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#tepaloso

#petaloso è il caso mediatico che ha tenuto banco la settimana scorsa.
Ricapitoliamolo:
– un bambino di otto anni, in un compito, inventa la parola ‘petaloso’;
– la maestra, avendo sagacemente colto le potenzialità della parola, scrive all’Accademia della Crusca per un parere;
l’Accademia della Crusca risponde che la parola è corretta secondo le regole della lingua italiana e che addirittura potrebbe entrare nel vocabolario se cominciasse a venire usata regolarmente e da molte persone (secondo la sempre valida consuetudine che “è l’uso a fare la lingua”, particolarmente preoccupante nell’era dei ke, degli un pò e dei massacri di congiuntivi);
– #petaloso impazza e diventa virale sui social network;
– varie pagine naturalistiche precisano che il fiore portato come esempio sia nella lettera della Crusca che su un post del National Geographic – la margherita – è fuori luogo, per motivi che saranno meglio discussi più avanti;
– la rettifica #margheritosa si diffonde (anche se non diventa virale quanto la notizia in sè);
– intanto si scopre anche che ‘petaloso’ era già stato usato secoli fa (che è una sorpresa solo per chi non conosce il latino e la logica dei tassonomisti, ma anche di questo se ne parla più avanti);
– siccome c’è sempre qualcuno che ne sa di più degli altri, da più parti i botanici vengono invitati a ‘non rompere le scatole’;
come sempre accade con questo genere di cose, così velocemente come è esploso il caso scema, lasciandosi dietro anche qualcosa di divertente.
[A questo link una sorta di ‘critica alle critiche’ che condivido appieno e che consiglio di leggere]

Ho aspettato che il clamore si smorzasse – e come sempre capita in questi casi è bastato pochissimo tempo – per tirare in santa pace (e con un po’ di materiale da commentare) le fila della faccenda dopo che il vortice è passato e ha lasciato sedimentare commenti e articoli della schiera di parolai che hanno assolutamente voluto dire la loro sulla questione (ma, d’altronde, non ne faccio forse parte anch’io, ora?).
Perché a un naturalista dovrebbe interessare una vicenda più che altro linguistica? Beh, ma perché coinvolge la botanica, natural(istica)mente!

Già la settimana scorsa, ‘stando sul pezzo’, ho provato a dare il mio piccolo contributo alla precisione scientifica dalla pagina facebook del Platypo, in collaborazione con uno degli altri matti che scrivono là insieme a me:
Il piccolo Matteo s’è inventato una parola (#petaloso) per definire i fiori con tanti petali e l’Accademia della Crusca ha ratificato che la parola è corretta in quanto coerente con le regole dell’italiano (e, attenzione, non che è stata automaticamente aggiunta al novero delle parole della nostra lingua, ma che lo sarà nel caso in cui entri nell’uso comune!), e questo credo ormai lo sappia chiunque sia iscritto a un social network, visto quanto è circolata la notizia.
Purtroppo però l’esempio che è stato abbinato al neologismo nella lettera della Crusca – la margherita – è totalmente fuori luogo, e non perché la parola inventata da un bambino di otto anni non possa andar bene per indicare la moltitudine dei petali di un fiore (anzi, secondo me ci sta benissimo), ma perché quelli bianchi, quelli che tutti almeno una volta abbiamo strappato uno a uno facendo m’ama – non m’ama, non sono petali ma sono fiori fatti e finiti! […]
La margherita – e tutte le piante appartenenti alla famiglia delle Composite, dette anche Asteracee – sono caratterizzate da queste infiorescenze…composite (per l’appunto!) chiamate “capolini” o “calatidi”. I fiori laterali, disposti alla periferia dell’infiorescenza e detti “fiori ligulati” o anche “fiori del raggio”, hanno i petali completamente saldati tra di loro e sono molto appariscenti per attirare visivamente gli insetti impollinatori, mentre quelli che compongono la parte centrale del capolino, chiamati “fiori tubulari” o “fiori del disco”, molto più piccoli e con i petali saldati solo nella parte basale, sono quelli che producono più nettare per ingolosire questi utilissimi animali, che vi si tuffano e restano così cosparsi di polline.
Ma oltre alle Composite, tante altre famiglie di piante producono infiorescenze, per quanto magari meno complesse, che potrebbero essere scambiate per ‘fiori petalosi’: pensiamo alle ortensie, alle ombrellifere, ai giacinti, alle orchidee nostrane, ecc.
Quindi, se la parola entrerà davvero nell’uso comune (e visto il trambusto che si è scatenato sui social la cosa non è poi così da escludere), ricordatevi che si può usare per un sacco di altri fiori (rose, camelie, tulipani[1], ecc.), ma per le Composite no!

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A seguito delle precisazioni scientifiche fioccate da pagine e blog con ben più seguito del Platypo, non sono mancati certi detrattori ‘antiprecisini’ che, anche in modo grossolano, hanno espresso il loro dissenso (cito testualmente un caso tra i tanti: “la margherita è un fiore, non rompete i c*gli*ni”), addirittura accusando i ‘precisini’ di nuocere alla Scienza con la loro saccenza [2]; la critica alla forma può anche essere condivisibile, ma nel complesso il ragionamento resta errato: tra correggere gli errori con saccenza (sbagliato) e non correggerli del tutto (ancora più sbagliato!), c’è una via di mezzo che non è particolarmente difficile da immaginare: correggerli senza saccenza. Incredibile come possa essere sfuggita una soluzione di tale semplicità.
Scoprire che in effetti le margherite non sono fiori ma infiorescenze può sicuramente avere una ricaduta positiva sull’apprendimento della Scienza (e, per l’appunto, presentarlo in modo simpatico ed evitando la saccenza sarebbe opportuno; un po’ come abbiamo fatto, o almeno cercato di fare, sul Platypo), magari addirittura destare una sana curiosità per le scienze naturali e stimolare l’interesse per la botanica (vabbè forse adesso chiedo troppo…). Quindi perché non farlo!?
È comunque chiaro che non si è mai trattato di un rimprovero al buon Matteo, che, se non ha in casa un naturalista, è abbastanza difficile che a otto anni abbia una qualsiasi nozione di botanica diversa da una vaghissima infarinatura sulla fotosintesi clorofilliana, sempre che alle elementari la si studi ancora. Ammesso che l’esempio della margherita sia effettivamente farina del suo sacco: in effetti l’abbiamo letto sulla lettera di risposta della Crusca, ma cosa ci fosse sulla lettera mandata da lui e dalla maestra non è stato divulgato. Quindi, direi, limitiamoci a riconoscergli il merito di una parola sensata e, perché no, bella.

Poi, a sorpresa (o forse no), è saltata fuori una testimonianza vecchia addirittura di secoli sull’uso di petaloso (come ablativo di petalosus) in un trattato inglese di fine Seicento scritto in latino. Testimonianza che ovviamente è stata immediatamente ripresa un po’ da tutti, ma come se fosse l’unico precedente storico. Illusi. Devo dire invece che personalmente non mi sono per nulla sorpreso, e confido che valga anche per molti altri naturalisti e botanici avvezzi a consultare trattati antichi e polverosi.
Il latino petalosus è un aggettivo che si ritrova in diversi nomi scientifici, e non solo di piante [3]. Sì, perché il termine non rispetta solo le regole della grammatica italiana, ma anche quelle della grammatica latina, che è, dopotutto, sua antenata; per cui non è affatto improbabile che, da qualche parte nella storia della biologia, a un tassonomista, o a più tassonomisti indipendentemente, possa essere venuto in mente di coniare la parola per descrivere un organismo ‘petaloso’ [e infatti…3]. Sono abbastanza convinto che leggendo con attenzione lo Species Plantarum di Linneo – o un qualche altro trattato secolare e #paginoso – un altro ‘petalosus‘ (o anche più di uno) potrebbe saltare fuori; io non ho tempo, chi volesse cimentarsi lo trova qua.
[Ah, poi a questo punto certi ‘antiprecisini’ si sono di nuovo rivoltati, accusando i filobotanici di accusare dissennatamente un bambino di otto anni di aver copiato da trattati specialistici vecchi di secoli…ma vi pare!?]

[Grazie a Max e Alan, coautori del Platypo, che han portato alla mia attenzione una parte delle fonti di questo post, e a Bruna, che ha fatto scoccare la scintilla per #tepaloso[1]]


*** Note ***

[1] In realtà i tulipani (come le altre Liliacee e altri fiori ancora) non hanno dei petali ma dei tepali, ovvero delle strutture derivate dalla saldatura di petali e sepali (che fantasia nomenclaturale, i botanici…); si è trattato di un piccolo lapsus che ci ha permesso di lanciare il neologismo #tepaloso: anche noi vogliamo l’attenzione della Crusca, perdiana!
#tepaloso #sepaloso #liguloso #tubularoso

[2] Non linko la fonte perché il tono della polemica era piuttosto sgarbato. Lo so, è un elemento di soggettività un po’ poco scientifico, ma dopotutto siamo sul mio blog.

[3] Si ritrova per esempio nei nomi di alcuni organismi fossili (Endelocrinus petalosus, Crinoide rinvenuto in Texas; Toweius petalosus = Prinsius petalosus = Futyania petalosa, nannofossile calcareo rinvenuto in Alabama) ma anche di diversi attualmente viventi (Acrodactyla petalosa = Acrolichanus petalosa = Distomum petalosa, un platelminta parassita; Cuphea petalosa, una pianta delle Lythracee), segno che chi li ha battezzati conosceva benone la possibilità di formulare il termine, come grammaticalmente corretto, in latino.
[N.B. Ho visto in rete commenti in cui si invocavano alcuni di questi nomi proprio per dire che la parola esisteva già; solo che erano invocati un po’ a vanvera spacciandoli come nomi di piante (“ma certo, petalosa si riferirà per forza a una pianta con fiori con tanti petali, a cosa vuoi che si riferisca”), mentre in realtà, a parte l’ultimo caso, si tratta di tutt’altri organismi; e citandoli come se fossero una sequela di organismi diversi anche quando si trattava di nomi sinonimizzati, come ho evidenziato poco sopra. Vabeh.]

Il tè ticinese

Tranquillizzatevi: il ‘tè ticinese’ non è quello fatto con l’acqua del Ticino.
Ticinum è il nome latino di Pavia, da cui ticinensis per definire in modo aulico tutto ciò che è pavese, in primis l’Università. Parliamo di un tè ‘pavese’, quindi. E non si tratta semplicemente di un ‘metodo pavese’ per preparare il tè, bensì proprio di un tè interamente coltivato e lavorato a Pavia. Ma la pianta del tè non è originaria della Cina e coltivata là, in Giappone e in India, quindi in climi molto diversi, ben più caldi ed umidi rispetto alla Pianura Padana centrale?
Andiamo con ordine.

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Quel che rimane dell’aiuola con il “tè pavese” lungo il lato nord dell’Orto Botanico di Pavia, ottant’anni dopo la sperimentazione narrata qui di seguito.

Come sappiamo, la pianta del tè (Camellia sinensis), stretta parente delle piante preferite di Margherita Gautier, è la pianta che fornisce la materia prima per una delle bevande calde ad oggi più diffuse nel mondo. Tutti i tipi di tè (il verde, il nero, l’oolong…) derivano dalle foglie più giovani di quest’unica pianta, e a differenziarli è solamente il tipo di lavorazione alla quale vengono sottoposte le foglie una volta raccolte – ed eventualmente quello che viene aggiunto alle foglie lavorate, nel caso dei vari tè aromatizzati. Una torrefazione non preceduta dalla fermentazione delle foglie dà il tè verde, mentre la procedura più complessa che prevede appassimento, arrotolamento, frantumazione e fermentazione delle foglie prima della torrefazione dà il tè nero, e così via. Il tè verde risulta più amaro per via del maggiore contenuto di tannino, mentre la laboriosa lavorazione che porta al tè nero elimina molti principi amari e favorisce la formazione di sostanze aromatiche.

Nonostante alcune delle marche più note presentino un ‘tè indiano’, l’origine della bevanda non si trova in India, bensì in Cina; solamente nell’Ottocento gli inglesi riuscirono a portare la coltivazione del tè nei loro possedimenti indiani, svincolandosi così dalla necessità di acquistarlo dai cinesi. La storia di come il tè sia stato in qualche modo trafugato dalle zone di origine in Cina per conto degli inglesi è a suo modo avvincente, e coincide in gran parte con la biografia di Robert Fortune[1], un vero è proprio ‘cacciatore di piante’ al quale si deve il merito di essere riuscito a far arrivare in India una gran quantità di semi di tè vitali che pose le basi per le coltivazioni inglesi; ma la storia della coltivazione del tè da parte degli occidentali impegnerebbe non semplicemente un post intero, ma una intera monografia, per cui passiamo oltre.

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Piante di Camellia sinensis ticinensis all’epoca della coltivazione sperimentale di Pollacci negli anni ’30 [da [3]].

Come siamo arrivati alla selezione di una varietà ‘padana’ di pianta del tè? Il contesto storico è fondamentale per comprendere le ragioni alla base della caparbietà di questa sperimentazione.

Nel 1936 l’Italia conquistò l’Etiopia; a seguito di ciò, la Società delle Nazioni impose all’Italia pesanti sanzioni sulle importazioni e le esportazioni ed ebbe così inizio il periodo dell’autarchia, in cui sostanzialmente si pretendeva che il Paese stesso producesse da sè tutto ciò di cui aveva bisogno. Tale ottica perdurò anche dopo che le sanzioni vennero tolte, dal momento che tornava utile alla causa nazionalistica del regime fascista l’incoraggiare produzioni autoctone.

Vista la popolarità della quale il tè godeva ormai anche nel Bel Paese, la pianta da cui ottenere le preziose foglie non poteva non essere oggetto di studio per tentare di avviare una produzione di ‘tè autarchico’ su ampia scala.
Ovviamente l’interesse colturale della pianta era subordinato alla possibilità di coltivarla all’aria aperta: erano impensabili coltivazioni adeguate ad una produzione sistematica effettuate in serra!

Ad accogliere la sfida di sperimentare la coltivazione del tè nell’Italia settentrionale [2] fu il prof. Gino Pollacci (1872-1963), all’epoca direttore dell’Orto Botanico di Pavia. Piante di Camellia sinensis erano già presenti lì in un’aiuola posta in posizione molto riparata sia dalla luce che dal vento fin dal 1890, quando vi erano state messe a dimora dal prof. Giovanni Briosi; tuttavia, nella stagione invernale questa aiuola veniva in pratica rinchiusa in una sorta di serra montabile [3], perciò non si poteva effettivamente considerare come una coltivazione all’aria aperta.

A partire dal 1928, Pollacci eliminò l’utilizzo dei ripari invernali per verificare se le piante riuscissero a sostenere le temperature più basse. Selezionando e facendo riprodurre lungo gli anni le piante che erano man mano sopravvissute ai rigori degli inverni pavesi e le loro discendenti, Pollacci arrivò ad ottenere una varietà resistente al clima padano che chiamò per l’appunto ticinensis, in onore alla città in cui essa era stata sviluppata grazie ai suoi sforzi di coltivatore [3].

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Piante di Camellia sinensis ticinensis, rigogliosissime in pieno inverno negli anni ’30 [da [3]].

In effetti questa varietà si è talmente bene adattata al clima locale che ancora oggi sotto alle poche piante che vengono mantenute nell’aiuola originaria, a ridosso del lato settentrionale dell’edificio, si possono vedere ogni anno grandi quantità di plantule germogliate del tutto spontaneamente sotto alle piante madri.

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Piantine alla base delle piante madri; febbraio 2016.

Stando alle analisi dei principi chimici effettuate in laboratorio da Pollacci e Gallotti, parrebbe che il tè ticinese non abbia proprio nulla o quasi da invidiare alle più universalmente note varietà asiatiche: la percentuale di teina contenuta risultava più o meno comparabile. Sembra però che le qualità organolettiche non fossero altrettanto apprezzabili, per cui del progetto di estendere su larga scala la coltivazione del tè ticinensis alla fine non se ne fece nulla.

Di questo tentativo di produzione del tè su larga scala in Lombardia rimangono ormai solamente una mezza dozzina di piante di Camellia sinensis var. ticinensis che, verso la fine dell’estate, rallegrano con i loro fiori candidi l’ombroso lato settentrionale dell’Orto Botanico di Pavia.

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Frutti aperti, alcuni con ancora qualche seme; febbraio 2016.


*** Note ***

[1] Robert Fortune – in: M. Gribbin & J. Gribbin, 2009, Cacciatori di Piante, Raffaello Cortina Editore, 350 pp.

[2] A dire il vero, come ricorda lo stesso Pollacci [3], la coltivazione del tè all’aria aperta – solamente su piccola scala – era stata tentata nell’Italia settentrionale anche in precedenza, nella regione dei laghi lombardi (a Pallanza e sulle Isole Borromee sul Lago Maggiore), ma all’esito positivo di questa sperimentazione non era stata data risonanza. Negli Orti Botanici di Torino e Padova, invece, le piante all’aria aperta crescevano male e non fruttificavano.

[3] G. Pollacci & M. Gallotti, 1940, Acclimatazione del tè in Italia, Atti dell’Istituto Botanico e del Laboratorio Crittogamico dell’Università di Pavia, serie 4, 12: 3-29.

III. Dall’Erbario all’Arte

L’illustrazione scientifica non è un’aggiunta visiva piacevole ma non necessaria alla Scienza, bensì uno strumento che col passare del tempo è divenuto sempre più indispensabile non solo per i professionisti, ma anche in un’ottica di Citizen Science; pensiamo solo alle guide da campo!
Organismi incospicui come i licheni possono essere ritratti accuratamente solo mediante un’attenta osservazione condotta in laboratorio su esemplari essiccati…

Gli exsiccata nell’illustrazione scientifica
Tutte le illustrazioni presenti sulle più note flore lichenologiche europee (ad esempio: Les Lichens: Etude Biologique et Flore Illustrée, di P. Ozenda & G. Clauzade (1970); Likenoj de Okcidenta Europo: ilustrita determinlibro, di G. Clauzade & C. Roux (1985); Flora Liquenologica Iberica di AA.VV. (2003-in prosecuzione)), per ovvi motivi di comodità ed efficacia didascalica, sono tratte da exsiccata.
Meritano una menzione in particolare i 10 volumi della serie Natural History of the Danish Lichens di Olaf Galløe (1881-1965), lichenologo danese. Galløe disegnò, e in molti casi dipinse a colori, ben 1397 magnifiche tavole raffiguranti sezioni microscopiche e campioni macroscopici di quasi tutte le specie licheniche note all’epoca in Danimarca, abbinando un’assoluta precisione scientifica ad una capacità artistica non comune. Tutti i disegni presentati in tali tavole sono tratti da exsiccata del suo erbario. Il volume sulle Cladonie conta 194 tavole.

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Olaf Galløe,
Cladonia coccifera, da Natural History of the Danish Lichens, vol. IX, tav. 50.

Torniamo ora alle Cladonie, che, per la loro morfologia molto varia e spesso stravagante, sono un ottimo soggetto artistico – non solo per l’illustrazione scientifica, ma anche per quella astratta: pensiamo per esempio alle Cladonie che compaiono in un’opera di Escher!

Dagli exsiccata all’illustrazione, dalle illustrazioni alla pubblicazione divulgativa: le Cladonie di Dario Passadore
Nella prima metà degli anni Novanta, il prof. Pier Luigi Nimis dell’Università di Trieste inviò alla prof.ssa Mariagrazia Valcuvia Passadore, all’epoca lichenologa all’Università di Pavia, due scatole contenenti un’ottantina di exsiccata comprensivi di tutte le specie e sottospecie di Cladonia presenti in Italia (77 taxa in totale). L’idea alla base del progetto era di illustrare tutte queste specie per scrivere una monografia sulle Cladonie italiane.
Delle illustrazioni si occupò il dott. Dario Passadore, marito della prof.ssa Valcuvia, capacissimo pittore: in due anni di paziente lavoro, realizzò 74 eleganti tavole a tempera su cartoncino nero in formato 40 x 30 cm raffiguranti tutte le specie inviate dal prof. Nimis.
Oltre alle Cladonie, Passadore dipinse molti altri licheni, generalmente basandosi su exsiccata raccolti e determinati dalla moglie; alcune di queste tavole vennero esposte in una mostra e comparvero su cartoline diffuse dall’ARPA Piemonte negli anni Novanta.
Il progetto della monografia sulle Cladonie italiane è rimasto quiescente per più di vent’anni, ma è stato recentemente ripreso ed è attualmente in lavorazione.
La pubblicazione, ora impostata con un taglio divulgativo, seppure naturalmente scientificamente accurata, è prevista per il 2017.

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Dario Passadore,
Cladonia coccifera, tempere su cartoncino.

Bibliografia
Galløe O., 1927-1929-1932-1932-1936-1939-1948-1950-1954-1972, Natural History of the Danish Lichens: new investigations based upon new principles, H. Aschehoug & co., Copenhagen, 10 voll.

Ringraziamenti
Ritengo doveroso in questa sede ringraziare tutto il personale della Biblioteca di Ecologia del Territorio, e in particolare coloro che hanno messo a disposizione i locali e collaborato all’allestimento dell’esposizione (della quale quella lichenologica era, lo ricordo, solo una parte), Laura e Beatrice che hanno recuperato e pulito tavole didattiche e testi antichi e la dott.ssa Anna Bendiscioli che mi ha coadiuvato nella presentazione del materiale esposto, e la prof.ssa Silvia Assini che ha appoggiato ed incoraggiato la mia proposta di valorizzazione delle collezioni lichenologiche dell’Erbario pavese.

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II. Dall’Erbario alla pubblicazione scientifica

Per affrontare questo passaggio ci discostiamo momentaneamente dal tema ‘Cladonia‘; ho infatti voluto cogliere l’occasione di questa esposizione per mostrare anche un’autentica chicca dell’erbario pavese che, oltre a sottolineare nuovamente l’elevato valore non solo scientifico ma pure storico-culturale di alcune collezioni lichenologiche, ci consente anche una digressione sul ruolo delle donne nella Scienza all’inizio del secolo scorso. Tutto ebbe inizio proprio qui, all’Orto Botanico di Pavia, più di un secolo fa…

Eva Mameli Calvino
Eva Giuliana Luigia Evelina Mameli nacque a Sassari il 12 febbraio 1886 da una ricca famiglia imparentata con l’autore dell’inno nazionale d’Italia. Si laureò in Matematica a Cagliari nel 1905 e in Scienze Naturali a Pavia nel 1907; avendo trovato a Pavia un ambiente favorevole per i suoi interessi botanici, rimase come assistente volontaria presso il Laboratorio Crittogamico, allora diretto dal prof. Giovanni Briosi, dove si interessò di patologia vegetale e lichenologia, svolgendo ricerche in diversi campi e rivestendo il ruolo di Assistente di Botanica nell’anno accademico 1911-1912. Nel 1915, prima donna in Italia, ottenne la libera docenza in Botanica.
Nel 1920, Mario Calvino, che aveva creato e dirigeva una stazione di agricoltura sperimentale a Santiago de las Vegas (Cuba) dal 1917 e necessitava di un esperto in genetica delle piante, venne in Italia per un convegno di botanica e ne approfittò per chiederle di sposarlo (!); lei accettò (!!) e lo raggiunse a Cuba nella primavera di quell’anno.
Nel 1925 la coppia, che nel frattempo aveva avuto un figlio (Italo, che diventerà poi uno dei più celebri scrittori italiani del Novecento), rientrò in Italia, a Sanremo, dove Mario aveva assunto la direzione della Stazione Sperimentale di Floricoltura. Eva visse lì il resto della sua vita, sempre dedicandosi alla ricerca e allo studio anche dopo la morte di Mario, avvenuta nel 1951. Fu, tra le altre cose, una pioniera della conservazione della natura, battendosi per la protezione degli uccelli. Morì il 31 marzo 1978.
[Condensare in questo scarno paragrafo la biografia di una persona tanto formidabile è quasi insultuoso; presto le dedicherò lo spazio che merita!]

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I licheni foliicoli [1] di Eva Mameli Calvino
Particolarissima è la collezione che include i campioni di licheni foliicoli raccolti da Eva Mameli Calvino in America Centrale. Comprensivo di un centinaio di foglie colonizzate da licheni epifilli accuratamente essiccate e conservate in 37 buste, questo erbario include campioni raccolti tra il 1921 e il 1924 principalmente a Cuba e Rio de Janeiro.
L’erbario in questione venne donato all’Istituto dalla stessa Mameli Calvino, e fu accorpato nell’Erbario Crittogamico, dove si trova tuttora. Gli esemplari vennero identificati solamente negli anni Cinquanta da Piera Ricci, sotto la supervisione dei proff. Ruggero Tomaselli e Raffaele Ciferri (a loro volta interessati alla lichenologia in quel periodo), per la sua tesi di laurea; dalla tesi venne tratta una pubblicazione scientifica (v. bibliografia).

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Questo è il consueto procedimento con il quale si giunge alla pubblicazione scientifica partendo dall’indagine floristica: la raccolta di campioni che vengono poi essiccati e posti in erbario è quindi una parte fondamentale della ricerca, che consente una determinazione sicura (spesso difficile o addirittura impossibile sul campo) e la conservazione di campioni che possono essere ricontrollati a posteriori in caso di dubbi.

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L’affollato spazio espositivo dedicato a Eva Mameli Calvino: l’intero erbario di licheni foliicoli, di cui è esposto fuori dalla busta un solo esemplare per motivi di spazio, e due copie della pubblicazione scaturita dallo studio della collezione, una per mostrare il frontespizio e l’altra per mostrare le illustrazioni a confronto con gli schizzi abbozzati su alcune delle buste (probabilmente da Tomaselli?); a sinistra, fuori dall’inquadratura, è stato posizionato un suo ritratto giovanile.

Bibliografia
Ricci P., a. a. 1957/1958, Licheni foliicoli tropicali raccolti da Eva Mameli-Calvino, Tesi di Laurea, Università degli Studi di Pavia, Relatore: Prof. R. Ciferri.
Ricci P. & Tomaselli R., 1958, Licheni foliicoli raccolti da E. Mameli Calvino, Archivio botanico e biogeografico italiano 34 ser. 4, 3 (4): 254-262.

Note
[1] Sono definiti foliicoli o epifilli quei licheni che hanno come substrato di crescita le foglie delle piante vascolari caducifoglie. Si sviluppano soprattutto nelle foreste tropicali, dove le condizioni climatiche consentono alle foglie di tali piante di perdurare anche per diversi anni.

 

I. Il valore degli Erbari lichenologici storici dell’Università di Pavia

Nell’ambito del corso per operatori museali “Paesaggi Culturali” organizzato dalla Rete degli Orti Botanici della Lombardia, che si tiene nei prossimi giorni presso l’Orto Botanico di Pavia, è stata allestita nei locali della biblioteca un’esposizione dei materiali storici conservati nel dipartimento di botanica (attualmente ‘sezione di Ecologia del Territorio del Dipartimento di Scienze della Terra e dell’Ambiente’) e negli erbari (l’Erbario Vascolare e l’Erbario Crittogamico). Mi è stata data la ghiotta occasione di curare lo spazio espositivo relativo agli erbari lichenologici, ed ho quindi finalmente avuto modo di riportare alla luce collezioni veramente preziose delle quali nessuno o quasi rammenta l’esistenza nemmeno in dipartimento.
Questo post e i due che seguiranno si basano sul contenuto dei pannelli che ho redatto per illustrare l’esposizione.

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Le collezioni lichenologiche dell’Erbario Crittogamico dell’Università di Pavia
Nel complesso, l’Erbario Crittogamico dell’Università di Pavia (sigla ufficiale internazionale: PAV) ospita circa 10.000 exsiccata [1] di licheni, suddivisibili in diverse collezioni.
Tra gli erbari curati da lichenologi abbiamo quelli del prof. Santo Garovaglio (che include diversi exsiccata originali di Arnold, Flotow, Nylander, Schaerer), di don Giacomo Gresino (382 exsiccata per 369 taxa), del prof. Roberto Cobau (553 exsiccata per 551 taxa, raccolti da don Giacomo Gresino), di Emilio Rodegher (128 exsiccata), di Guglielmo Gasparrini (163 exsiccata per 134 taxa), quello di licheni foliicoli di Eva Mameli Calvino (37 buste in cui sono presenti exsiccata per 31 taxa), quello curato dal prof. Ruggero Tomaselli (che incude 970 exsiccata per 780 taxa, per la maggior parte appartenenti a un gran numero di collezioni storiche che Tomaselli ha smembrato per costituire l’Erbario Crittogamico Pavese; a causa della quasi totale mancanza di annotazioni in merito, risulta quasi sempre impossibile risalire a quali campioni provengano da quali raccolte classiche e quali siano invece una sua aggiunta) e, infine, quello curato dalla prof.ssa Mariagrazia Valcuvia Passadore (la cui sezione principale, ‘l’erbario lichenico lombardo’, è composta da circa 3200 exsiccata raccolti tra gli anni Settanta e il 2011).
Tra le raccolte di exsiccata classiche si possono ricordare Lichenotheca italica di Garovaglio (40 decadi), Lichenes Longobardiae di Garovaglio (3 decadi in 43 scatole), Kryptogamische Gewächse di Funck (42 scatole), Cladoniae Europaeae Exsiccatae di Rabenhorst (39 specie in 2 pacchi), Lichenes Exsiccati di Reichenbach e Schubert (150 esemplari in 6 fascicoli), Lichenes Selecti Germanici di Körber (120 esemplari in 2 fascicoli) e l’Erbario Crittogamico Italiano della Società Crittogamologica Italiana (2 pacchi).

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Come ‘filo conduttore’ di questa piccola esposizione ho scelto il mio genere lichenico preferito: Cladonia. Non si tratta tuttavia di una scelta lasciata puramente al gusto personale: le Cladonie (77 tra specie e sottospecie presenti in Italia, un centinaio in Europa, circa 500 in totale nel mondo) si prestano bene alla didattica, in quanto si tratta di macrolicheni piuttosto appariscenti, facili da notare e in una certa misura anche da identificare (per lo meno a livello di genere o gruppo sovraspecifico), molto diffusi su un gran numero di substrati e anche definibili ‘belli’ secondo un gusto estetico condivisibile. Le Cladonie hanno anche dei ruoli ecologici molto importanti, che ho già in parte sottolineato nel post natalizio dell’anno scorso.
Tra gli erbari storici che era possibile esporre, ho quindi deciso di dare una rispolverata alle ultracentocinquantenarie
Cladoniae di Rabenhorst, le cui copie in possesso dell’Erbario Crittogamico pavese sono piuttosto ben conservate e, per quanto di dimensioni centimetriche, significativamente appariscenti (…anche l’occhio vuole la sua parte…!).

Cladoniae Europaeae Exsiccatae
Tra l’Ottocento e il Novecento era pratica assodata che i maggiori esperti nei diversi campi della crittogamia assemblassero erbari, comprensivi tanto di descrizioni delle specie quanto di veri e propri exsiccata raccolti e preparati in serie, che venivano poi diffusi tra le istituzioni (Università e Orti Botanici) che ne facevano richiesta.
In questa prospettiva si colloca la raccolta delle Cladoniae Europaeae Exsiccatae (Cladonie europee essiccate) del prof. Gottlob Ludwig Rabenhorst (1806-1881), pubblicata a Dresda nel 1860 e comprensiva di 39 specie appartenenti al genere Cladonia. È assai probabile che la copia in possesso dell’Orto Botanico di Pavia sia stata acquisita dal prof. Santo Garovaglio (1805-1882), insigne botanico e lichenologo che fu direttore della struttura dal 1852 fino alla sua morte e che molto si adoperò per accrescerne le collezioni e il prestigio.

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Che valore hanno gli exsiccata così antichi?
Scientifico: si tratta di materiali importantissimi come riferimenti per identificare nuovi esemplari e per la conoscenza e lo studio della distribuzione e della tassonomia delle specie. Gli exsiccata più antichi in particolare possono essere molto utili per studiare come è cambiata nel tempo la distribuzione delle specie: infatti su ogni cartellino è presente anche un’informazione sulla località in cui il campione è stato raccolto; confrontando queste informazioni con la distribuzione attuale, si possono fare inferenze su come diversi fattori di disturbo (antropizzazione, inquinamento, addirittura anche cambiamenti climatici) possono aver condizionato eventuali modificazioni dell’areale di queste specie.
Storico: trattandosi di esemplari antichi, essi costituiscono materiale importante nella storia della lichenologia e della Scienza in generale.
Culturale: la presenza di questi esemplari nell’erbario della nostra Università dimostra come già all’epoca Pavia fosse un centro di cultura scientifica piuttosto importante, dal momento che i botanici pavesi erano in contatto con i grandi esperti del loro tempo, con i quali scambiavano materiali importanti per lo studio dei loro campi d’interesse.

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Bibliografia
Anderi P. & Valcuvia Passadore M., 2006. Licheni lombardi dell’Herbarium Universitatis Ticinensis (PAV), Notiziario della Società Lichenologica Italiana 19: 118.
Rabenhorst G.L., 1860, Cladoniae Europaeae Exsiccatae, Dresda.
Valcuvia Passadore M. & Pavan Arcidiaco L., 1990. Le collezioni lichenologiche dell’Herbarium Universitatis Ticinensis di Pavia (PAV), Notiziario della Società Lichenologica Italiana 3 suppl. 1: 57-63.

Note
[1] Con il termine exsiccatum (plurale: exsiccata) si definiscono tutti gli esemplari di piante, muschi, licheni, funghi, alghe e myxomiceti conservati in un erbario dopo un processo di essiccamento. Spesso all’essiccamento è abbinata una compressione che fa sì che gli esemplari possano poi essere spillati comodamente sui fogli d’erbario e siano più facilmente consultabili ed osservabili; in passato tutti gli exsiccata venivano pressati, mentre oggi ormai lo si fa solo con le piante. I licheni che fanno parte delle collezioni più antiche sono quindi pressati, mentre quelli più recenti sono generalmente stati conservati con il loro aspetto tridimensionale originario. Inoltre, a differenza delle piante, i licheni vengono conservati in buste di carta senza essere spillati (mentre in passato venivano generalmente incollati ai fogli d’erbario con la ceralacca, o addirittura incollati dentro le buste di carta che venivano poi incollate o spillate ai fogli d’erbario).