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OKcocciferaCladonia coccifera

La nostra storia comincia agli inizi degli anni Novanta, quando due dei fondatori dell’ancor giovane Società Lichenologica Italiana (SLI) abbozzano l’idea di una collaborazione per scrivere un libro corredato da tavole a colori su uno dei generi macrolichenici più affascinanti ma difficili tra quelli presenti in Italia: Cladonia. I due ‘cospiratori’ in questione sono Pier Luigi Nimis di Trieste, proponente del progetto e fornitore degli exsiccata su cui basarsi per le illustrazioni, e Mariagrazia Valcuvia Passadore di Pavia, entusiasta dell’idea e indispensabile contatto con il pittore che dovrebbe dipingere le tavole, Dario Passadore. E le tavole vengono effettivamente dipinte: dedicandovi il suo tempo libero, in due anni di paziente lavoro di copia dal vivo, Passadore riproduce in tempera su cartoncino nero tutti gli esemplari inviati dal professor Nimis. Alcune di queste tavole compaiono già nel 1993 sulla sovracopertina della prima checklist dei licheni italiani (Cladonia carneola e Cladonia macilenta); altre, qualche anno più tardi, su cartoline stampate dall’ARPA Piemonte (Cladonia coccifera e Cladonia merochlorophaea). Ma, per cause di forza maggiore, nonostante le tavole siano ormai tutte pronte, il progetto viene abbandonato.
Almeno finché, a distanza di quasi vent’anni, il caso non invia alla professoressa Valcuvia Passadore uno studente di Scienze Naturali incaponitosi sul voler fare una tesi in lichenologia, e pure di bocca buona: possibilmente una tesi sui licheni terricoli, e meglio se ci siano di mezzo delle Cladonie. Uno studente che, ironia del caso di cui sopra, è rimasto affascinato dalle Cladonie proprio a causa di quelle cartoline dell’ARPA sulle quali occhieggiano dei vivaci apoteci rossi e bruni, delle quali ancora ignora completamente il legame con la docente alla quale ha chiesto la tesi.
La tesi – l’ultima seguita dalla prof – si fa, il lavoro di campo soddisfacentemente infarcito di Cladonie e la stesura della relazione finale procedono, e malauguratamente la professoressa racconta al tesista del progetto lasciato per tanti anni nel cassetto. Inevitabilmente, l’entusiasta tesista, ormai laureatosi e rimasto in contatto con la docente (che nel frattempo si è felicemente pensionata), di quando in quando le rammenta che sarebbe bello poter finalmente un giorno sfogliare quella monografia illustrata sulle Cladonie. “Ti sistemo io”, pensa la professoressa, e in breve l’accordo viene stretto: “Mi rimetto a lavorare al libro se tu mi dai una mano”.
Morale della storia: dopo due anni di lavoro certosino che ha incluso, oltre alla ‘semplice’ scrittura dei testi, anche ricerca bibliografica, osservazioni su materiale d’erbario e raccolte di nuovo materiale, infinite correzioni di bozze e ingegnamenti vari in questioni grafiche, il libro è finalmente pronto e stampato…e io ho imparato che non dovrò mai più rompere le scatole ad una docente universitaria per convincerla a scrivere un libro!

OKmerochlCladonia merochlorophaea

Mi sono un po’ dilungato perché, come si sarà capito, tengo molto a questa pubblicazione, e mi piaceva raccontarne l’intera storia da una prospettiva un po’ più personale (e ‘leggera’) rispetto a quella, per forza di cose molto più formale e stringata, che abbiamo riportato nell’introduzione del volume.
Potrà sembrare abbastanza inelegante che mi metta a recensire un libro del quale sono coautore; mi sono perciò limitato agli aspetti non strettamente dipendenti da me e posso onestamente affermare che il libro vale tutto quello che vale, anche solo per le meravigliose tavole illustrate da Dario Passadore. Ma non posso non dire che, dopo tutto l’enorme lavoro fatto, anche le schede delle specie e i capitoli introduttivi e conclusivi dovrebbero essere di buon livello!

Il libro ha l’onore di avere due prefazioni strepitose, ad opera una di Pier Luigi Nimis, storico socio fondatore e primo presidente della SLI, ed una di Sonia Ravera, non solo attuale Presidente della SLI, ma anche riferimento per il Ministero dell’Ambiente in ambito lichenologico, la quale, di conseguenza, conosce molto bene le Cladonie del sottogenere Cladina, unici licheni tutelati dalla Direttiva Habitat. Con queste presentazioni stilate da due lichenologi di fama internazionale – che per noi autori, garantisco, sono state non solo piacevoli ma anche commoventi da ricevere e leggere – il libro non può che partire bene.

OKstellarisCladonia (Cladina) stellaris

E continua subito altrettanto bene, poiché la grande forza del volume, che come avete letto ne era stata anche l’iniziale motore già ai princìpi degli anni Novanta, è manifesta fin dalle prime pagine: le tavole. Tavole in cui la brillantezza delle figure emerge, talvolta nettamente talvolta in modo più sfumato, da uno sfondo nero che le valorizza al massimo. Non ci sono parole per descriverle, lascio il compito a quelle che ho inserito a corredo di questa recensione. Aggiungendo solamente che sono realizzate a tempera…e che per ottenere effetti del genere con le tempere, bisogna veramente saperle usare bene.

Naturalmente anche la parte scientifica del libro è stata curata molto attentamente, dal momento che lo scopo era di renderlo comprensibile e godibile per un pubblico ampio, non solamente per gli specialisti, in una prospettiva il più possibile divulgativa. Chiariamoci, le schede sono comunque molto tecniche: scritte con un linguaggio semplice, certo, ma comunque rigoroso. Perdere in correttezza per guadagnare (barando) in semplicità è un compromesso disonesto; pertanto i testi sono ‘facili’ (rimanendo scientificamente ineccepibili) dove possibile, e dove la semplificazione fallava si troverà qualche termine un po’ più astruso – ma non temete: in fondo al volume, un provvidenziale glossario giunge in soccorso di chi è poco avvezzo al gergo botanico-lichenologico. Nessuno vi biasimerà se non saprete così su due piedi cosa siano un podezio verticillato o un picnidio sessile con gelatina ialina (…fermi tutti, cosa sono??).

OKcarneolaCladonia carneola

Ma cosa sono le Cladonie, e perché dovrebbe essere interessante un libro tutto dedicato a loro?
Le Cladonie sono licheni. Licheni interessanti non solamente per i lichenologi, ma anche per chi più in generale si interessa di ecologia in senso generale o di conservazione degli habitat, o semplicemente per chi ama la natura e la sua bellezza anche su una scala più piccola di quella a cui siamo abituati (come non richiamare alla mente il linneano “Natura maxime miranda in minimis“, del quale ho sempre fatto il motto del blog).
Sintetizzerei il concetto prendendo in prestito due efficaci espressioni usate da Sonia nella sua prefazione al volume: quando parla del “rosso sfrontato” degli apoteci di alcune Cladonie (le conturbanti Cocciferae) e quando, con un’acuta ed elegante metafora, definisce le Cladonie “licheni generosi” in quanto “riserva di acqua per le altre specie vegetali e riserva di cibo per gli animali“. Insomma: organismi belli da vedere ed utili per l’ecosistema, due qualità che in genere i ‘non addetti ai lavori’ non pensano neanche lontanamente di associare ai “negletti licheni“.

OKmacilentaCladonia macilenta

Un limite del libro, che probabilmente risulterà scocciante per gli specialisti, è l’assenza di una chiave di determinazione. Questa sofferta scelta non è dovuta solamente al fatto che sono quasi impazzito nel tentativo di produrre una chiave semplificata ad uno dei generi macrolichenici più incasinati di sempre, ma più che altro al taglio divulgativo che volevamo dare al volume: stilare una chiave completa ed attendibile alle Cladonie senza tirare in ballo la chimica dei metaboliti secondari è impossibile, pertanto una chiave da campo semplificata sarebbe stata comunque troppo complicata per dei neofiti e, per converso, troppo vaga per degli specialisti. A parziale riparazione di questa mancanza, in calce al volume ho voluto inserire delle appendici utili per il lavoro in laboratorio in cui sono riassunti per tabelle i caratteri morfologici e chimici fondamentali dei vari gruppi e specie da considerare ai fini della determinazione.

L’altro limite, di diversa natura, è che le tavole sono realizzate sulla base di singoli campioni, quindi, per quanto siano sicuramente rappresentative, non possono per forza di cose includere tutta la variabilità intrinseca nello spettro di variazione morfologica di ogni specie, che, nel caso di Cladonia, è veramente elevata. Ma è un problema comune a tutte le illustrazioni di Cladonie, che comunque non svaluta per nulla il lavoro qui presentato.

OKfoliaceaCladonia foliacea

Nonostante sia stato attivamente tra gli attori di questo progetto, la recensione che ho qui presentato cerca di essere la più oggettiva possibile, al contempo non nascondendo tutto l’entusiasmo per aver avuto l’opportunità di partecipare ad un progetto tenuto per tanto tempo nel cassetto, che ha finalmente visto la luce dopo tanti anni anche un po’ grazie all’insistenza e alla collaborazione di un ex-tesista un po’ ostinato.

*     *     *     *     *

Iconografia delle Cladonie d’Italia
di Mariagrazia Valcuvia Passadore e Gabriele Gheza
con tavole di Dario Passadore
Tipografia PIME, Pavia, Dicembre 2017, 200 pp.

Iconografia_Cladonie_Italia

 

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Notizia fresca, ma così fresca che è stata divulgata solo la settimana scorsa; ma al contempo vecchia di circa 200 milioni di anni. Avrete quindi indovinato che stiamo parlando di…fossili, e che fossili!
A quanto pare, infatti, all’inizio di gennaio, nella cava Salnova di Monte Orsa presso Saltrio (Varese), è stato individuato un blocco di calcare contenente delle ossa fossili. Ovviamente alcuni giornali hanno subito strombazzato “AL DINOSAURO!” per fare i titoloni, ma è chiaro che per stabilire se di dinosauro si tratti occorrerà attendere il termine delle lunghe operazioni di ‘estrazione’ delle ossa fossili e il loro attento studio.
È bene ricordare che a poca distanza si trova il Monte San Giorgio (così importante da essere un sito UNESCO, sito all’interno del quale ricade peraltro anche la cava in questione), dal quale solo nell’ultimo secolo sono emerse decine di rettili straordinari, che non erano però dinosauri [1]; ma il calcare bituminoso del Monte San Giorgio è triassico, mentre le rocce della cava di Saltrio sono giurassiche, per la precisione del periodo Sinemuriano (uno dei piani del Giurassico inferiore), e quindi il dubbio (e la speranza) rimane.

Perché la fantasia è subito corsa ai dinosauri? Perché vent’anni fa, proprio in questa cava, vennero effettivamente rinvenuti i resti di un vero e proprio dinosauro, e che dinosauro!
In base alla località del ritrovamento si pensò di battezzarlo, ma solo informalmente, Saltriosauro; “Saltriosauro” è infatti un cosiddetto nomen nudum, vale a dire un nome provvisorio con il quale chiamare una specie in attesa di una descrizione formale validamente pubblicata su rivista scientifica, che per ora purtroppo non è ancora arrivata. Dello studio del reperto si starebbe occupando il noto paleontologo Cristiano Dal Sasso, che ha già molto ben raccontato la storia di questo car(nivor)o estinto nella sua monografia divulgativa sui dinosauri (e altri rettili preistorici) italiani [2].
Ricapitolandola brevemente, possiamo dire che il ritrovamento avvenne in una calda domenica dell’agosto 1996 da parte di Angelo Zanella, che si occupò di recuperare il blocco di calcare contenente le ossa e, cosa altrettanto importante, di avvisare del ritrovamento Giorgio Teruzzi, il curatore della sezione paleontologica del Museo di Storia Naturale di Milano. Le ossa, ahinoi, si trovavano in un blocco che, come tanti altri, si era staccato dalla parete per lo scoppio della dinamite che viene usualmente utilizzata per frantumare i blocchi di roccia (dalla cava infatti si ricava pietrisco per la costruzione di strade; viene male a pensare che molto probabilmente “il resto dello scheletro giaccia ora macinato sotto l’asfalto di qualche autostrada lombarda o ticinese…” – cit. lett. da [2]). Per riportare alla luce quello che si era salvato, che alla fine si scoprì essere una sorta di puzzle formato da 119 frammenti di ossa, furono necessarie qualcosa come 1800 ore di preparazione mediante bagni in acido [3]. Maggiori informazioni qui (e, ovviamente, in [2]).
Dette ossa, che costituiscono nel complesso meno del 10% dello scheletro (una vera miseria, come si può speditamente verificare dall’immagine sottostante), si sono però conservate molto bene e fortunatamente comprendono diversi elementi che hanno consentito di classificarne con un buon margine di certezza il proprietario, nonché di stimarne le dimensioni intorno agli 8 metri di lunghezza.

SaltriosaurGGparz

Ricostruzione di mia mano del Saltriosauro, ampiamente basata sui resti scheletrici raffigurati in [2] e sul pannello illustrativo presente ai musei di Milano e Besano, in particolare per quanto riguarda il cranio e gli arti anteriori; per le ossa mancanti da queste ricostruzioni (sostanzialmente quelle della parte posteriore del corpo) ho fatto riferimento a scheletri di Allosaurus, dal momento che Sinraptor è considerato più ‘gracilino’ di Saltriosaurus [v. 2]. In colore più scuro sono evidenziati i frammenti di ossa fossili effettivamente ritrovati (si può notare che si tratta di una parte decisamente incospicua dello scheletro). La celebre furcula (v. sotto) non è visibile in visione laterale, in quanto nascosta dalle ossa del cinto pettorale e dell’arto anteriore.
Mi perdonino i paleontologi per le inesattezze sicuramente presenti!

Ma che cos’ha questo dinosauro di così figo, oltre ovviamente al fatto che
1) è il terzo dinosauro ritrovato finora in Italia,
2) è il più grande dei dinosauri ritrovati finora in Italia,
3) è un Teropode (= dinosauro carnivoro = fa un sacco scena col grande pubblico),
4) è veramente un gigantesco carnivoro del Giurassico, e quindi fa molto più ‘Jurassic Park’ rispetto al cretacico e piccolo Ciro,
…cos’altro avrà di così figo, dicevamo? [e nel dirlo, attenzione, scivoliamo da una visione più da “cultura di massa” a una un po’ più scientifica].
Beh: esattamente come i suoi due predecessori nell’elenco dei dinosauri rinvenuti in Italia [4], il Saltriosauro si è rivelato un unicum a livello mondiale. In questo caso in particolare, la “lucertola di Saltrio” ha infatti consentito almeno due importanti considerazioni:
5) permette di retrodatare la comparsa dei Tetanuri di almeno 20 milioni di anni (e scusate se è poco). I Tetanuri sono quel gruppo di dinosauri Teropodi dal quale sono discesi i Carnosauri (due per tutti: Allosauro e Carnotauro) e i Celurosauri (due per tutti: Tirannosauro e Velociraptor), questi ultimi – i Celurosauri – progenitori dei moderni uccelli. Fino a prima della scoperta del Saltriosauro si pensava che gli unici Teropodi esistenti così indietro nel tempo fossero i Ceratosauri, dei dinosauri carnivori più ‘primitivi’ appartenenti a un diverso ramo dell’albero filogenetico dei Teropodi. È stato possibile stabilire tutto ciò per via del ritrovamento della furcula, lo stesso osso noto come “ossicino del desiderio” nel pollo, una struttura ossea che i moderni uccelli hanno ereditato proprio dai Teropodi Tetanuri, loro diretti antenati. Il Saltriosauro è quindi la specie più antica [finora rinvenuta] del suo gruppo. Non solo: se gli studi confermeranno un’affinità del Saltriosauro in particolare con gli Allosauridi, esso risulterà anche il più antico Carnosauro.
6) dà un certo contributo per la comprensione della geografia di questa zona del mondo nel Giurassico inferiore: fino a non molto tempo fa, si pensava che in questa zona, tra Triassico e Giurassico, si trovasse solamente un pezzo di oceano con sporadici isolotti vulcanici, atolli e piattaforme carbonatiche, ma un’isola o un arcipelago di isole non avrebbero ragionevolmente potuto sostenere la presenza costante di carnivori lunghi 8 metri (e delle loro prede). È quindi probabile una presenza di terre emerse più consistenti di quanto si pensava in precedenza, almeno in quel periodo.

lavinimarco1

Impronta tridattila di Teropode ben visibile a lato del principale sentiero che attraversa il sito dei Lavini di Marco (v. sotto). Generalmente le impronte tridattile rinvenute nel sito vengono attribuite a dei Ceratosauri, ma chissà che almeno alcune non possano invece essere il segno del passaggio di un Saltriosauro, o di un suo parente, su una spiaggia giurassica…

A corroborare l’ultimo ragionamento possono contribuire anche le celeberrime piste di dinosauri dei Lavini di Marco, presso Rovereto (Trento). Qui, nel 1988, furono rinvenute inizialmente da Luciano Chemini quelle che poi si scoprirono essere intere piste di orme lasciate da dinosauri di diversi tipi (Sauropodi, Ornitopodi e perfino alcuni Teropodi con piedi a tre dita). Il calcare dei Lavini di Marco è suppergiù coevo alle rocce di Saltrio da cui sono state estratte le ossa di dinosauro, perciò la supposizione di una terra emersa di proporzioni molto più che insulari nel Nord Italia del Giurassico inferiore non è poi così peregrina. Anche se [per ora] non ci sono prove che in quel periodo l’area dell’attuale Rovereto fosse in qualche modo collegata all’area dell’attuale varesotto.
Ma anche in Lombardia si è trovata qualche prova a sostegno, in una formazione rocciosa rinvenuta sulla sponta orientale del Lago Maggiore e datata come coeva a quella nella quale era fossilizzato il Saltriosauro; lì sono stati trovati fossili di grandi piante terrestri.

Ad ogni modo, per tornare alla notizia d’apertura, staremo col fiato sospeso (io, per lo meno) ad attendere di sapere se le nuove ossa di Saltrio si riveleranno veramente così sorprendenti, sperando che in quel caso possano magari contribuire a svelare nuovi particolari sul “Saltriosauro” – del quale spero così di poter migliorare la mia dilettantistica ricostruzione – o su qualche altro dinosauro che ha calcato le medesime terre emerse 200 milioni di anni fa. E sperando anche che non sia tanto rumore per nulla come quella volta del “cranio di dinosauro” nel Duomo di Vigevano


*** Note ***

[1] Dal calcare bituminoso triassico del Monte San Giorgio è stata estratta una fauna ricchissima di rettili (sia acquatici che terrestri) come il Besanosauro, il Mixosauro, il Tanistrofeo, il Notosauro, il Ceresiosauro, il Ticinosuco ed altri, che però non appartengono all’ordine dei Dinosauri ma ad altri gruppi di rettili estinti.

[2] C. Dal Sasso, 2001, Dinosauri Italiani, Marsilio Editori, Venezia, 256 pp.
v. anche: C. Dal Sasso, 2003, Dinosaurs of Italy, C R Palevol 2: 45-66.

[3] C. Dal Sasso, L. Magnoni & F. Fogliazza, 2001, Elementi di tecniche paleontologiche, Natura 91 (1): 1-36.

[4] “Ciro” (Scipionyx samniticus), cucciolo di un piccolo Teropode rinvenuto a Pietraroja (Benevento), è unico per l’eccezionale fossilizzazione che ha preservato le tracce di diversi tessuti molli che hanno consentito molte inferenze sulla vita dei dinosauri, mentre “Antonio” (Tethyshadros insularis), adrosauro rinvenuto presso il Villaggio del Pescatore (Trieste), è piuttosto particolare dal momento che sembrerebbe un caso di ‘nanismo insulare’ in una specie di dinosauro. E poi c’è il Saltriosauro, le cui molte qualità abbiamo osannato poco sopra. Decisamente un terzetto niente male per una nazione che fino a trent’anni fa si pensava non potesse ospitare resti di dinosauri!

Stavolta ringrazio il prof. Alberto Lualdi, dell’Università di Pavia, che oltre ad avermi prestato numeroso materiale sulla paleontologia lombarda (alla quale penso di essermi così appassionato in buona parte per colpa delle sue escursioni!) ha anche fatto parte del team di esperti che ha studiato il Saltriosauro subito dopo il suo ritrovamento, in qualità di sedimentologo.

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Si sente spesso dire che le migliori guide da campo sono quelle corredate da disegni (se fatti bene, ovviamente), piuttosto che quelle fotografiche, ed è una visione sulla quale mi trovo d’accordissimo. I motivi principali sono che (1) i disegni possono raffigurare meglio particolari importanti che magari sulle foto si notano poco, (2) un disegno può riassumere le caratteristiche tipiche di una specie meglio di foto di singoli individui che magari al momento in cui sono stati fotografati non le presentano tutte bene evidenti (‘la foto rappresenta un individuo, il disegno rappresenta la specie’), e (3) le tavole disegnate consentono generalmente di riportare meglio eventuali dettagli utili separati dalla figura principale. (Comunque, su questo argomento tornerò molto presto in un altro post).

Con questa prima recensione su “Naturalisti Impiccioni” intendo presentare una guida da campo che, a mio parere, rappresenta la classica ‘eccezione che conferma la regola’: si tratta infatti di un manuale sì illustrato da fotografie, ma in modo così completo da risultare bello ed utile quanto uno illustrato da buone tavole disegnate.

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Odonati d’Italia – guida al riconoscimento e allo studio di Libellule e Damigelle” è, come da titolo, una nuovissima guida da campo per l’identificazione degli Odonati italiani. Gli autori (Carlo Galliani, Roberto Scherini, Alida Piglia) sono tre appassionati entomologi e capaci fotografi che ormai da anni si sono specializzati nell’osservazione delle Libellule, che inseguono per tutta l’Italia, riuscendo a trovare anche le specie più rare. La loro attività, oltre che condotta in modo serio ed appassionato, è anche attenta all’ambiente e completamente rispettosa degli oggetti del loro interesse: non sono entomologi collezionisti, ma, come tanti altri appassionati, si limitano ad osservare e fotografare le specie nel loro ambiente naturale, tra l’altro con ottimi risultati.

La prima edizione dell’opera, pubblicata la scorsa primavera, è andata a ruba in pochi mesi, tanto che è stata presto ristampata una seconda edizione, che è già disponibile dall’inizio di questo mese. Il punto forte della guida, oltre ai testi chiari e concisi, sono ovviamente le moltissime fotografie, attentamente selezionate per unire alla bellezza dell’immagine nel suo complesso quell’efficacia didascalica indispensabile per una buona guida da campo; sono tutte realizzate da abili fotografi (principalmente dagli autori, ma, in piccola parte, anche da una dozzina di altri appassionati che hanno volentieri contribuito alla buona riuscita del libro), e non presentano solamente una visione d’insieme degli animali, ma, dove occorre, anche zoom su particolari utili all’identificazione. Ai testi e alle foto si affiancano piccole mappe che indicano la distribuzione regionale delle specie, mentre in capo al volume un’introduzione breve ma completa, particolarmente apprezzabile per i neofiti, introduce il lettore alla biologia degli Odonati. In sintesi, tutto un insieme di caratteristiche che ne fa un manuale senza dubbio all’altezza delle guide corredate da disegni, il cui comodo formato tascabile (21 x 14,5 cm) è la proverbiale ciliegina sulla torta.

Consideriamo infine che attualmente questa è la più completa guida da campo fotografica sugli Odonati utilizzabile nel nostro contesto zoogeografico, e soprattutto che è l’unica esistente pensata e realizzata in un’ottica esclusivamente italiana, ovverosia da italiani e per il territorio italiano. Quindi non solo una signora guida, ma anche una chicca per ora unica nel suo genere.

Il mio piccolissimo contributo all’opera è stato il disegno di alcuni schemi morfo-anatomici che nel capitolo introduttivo illustrano la terminologia ‘tecnica’ utilizzata in seguito nelle schede delle specie.

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Schemi morfo-anatomici delle larve di Zigottero (sinistra) e Anisottero (destra).

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Schemi morfo-anatomici degli insetti adulti (“immagini”) di Zigottero (sinistra) e Anisottero (destra).

Odonati d’Italia – guida al riconoscimento e allo studio di Libellule e Damigelle
di Carlo Galliani, Roberto Scherini & Alida Piglia
Edizioni Liberia della Natura, Milano, 222 pagine

Links
Qualche pagina del libro in anteprima
Carlo Galliani – sito e pagina facebook
Roberto Scherini – sito e pagina facebook

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Domani esce al cinema il sequel della serie dei “Jurassic Park” degli anni ’90. Una quindicina d’anni ci separa dall’ultimo film della ‘trilogia’, e in quel brevissimo – paleontologicamente parlando – lasso di tempo, la paleontologia ha fatto passi da Tirannosauro: le conoscenze si sono arricchite di particolari che riscrivono, in parte o addirittura totalmente, quello che si credeva di sapere sui giganti della preistoria.

Lo Spinosauro è ‘diventato’ acquatico e quadrupede. Il Brontosauro, da decenni relegato ad Apatosauro con sommo dispiacere di Gould [1] e Switek [2], è ritornato di colpo a chiamarsi Brontosauro (prodigi della tassonomia) [3]. L’Oviraptor (“rapitore di uova”), così battezzato perchè il primo esemplare era stato ritrovato su un nido pieno di uova ed era stato congetturato che le stesse predando, si è scoperto essere in realtà il genitore di quelle stesse uova (col senno di poi, non è bizzarro che la prima ipotesi di chi trova uno scheletro di dinosauro su un nido pieno di uova sia ‘è morto mentre predava le uova‘ piuttosto che ‘è morto mentre covava o proteggeva la covata‘!?). E il confine tra Dinosauri e Uccelli sembra rimescolarsi di continuo…ammesso che un confine esista, dato che, di fatto, gli Uccelli sono Dinosauri del ramo dei Teropodi[4], lo stesso di cui fanno parte l’Oviraptor di cui sopra e il terribile(?) Velociraptor.

Alcuni di questi aggiornamenti riguardano un altro Teropode, la celeberrima “lucertola tiranna”. Dagli albori della sua scoperta fino a qualche decennio fa, il Tyrannosaurus rex veniva rappresentato come un panzone dall’aria goffa e dallo sguardo un po’ imbambolato che se ne andava in giro strisciando la coda per terra. Ad onor del vero, fino ad un certo punto della storia della ‘dinosaurologia’, tutti i dinosauri sono stati rappresentati con la coda messa in quel modo illogico [5]. Oggi sappiamo – e da un bel pezzo – che il T-rex non si tirava dietro una coda strisciante, ma che la teneva ben sollevata da terra, a controbilanciare quel pesantissimo testone zannuto che si ritrovava; l’andamento del corpo risultava così più o meno parallelo al terreno. Ma questo lo sa anche la cultura di massa, perchè almeno in questo i film sono stati adeguati.

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La ricostruzione – oggi sappiamo errata – della postura di Tyrannosaurus rex illustrata nell’articolo in cui Henry Fairfield Osborn descrive la specie [Osborn H.F., 1905, Tyrannosaurus and other Cretaceous carnivorous dinosaurs, Bulletin of the American Museum of Natural History 21: 259-265]

Quello che molto probabilmente la cultura di massa ignora (e continuerà ad ignorare) è che le penne e le piume che siamo così abituati a vedere sugli ultimi discendenti dei dinosauri presenti oggi tra noi (gli uccelli, vi ricordo), in realtà ornavano anche una buona percentuale del corpo del Velociraptor e dell’Oviraptor, e non solo il celebre ‘primo uccello’ Archaeopteryx. Queste (proto)piume, non ancora ben strutturate come le moderne penne e piume, erano molto probabilmente presenti (almeno su parte del corpo) anche in gran parte degli altri Teropodi, che non erano quindi dei giganti completamente squamosi, incluso il più famigerato e temuto carnivoro terrestre di tutti i tempi.

Siamo abituati a considerare le penne come strumento nato per il volo, ma ci sbagliamo: pare infatti che la loro origine le veda come strumento funzionale ad una migliore termoregolazione. Occorre notare qui che le penne derivano dalle squame, perciò squama e penna sono due strutture che, parlando in termini di anatomia comparata, sono “omologhe”, cioè si corrispondono, perciò dove ci sta una non ci può stare l’altra. Se vogliamo verificarlo speditamente, ci basta osservare il dinosauro Teropode a noi più familiare e più utile, ovverosia la gallina: solo squame sulle zampe e solo penne sul resto del corpo, i due elementi non si sovrappongono mai (nel senso che nel punto della pelle in cui si inserisce una penna non ci può essere una squama; che poi le penne siano lunghe e possano arrivare a coprire in parte le zampe squamate è chiaro, ma quello è concettualmente diverso).

Negli ultimi anni, diversi ritrovamenti di fossili con tracce evidenti di piume e protopiume hanno portato a pensare che la presenza di tali strutture fosse molto ampia, perfino generalizzata, tra i dinosauri. Inizialmente, con la scoperta di Dilong paradoxus [6], si è congetturato che le piume fossero presenti in genere sui Teropodi di piccola taglia (come il già citato Velociraptor), ma in seguito la scoperta di Yutyrannus huali [7] ha confermato che anche nei Teropodi di maggiori dimensioni erano presenti almeno quelle protopiume lanuginose caratterizzate da una struttura più semplice di quella delle penne che conosciamo oggi. Poi alcuni paleontologi hanno un po’ strafatto, ipotizzando addirittura che anche nei Sauropodi (il gruppo che include i giganti come Brachiosauro e Diplodoco, che, insieme ai Teropodi, fanno parte del ramo dei Saurischi) e perfino negli Ornitischi (l’altro ramo dell’albero genealogico dei dinosauri, che include Triceratopi, Stegosauri e Iguanodonti, per dirne tre) le penne fossero molto diffuse [8], ma sono stati recentemente ridimensionati [9].

Lo stranoto T-rex a cui accennavamo prima, comunque, è un Teropode e un parente abbastanza stretto di Yutyrannus huali; tanto è bastato per affibbiare anche a lui la sua dose di piumaggio. Gli irriducibili sostenitori dell’immagine del Tirannosauro squamoso e gibboso hanno contrattaccato sostenendo che Yutyrannus huali viveva in climi più freddi rispetto al T-rex, e quindi il piumino lanuginoso gli sarebbe servito per la termoregolazione, cosa di cui il T-rex, vivendo in climi più caldi e umidi, non avrebbe avuto necessità. Come spiegazione questa potrebbe anche reggere, ma tutte le altre obiezioni assolutistiche all’ipotesi del piumaggio nei Tirannosauri sono piuttosto debolucce [10]. Qualcuno ha concesso che del piumino da…pulcino potesse essere presente nei cuccioli, ma che poi sparisse con lo sviluppo; sulla base di cosa sia nata una simile supposizione, è difficile da dire.

Come sarà stato questo piumaggio? Ammesso che l’avesse (il fatto che sia molto probabile non ne garantisce la certezza assoluta, ovviamente – ma le probabilità sono molto forti), allo stato attuale delle conoscenze si possono solo fare delle ipotesi. Possiamo provare ad immaginarcelo, possibilmente evitando questi consigli volutamente sarcastici (se sapete l’inglese vale la pena di aprire il link per farvi due risate) [11]. Nelle ricostruzioni che circolano in rete – alle quali aggiungo un mio vergognoso contributo che riassume le posizioni più estreme e la loro più verosimile via di mezzo – si va da lucertoloni con chiazze di piume lanuginose sparse qua e là a veri e propri batuffoloni di piume, passando per ricostruzioni con una moderata estensione di piumaggio sulla parte dorsale del corpo, che è la versione che potrebbe essere quella più plausibile.

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Un breve riassunto delle varie ‘versioni’ di T-rex dalla sua scoperta ad oggi

Ovviamente non si potrà avere la certezza che il T-rex fosse o no un batuffolone di piume almeno finché non si troverà qualche prova fossile a sostegno, per cui fino ad allora questo rientra semplicemente tra le possibilità. Come per il gatto di Schrödinger [12], che è sia vivo che morto finché non si compie un’osservazione, il nostro Tyrannosaurus sarà sia completamente squamato, sia rivestito almeno in parte di lanugine, sia quasi completamente piumato finché non potremo compiere l’osservazione che attesti la sua vera condizione, grazie ad un ritrovamento fossile particolarmente fortunato che, speriamo, prima o poi avvenga.

Con ancora più prove e inferenze a sostegno è che penne e piume facessero bella mostra di sè su altri Teropodi più vicini alla linea che ha portato ai moderni uccelli, come ad esempio nei Velociraptor (altra falla di “Jurassic Park“: quelli che la serie di film ha portato alla ribalta come Velociraptor, sono in realtà un miscuglio con il Deinonychus, una specie simile ma di taglia maggiore, pari a quella che vediamo appunto nei film; l’autentico Velociraptor aveva invece più o meno la taglia di un tacchino. L’unghione sarebbe comunque stato sicuramente fastidioso, ma l’animale nel complesso sarebbe stato molto più gestibile e meno letale per i nostri eroi cinematografici, che avrebbero tranquillamente potuto usarlo per la versione di Isla Nublar del Thanksgiving Day).

Il dibattito è più che mai aperto, e sempre pronto a venire modificato da ogni nuova scoperta rilevante in proposito. Quello che non credo si modificherà è il disappunto degli amanti della paleontologia – quella vera, non quella sensazionalistica da kolossal cinematografico – nel constatare come in questo nuovo film non-così-Giurassico [13] nessuno si sia curato di aggiornare l’aspetto dei dinosauri (e qui la lamentela sul piumaggio è solo una tra le tante fattibili). Evviva il marketing: i Raptor e il T-rex farebbero ancora così paura e attirerebbero ancora così tanto l’attenzione una volta ricoperti di piume lanuginose o rivestiti da uno sgargiante piumaggio da pappagalli esotici? Probabilmente no. Probabilmente un pulcino di 6 tonnellate con zanne di una ventina di centimetri risulterebbe più grottesco che terrificante in una qualsiasi sequenza che includa ruggiti, inseguimenti nella jungla e smembramenti vari.

Allora tanto vale rassegnarsi al fatto che, ancora una volta, della Scienza venga preso in modo approssimativo solo quello che serve a far soldi. E poi, in fin dei conti, se ci tenete al rigore scientifico e volete vedere un film che metta ansia, che sia ambientato ai giorni nostri e che includa dei dinosauri rappresentati in modo verosimile e appropriato al contesto, non dovete fare altro che inserire nel lettore dvd “Gli Uccelli” di Alfred Hitchcock.


*** Note ***

[1] S.J.Gould, 2008, “Bravo Brontosauro”, in “Bravo Brontosauro” (3a edizione), Feltrinelli, 270 pp.

[2] B. Switek, 2014, “Il mio amato Brontosauro“, Codice Edizioni, 272 pp.

[3] I cambiamenti nomenclaturali di Brontosauro/Apatosauro sono un po’ lunghi da spiegare qui, e si trovano esposti molto bene in [1] e [2]; il lavoro che ha restaurato il nome Brontosaurus, recentissimo e quindi non ancora contemplato nei due saggi di cui sopra, è: Tschopp E. et al., 2015, A specimen-level phylogenetic analysis and taxonomic revision of Diplodocidae (Dinosauria, Sauropoda), PeerJ 3:e857

[4] Gli Uccelli discendono direttamente da un ramo dei Dinosauri Saurischi Teropodi.

[5] Come fa notare Andrea Cau nel suo blog, c’era anche un motivo di ordine pratico che avrebbe dovuto far sì che i paleontologi d’inizio novecento si facessero delle domande: secondo il modello della ricostruzione arcaica con la coda a penzoloni, infatti, ci sarebbe stata un’eccessiva compressione sull’indispensabile sbocco posteriore dei tre importantissimi apparati digerente, escretore e genitale!

[6] Xu X. et al., 2004, Basal tyrannosauroids from China and evidence of protofeathers in tyrannosauroids, Nature 431: 680-684.

[7] Xu X. et al., 2012, A gigantic feathered dinosaur from the Lower Cretaceous of China, Nature 484 (7392): 92-95.

[8] Godefroit P. et al., 2014, A Jurassic ornitischian dinosaur from Siberia with both feathers and scales, Science 345 (6195): 451-455.

[9] Barrett P.M. et al., 2015, Evolution of dinosaur epidermal structures, Biology Letters 11 (6).

[10] Per diverse informazioni sui Teropodi ho attinto al fantastico blog “Theropoda” di Andrea Cau, sul quale ero finito per caso proprio cercando fonti mentre scrivevo questo post. Consigliatissimo a chiunque sia interessato ad approfondire seriamente la conoscenza dei dinosauri!

[11] How (not) to draw feathered dinosaurs

[12] Ma veramente c’è qualcuno che ancora non conosce il paradosso del gatto di Schrödinger?!

[13] Altra falla (finiremo mai di elencarne?): T-rex, Velociraptor, il Mosasauro del nuovo film (che nemmeno era un dinosauro, ma semplicemente un rettile preistorico acquatico) e altri protagonisti di questa serie di film, in realtà non erano per niente giurassici, essendo vissuti nel Cretaceo, svariati milioni di anni dopo la fine del Giurassico.

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Dopo averlo lasciato in sospeso per più di tre anni, inizio finalmente a scrivere su questo blog creato per me da un mio carissimo amico (perché io non mi ero mai preso la briga di farlo, e quindi, dopo avermi spronato più volte a decidermi, ci aveva pensato direttamente lui).

Sono un naturalista (per corso di studi), faccio del mio meglio per essere un buon naturalista (come comportamento e come divulgatore) e spero un giorno di diventare un naturalista (come figura professionale). Tramite questo blog vorrei condividere riflessioni ed approfondimenti personali sulle più recenti news e curiosità naturalistiche; una sorta di terreno di prova, dal momento che il mio obiettivo è diventare un buon divulgatore naturalistico, sperando di contrastare la triste tendenza secondo la quale al giorno d’oggi – a parte rari casi – la “divulgazione scientifica” per il grande pubblico in Italia rasenta livelli dai quali può solamente sollevarsi.

L’intento principale è che parte di quello che scriverò in futuro su questo blog sia un tentativo di sensibilizzazione alle tematiche naturalistiche di attualità, con un occhio di riguardo per la situazione “di casa nostra”.

Un’altra delle motivazioni che mi spingono ad iniziare è quella di porre l’accento su quanta natura sia possibile vedere perfino nelle nostre zone così pesantemente improntate dall’impatto dell’uomo, se solo si è in grado di aguzzare la vista per vederla. Molti sono abituati a ragionare sulla natura in termini di “animali” (e riducendo il concetto di “animali” a “vertebrati”), senza minimamente pensare a quanta biodiversità si può trovare in un incolto in mezzo alla campagna coltivata, o in uno stagno; certamente meno che in una foresta pluviale, ma è comunque di più di quanta si creda.

Infine, ogni tanto farà capolino il mio amore per l’aneddoto: in secoli e secoli di scienza, chicche e curiosità si sprecano.

Ho poi il terribile vizio di argomentare quello che scrivo, per cui molto spesso spargerò note su note per dimostrare che non sto ciarlando di aria fritta. Poter verificare le fonti, specialmente al giorno d’oggi che la maggior parte delle fonti ufficiali sono a portata di clic, è una cosa molto importante, che però è quasi sempre lasciata perdere in nome del sensazionalismo e dell’approssimazione, preferendo fare affidamento su report altrui spesso decisamente dubbi o vaghi.

Mi perdoneranno, spero, i fan di Tinbergen, per aver preso a modello per la mia reinterpretazione proprio il suo operato di studioso del comportamento animale. La curiosità è un attributo fondamentale per essere dei buoni naturalisti, e dei buoni scienziati in generale; ma è anche vero che certi degli esperimenti di Tinbergen potrebbero sembrare delle mascalzonate dal punto di vista di osservatori esterni “non addetti ai lavori”. Al che ho pensato che in certi casi la curiosità rasentasse l’impiccioneria.

È giusto impicciarsi dunque, ma in senso buono: per cercare di capire adeguatamente le cose, per andare a fondo sulle questioni scientifiche senza accontentarsi della superficialità di trafiletti in cui il significato reale è stravolto dal filtro, quasi sempre malamente applicato, di un resoconto di quarta mano da parte di persone che non hanno capito un accidente di quello che hanno letto, ma lo riferiscono lo stesso (stravolto, per l’appunto).

Proprio da quest’immagine del naturalista che si “impiccia” dei fatti altrui per approfondire e capire meglio il mondo che ci circonda, è scaturita l’idea per il nome del blog. Benvenuti in quest’avventura di un naturalista…impiccione!

NatImpicc001

(Tanto per chiarire, la bestia nell’illustrazione non è un tacchino, ma un Gallo Cedrone. Si sa mai.)

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