici che costituiscono la Presolana e altre montagne di questa fetta delle Orobie (come il Pizzo Camino o la Concarena, posti poco più a nord e afferenti alla Val Camonica) sono ricchissimi di fossili: un’ampia serie di coralli, crinoidi, conodonti, bivalvi, gasteropodi e magnifiche ammoniti sono stati trovati in queste zone a partire dalla seconda metà dell’Ottocento, e numerose sono le specie trovate per la prima volta nella storia della paleontologia proprio su questi monti. Particolarmente nota tra le aree fossilifere della zona è quella in località “mare in burrasca”, un sito in cui è altresì molto evidente la presenza di quei fenomeni carsici che spesso interessano le rocce carbonatiche.

Ma la pacchia non finisce qui. Se la geologia e la paleontologia non bastassero a solleticare l’interesse dei naturalisti, sappiate che le Prealpi Orobiche sono ricchissime anche di particolarità botaniche e zoologiche: sono infatti caratterizzate dalla presenza di numerosi endemismi.

Si definisce “endemismo” la presenza di una specie (che viene così chiamata “specie endemica” o “endemita”) in un’area piuttosto circoscritta, come ad esempio un gruppo montuoso, il bacino di un fiume, una caverna o un sistema di caverne, un’isola o un arcipelago di isole. Si manifesta in genere in ambienti in cui è impedito lo scambio di individui tra diverse popolazioni della stessa specie, e fra breve vedremo come e perché.

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La parete nord della Presolana vista dal Rifugio Albani.

L’area insubrica – come viene definita la zona che va grossomodo dal Lago di Como al Lago di Garda – è particolarmente ricca di endemismi sia tra le specie vegetali sia tra quelle animali. Focalizzandoci in particolare sulla sola area orobica, possiamo constatare la presenza di ben 39 piante endemiche [2]; la sola Presolana può vantare due specie esclusive di piante, la Saxifraga presolanensis e la Moehringia dielsiana, e una di felce, l’Asplenium presolanense, tre stenoendemismi (lo stenoendemismo è un endemismo limitato ad un’area molto ma molto ristretta) che, in tutto il mondo, crescono esclusivamente nella zona della Presolana (la sassifraga è stata trovata, in modo puntiforme, anche su Pizzo Camino, Concarena e Pizzo Arera, ma la parte principale della popolazione è comunque concentrata per l’appunto sulla Presolana; in sostanza, ha lo stesso areale di Galium montis-arerae e Moehringia concarenae, i cui attributi specifici omaggiano i nomi dei massicci ai due capi dell’areale).

Che dire poi delle specie animali. Coleotteri e Gasteropodi sono tra gli invertebrati più rappresentati tra gli endemiti insubrici; solo tra i Carabidi si contano una cinquantina di specie endemiche, e 25 tra i Curculionidi. Addirittura interi generi, come Allegrettia e Boldoriella, risultano endemici di questa zona; si tratta, negli ultimi due casi, di animali adattati alla vita in caverna. Sono presenti anche alcuni ragni endemici (Dysdera baratellii e Troglohyphantes regalini), e tra i Vertebrati numerosi pesci e alcuni anfibi (Rana latastei e Pelobates fuscus insubricus). Zoomando di nuovo sulle Orobie, e sulla Presolana in particolare, abbiamo il Carabide Boldoriella serianensis, il Byrride Byrrhus focarilei e il Curculionide Othiorhynchus diottii.

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La “Campanula dell’Arciduca” (Campanula raineri), endemica delle Orobie orientali.

Perchè esistono queste specie endemiche, e perchè proprio qui se ne trovano così tante? Nel caso insubrico in particolare, è tutto dovuto alle glaciazioni. Durante le grandi espansioni dei ghiacciai del Quaternario, alcune zone elevate rimasero emergenti dalla coltre glaciale e servirono da rifugio alle specie animali e vegetali che si spostavano rifuggendo il ghiaccio. Queste zone di rifugio (dette “nunatakker” in gergo tecnico), mentre da un lato conservavano la diversità di specie, dall’altro, a causa dell’isolamento duraturo nel tempo, contribuivano al loro differenziamento genetico dalle altre popolazioni delle stesse specie rifugiatesi in altri nunatakker, fino al punto che queste differenze genetiche portarono alla speciazione, cioè all’origine di nuove specie diverse tra loro a partire da un antenato comune. Quando poi i ghiacciai si ritirarono, la maggior parte di queste nuove specie si espansero di poco, rimanendo ad occupare aree piuttosto ristrette. L’area insubrica era evidentemente ricca di nunatakker, visto l’elevato numero di endemismi ancora oggi presenti.

Il meccanismo di base è paragonabile a quello che determina la diversificazione delle specie negli ambienti di grotta o sulle isole (pensiamo, ad esempio, ai Fringuelli di Darwin).

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La “Primula Lombarda” (Primula glaucescens), altro endemita insubrico.

L’applicabilità del concetto di endemismo è relativamente elastica. Certi endemismi insubrici si trovano su tutte le Prealpi lombarde e sforano fino sui monti carbonatici del Trentino, mentre altri, pur non arrivando ad essere puntiformi come gli stenoendemismi veri e propri, hanno una distribuzione più ristretta. Ma si può dire ad esempio che una specie sia endemica di una intera catena montuosa, o di un bacino idrico (es. la libellula Oxygastra curtisii è endemica del bacino del Mediterraneo, che non è esattamente quello che verrebbe da definire un’area ristretta); in certi casi la definizione può essere stiracchiata fino ad includere un intero continente (es. i Monotremi – il gruppo di mammiferi che include l’Ornitorinco e le Echidne – sono endemici dell’Oceania). In genere, comunque, si preferisce utilizzare il termine solo per specie con areale veramente limitato.

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Ancora un endemita insubrico vegetale: la “Viola di Duby” (Viola dubyana).

Sono sempre andato in vacanza in un vero paradiso dei naturalisti, nella zona tra la Presolana e il Pizzo Camino, ma solamente negli ultimi anni me ne sono reso conto appieno. Quindi non mi restava altro da fare che esplorare quello di questa zona che non avevo ancora visto, che è veramente tanto; e anche riesplorare con un approccio nuovo quelle piccoli parti che già conoscevo.

Il modo migliore per partire alla scoperta naturalistica di quest’area così ricca di particolarità è raggiungere il Rifugio Albani, posto sotto la bastionata settentrionale della Presolana a 1939 m di quota, nel regno del calcare. Dall’Albani, se si sa come cercarle, si possono raggiungere tutte le chicche naturalistiche tipiche del posto: le località tipiche di Saxifraga presolanensis, Moehringia dielsiana e Asplenium presolanense e quelle di Cochlostoma canestrinii, Byrrhus focarilei e Othiorhynchus diottii, nonché le vecchie miniere dismesse di fluorite e le aree carsiche e fossilifere del “mare in burrasca”. E ovviamente sono osservabili anche la flora e la fauna tipiche delle Alpi in generale. Ce n’è per tutti i gusti, in pratica!

Nelle prossime puntate, racconterò nel dettaglio alcune particolarità orobiche che ho avuto la fortuna di poter osservare recentemente. Stay tuned!

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Cartellone didattico del Parco delle Orobie Bergamasche in cui vengono presentate le specie animali endemiche più pregiate dell’area intorno al Rifugio Albani. È bello vedere come si siano curati di sottolineare l’importanza di animali che probabilmente sarebbero indifferenti ai più, anche se nelle didascalie ci sono diverse imprecisioni (es. alla “Elix frigida” – che comunque andrebbe scritto “Helix” – è stato cambiato il nome in “Chilostoma cingulatum” da un bel pezzo e “Cochlostoma” è scritto sbagliato).


*** Note ***

[1] Così Giovanni Battista Adami (1838-1887) descriveva la Presolana; ricordiamoci di lui, lo incontreremo di nuovo in una delle prossime puntate.

[2] Piante endemiche della zona insubrica presenti sulle Prealpi Orobiche: Alchemilla bonae, Alchemila federiciana, Alchemilla martinii, Allium insubricum, Aquilegia thalictrifolia, Asplenium presolanense, Campanula carnica, Campanula elatinoides, Campanula raineri, Cytisus emeriflorus, Daphne petraea, Daphne reichstenii, Erucastrum nasturtiifolium ssp benacense, Euphorbia variabilis, Galium montis-arerae, Gentiana brentae, Knautia baldensis, Knautia velutina, Laserpitium nitidum, Linaria tonzigii, Minuartia grignensis, Moehringia bavarica ssp insubrica, Moehringia concarenae, Moehringia dielsiana, Moehringia markgrafii, Primula albenensis, Primula glaucescens, Primula spectabilis, Ranunculus bilobus, Sanguisorba dodecandra, Saxifraga arachnoidea, Saxifraga presolanensis, Saxifraga tombeanensis, Saxifraga vandellii, Scabiosa vestina, Silene elisabethae, Telekia speciosissima, Viola comollia, Viola culminis, Viola dubyana.


Puntata 2: la Chiocciola della Presolana

Puntata 3: la Sassifraga della Presolana

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