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Archive for the ‘Uncategorized’ Category

Quando da bambino mi ammalavo, per riempire tutto quel tempo sottratto alla scuola a volte mamma mi leggeva alcune storie da uno dei due volumi delle “fiabe italiane” di Italo Calvino che avevamo in casa. In omaggio alla mia e a tutte le mamme del mondo, essendo oggi la festa della mamma, vorrei spendere due parole su una mamma-naturalista che, guarda caso, era proprio quella di Calvino.

Ho già accennato in passato a quanto fosse fenomenale questa donna dal carattere deciso e dalle sviluppatissime capacità scientifiche. La mia stima arriva al punto che ho inflitto all’intero laboratorio in cui lavoro – dove forse giusto un centinaio d’anni fa lei stessa si trovava spesso a passare – di avere affisso sulla parete un suo ritratto che ci osserva con quell’aria accigliata che la contraddistingueva già da giovane, come un santino scientifico che severamente ci sprona a fare del nostro meglio nella ricerca.

 

eva_mameli_calvino_ritratto

 

Se volessi semplicemente snocciolare la biografia di Eva Mameli (poi Mameli-Calvino), potrei banalmente aggiungere che nacque a Sassari nel 1886; che dopo la laurea in matematica conseguita a Cagliari nel 1905 decise di volere anche quella in Scienze Naturali, che conseguì a Pavia nel 1907; che il suo talento per la ricerca le permise di rimanere nel laboratorio crittogamico dell’ateneo pavese sotto la direzione di Giovanni Briosi, dove diventò assistente di Botanica nell’anno accademico 1911-1912; che fu la prima donna a conseguire la libera docenza in Botanica in Italia, nel 1915; che fu crocerossina presso l’ospedale allestito nel palazzo Ghislieri durante la Prima Guerra Mondiale; e così via, passando per un matrimonio improvviso, una permanenza di alcuni anni nel Sudamerica, la gestione della stazione sperimentale di floricoltura di Sanremo, per giungere infine alla scomparsa, in ormai tarda età, nel 1978.
E anche così frettolosamente dà già l’impressione di averne fatte di tutti i colori; non male, per un personaggio che forse nessuno o pochissimi di coloro che leggeranno queste righe aveva già sentito nominare in precedenza. Troppo spesso infatti la sua figura viene dimenticata, passando sotto silenzio all’ombra del più noto ed ingombrante nome del suo primogenito, il grande scrittore Italo Calvino, e del secondogenito, il geologo Floriano Calvino.

Si trattava effettivamente di una personalità molto particolare, non solamente dal punto di vista scientifico, ma anche da quello caratteriale.
Per dare un’idea del suo carattere può forse bastare il resoconto del suo matrimonio con Mario Calvino. Questi aveva avviato nel 1917 una stazione agronomica sperimentale a Santiago de las Vegas (Cuba), praticamente dall’altra parte del mondo. A un certo punto si trovò ad avere necessità di un esperto di genetica delle piante, e forse la soluzione migliore gli parve di sposarne una: approfittando di un viaggio in Italia per un convegno, chiese ad Eva di sposarlo (!) e lei accettò (!!). Il matrimonio fu celebrato per procura a Pavia nell’aprile 1920 e successivamente Eva raggiunse il marito a Cuba, dove in ottobre fu celebrato il matrimonio in carne ed ossa. Eva non aveva mai incontrato Mario di persona prima di quel suo viaggio in Italia, ma spero che almeno i due fossero in contatto per corrispondenza da prima, altrimenti lei sarebbe ancora più decisa di quanto immaginassi. E con ‘decisa’ qui intendo ‘un po’ folle’.

E che dire poi del suo ecletticismo scientifico.
Si sa (o forse no, nel qual caso ve lo dico io ora), il grande calderone della “botanica” riunisce di fatto tante discipline differenti – basti pensare, a titolo d’esempio, a quanto sono diversi i compiti e le conoscenze di uno studioso di vegetazione, un tassonomo delle piante e un genetista che si occupa di vegetali – ed Eva Mameli dimostrò la curiosità e la tenacia tipiche dei grandi scienziati interessandosi di aspetti della botanica anche molto diversi tra loro.
Un esempio fu la sua incursione nello studio della parabiosi nelle piante [1], sicuramente in linea con la sua formazione di fisiologa vegetale, ma comunque piuttosto particolare. La parabiosi – vale a dire, in questo caso, la simbiosi tra due organismi dovuta alla creazione artificiale (per via chirurgica) di un collegamento anatomico con rilevanza fisiologica tra di essi – era un argomento in gran voga in quel periodo; tenete presente che lei si limitava a collegare tra di loro due piante tramite il fusto per vedere come reagivano in diverse situazioni dopo il collegamento, ma altrove c’erano delle specie di Dottor Frankenstein che queste cose le facevano con gli animali, collegando topi per il tubo digerente o impiantando teste supplementari sul collo dei cani [v. qui].

 

eva_mameli_calvino_licheni_foliicoli_1
Che c’entra una foglia ricoperta di licheni con Eva Mameli-Calvino?
Lo scopriremo tra poco…

 

Tra i suoi altri meriti, volendo citare i più noti, abbiamo la compilazione di un enciclopedico dizionario etimologico di botanica [2]; ma si trovò anche ad uscire dall’ambito botanico, promuovendo, quando già avanti con gli anni, la prima società per la protezione degli uccelli – nella fattispecie uccelli utili all’agricoltura, dal momento che comunque la deformazione professionale botanico-agronomica occhieggia anche da questa iniziativa.
Ma a lei si deve anche la compilazione dell’esauriente voce “licheni” nell’Enciclopedia Italiana Treccani (1934), e proprio qui ritorniamo alla causa scatenante del mio interesse verso questa figura scientifica: la passione per la lichenologia.

Durante il periodo trascorso nel Laboratorio Crittogamico di Briosi, infatti, Eva Mameli si interessò a fondo di lichenologia, pubblicando diversi lavori di floristica e di fisiologia su questi organismi. Inoltre fu tutor, per una tesi di laurea sui licheni dei Colli Euganei, di un’altra naturalista che si sarebbe poi fatta ricordare nel campo della lichenologia italica: Maria Cengia (poi Cengia-Sambo), con la quale peraltro in seguito la stessa Mameli si sarebbe “scontrata” a colpi di pubblicazioni su diversi argomenti di non secondaria importanza (sulla supposta presenza di amido all’interno dei licheni e sul ruolo dei cefalodi come centri di fissazione dell’azoto) [3].

L’interesse di Eva per la lichenologia sembrò spegnersi quando ritornò sullo studio delle piante e specialmente quando si trasferì a Cuba per lavorare nella stazione agronomica sperimentale diretta dal marito. Ma per fortuna non fu realmente così. Infatti, durante il periodo sudamericano il suo grande impegno nello studio della canna da zucchero non le impedì di mantenere vivo questo interesse raccogliendo numerosi esemplari foliicoli [4]. Dopo il suo ritorno in Italia nel 1925, Eva Mameli-Calvino fece dono di questo particolarissimo erbario all’Università dove il suo interesse per i licheni era nato e si era consolidato: quella di Pavia.
La collezione (della quale avevo già parlato qui) fu oggetto di studio per una tesi di laurea supervisionata da Ruggero Tomaselli – a sua volta lichenologo oltre che celebre vegetazionista – alla quale seguì una pubblicazione [5], per venire poi dimenticata in una delle cassette che ospitano gli exsiccata dell’erbario lichenologico dell’Università di Pavia. Dopotutto, è facile pensare che di una cosa già ben studiata non si possa fare altro che conservarla; ma con il venir meno di una presenza lichenologica a Pavia, c’è il forte rischio che questa particolare chicca – dal valore non solo scientifico, ma evidentemente anche storico – sprofondi definitivamente nel dimenticatoio.

 

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Concludo con questa acuta (e forse anche un po’ immodesta…) citazione, che delinea bene il carattere saldo e deciso di questa straordinaria personalità e, perché no, mi consente di chiudere con un ultimo rintocco lichenologico:
I licheni hanno sempre attirato la mia attenzione. Forse li sentivo un poco simili a me perché specie pioniere, primi colonizzatori, abili nell’intaccare il substrato e a prepararlo a chi verrà dopo, capaci di vivere in condizioni difficili, quasi impossibili per altre specie.
Che donna!

 


 

***Note***
[1] Mameli E. 1916. Note di parabiosi vegetali. Archivio botanico e biogeografico italiano, ser. 2, XVI.
[2] Mameli E. 1972. Dizionario etimologico dei nomi generici e specifici delle piante da fiori ed ornamentali. Sanremo.
[3] Si vedano in proposito:
a) Mameli E. 1919. Ricerche fisiologiche sui licheni. I. Idrati di carbonio. Nota preliminare. Atti dell’Istituto Botanico di Pavia n.s. XVII.
b) Cengia-Sambo M. 1923. Note di bio-chimica sui licheni. Nuovo Giornale Botanico Italiano n.s. XXIX: 89-104.
c) Mameli-Calvino E. 1925. Commenti ad alcuni recenti lavori sulla biochimica dei licheni. Bullettino della Società Botanica Italiana 1925: 10-17.
d) Cengia-Sambo M. 1925. Ancora del preteso amido nei licheni. Bullettino della Società Botanica Italiana 1925: 18-21.
* Non posso proprio fare a meno di immaginarmi un ghigno mefistofelico sulla faccia del direttore della rivista quando, vedendosi arrivare sulla scrivania due lavori in cui le due lichenologhe se le cantavano a vicenda – c) e d) – pensò bene di metterli uno subito dietro l’altro sul numero in uscita del Bullettino…
[4] Si dicono “foliicoli” o “epifilli” quei licheni che hanno come substrato di crescita le foglie delle piante vascolari. Si sviluppano soprattutto nelle foreste tropicali, dove le condizioni climatiche consentono alle foglie delle piante caducifoglie di perdurare anche per diversi anni.
[5] Ricci P. & Tomaselli R. 1958. Licheni foliicoli raccolti da E. Mameli Calvino. Archivio botanico e biogeografico italiano 34, ser. 4, 3 (4): 254-262.

Qualche ulteriore cenno biografico su Eva Mameli Calvino si può leggere qui e qui.

 

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Cladoniarium

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Il 2017 per me è stato un anno cladoniosissimo, tra belle scoperte durante la mia attività di campo (ho trovato 2 Cladonie nuove per l’Italia, di cui presto racconterò qualcosa sul blog, e numerose nuove stazioni di specie rare), un viaggio all’Università di Graz per approfondire la conoscenza delle tecniche di laboratorio in un’ottica di studio approfondito proprio delle Cladonie, le prime pubblicazioni scaturite dal dottorato e, ultimo ma non meno importante, la pubblicazione della monografia sulle Cladonie italiane in collaborazione con Mariagrazia Valcuvia e Dario Passadore.

Nonostante abbia continuato a lamentarmi che non ne posso più di questi licheni, in realtà sono e rimangono i miei preferiti in assoluto, e ho intenzione di continuare a dedicarmici spesso.
Per questa ragione, non volendo trasformare questo blog in un blog monotematico sui licheni (ci tengo comunque a continuare a raccontare anche di libellule, divulgazione & co.), mi sono deciso ad aprirne un altro, che sarà prevedibilmente dedicato ai licheni, in particolare – ovviamente – alle Cladonie.

Se vi interessa, lo trovate qui:
>>> cladoniarium <<<

Auguri per un felice 2018 a tutti i followers del blog e…ci risentiamo a breve (spero) con nuove curiosità sulle Scienze Naturali e sulla natura di casa nostra!
Stay tuned!

 

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Oh, Tannenbaum…bart!

Nel post ‘natalizio’ dell’anno scorso avevo scritto due righe sui cosiddetti “licheni delle renne”, in onore all’abitudine di associare ormai automaticamente questi animali al periodo natalizio.

In realtà, ci sono altri licheni che avrebbero ben più diritto ad essere considerati i veri e propri ‘licheni di Natale’, per lo meno in associazione alle tradizioni natalizie occidentali.
Si tratta delle cosiddette “barbe di bosco”, quei diafani licheni filamentosi lunghi anche decine di centimetri che possiamo vedere penzolare dai rami delle conifere e oscillare dolcemente al vento nei boschi di montagna.

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Larice morto ‘addobbato’ di Usnea sp. pl., Bryoria sp. e Pseudevernia furfuracea.

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L’aspetto di questi licheni è effettivamente tale da rendere immediata l’associazione con la peluria facciale umana, anche nei nomi comuni che si trovano nelle altre lingue europee.
Ad esempio, il nome comune tedesco del genere Usnea, ‘Bartflechten’, si traduce con ‘licheni-barba’, ma c’è anche un altro nome, ‘Baumbart’, ovvero ‘barba di albero’, che ha esattamente lo stesso significato letterale del nome inglese, cioè ‘Treebeard’ (che è anche il nome del capo degli Ent nel Signore degli Anelli, al quale in effetti, nella versione cinematografica, è stata appioppata una barbona dall’aspetto decisamente lichenoso).
In inglese ogni specie ha un nome specifico, e naturalmente tutti hanno a che fare con la barba; ad esempio, la lunghissima Usnea longissima è molto poeticamente detta ‘Methuselah’s beard’ (barba di Matusalemme) o ‘old man’s beard’ (barba di vecchio). Le Bryoria, licheni simili alle Usnee e che spesso ne condividono l’habitat sui rami delle conifere, vengono invece dette ‘crini di cavallo’ (horsehair lichen) o, più tetramente, ‘witches’ hair’ (capelli delle streghe).

Le Usnee sono, come si è detto, molto comuni nei boschi di montagna, specialmente in quelli di conifere; non è raro vederle su abeti e larici, e molto spesso affollano quei vecchi alberi morti e rinsecchiti che si trovano qua e là, soprattutto larici, conferendo loro un aspetto veramente ‘addobbato’.
In Italia ne abbiamo 24 specie [1], 8 delle quali a rischio d’estinzione in vari gradi secondo la Lista Rossa [2].
Queste molte specie, a parte alcuni casi peculiari, sono piuttosto simili e non è facile distinguerle l’una dall’altra [3]; anche per questo, fino a qualche decennio fa, tante specie diverse venivano erroneamente assimilate sotto l’eloquente nome di Usnea barbata.

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Rami di larice colonizzati da Usnea sp.

Orbene, come incastoniamo questi particolarissimi licheni nell’ambito delle tradizioni natalizie?
Narra la leggenda che dei bambini (o un cacciatore, o un boscaiolo, a seconda delle versioni) che tornavano verso casa passando per il bosco in inverno, da qualche parte in Europa Centrale, si imbatterono in un albero così adorno di licheni da impressionarli al punto che, una volta a casa, ricostruirono lo scenario per addobbare casa. Più prosaicamente, chiunque fosse abituato a vedere nei boschi le conifere inghirlandate di licheni può avere avuto l’idea di riproporre una situazione ‘naturale’ in un contesto domestico, magari anche un po’ migliorata aggiungendo ai festoni dolcetti e altri addobbi, per abbellire un po’ l’ambiente domestico in concomitanza delle festività.
A seconda della versione, si ha una commistione tra licheni (antesignani dei festoni) e candele di ghiaccio rilucenti alla luce lunare (antesignane delle lucine), che restituiscono comunque un’immagine perfettamente natalizia.

Come spesso accade, questa è comunque una sola delle tante sfaccettature della realtà. L’addobbo degli alberi sembra essere infatti una tradizione antichissima (v. qui), non per forza vincolata a festoni di licheni pendenti dai rami degli alberi. Anche se vedendo come Usnea longissima spostata dal vento si avvolge intorno ai rami, non può che essere automatica l’associazione visiva con gli alberi di Natale che in questo momento ognuno di noi probabilmente ha in casa propria.

Come nota finale, mi piace notare che tra le rare comparsate che i licheni hanno fatto nella cultura popolare, queste barbe di bosco così appariscenti non sono certo mancate. E infatti le ritroviamo, tanto per dirne una, in qualità di…barbe (l’avreste mai detto!?) di alcuni folletti dei boschi nel visionario racconto per l’infanzia olandese “Hansje in Wonderland”.

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La tavola in cui Hansje incontra gli gnomi con capelli di Pseudevernia furfuracea e barbe di Usnea; nel sottobosco, insieme a muschi e fiori, si notano Cladonia sp. e Cetraria islandica.
Da: “Hansje in Wonderland”, 1921,
testi di A. Trelker, illustrazioni di Mara Minckwitz.

Nell’attesa che gli hipster comincino ad appendersi alla barba (quella propriamente detta) anche dei licheni – ormai l’hanno fatto praticamente con tutto il resto, v. qui, qui e qui – noi limitiamoci a considerarli una bella ghirlanda naturale per questo periodo di festa, specialmente se ci capiterà di fare una passeggiata nei boschi sulle nostre montagne sempre meno innevate (ma questa è un’altra storia…).

* * * * * BUONE FESTE * * * * *


***Note***

[1] Nimis P.L. 2016. The Lichens of Italy – a second annotated catalogue. EUT. Trieste. 740 pp.

[2] In particolare: 3 CR-criticamente minacciate (U.diplotypus, U.longissima, U.mutabilis), 2 EN-minacciate (U.cornuta, U.madeirensis), 2 VU-vulnerabili (U.articulata, U.esperantiana) e 1 NT-prossima alla minaccia (U.rubicunda); inoltre una risulta RE-estinta in Italia (U.subscabrosa) e per un’altra (U.flammea) erano disponibili troppo pochi dati per un assessment (DD).
Nascimbene J., Nimis P.L. & Ravera S. 2013. Evaluating the conservation status of epiphytic lichens of Italy: a Red List. Plant Biosystems 147 (4): 898-904.

[3] Per chi volesse cimentarsi con l’identificazione delle Usnee, su Dryades si può ricorrere ad un’ottima chiave annotata, comprensiva delle specie di tutta Europa.

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Oggi è la giornata mondiale della biodiversità.
Non avendo purtroppo avuto modo di scrivere qualcosa di calzante e decente, ne approfitto per tirare le somme sul primo anno di attività del blog, visto che qualche giorno fa – per la precisione il 19 maggio – era l’anniversario del primo vero post.

Gli articoli:
in un anno ho scritto e postato 30 articoli, con una frequenza molto variabile a seconda dello slancio e della disponibilità di tempo nei vari mesi: fino allo scorso autunno ho avuto abbastanza tempo per scrivere, mentre da quando lavoro la mole di post si è notevolmente ridotta, tanto che il mese scorso non ho avuto tempo di scrivere nemmeno un articolo. Peraltro anche l’attività parallela sul Platypus Review (dove finora ho scritto 10 post, 4 dei quali in collaborazione con almeno un altro autore dello staff) assorbe un bel po’ del mio tempo libero, ma sempre di divulgazione si tratta, quindi va bene così!
Ho cercato di parlare di un po’ di tutto, anche se ovviamente gli argomenti più spesso trattati sono quelli che interessano di più a me. La maggior parte dei post parlano quindi di libellule (7 su 8 post totali dedicati all’entomologia) e di licheni, anche se solo ora che sto tirando le somme mi accorgo di avere sorprendentemente accantonato i licheni veri e propri, dedicando loro soltanto dei post (4 in totale) in cui si parla più che altro di erbari e folklore; senz’altro mi rifarò in futuro, parlando il più possibile di licheni in natura. Sono 4 anche i post dedicati agli endemismi delle Orobie e altrettanti al difficile compito dell’essere un naturalista, anche se in effetti a queste ‘difficoltà’ è dedicato uno solo di questi post e gli altri sono più ‘comunicazioni di servizio’ (“mi presento”, “che bello, ho guidato un’escursione naturalistica” e “hey, guardate che scrivo anche su un altro blog, uno non mi bastava”).

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Le visualizzazioni:
quando un anno fa ho cominciato a scrivere e postare con convinzione, non mi aspettavo certo di avere un gran seguito; ho sempre scritto per il piacere di scrivere, e talvolta pensando a quei pochissimi che, come me, fissati magari su un argomento in particolare, avrebbero potuto apprezzare – sempre che ci si fossero imbattuti – piccole chicche come un racconto sulla chiocciola della Presolana, o un archivio delle più belle guide vintage ai fiori alpini, per dirne due a caso.
Sono quindi stato piacevolmente sorpreso dal relativo successo (parlando sempre in termini di un piccolo blog misconosciuto, chiaro che in confronto all’Orologiaio Miope o a Pikaia è un numero di visualizzazioni AHAHAHAH risibile) di alcuni post, in particolare di quello sulla percezione dei naturalisti, che tra le altre cose mi è costato un pomeriggio di perplessità e scottature sotto al sole – che mi sarei comunque preso. Intendiamoci: non è che non ci sperassi, infatti gli articoli nella cui diffusione speravo di più erano sempre un po’ più curati, per quanto essendo io strapignolo abbia sempre curato anche gli altri; ma è comunque una positiva sorpresa vedere che almeno qualcosa di quello che scrivi è godibile per il pubblico: riuscire ad interessare la gente alla scienza, soprattutto agli scampoli di scienza, non è mai stato un obiettivo facile, e purtroppo non siamo tutti Alberto Angela.
Invece ero piuttosto contrariato nel constatare il bassissimo numero di visualizzazioni dell’articolo sulle sparate sul lupo, unico appositamente e completamente scritto con l’obiettivo di una diffusione online; nei primi mesi è stato letto pochissimo, anche se è stato molto letto invece un paio di mesi fa, quando la lupofobia è tornata in auge in relazione alla proposta di abbattimento di tot lupi (follia sulla quale non ho ancora avuto tempo di scrivere nulla, ahimè).
Per buttare lì un po’ di numeri: in totale il blog in questo primo anno di attività ha totalizzato 9430 visualizzazioni per 6511 visitatori, il che significa che in media ogni visitatore ha effettuato 1.5 visualizzazioni. Il giorno con più visualizzazioni in assoluto è stato il 4 settembre 2015 con ben 1413 visualizzazioni, in pratica il 15% di quelle totali raggiunte finora. Anche questo grazie al post sulla percezione dei naturalisti, che è stato piuttosto ben condiviso sui social e apprezzato da diversi colleghi naturalisti a cui è capitato di trovarsi in situazioni analoghe, additati come personaggi strani da dei non-addetti-ai-lavori.
Gli articoli più letti sono – prevedibilmente – stati quelli più ‘sul pezzo’ e, come dicevo prima, un po’ più curati ed improntati alla divulgazione dura e pura: sparate sul lupo (2240), la percezione dei naturalisti (2031), l’invasione delle inquietanti libellule impazzite (864) e il tirannosauro di Schrödinger (444). Meno letti – altrettanto prevedibilmente – quelli più da ‘diario di un naturalista’, che comunque a me piace un sacco scrivere e che quindi continuerò a pubblicare.

Chi mi legge e da dove:
è curioso vedere come un certo numero di visualizzazioni siano arrivate non da condivisioni sui social, ma da ricerche su google, alcune delle quali compaiono sul pannello di amministrazione e, talvolta, fanno anche sorridere. Ecco quindi che sono approdate al mio blog persone che hanno googlato frasi come ‘link persone troppo impiccione facebook’, ‘vignette di curiosi e impiccioni’, ‘manuale degli svalvolati’ (così imparo a titolare il blog “Naturalisti Impiccioni”), ma anche frasi vagamente più scientifiche quali ‘la libellula cosa ci piace’, ‘ho visto una specie di libellula doppia’ (probabilmente ha visto una coppia in tandem). La maggior parte di frasi riguardavano lo sciame di Anax ephippiger comparso a Torino nell’agosto scorso: ben 37 frasi googlate che hanno portato al mio blog riguardavano quell’evento. Altre di queste frasi sulle prime mi hanno un po’ irritato, come ‘oltrepo lupo ripopolamenti ambientalisti’, ma se chi ha cercato è arrivato al mio blog e si è letto con attenzione i post sulla tematica che stava cercando in quell’occasione, forse lo scopo della divulgazione è stato raggiunto. Speriamo bene!
In qualche modo è anche interessante vedere come le visualizzazioni non provengano solamente dall’Italia, ma almeno in piccola parte anche da quasi tutte le altre nazioni europee e perfino da Stati Uniti, Canada, America latina, Cina, Australia e, con visualizzazioni singole, da una manciata di nazioni africane ed asiatiche delle quali nemmeno ricordavo i nomi (ma come caspita hanno trovato il blog?!?). Anche questo, direi, fa piacere!

Avanti tutta quindi per un nuovo anno nel quale spero di avere un po’ di tempo per completare alcuni articoli abbozzati da mesi e per scriverne di completamente nuovi sull’onda di qualche escursione od esperienza interessante raccontata più o meno in diretta.
E, ultimo ma decisamente non meno importante, grazie davvero a chi mi legge ed apprezza quello che legge!

 

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Notizia fresca, ma così fresca che è stata divulgata solo la settimana scorsa; ma al contempo vecchia di circa 200 milioni di anni. Avrete quindi indovinato che stiamo parlando di…fossili, e che fossili!
A quanto pare, infatti, all’inizio di gennaio, nella cava Salnova di Monte Orsa presso Saltrio (Varese), è stato individuato un blocco di calcare contenente delle ossa fossili. Ovviamente alcuni giornali hanno subito strombazzato “AL DINOSAURO!” per fare i titoloni, ma è chiaro che per stabilire se di dinosauro si tratti occorrerà attendere il termine delle lunghe operazioni di ‘estrazione’ delle ossa fossili e il loro attento studio.
È bene ricordare che a poca distanza si trova il Monte San Giorgio (così importante da essere un sito UNESCO, sito all’interno del quale ricade peraltro anche la cava in questione), dal quale solo nell’ultimo secolo sono emerse decine di rettili straordinari, che non erano però dinosauri [1]; ma il calcare bituminoso del Monte San Giorgio è triassico, mentre le rocce della cava di Saltrio sono giurassiche, per la precisione del periodo Sinemuriano (uno dei piani del Giurassico inferiore), e quindi il dubbio (e la speranza) rimane.

Perché la fantasia è subito corsa ai dinosauri? Perché vent’anni fa, proprio in questa cava, vennero effettivamente rinvenuti i resti di un vero e proprio dinosauro, e che dinosauro!
In base alla località del ritrovamento si pensò di battezzarlo, ma solo informalmente, Saltriosauro; “Saltriosauro” è infatti un cosiddetto nomen nudum, vale a dire un nome provvisorio con il quale chiamare una specie in attesa di una descrizione formale validamente pubblicata su rivista scientifica, che per ora purtroppo non è ancora arrivata. Dello studio del reperto si starebbe occupando il noto paleontologo Cristiano Dal Sasso, che ha già molto ben raccontato la storia di questo car(nivor)o estinto nella sua monografia divulgativa sui dinosauri (e altri rettili preistorici) italiani [2].
Ricapitolandola brevemente, possiamo dire che il ritrovamento avvenne in una calda domenica dell’agosto 1996 da parte di Angelo Zanella, che si occupò di recuperare il blocco di calcare contenente le ossa e, cosa altrettanto importante, di avvisare del ritrovamento Giorgio Teruzzi, il curatore della sezione paleontologica del Museo di Storia Naturale di Milano. Le ossa, ahinoi, si trovavano in un blocco che, come tanti altri, si era staccato dalla parete per lo scoppio della dinamite che viene usualmente utilizzata per frantumare i blocchi di roccia (dalla cava infatti si ricava pietrisco per la costruzione di strade; viene male a pensare che molto probabilmente “il resto dello scheletro giaccia ora macinato sotto l’asfalto di qualche autostrada lombarda o ticinese…” – cit. lett. da [2]). Per riportare alla luce quello che si era salvato, che alla fine si scoprì essere una sorta di puzzle formato da 119 frammenti di ossa, furono necessarie qualcosa come 1800 ore di preparazione mediante bagni in acido [3]. Maggiori informazioni qui (e, ovviamente, in [2]).
Dette ossa, che costituiscono nel complesso meno del 10% dello scheletro (una vera miseria, come si può speditamente verificare dall’immagine sottostante), si sono però conservate molto bene e fortunatamente comprendono diversi elementi che hanno consentito di classificarne con un buon margine di certezza il proprietario, nonché di stimarne le dimensioni intorno agli 8 metri di lunghezza.

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Ricostruzione di mia mano del Saltriosauro, ampiamente basata sui resti scheletrici raffigurati in [2] e sul pannello illustrativo presente ai musei di Milano e Besano, in particolare per quanto riguarda il cranio e gli arti anteriori; per le ossa mancanti da queste ricostruzioni (sostanzialmente quelle della parte posteriore del corpo) ho fatto riferimento a scheletri di Allosaurus, dal momento che Sinraptor è considerato più ‘gracilino’ di Saltriosaurus [v. 2]. In colore più scuro sono evidenziati i frammenti di ossa fossili effettivamente ritrovati (si può notare che si tratta di una parte decisamente incospicua dello scheletro). La celebre furcula (v. sotto) non è visibile in visione laterale, in quanto nascosta dalle ossa del cinto pettorale e dell’arto anteriore.
Mi perdonino i paleontologi per le inesattezze sicuramente presenti!

Ma che cos’ha questo dinosauro di così figo, oltre ovviamente al fatto che
1) è il terzo dinosauro ritrovato finora in Italia,
2) è il più grande dei dinosauri ritrovati finora in Italia,
3) è un Teropode (= dinosauro carnivoro = fa un sacco scena col grande pubblico),
4) è veramente un gigantesco carnivoro del Giurassico, e quindi fa molto più ‘Jurassic Park’ rispetto al cretacico e piccolo Ciro,
…cos’altro avrà di così figo, dicevamo? [e nel dirlo, attenzione, scivoliamo da una visione più da “cultura di massa” a una un po’ più scientifica].
Beh: esattamente come i suoi due predecessori nell’elenco dei dinosauri rinvenuti in Italia [4], il Saltriosauro si è rivelato un unicum a livello mondiale. In questo caso in particolare, la “lucertola di Saltrio” ha infatti consentito almeno due importanti considerazioni:
5) permette di retrodatare la comparsa dei Tetanuri di almeno 20 milioni di anni (e scusate se è poco). I Tetanuri sono quel gruppo di dinosauri Teropodi dal quale sono discesi i Carnosauri (due per tutti: Allosauro e Carnotauro) e i Celurosauri (due per tutti: Tirannosauro e Velociraptor), questi ultimi – i Celurosauri – progenitori dei moderni uccelli. Fino a prima della scoperta del Saltriosauro si pensava che gli unici Teropodi esistenti così indietro nel tempo fossero i Ceratosauri, dei dinosauri carnivori più ‘primitivi’ appartenenti a un diverso ramo dell’albero filogenetico dei Teropodi. È stato possibile stabilire tutto ciò per via del ritrovamento della furcula, lo stesso osso noto come “ossicino del desiderio” nel pollo, una struttura ossea che i moderni uccelli hanno ereditato proprio dai Teropodi Tetanuri, loro diretti antenati. Il Saltriosauro è quindi la specie più antica [finora rinvenuta] del suo gruppo. Non solo: se gli studi confermeranno un’affinità del Saltriosauro in particolare con gli Allosauridi, esso risulterà anche il più antico Carnosauro.
6) dà un certo contributo per la comprensione della geografia di questa zona del mondo nel Giurassico inferiore: fino a non molto tempo fa, si pensava che in questa zona, tra Triassico e Giurassico, si trovasse solamente un pezzo di oceano con sporadici isolotti vulcanici, atolli e piattaforme carbonatiche, ma un’isola o un arcipelago di isole non avrebbero ragionevolmente potuto sostenere la presenza costante di carnivori lunghi 8 metri (e delle loro prede). È quindi probabile una presenza di terre emerse più consistenti di quanto si pensava in precedenza, almeno in quel periodo.

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Impronta tridattila di Teropode ben visibile a lato del principale sentiero che attraversa il sito dei Lavini di Marco (v. sotto). Generalmente le impronte tridattile rinvenute nel sito vengono attribuite a dei Ceratosauri, ma chissà che almeno alcune non possano invece essere il segno del passaggio di un Saltriosauro, o di un suo parente, su una spiaggia giurassica…

A corroborare l’ultimo ragionamento possono contribuire anche le celeberrime piste di dinosauri dei Lavini di Marco, presso Rovereto (Trento). Qui, nel 1988, furono rinvenute inizialmente da Luciano Chemini quelle che poi si scoprirono essere intere piste di orme lasciate da dinosauri di diversi tipi (Sauropodi, Ornitopodi e perfino alcuni Teropodi con piedi a tre dita). Il calcare dei Lavini di Marco è suppergiù coevo alle rocce di Saltrio da cui sono state estratte le ossa di dinosauro, perciò la supposizione di una terra emersa di proporzioni molto più che insulari nel Nord Italia del Giurassico inferiore non è poi così peregrina. Anche se [per ora] non ci sono prove che in quel periodo l’area dell’attuale Rovereto fosse in qualche modo collegata all’area dell’attuale varesotto.
Ma anche in Lombardia si è trovata qualche prova a sostegno, in una formazione rocciosa rinvenuta sulla sponta orientale del Lago Maggiore e datata come coeva a quella nella quale era fossilizzato il Saltriosauro; lì sono stati trovati fossili di grandi piante terrestri.

Ad ogni modo, per tornare alla notizia d’apertura, staremo col fiato sospeso (io, per lo meno) ad attendere di sapere se le nuove ossa di Saltrio si riveleranno veramente così sorprendenti, sperando che in quel caso possano magari contribuire a svelare nuovi particolari sul “Saltriosauro” – del quale spero così di poter migliorare la mia dilettantistica ricostruzione – o su qualche altro dinosauro che ha calcato le medesime terre emerse 200 milioni di anni fa. E sperando anche che non sia tanto rumore per nulla come quella volta del “cranio di dinosauro” nel Duomo di Vigevano


*** Note ***

[1] Dal calcare bituminoso triassico del Monte San Giorgio è stata estratta una fauna ricchissima di rettili (sia acquatici che terrestri) come il Besanosauro, il Mixosauro, il Tanistrofeo, il Notosauro, il Ceresiosauro, il Ticinosuco ed altri, che però non appartengono all’ordine dei Dinosauri ma ad altri gruppi di rettili estinti.

[2] C. Dal Sasso, 2001, Dinosauri Italiani, Marsilio Editori, Venezia, 256 pp.
v. anche: C. Dal Sasso, 2003, Dinosaurs of Italy, C R Palevol 2: 45-66.

[3] C. Dal Sasso, L. Magnoni & F. Fogliazza, 2001, Elementi di tecniche paleontologiche, Natura 91 (1): 1-36.

[4] “Ciro” (Scipionyx samniticus), cucciolo di un piccolo Teropode rinvenuto a Pietraroja (Benevento), è unico per l’eccezionale fossilizzazione che ha preservato le tracce di diversi tessuti molli che hanno consentito molte inferenze sulla vita dei dinosauri, mentre “Antonio” (Tethyshadros insularis), adrosauro rinvenuto presso il Villaggio del Pescatore (Trieste), è piuttosto particolare dal momento che sembrerebbe un caso di ‘nanismo insulare’ in una specie di dinosauro. E poi c’è il Saltriosauro, le cui molte qualità abbiamo osannato poco sopra. Decisamente un terzetto niente male per una nazione che fino a trent’anni fa si pensava non potesse ospitare resti di dinosauri!

Stavolta ringrazio il prof. Alberto Lualdi, dell’Università di Pavia, che oltre ad avermi prestato numeroso materiale sulla paleontologia lombarda (alla quale penso di essermi così appassionato in buona parte per colpa delle sue escursioni!) ha anche fatto parte del team di esperti che ha studiato il Saltriosauro subito dopo il suo ritrovamento, in qualità di sedimentologo.

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