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Posts Tagged ‘Educazione ambientale’

Stamane, poco dopo mezzogiorno, un nutrito stormo di Gru (Grus grus) è transitato schiamazzando a squarciagola proprio sopra il mio paesello. Parevano quasi voler attirare di proposito l’attenzione di tutti, anche se forse pochi si saranno chiesti cosa fossero, magari liquidandoli come semplici aironi.
Io ero a casa in convalescenza, lavoricchiando al computer per recuperare un po’ del lavoro lasciato indietro durante gli ultimi giorni di malattia, quando mamma rincasa da una commissione e mi fa “c’è un grosso stormo rumoroso verso la periferia”. E vediamolo questo grosso stormo rumoroso…GULP! È bastato affacciarmi alla finestra del primo piano per vedere che a poche centinaia di metri da casa, forse anche meno, sopra i primi campi oltre la vicina periferia del paese, uno stormo di Gru volteggiava lentamente e rumorosamente a bassa quota.
Dopo l’immancabile corsa a recuperare la macchina fotografica e qualche difficoltà nel bypassare le antenne del condominio di fronte a casa, occupate da alcune gazze totalmente indifferenti al grandioso spettacolo poco distante, sono riuscito a produrre qualche scatto documentativo mentre allo stormo si aggiungevano altri individui arrivati da chissà dove, continuando a volteggiare in tondo sempre sopra lo stesso punto ma innalzandosi lentamente di quota.
E dopo più di 5 minuti così, tutt’a un tratto lo stormo ha iniziato a disporsi in formazione a V e, prendendo la direzione del Ticino, è partito con decisione sorvolando esattamente prima casa mia e poi il centro del paese, per svanire infine in lontananza, in direzione del lontano fiume.
Saranno state tra le 150 e le 200 Gru, uno spettacolo grandioso e decisamente inconsueto per Tromello, dove siamo abituati agli aironi e, tutt’al più, a qualche sporadica cicogna bianca.

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Gru in volo sopra Tromello, 16 febbraio 2017

Inconsueto per Tromello, ma non così tanto per la Lomellina in generale, almeno negli ultimi anni.
Da qualche anno infatti è aumentato il numero di Gru che svernano nella Pianura Padana, e in particolare in questa zona della Lombardia sudorientale al confine con il Piemonte. Fino all’inizio di questo secolo era un avvenimento più che altro aneddotico, e le Gru si vedevano nelle nostre zone solamente all’epoca delle migrazioni (in ottobre e in marzo) o con qualche sbandato che decideva di svernare in qualche area protetta; ma da poco meno di una decina d’anni la situazione ha cominciato a cambiare.

Da pochi inverni (dal 2014-2015), un considerevole contingente di Gru – si parla di diverse centinaia di individui, fino a un migliaio abbondante quest’anno – ha preso l’abitudine di svernare nella golena del Po più o meno all’altezza della confluenza del Sesia, all’interno dell’importantissima area protetta del Parco Fluviale del Po e dell’Orba (v. qui e qui). Nell’altro grande parco fluviale di questa zona, il Parco del Ticino Lombardo, gli avvistamenti di individui svernanti sono diventati costanti dal 2010 [1] e negli ultimi anni sono stati osservati anche lì stormi di centinaia di individui che pernottano nella golena del Po e si spostano poi durante il giorno nelle campagne circostanti, anche di numerosi chilometri, in cerca di cibo [1].
La nostra Lomellina è proprio compresa tra la confluenza del Po con il Sesia e quella con il Ticino, per cui non è così peregrina l’idea che ogni tanto qualche gruppetto di Gru si faccia vedere in giro per le campagne. Soprattutto nella Lomellina orientale può capitare di imbattersi in individui provenienti dal battaglione svernante alla confluenza del Sesia: di giorno si disperdono per nutrirsi, di notte si ricompattano per fare ritorno ai dormitori lungo il grande fiume, veleggiando ad alta quota sopra i campi pieni di stoppie.

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Una coppia di Gru tra le nebbie della profonda Lomellina, gennaio 2016

La stima fatta all’inizio di questo secolo era di un massimo di 150 individui svernanti…in tutta l’Italia! (oltre a diverse segnalazioni sporadiche in Pianura Padana, sono noti diversi siti utilizzati regolarmente in Friuli Venezia Giulia, Toscana, Puglia, Sicilia e Sardegna) [2]. Segno che certamente il numero di individui complessivi è molto aumentato, visto che 150 è una stima già conservativa per lo stormo che mi vociava sopra casa stamattina.

Gli ambienti preferiti dalle Gru in inverno sono quelli aperti, non per forza umidi; paludi e acquitrini vanno bene soprattutto per passare la notte, mentre per la ricerca di cibo diurna non vengono disdegnati neanche marcite, prati e campi. La Lomellina si configura quindi come un’area ideale, con le sue distese di risaie e campi di mais che in questa stagione si estendono a perdita d’occhio, liberi o costellati di stoppie.

Non è comunque tutto rose e fiori per le Gru: la specie è purtroppo stata in costante declino numerico per secoli in Europa, principalmente a causa della perdita di habitat e della caccia diretta – le due cause principali di declino per una miriade di specie – anche se ha mostrato una lieve ripresa dagli anni ’60. Nelle aree di svernamento la mortalità è dovuta sostanzialmente al bracconaggio e alle collisioni con i cavi aerei, altri due fattori che impattano non soltanto le Gru ma molte specie animali.
Tra l’altro, nelle nostre zone, il ‘semplice’ disturbo causato dall’attività dei cacciatori sembra essere un forte fattore limitante per la presenza invernale della specie [1]: non a caso i dormitori di cui sopra si trovano all’interno di aree protette di particolare pregio naturalistico, dove ovviamente la caccia è vietata.

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In formazione “a V”, 16 febbraio 2017

Un ulteriore elemento di pregio, quindi, per un’area di fatto già importantissima dal punto di vista naturalistico: ricordiamo infatti che la Lomellina ospita un gran numero di garzaie, che ne fanno l’area più ricca in tutta Europa di questi particolari siti. Le garzaie sono quei siti di nidificazione in cui si riproducono gli Ardeidi coloniali (in sostanza quasi tutti gli aironi, tranne il Tarabuso e il Tarabusino), che si sviluppano come colonie di nidi sugli alberi posti intorno a zone umide (lanche o paludi). Le più importanti garzaie della Lomellina sono state protette tramite l’istituzione di SIC, ZPS o Monumenti Naturali Regionali (come nel caso della Garzaia del Lago di Sartirana).

Ora anche le Gru sembrano essersi aggiunte stabilmente, anche se solo come svernanti, all’ornitofauna della regione: segno che forse i tanti sforzi fatti per la conservazione dell’ambiente stanno cominciando a dare dei frutti.

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Anche queste due Gazze pretendevano il loro momento di celebrità, noncuranti delle affascinanti evoluzioni aree delle Gru sullo sfondo


***Note***

[1] Casale F., 2015, Atlante degli Uccelli del Parco Lombardo della Valle del Ticino, Parco Naturale Lombardo della Valle del Ticino e Fondazione Lombardia per l’Ambiente, 438 pp.

[2] Brichetti P. & Fracasso G., 2004, Ornitologia Italiana 2: Tetraonidae-Scolopacidae, Alberto Perdisa Editore, Bologna, 398 pp.

 

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Una quindicina di anni fa, poco più che ragazzino, grazie a mio padre – al quale rompevo le scatole da anni per convincerlo a portarmici – potei finalmente visitare l’Osservatorio Eco-Faunistico Alpino dell’Aprica, struttura ingegnosamente ideata dal dottor Bernardo Pedroni per avvicinare il grande pubblico alla fauna alpina in un ambiente controllato ma il più possibile simile a quello selvatico. Una sorta di parco-safari alpino, ma con l’intelligente aggiunta di una robusta didattica naturalistica.
Il piatto forte della struttura, per lo meno dal mio parzialissimo punto di vista, era una “area faunistica” – un eufemismo per indicare una vasta voliera che simula una porzione di ambiente naturale – che ospita quello che era il catalizzatore del mio interesse: una coppia di Galli cedroni allevata in cattività a scopo di studio, didattico ed eventualmente di ripopolamento (per la serie: prendere due galli con una fava).
Il dottor Pedroni si dimostrò un divulgatore competente e gentilissimo, invitandoci ad un tour personalizzato di tutta l’area in un giorno di chiusura alle visite guidate regolari, permettendomi così di godermi più di tutto la permanenza presso l’enorme voliera dei cedroni, dove il maschio, fin troppo desideroso di difendere il territorio dagli intrusi bipedi, fece gli onori di casa soffiandoci contro e arrivando fino alla rete per intimidirci meglio.

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Il gallo cedrone dell’Osservatorio Eco-Faunistico Alpino.
Dai, a tredici anni e con una macchina fotografica analogica, come si poteva pretendere che un soggetto in movimento non mi venisse mosso…

In natura, il gallo cedrone non è così abituato alla presenza di esseri umani nel suo ambiente, e di conseguenza si dimostra molto più schivo ed attento ad evitare l’uomo, anche nel periodo degli amori, quando le parate di corteggiamento dei maschi – che competono per le femmine con canti, balletti e talvolta vere e proprie azzuffate – li rendono un po’ meno attenti ai pericoli. Nonostante tutto l’ardire tipico della situazione, un gallo in parata si insospettisce e si dà alla fuga appena avverte il minimo scricchiolìo o movimento sospetto; innamorato sì, ma completamente fesso a causa di quello no (…dovremmo tutti imparare dal gallo cedrone…).

Ma siccome in natura le generalizzazioni hanno sempre le loro eccezioni, ecco che talvolta la storia è un po’ diversa, e può capitare di imbattersi in galli “matti”, cioè in esemplari che, presi dalla fregola, gettano alle ortiche la sensatissima paura dell’uomo arrivando ad attaccarlo anziché rifuggirlo.
Già il Brehm, nell’immortale “Tierleben“, dava notizia di un gallo cedrone che “eccitava l’attenzione universale collocandosi presso una via frequentata e tenendovi un contegno con il quale pareva provocare tutti i passeggeri; lungi dal fuggirli, egli li accostava, li inseguiva, li beccava, scuoteva fortemente le ali ed era pressoché impossibile allontanarlo” [1].
La gamma di comportamenti anomali sciorinati da questi individui “matti” spazia dalla semplice eccessiva confidenza verso l’uomo [video] fino ad autentiche aggressioni con beccate e colpi d’ala [video, video, video, video] e addirittura a veri e propri tentativi di accoppiamento con la testa del malcapitato bipede [video, reportage fotografico]. Generalmente però, come potete facilmente constatare dai video linkati, al contatto fisico si arriva solamente quando il bipede coinvolto è carente di buon senso e, vuoi per amore della scienza vuoi per fare il figo, si avvicina eccessivamente.

La spiegazione di questi comportamenti anomali, o aberranti, è stata ricercata dapprima negli squilibri ormonali: è stato infatti dimostrato che il livello di testosterone nei maschi “matti” è di varie volte (fino a 5) superiore rispetto a quello misurato nei maschi normali [2]. Questo eccesso di testosterone potrebbe essere ereditario, oppure svilupparsi perché l’attività non riesce a “scaricare” completamente l’animale (overflow activity) o a causa di ripetuti e frequenti contatti con l’uomo; gli autori della ricerca [2] ritengono improbabili le ultime due ipotesi e più verosimile la prima.
Ma le cose non sono così semplici. Esistono anche delle femmine “matte”, che però non aggrediscono l’uomo, ma si limitano ad avvicinarglisi e a porsi in posizione di copula. Considerando che la reazione dei maschi all’incontro con l’uomo è quella di sfida, appare chiaro che i “matti” di entrambi i sessi si comportano nei confronti dell’uomo esattamente come si comporterebbero se stessero avendo a che fare con un conspecifico maschio. Entra quindi in gioco un’ulteriore considerazione che potrebbe essere una concausa del comportamento aberrante, indipendente dall’eccesso di testosterone: un errato imprinting sessuale. I pulcini di gallo cedrone vengono allevati solamente dalla madre, e hanno quindi generalmente un corretto imprinting nel riconoscere la femmina; ma questo non è così scontato per quanto riguarda il maschio, che viene riconosciuto istintivamente. Se c’è qualche falla in questo riconoscimento istintivo, ecco che da adulti questi galli e galline possono presentare le aberrazioni comportamentali delle quali stiamo disquisendo.
Le cose si complicano ulteriormente perché un’indisponibilità di maschi adulti, generalmente manifesta in aree dove la specie è in rarefazione e ha quindi delle densità di popolazione molto basse, dovrebbe ovviamente rendere ancora più difficile questo imprinting sessuale: se non incontro mai maschi adulti della mia specie, come posso riconoscerli correttamente? Finisce che li confondo con altro.
E se pensiamo che il gallo cedrone è in forte rarefazione in buona parte dell’Europa, a causa di diversi fattori tra i quali la perdita e/o la frammentazione dell’habitat, ci appare chiaro come questo fenomeno abbia buone probabilità di diventare ancora più comune. Una sovrabbondanza di galli “matti” è quindi verosimilmente anche un indicatore di rarefazione della specie.

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In ogni caso, questi episodi sono più frequentemente registrati nelle zone dove la specie è presente con buona consistenza e più rari dove il cedrone è una rara avis; la maggior parte dei video in rete che mostrano dei hullumetso [3] sono stati realizzati in Scandinavia, terra notoriamente ricca di Tetraonidi. Ciononostante, anche nella cronaca italiana degli ultimi anni si sono affacciati diversi casi di galli “matti” che hanno monopolizzato, loro malgrado, l’attenzione dei frequentatori della montagna, soprattutto di quelli che non tengono il fucile sotto naftalina nei periodi di caccia vietata [4]. Ricordo in particolare quello della Valle Aurina (2002) [qui], quello del Parco della Lessinia (2009-2011) [qui, qui] e, nella zona delle Pale di San Martino, appena l’inverno scorso, “Willy” [qui, qui, qui]; mentre sui Pirenei, nel 2008, faceva parlare di sè “Mansin” [qui, qui], praticamente adottato dalla popolazione del posto ma finito poi tristemente tra le fauci di un cane [qui].

Con un’ironia che generalmente non si ritrova negli aridi comunicati scientifici pubblicati sulle riviste specializzate, Milonoff et al. [2] facevano notare che “in precedenza, i Galli Cedroni matti avevano più probabilità rispetto ad oggi di finire in pentola e, quindi, di non venire segnalati“. E tra quell’articolo ed oggi, nell’era della tecnologia, è vertiginosamente aumentata la possibilità per stranezze come questa di venire facilmente catturate dalla fotocamera di un cellulare o di un fotoamatore e fare il giro del mondo sulle ali di internet in men che non si dica, come dimostrano i video di cui sopra; pertanto, la casistica a disposizione anche dei non esperti è in un certo modo lievitata negli ultimi anni, passando da una chicca per ornitologi da segnalare su qualche bollettino naturalistico, ad una vera e propria manciata di minuti di intrattenimento (tanto per fare un esempio popolare, un video che aveva per protagonista un cedrone “matto” è stato passato più volte, nel corso degli anni, nelle repliche di Paperissima). Quindi è possibile che anche in passato ci fossero tutti questi galli un po’ troppo su di giri, ma che pochi ne avessero cognizione. Chissà.

Peccato però che, in conseguenza di questa maggiore diffusione, troppi “non addetti ai lavori” si convincano che tutti i cedroni siano “cattivissimi” (come ebbi modo di sentir dire da una visitatrice del famoso Osservatorio per niente esperta delle abitudini dei Tetraonidi) e che aggrediscano i passanti d’abitudine, e quella che è una aneddotica eccezione viene ritenuta la consuetudine.

Meglio evitare di scadere commentando l’inopportunità di certi scriteriati che preferiscono restare a rompere le scatole a un cedrone infuriato facendosi prendere a beccate anziché alzare i tacchi e tornare da dove se ne sono venuti (vedi i soliti video di cui sopra). Anche Sir Attenborough si è beccato la sua dose di cedrone in picco ormonale, ma c’è un po’ di differenza tra chi sa cos’è e come si comporta e chi invece ci si imbatte ignorando come comportarcisi. Perché poi ovviamente non mancano i deficienti (quelli, chissà perché, non mancano mai) che anziché fare dietro-front, o al massimo restare a prendersi qualche colpo d’ala nel fare un video col cellulare, preferiscono accoppare a randellate i gallinacci rei di turbare la pubblica quiete. Chi se ne importa se è una specie protetta e gravemente minacciata, mi ha dato una beccata e quindi gli spappolo il cranio a bastonate. Questo, naturalmente, accade qui in Italia e non in Scandinavia o sulle Alpi germanofone, dove la gente ha un pochino più di rispetto per la natura in generale (là però c’è la caccia al canto [5], ma è un altro paio di maniche).
Se un escursionista deficiente accoppa un gallo cedrone per una beccata, noi che proviamo ad occuparci di conservazione e sensibilizzazione del grande pubblico come pensiamo di poter convincere la gente a non schiacciare la testa ai serpenti, o a non prendersela con gli orsi quando fanno gli orsi, o a non aver paura dei lupi solo sulla base dell’autorevolissima opinione dei fratelli Grimm in materia?

Tanta gente dovrebbe riflettere un po’ meglio sul ruolo dell’uomo nella natura. Perché il punto è che la “follia silvestre” del titolo non è quella di un gallo cedrone con troppo testosterone in circolo che prende a beccate i passanti, ma quella di chi frequenta i boschi e la montagna con l’ignoranza e l’arroganza di credersi il padrone di tutto.


*** Note ***

[1] Il passo è citato come riportato da: Ladini F., 1987, Il gallo cedrone, Tassotti Editore, Bassano del Grappa, 94 pp.
Un altro passo a tema tratto direttamente dal Tierleben, che potete trovare integralmente qui, recita testualmente: “Die ungewöhnliche Aufregung, in der sich der Vogel während der Balz befindet, läßt es einigermaßen erklärlich erscheinen, daß er zuweilen die unglaublichsten Tollheiten begeht. So berichtet Wildungen von einem Auerhahn, der sich plötzlich auf sägende Holzmacher stürzte, sie mit den Flügeln schlug, nach ihnen biß und sich kaum vertreiben ließ. Ein anderer flog, nach Angabe desselben Schriftstellers, sogar auf das Feld heraus, stellte sich den Pferden eines Ackersmannes in den Weg und machte diese scheu; ein dritter nahm jedermann an, der sich seinem Standort näherte, versuchte sogar mit den Pferden der Forstleute anzubinden“. Se volete provate a tradurlo voi, io non so bene il tedesco e il translator online mi ha trollato spudoratamente.

[2] Milonoff M., Hissa R. & Silverin B., 1992, The abnormal conduct of Capercaillie Tetrao urogallus, Hormones and Behavior 26: 556-567.
Frase originale tradotta nell’articolo: “previously, deviant Capercaillies were more likely than today to end up in a casserole and, thus, to go unreported“.

Ulteriore bibliografia scientifica sui galli “matti”:

Hoglund N.H. & Porkert J., 1992, Possible causes for abnormal behaviour in Capercaillie Tetrao urogallus L., Zeitschrift für Jagdwissenschaft 38 (3): 165-170.

Menoni E., Clemente M., Chasseriaud G., Camou L. & Berducou C., 2011, Ensignements écologiques et éthologiques tirés du comportement anormal d’un Grand Tétras Tetrao urogallus en Vallée d’Aspe (Pyrénées Atlantiques), Alauda 79 (3): 199-206.

[3] Letteralmente “Gallo Cedrone pazzo” in finlandese.

[4] Non perdo nemmeno tempo a puntualizzare nei dovuti modi che l’uccisione del Gallo Cedrone, specie rarissima in Italia e protetta da una manciata di direttive e leggi diverse, in Italia è vietata anche nel periodo di caccia, visto che a certi individui che sparano a tutto quello che si muove e in ogni periodo dell’anno non basta certo che lo scriva io su un blog, per farglielo entrare nella zucca.

[5] La caccia al canto (o “al balz”), diffusa sia sulle Alpi germanofone che nel Grande Nord, consiste nell’avvicinare il cedrone in canto durante la strofa che lo rende momentaneamente sordo e cieco (a causa della contrazione di un muscolo che comprime il canale uditivo e dello slittamento della membrana nittitante davanti all’occhio, che avvengono contemporaneamente) per poi impallinarlo; più ti riesci ad avvicinare (senza farlo scappare) prima di sparargli, più sei figo, per modo di dire ovviamente. Pensate quello che vi pare, ma io la trovo una pratica tutt’altro che “sportiva”, come invece la definiscono loro.

 

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I. Il valore degli Erbari lichenologici storici dell’Università di Pavia

Nell’ambito del corso per operatori museali “Paesaggi Culturali” organizzato dalla Rete degli Orti Botanici della Lombardia, che si tiene nei prossimi giorni presso l’Orto Botanico di Pavia, è stata allestita nei locali della biblioteca un’esposizione dei materiali storici conservati nel dipartimento di botanica (attualmente ‘sezione di Ecologia del Territorio del Dipartimento di Scienze della Terra e dell’Ambiente’) e negli erbari (l’Erbario Vascolare e l’Erbario Crittogamico). Mi è stata data la ghiotta occasione di curare lo spazio espositivo relativo agli erbari lichenologici, ed ho quindi finalmente avuto modo di riportare alla luce collezioni veramente preziose delle quali nessuno o quasi rammenta l’esistenza nemmeno in dipartimento.
Questo post e i due che seguiranno si basano sul contenuto dei pannelli che ho redatto per illustrare l’esposizione.

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Le collezioni lichenologiche dell’Erbario Crittogamico dell’Università di Pavia
Nel complesso, l’Erbario Crittogamico dell’Università di Pavia (sigla ufficiale internazionale: PAV) ospita circa 10.000 exsiccata [1] di licheni, suddivisibili in diverse collezioni.
Tra gli erbari curati da lichenologi abbiamo quelli del prof. Santo Garovaglio (che include diversi exsiccata originali di Arnold, Flotow, Nylander, Schaerer), di don Giacomo Gresino (382 exsiccata per 369 taxa), del prof. Roberto Cobau (553 exsiccata per 551 taxa, raccolti da don Giacomo Gresino), di Emilio Rodegher (128 exsiccata), di Guglielmo Gasparrini (163 exsiccata per 134 taxa), quello di licheni foliicoli di Eva Mameli Calvino (37 buste in cui sono presenti exsiccata per 31 taxa), quello curato dal prof. Ruggero Tomaselli (che incude 970 exsiccata per 780 taxa, per la maggior parte appartenenti a un gran numero di collezioni storiche che Tomaselli ha smembrato per costituire l’Erbario Crittogamico Pavese; a causa della quasi totale mancanza di annotazioni in merito, risulta quasi sempre impossibile risalire a quali campioni provengano da quali raccolte classiche e quali siano invece una sua aggiunta) e, infine, quello curato dalla prof.ssa Mariagrazia Valcuvia Passadore (la cui sezione principale, ‘l’erbario lichenico lombardo’, è composta da circa 3200 exsiccata raccolti tra gli anni Settanta e il 2011).
Tra le raccolte di exsiccata classiche si possono ricordare Lichenotheca italica di Garovaglio (40 decadi), Lichenes Longobardiae di Garovaglio (3 decadi in 43 scatole), Kryptogamische Gewächse di Funck (42 scatole), Cladoniae Europaeae Exsiccatae di Rabenhorst (39 specie in 2 pacchi), Lichenes Exsiccati di Reichenbach e Schubert (150 esemplari in 6 fascicoli), Lichenes Selecti Germanici di Körber (120 esemplari in 2 fascicoli) e l’Erbario Crittogamico Italiano della Società Crittogamologica Italiana (2 pacchi).

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Come ‘filo conduttore’ di questa piccola esposizione ho scelto il mio genere lichenico preferito: Cladonia. Non si tratta tuttavia di una scelta lasciata puramente al gusto personale: le Cladonie (77 tra specie e sottospecie presenti in Italia, un centinaio in Europa, circa 500 in totale nel mondo) si prestano bene alla didattica, in quanto si tratta di macrolicheni piuttosto appariscenti, facili da notare e in una certa misura anche da identificare (per lo meno a livello di genere o gruppo sovraspecifico), molto diffusi su un gran numero di substrati e anche definibili ‘belli’ secondo un gusto estetico condivisibile. Le Cladonie hanno anche dei ruoli ecologici molto importanti, che ho già in parte sottolineato nel post natalizio dell’anno scorso.
Tra gli erbari storici che era possibile esporre, ho quindi deciso di dare una rispolverata alle ultracentocinquantenarie
Cladoniae di Rabenhorst, le cui copie in possesso dell’Erbario Crittogamico pavese sono piuttosto ben conservate e, per quanto di dimensioni centimetriche, significativamente appariscenti (…anche l’occhio vuole la sua parte…!).

Cladoniae Europaeae Exsiccatae
Tra l’Ottocento e il Novecento era pratica assodata che i maggiori esperti nei diversi campi della crittogamia assemblassero erbari, comprensivi tanto di descrizioni delle specie quanto di veri e propri exsiccata raccolti e preparati in serie, che venivano poi diffusi tra le istituzioni (Università e Orti Botanici) che ne facevano richiesta.
In questa prospettiva si colloca la raccolta delle Cladoniae Europaeae Exsiccatae (Cladonie europee essiccate) del prof. Gottlob Ludwig Rabenhorst (1806-1881), pubblicata a Dresda nel 1860 e comprensiva di 39 specie appartenenti al genere Cladonia. È assai probabile che la copia in possesso dell’Orto Botanico di Pavia sia stata acquisita dal prof. Santo Garovaglio (1805-1882), insigne botanico e lichenologo che fu direttore della struttura dal 1852 fino alla sua morte e che molto si adoperò per accrescerne le collezioni e il prestigio.

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Che valore hanno gli exsiccata così antichi?
Scientifico: si tratta di materiali importantissimi come riferimenti per identificare nuovi esemplari e per la conoscenza e lo studio della distribuzione e della tassonomia delle specie. Gli exsiccata più antichi in particolare possono essere molto utili per studiare come è cambiata nel tempo la distribuzione delle specie: infatti su ogni cartellino è presente anche un’informazione sulla località in cui il campione è stato raccolto; confrontando queste informazioni con la distribuzione attuale, si possono fare inferenze su come diversi fattori di disturbo (antropizzazione, inquinamento, addirittura anche cambiamenti climatici) possono aver condizionato eventuali modificazioni dell’areale di queste specie.
Storico: trattandosi di esemplari antichi, essi costituiscono materiale importante nella storia della lichenologia e della Scienza in generale.
Culturale: la presenza di questi esemplari nell’erbario della nostra Università dimostra come già all’epoca Pavia fosse un centro di cultura scientifica piuttosto importante, dal momento che i botanici pavesi erano in contatto con i grandi esperti del loro tempo, con i quali scambiavano materiali importanti per lo studio dei loro campi d’interesse.

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Bibliografia
Anderi P. & Valcuvia Passadore M., 2006. Licheni lombardi dell’Herbarium Universitatis Ticinensis (PAV), Notiziario della Società Lichenologica Italiana 19: 118.
Rabenhorst G.L., 1860, Cladoniae Europaeae Exsiccatae, Dresda.
Valcuvia Passadore M. & Pavan Arcidiaco L., 1990. Le collezioni lichenologiche dell’Herbarium Universitatis Ticinensis di Pavia (PAV), Notiziario della Società Lichenologica Italiana 3 suppl. 1: 57-63.

Note
[1] Con il termine exsiccatum (plurale: exsiccata) si definiscono tutti gli esemplari di piante, muschi, licheni, funghi, alghe e myxomiceti conservati in un erbario dopo un processo di essiccamento. Spesso all’essiccamento è abbinata una compressione che fa sì che gli esemplari possano poi essere spillati comodamente sui fogli d’erbario e siano più facilmente consultabili ed osservabili; in passato tutti gli exsiccata venivano pressati, mentre oggi ormai lo si fa solo con le piante. I licheni che fanno parte delle collezioni più antiche sono quindi pressati, mentre quelli più recenti sono generalmente stati conservati con il loro aspetto tridimensionale originario. Inoltre, a differenza delle piante, i licheni vengono conservati in buste di carta senza essere spillati (mentre in passato venivano generalmente incollati ai fogli d’erbario con la ceralacca, o addirittura incollati dentro le buste di carta che venivano poi incollate o spillate ai fogli d’erbario).

 

 

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Non è un ordine né un consiglio [il titolo del post], ma un semplice – e triste – dato di fatto: nelle ultime settimane si sono sentite talmente tante sparate riguardo alla situazione del lupo in Italia che a chiunque tenti di occuparsi seriamente di divulgazione naturalistica e/o di conservazione sono cadute le braccia.

Una decina di giorni fa, il sito di un quotidiano ligure ha pubblicato una ‘cosa’ indecente che mi rifiuto sia di definire ‘articolo’ sia di linkare (davvero non meritano di ricevere ‘clic’ al sito); in questa accozzaglia di cretinate, dal tono più che canzonatorio nei confronti di non meglio definiti ‘pseudo-ambientalisti’ e decisamente allarmistico, si diceva, tra l’altro, che il lupo causa enormi danni al bestiame perchè non si accontenta più di cinghiali e caprioli, dal momento che si è riprodotto eccessivamente e rapidamente dopo che è stato reintrodotto, passando poi a sfottere i sostenitori di questa presunta reintroduzione. Fatico a trovare termini per definire l’ignoranza di chi ha scritto questo ciarpame (guarda caso rimasto non firmato); ammesso che si trattasse di ignoranza e non di intenzionale malafede, chi può dirlo.

Mercoledì scorso, invece, “Il Messaggero” ha riportato la notiziona di un presunto branco di ben 29 individui avvistato a Campo Imperatore (AQ), sottolineando con i soliti toni allarmistici la presunta pericolosità della specie e, anche qui, l’esistenza di un fantomatico progetto di ripopolamento. Non riporto tutte le inesattezze più o meno grosse, perchè dovrei riscrivere completamente il trafiletto: c’era veramente una castroneria in ogni singola frase!
In questo caso però c’è stato un colpo di scena con finale positivo: grazie all’attivismo di alcune associazioni naturalistiche, in primis di Studium Naturae che per primo ha diffuso l’articolo-bufala su facebook provvedendo a smontarlo pezzo a pezzo, l’autore è venuto a conoscenza dell’aver scritto una serie di fesserie e, per fare ammenda, ha provveduto a pubblicare, il giorno successivo, una smentita in cui ha chiarito come stanno effettivamente le cose. Una smentita un po’ tiepidina, ma per lo meno l’autore ha dimostrato onestà e buona volontà ammettendo le proprie responsabilità e ritrattando pubblicamente; dimostrando anche come, in fin dei conti, informarsi correttamente su queste tematiche non sia poi così difficile!

Disgraziatamente, comunque, i predicatori di questa famigerata e assolutamente inventata di sana pianta reintroduzione del lupo saltano fuori da tutte le parti, e, palliati di quell’arroganza che solitamente va a braccetto con l’ignoranza, consigliano a chi li contraddice di informarsi meglio. Samuel Beckett sarebbe fiero di loro.
Perciò, anche se sono certo che questo post rimarrà ignorato proprio da chi avrebbe più bisogno di leggerlo, ho comunque ritenuto utile elencare e confutare brevemente le leggende metropolitane sul lupo più tristemente diffuse e più care a chi fa della (dis)informazione il suo pane quotidiano.

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Questo lupo è visibilmente stufo di sentire certe fesserie…

> Il lupo è stato reintrodotto!
Certo che NO! E chiunque sostenga qualcosa del genere è in completa malafede. Oppure è molto male informato (e spesso non ha voglia di informarsi a dovere…).
Il lupo è tornato spontaneamente a popolare l’Appennino, e in parte anche le Alpi, da quando prima è stato lasciato in pace dai cacciatori (dalla seconda metà del ‘900) e poi sono aumentate le popolazioni delle sue prede preferite, gli Ungulati. Le popolazioni di lupo superstiti presenti nell’Appennino centrale sono aumentate a partire dagli anni ’70, e, a causa delle normali dinamiche di dispersione della specie, hanno lentamente risalito la dorsale appenninica fino ad arrivare, all’inizio degli anni ’90, alle propaggini più meridionali delle Alpi, dove poi hanno iniziato a risalire anche l’arco alpino.
Niente reintroduzione del lupo, quindi, e nemmeno ripopolamenti. Possiamo discutere, casomai, dei ripopolamenti delle specie-preda, primo fra tutti il cinghiale, che peraltro causa decisamente più danni alle attività umane rispetto al lupo, ma siccome fa comodo ai cacciatori avere a disposizione tanti cinghiali belli grassi per schioppettare un po’, allora non si può lamentarsi troppo a riguardo.
Per i problemi legati alla proliferazione dei cinghiali rimando al mio precedente post, che sintetizza meglio un confronto tra i problemi dati dal cinghiale vs quelli dati dal lupo.

> Il lupo attacca il bestiame!
Certo che attacca il bestiame. Preferisce le sue prede naturali, in primis caprioli e cinghiali, ma se si imbatte in un gregge incustodito e vede l’opportunità di un pasto facile, non se la lascia scappare; peraltro reiterandola, se se ne presenta l’opportunità qualora il proprietario non prenda opportuni provvedimenti (v. appendice). È un lupo, mica un allocco. Daltronde fiabe e favole un fondo di verità devono pure avercelo; ma, come ci insegna perfino Tolkien, per tenere a bada i lupi è spesso sufficiente un cane bene addestrato…
A dirla tutta non è che possiamo addossare proprio tutta la colpa al lupo (v’è andata male): i metodi di difesa del bestiame dai grandi predatori, tra i quali appunto l’impiego di cani da pastore, sono noti e consigliati agli allevatori da chi di dovere nelle zone ‘a rischio’ (v. appendice); se poi gli allevatori non le adottano, di chi è la colpa?
Peraltro, per le perdite causate dalla predazione da parte dei carnivori selvatici sono previsti appositi risarcimenti da parte delle amministrazioni regionali.

> Il lupo è pericoloso per l’uomo!
Qualunque animale munito di denti è pericoloso per un primate praticamente incapace di difendersi quando privo di armi come è l’uomo. Tuttavia, il lupo, come la maggior parte degli animali selvatici, teme moltissimo l’uomo e preferisce di gran lunga una fuga veloce all’attacco. La casistica parla chiaro: in Italia non si registrano attacchi all’uomo da quasi 200 anni, e anche nel resto del mondo i casi non sono molti (v. sotto); inoltre, buona parte dei casi più vecchi di 200 anni sono imputabili ad individui affetti da rabbia, che come ben sappiamo può colpire, rendendoli più aggressivi, anche volpi e cani.
Se vogliamo essere onesti – e qui vogliamo esserlo, perchè non stiamo facendo (dis)informazione di parte – sono estremamente più pericolosi, nell’ordine:
– i cani randagi rinselvatichiti (ma anche i cani di proprietà di certi incoscienti che li lasciano andare a ruota libera pensando che non facciano danni perchè il mio cane è buonissimo, e poi poverino mica voglio mettergli il guinzaglio), che sono pericolosissimi perchè non avendo paura dell’uomo non si fanno tutti gli scrupoli degli animali selvatici prima di arrivare eventualmente ad attaccarlo.
– i cinghiali, per le motivazioni già più diffusamente esposte in un precedente post.
– il bestiame domestico: avete idea di quante persone muoiano incornate o calpestate dalle mucche ogni anno?
E vi prego poi di notare che quando vengono avvistati lupi che non temono l’uomo e creano allarmismi aggirandosi in tutta tranquillità nei centri abitati, alla fine si scopre che si tratta di cani-lupo cecoslovacchi (sulle fonti c’è l’imbarazzo della scelta, per comodità segnalo solamente i casi più vergognosamente eclatanti: qui, qui e qui). Much ado about nothing, avrebbe detto il Bardo.
N.B. Sempre per la faccenda della completa onestà, a questo link trovate un’analisi critica delle uccisioni di persone perpetrate da lupi nei secoli passati nella Pianura Padana centrale (ricordo nuovamente che non si verificano episodi di questo genere in Italia da quasi due secoli). E non fate i furbacchioni, leggetevelo fino in fondo, non solo la parte che vi fa comodo; lo dico sia agli anti-lupo che agli animalisti.

> Il lupo causa il declino delle sue specie preda!
Questa è la classica lamentela infondata dei cacciatori che, non paghi delle immissioni di Ungulati – siano quelle legittime o quelle fatte di straforo – pensano che eliminando i pochi predatori presenti si alzi ancora di più la quota di animali che potranno convertire in stufati, spezzatini e macabri trofei da appendere sul caminetto.
L’incremento del lupo è anche una conseguenza dell’incremento delle sue specie-preda, ma queste dinamiche tendono a stabilizzarsi, almeno sul lungo termine, in un equilibrio dinamico. In parole povere: il lupo non farà estinguere caprioli e cinghiali mangiandone troppi, ma raggiungerà un equilibrio nel quale comunque resterà ampio posto anche per lo svago degli amanti delle doppiette. E ribadisco ancora una volta che gli attacchi al bestiame generalmente non sono una conseguenza della scarsità di prede selvatiche, bensì di una situazione aneddotica che si rivela vantaggiosa per il predatore.

> Il lupo mangia i bambini!
Anche i comunisti, ma non mi pare che li abbattiamo.
[n.b. non rispondete in questo modo ad una provocazione del genere: l’interlocutore non è sicuramente in grado di comprendere il sarcasmo]


Appendice:
come informarsi correttamente riguardo alla situazione del lupo in Italia

> Che cosa fare in caso di un incontro con un lupo?
Per le osservazioni a distanza ovviamente non c’è alcun pericolo, così come anche per quelle ravvicinate, in realtà: appena il lupo si accorge della presenza del bipede, se la dà a gambe. Non è comunque il caso di corrergli incontro per fargli foto o filmini, lo dico per i più entusiasti; lasciatelo semplicemente tranquillo. Trovate sintetizzato il corretto modo di comportarsi, anche in caso di incontri ravvicinati, qui, qui o qui.

> Se avete coscienza e conoscenza della situazione e siete informati sull’argomento, senza trascendere in ideologie completamente ostili a chi ha una posizione differente dalla vostra:
contribuite a chiarire come stanno le cose e a sensibilizzare gli scettici e gli anti-lupo a quella che è l’effettiva realtà delle cose (un po’ come sto cercando di fare io adesso), e al fatto che il lupo non è un danno o un pericolo, ma un valore per il territorio e perfino una possibile risorsa. Un dialogo costruttivo – e possibilmente pacato – è l’unico strumento efficace per questo scopo.

> Se siete dei dubbiosi che non sanno bene a chi dare retta e vogliono sinceramente farsi un’idea chiara ed imparziale della questione:
informatevi presso persone o enti competenti in materia, non al bar o basandovi su quotidiani che pubblicano più o meno a casaccio con l’unico scopo di vendere cartacei o di prendere tanti ‘clic’ su internet; fonti attendibili, accessibili ed esaustive sull’argomento sono:
– i siti di Canis lupus Italia e Life Wolf Alps;
– il Forum Natura Mediterraneo, dove diversi esperti hanno già affrontato più volte l’argomento, ma possono anche rispondervi in diretta se avete dubbi o curiosità; esiste anche un forum interamente dedicato al lupo (Canislupus Italia Forum), ma chi è in malafede potrebbe tacciarlo di essere di parte, non sia mai;
– l’ottimo libro: F. Marucco, 2014, Il Lupo – biologia e gestione sulle Alpi e in Europa, Edizioni Il Piviere, 180 pp;
– tonnellate di bibliografia scientifica specialistica, a cui però è meglio passare in un secondo momento.

> Se siete allevatori nelle zone frequentate dal lupo, non ostili al lupo per partito preso, ma comunque legittimamente preoccupati per il vostro bestiame:
– adottate le contromisure consigliate (esempi: qui, qui, qui e qui);
– contattate gli enti competenti per saperne di più;
– per ulteriori informazioni generali, rimando al punto precedente.

> Se siete indefessamente dalla parte del lupo per il semplice fatto che “è un animale, quindi è buono per forza, mentre solo l’uomo è davvero brutto e cattivo ed andrebbe eliminato”:
la natura non è un agglomerato di animaletti che interagiscono secondo dinamiche disneyane, bensì una complessissima rete di relazioni intra- e interspecifiche in cui nessun elemento è ‘buono’ o ‘cattivo’. Il fanatismo animalista, specialmente quando abbinato ad azioni vandaliche o toni insultuosi sui social network, non fa che danneggiare chi cerca di occuparsi di conservazione e divulgazione con criterio e cercando i giusti compromessi, e in ultima battuta va a discapito proprio degli animali che si dice di voler tutelare; in sintesi: è controproducente all’ennesima potenza.

> Se siete indefessamente arroccati sulla convinzione che “il lupo è brutto e cattivo, rappresenta null’altro che un pericolo per l’uomo e andrebbe sterminato fino all’ultimo capo”, e siete certi che niente e nessuno possano farvi cambiare opinione, nemmeno dopo aver letto fino a questo punto:
l’odio deriva dalla paura, e la paura dall’ignoranza; per tentare di migliorare le cose, più che informare e fornire tutte le prove del fatto che queste ‘argomentazioni’ sono errate, io non posso fare: contro la malafede non ci sono antidoti.


Ringrazio tre amici naturalisti – in particolare Alberto, che sul lupo ha un bel po’ di esperienza diretta – per qualche consiglio ‘stilistico’ durante la stesura dell’articolo.

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Siamo ormai in quel periodo dell’anno nel quale ogni volta che apriamo una finestra ci cascano addosso almeno un paio di cimici. All’inizio dell’autunno, infatti, questi insetti cercano un rifugio al calduccio all’interno delle nostre case per poter trascorrere l’inverno in pace; la primavera successiva torneranno poi alle campagne, dove alcune specie in particolare possono rivelarsi particolarmente dannose per l’agricoltura.

La più comune di queste intruse è una cimice verde del genere Palomena (ma ci sono anche diverse altre specie verdi, molto simili a questa e tra loro), che appartiene alla famiglia dei Pentatomidi, i cui membri sono le “cimici” per antonomasia (benché il termine in senso ampio sia riferibile a tutti gli appartenenti al sottordine degli Eterotteri). Si tratta di insetti innocui che, come sappiamo, possono emettere odori piuttosto sgradevoli da alcune apposite ghiandole addominali quando vengono eccessivamente importunati o spiaccicati. Non è il caso quindi di schiacciarli quando ce li troviamo in casa; farli accomodare fuori è semplice e veloce, e se non vogliamo proprio toccarli per paura di scatenare l’emissione di liquido puzzolente, si possono tranquillamente spostare su un foglio di carta.

Tuttavia, almeno in un caso il mio consiglio da naturalista è quello di eliminare la cimice che abbiamo davanti, anziché restituirla all’ambiente esterno; se non vogliamo sentire odori sgradevoli, il metodo più efficace è gettarla nel water. Non sto parlando della cimice verde di cui sopra, né delle varie cimici marroni che ogni tanto si vedono insieme a quella; si tratta invece di una cimice sì marrone, ma che non ha niente a che vedere con le ‘nostre’ cimici marroni: è Halyomorpha halys, una cimice asiatica accidentalmente introdotta in Italia pochi anni fa.

Il problema delle specie aliene o alloctone, che spesso, come in questo caso, vengono introdotte in modo del tutto involontario, è complesso da spiegare e soprattutto da affrontare; talvolta le specie esotiche invasive minacciano ‘solo’ la biodiversità, mentre altre volte, come è il caso di questa cimice, possono rivelarsi estremamente dannose anche per l’uomo, andando a colpire certe coltivazioni. Halyomorpha halys in particolare minaccia le coltivazioni di frutta: tanto gli stadi giovanili quanto gli adulti si cibano infatti di frutti e semi di una gran varietà di alberi da frutto, ed essendo una specie piuttosto prolifica può dare problemi su vasta scala.

La specie è stata trovata e riconosciuta per la prima volta in Italia nel 2012, nel modenese. Da allora, essendone nota la potenziale dannosità, è stata tenuta d’occhio e in pochi anni è stata trovata in svariate località della pianura padana (se già ci fosse da qualche anno o se semplicemente si sia espansa molto in fretta, non è ancora chiaro), dove la maggior parte delle segnalazioni sono concentrate intorno a Modena, Reggio Emilia e Milano, ma esistono segnalazioni anche per i dintorni di Torino e Cuneo. Proprio in questi giorni l’ho trovata per la prima volta in Lomellina, e sono venuto a conoscenza di altre segnalazioni nel pavese.

Il monitoraggio delle specie esotiche invasive è di fondamentale importanza per pianificare opportune azioni di contrasto; in questo caso, con un esemplare operazione di Citizen Science, è stata lanciata una campagna di monitoraggio per controllare la distribuzione e la diffusione di questa cimice tramite segnalazioni che tutti possono comunicare (i dettagli sono disponibili sull’apposito sito). Si tratta di una cosa importante, quindi se la vedete, segnalatela!

Attenzione però: con un’osservazione superficiale è molto facile confonderla con Rhaphigaster nebulosa, una cimice nostrana che si distingue dalla cugina cinese per alcuni dettagli del pattern cromatico delle parti superiori, ma la caratteristica più diagnostica è forse l’evidente spina addominale visibile sul lato ventrale, che è assente in Halyomorpha halys.

Halyomorpha_Rhaphigaster_NI

Esemplari di Halyomorpha halys (sinistra) e Rhaphigaster nebulosa (destra) catturati in questi giorni in Lomellina messi a confronto.

Links

Segnalate Halyomorpha halys !

Informazioni sulla specie

Distinzione da Rhaphigaster nebulosa:
lato superiore
lato inferiore

Bibliografia 1

Bibliografia 2

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