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Archive for the ‘Licheni’ Category

Il mosaico di una battaglia

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A prima vista lo spettacolo è una festa per gli occhi: un variopinto mosaico di macchie multicolori che sembrano quasi cucite tra loro, una sorta di patchwork con cui Madre Natura ha decorato una roccia altrimenti spoglia e desolata a lato di un sentiero in alta montagna.
Ma guardiamolo meglio e riflettiamoci su.
I licheni si affollano sulla pietra in maniera soffocante. Non ci sono spazi vuoti tra un tallo [1] e l’altro, anzi, i bordi dell’uno premono e aderiscono completamente a quelli degli altri, quasi sgomitano – metaforicamente parlando – per non essere soverchiati dalla lenta ma costante crescita degli altri talli che li circondano. Si tratta di una vera e propria battaglia, una battaglia per la sopravvivenza scandita dai lentissimi ritmi di crescita dei licheni crostosi, ma non per questo meno drastica; quando un lichene infine muore e lascia uno spazio libero, un altro tallo, quello che riesce ad installarsi ed accrescersi più in fretta degli altri, prende il suo posto. Un po’ come le casate di Game of Thrones.

La competizione, inter- o intra-specifica che sia, è uno degli argomenti più affascinanti in Ecologia. Per osservare come ha luogo tra i licheni, ci dobbiamo rimpicciolire alla piccolissima scala alla quale avvengono i fenomeni che interessano questi organismi. Possiamo calarci nella foto che abbiamo visto sopra, che riprende un quadrato di meno di una decina di centimetri di lato.
Pensando ai licheni crostosi sassicoli, sappiamo che si accrescono in modo radiale. Finché non incontrano ostacoli va tutto bene; ma, prima o poi, arriveranno per forza a contatto con altri licheni crostosi. Cosa succede a questo punto lungo il confine tra i due licheni? – peraltro ‘due’ è una semplificazione molto riduttiva, tenete sempre a mente la foto di prima e il fatto che la crescita radiale porta il nostro lichene di partenza ad incontrarne tanti altri, non solo un unico altro.
Le principali modalità di competizione fisiche lungo il confine tra due talli lichenici si possono riassumere nelle seguenti sei [2, 3]: 1) un tallo sconfina andando a crescere sopra a quello del confinante; 2) lo scontro tra i due talli fa sì che entrambi si sollevino l’uno contro l’altro; 3) un tallo sconfina andando a crescere al di sotto del confinante; 4) un tallo di una specie meno competitiva si adatta a crescere come epifita sopra al tallo di una specie più competitiva; 5) la crescita dei talli confinanti si arresta lungo la linea di confine, in una sorta di ‘tregua’; 6) un tallo di una specie meno competitiva si adatta a crescere all’interno di un buco lasciato al centro del tallo di una specie più competitiva dalla degenerazione del tallo stesso.
È bene precisare però che alcuni di questi processi interessano solo le specie con tallo folioso, altri quelle con tallo crostoso, altri entrambe. Tra i licheni francamente crostosi, la condizioni di ‘tregua’ è spesso la più comune, come possiamo osservare proprio nella foto proposta in apertura: la crescita dei talli coinvolti si arresta lungo la linea di confine.
Naturalmente, anche molti fattori ambientali – il tipo di substrato, l’esposizione, il disturbo causato dall’uomo o dagli animali, l’inquinamento, per dirne alcuni – possono interagire con i licheni in competizione tra di loro, favorendo alcune specie a discapito di altre, a seconda delle condizioni. Le stesse caratteristiche intrinseche dei licheni, come la forma di crescita o la modalità di riproduzione, hanno pure un’influenza sulla competitività. Per approfondimenti si rimanda a [2].

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Modalità di competizione tra talli lichenici; ridisegnato da [2].
(1-3 visti di lato, 4-6 visti da sopra)

Un altro aspetto interessante da valutare in questa situazione è quello della biodiversità. Capirci qualcosa, in questi patchwork, può essere davvero complesso: le specie crostose tendono ad essere piuttosto difficilotte da identificare – bisogna quasi sempre portarsi a casa un pezzo di lichene, con tanto di roccia sottostante affinché non si sbricioli, e poi ricavarne delle sezioni decenti da guardare al microscopio – e, oltre a quello, non è così banale assicurarsi di avere trovato tutte le specie che ci sono da trovare.
Torniamo alla foto in apertura. Così a prima vista, distinguendo su base morfologica (quindi, sostanzialmente, in base al colore del tallo e a presenza e tipo di corpi riproduttivi), potrebbero esserci sulle 8-9 specie. Ma è qui che i licheni crostosi si fanno più tremendi: molto spesso, specie estremamente simili dal punto di vista morfologico possono variare solo per caratteri visibili microscopicamente. Ecco quindi la necessità di portarsi via dei campioni da identificare in un secondo momento; necessità che diventa abbastanza scomoda quando si è intenti in uno studio di campo per cui è necessario fare molti rilievi – con molte specie in ogni rilievo.
Scomodo, quindi, ma necessario. Una ricerca esemplificativa in questo senso [4] ha dimostrato come prelevando solamente i campioni di alcune specie – e dando per buona l’identificazione in campo delle altre – si tenda a sottostimare la reale diversità specifica, mentre il metodo migliore per arrivare a conoscerla completamente è quello di prelevare interamente una superficie abbastanza rappresentativa della situazione che si intende indagare e identificare poi tutte le specie, con la dovuta calma e precisione, in laboratorio.
Teniamo comunque presente che, ancora una volta, proprio la competizione tra i talli – e tra le specie – può essere un fattore determinante per influenzare la biodiversità lichenica effettivamente presente sulla nostra roccia.

Da quante cose dipende quel variopinto mosaico sulla pietra; e su quante cose può farci riflettere un piccolo quadrato tappezzato di licheni crostosi.


***Note***
[1] Il tallo è il corpo del lichene – vengono definiti ‘tallo’ i corpi di tutti gli organismi pluricellulari vegetali in senso lato in cui non è presente una differenziazione in veri e proprio tessuti.
[2] Armstrong R.A. & Welch A.R. 2007. Competition in lichen communities. Symbiosis 43 (1): 1-12.
[3] Pentecost A. 1980. Aspects of competition in saxicolous lichen communities. The Lichenologist 12 (1): 135-144.
[4] Roux C. 1990. Echantillonnage de la végétation lichénique et approche critique des méthodes de relevés. Cryptogamie Bryologie Lichenologie 11 (2): 95-108.

 

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III. Dall’Erbario all’Arte

L’illustrazione scientifica non è un’aggiunta visiva piacevole ma non necessaria alla Scienza, bensì uno strumento che col passare del tempo è divenuto sempre più indispensabile non solo per i professionisti, ma anche in un’ottica di Citizen Science; pensiamo solo alle guide da campo!
Organismi incospicui come i licheni possono essere ritratti accuratamente solo mediante un’attenta osservazione condotta in laboratorio su esemplari essiccati…

Gli exsiccata nell’illustrazione scientifica
Tutte le illustrazioni presenti sulle più note flore lichenologiche europee (ad esempio: Les Lichens: Etude Biologique et Flore Illustrée, di P. Ozenda & G. Clauzade (1970); Likenoj de Okcidenta Europo: ilustrita determinlibro, di G. Clauzade & C. Roux (1985); Flora Liquenologica Iberica di AA.VV. (2003-in prosecuzione)), per ovvi motivi di comodità ed efficacia didascalica, sono tratte da exsiccata.
Meritano una menzione in particolare i 10 volumi della serie Natural History of the Danish Lichens di Olaf Galløe (1881-1965), lichenologo danese. Galløe disegnò, e in molti casi dipinse a colori, ben 1397 magnifiche tavole raffiguranti sezioni microscopiche e campioni macroscopici di quasi tutte le specie licheniche note all’epoca in Danimarca, abbinando un’assoluta precisione scientifica ad una capacità artistica non comune. Tutti i disegni presentati in tali tavole sono tratti da exsiccata del suo erbario. Il volume sulle Cladonie conta 194 tavole.

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Olaf Galløe,
Cladonia coccifera, da Natural History of the Danish Lichens, vol. IX, tav. 50.

Torniamo ora alle Cladonie, che, per la loro morfologia molto varia e spesso stravagante, sono un ottimo soggetto artistico – non solo per l’illustrazione scientifica, ma anche per quella astratta: pensiamo per esempio alle Cladonie che compaiono in un’opera di Escher!

Dagli exsiccata all’illustrazione, dalle illustrazioni alla pubblicazione divulgativa: le Cladonie di Dario Passadore
Nella prima metà degli anni Novanta, il prof. Pier Luigi Nimis dell’Università di Trieste inviò alla prof.ssa Mariagrazia Valcuvia Passadore, all’epoca lichenologa all’Università di Pavia, due scatole contenenti un’ottantina di exsiccata comprensivi di tutte le specie e sottospecie di Cladonia presenti in Italia (77 taxa in totale). L’idea alla base del progetto era di illustrare tutte queste specie per scrivere una monografia sulle Cladonie italiane.
Delle illustrazioni si occupò il dott. Dario Passadore, marito della prof.ssa Valcuvia, capacissimo pittore: in due anni di paziente lavoro, realizzò 74 eleganti tavole a tempera su cartoncino nero in formato 40 x 30 cm raffiguranti tutte le specie inviate dal prof. Nimis.
Oltre alle Cladonie, Passadore dipinse molti altri licheni, generalmente basandosi su exsiccata raccolti e determinati dalla moglie; alcune di queste tavole vennero esposte in una mostra e comparvero su cartoline diffuse dall’ARPA Piemonte negli anni Novanta.
Il progetto della monografia sulle Cladonie italiane è rimasto quiescente per più di vent’anni, ma è stato recentemente ripreso ed è attualmente in lavorazione.
La pubblicazione, ora impostata con un taglio divulgativo, seppure naturalmente scientificamente accurata, è prevista per il 2017.

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Dario Passadore,
Cladonia coccifera, tempere su cartoncino.

Bibliografia
Galløe O., 1927-1929-1932-1932-1936-1939-1948-1950-1954-1972, Natural History of the Danish Lichens: new investigations based upon new principles, H. Aschehoug & co., Copenhagen, 10 voll.

Ringraziamenti
Ritengo doveroso in questa sede ringraziare tutto il personale della Biblioteca di Ecologia del Territorio, e in particolare coloro che hanno messo a disposizione i locali e collaborato all’allestimento dell’esposizione (della quale quella lichenologica era, lo ricordo, solo una parte), Laura e Beatrice che hanno recuperato e pulito tavole didattiche e testi antichi e la dott.ssa Anna Bendiscioli che mi ha coadiuvato nella presentazione del materiale esposto, e la prof.ssa Silvia Assini che ha appoggiato ed incoraggiato la mia proposta di valorizzazione delle collezioni lichenologiche dell’Erbario pavese.

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II. Dall’Erbario alla pubblicazione scientifica

Per affrontare questo passaggio ci discostiamo momentaneamente dal tema ‘Cladonia‘; ho infatti voluto cogliere l’occasione di questa esposizione per mostrare anche un’autentica chicca dell’erbario pavese che, oltre a sottolineare nuovamente l’elevato valore non solo scientifico ma pure storico-culturale di alcune collezioni lichenologiche, ci consente anche una digressione sul ruolo delle donne nella Scienza all’inizio del secolo scorso. Tutto ebbe inizio proprio qui, all’Orto Botanico di Pavia, più di un secolo fa…

Eva Mameli Calvino
Eva Giuliana Luigia Evelina Mameli nacque a Sassari il 12 febbraio 1886 da una ricca famiglia imparentata con l’autore dell’inno nazionale d’Italia. Si laureò in Matematica a Cagliari nel 1905 e in Scienze Naturali a Pavia nel 1907; avendo trovato a Pavia un ambiente favorevole per i suoi interessi botanici, rimase come assistente volontaria presso il Laboratorio Crittogamico, allora diretto dal prof. Giovanni Briosi, dove si interessò di patologia vegetale e lichenologia, svolgendo ricerche in diversi campi e rivestendo il ruolo di Assistente di Botanica nell’anno accademico 1911-1912. Nel 1915, prima donna in Italia, ottenne la libera docenza in Botanica.
Nel 1920, Mario Calvino, che aveva creato e dirigeva una stazione di agricoltura sperimentale a Santiago de las Vegas (Cuba) dal 1917 e necessitava di un esperto in genetica delle piante, venne in Italia per un convegno di botanica e ne approfittò per chiederle di sposarlo (!); lei accettò (!!) e lo raggiunse a Cuba nella primavera di quell’anno.
Nel 1925 la coppia, che nel frattempo aveva avuto un figlio (Italo, che diventerà poi uno dei più celebri scrittori italiani del Novecento), rientrò in Italia, a Sanremo, dove Mario aveva assunto la direzione della Stazione Sperimentale di Floricoltura. Eva visse lì il resto della sua vita, sempre dedicandosi alla ricerca e allo studio anche dopo la morte di Mario, avvenuta nel 1951. Fu, tra le altre cose, una pioniera della conservazione della natura, battendosi per la protezione degli uccelli. Morì il 31 marzo 1978.
[Condensare in questo scarno paragrafo la biografia di una persona tanto formidabile è quasi insultuoso; presto le dedicherò lo spazio che merita!]

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I licheni foliicoli [1] di Eva Mameli Calvino
Particolarissima è la collezione che include i campioni di licheni foliicoli raccolti da Eva Mameli Calvino in America Centrale. Comprensivo di un centinaio di foglie colonizzate da licheni epifilli accuratamente essiccate e conservate in 37 buste, questo erbario include campioni raccolti tra il 1921 e il 1924 principalmente a Cuba e Rio de Janeiro.
L’erbario in questione venne donato all’Istituto dalla stessa Mameli Calvino, e fu accorpato nell’Erbario Crittogamico, dove si trova tuttora. Gli esemplari vennero identificati solamente negli anni Cinquanta da Piera Ricci, sotto la supervisione dei proff. Ruggero Tomaselli e Raffaele Ciferri (a loro volta interessati alla lichenologia in quel periodo), per la sua tesi di laurea; dalla tesi venne tratta una pubblicazione scientifica (v. bibliografia).

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Questo è il consueto procedimento con il quale si giunge alla pubblicazione scientifica partendo dall’indagine floristica: la raccolta di campioni che vengono poi essiccati e posti in erbario è quindi una parte fondamentale della ricerca, che consente una determinazione sicura (spesso difficile o addirittura impossibile sul campo) e la conservazione di campioni che possono essere ricontrollati a posteriori in caso di dubbi.

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L’affollato spazio espositivo dedicato a Eva Mameli Calvino: l’intero erbario di licheni foliicoli, di cui è esposto fuori dalla busta un solo esemplare per motivi di spazio, e due copie della pubblicazione scaturita dallo studio della collezione, una per mostrare il frontespizio e l’altra per mostrare le illustrazioni a confronto con gli schizzi abbozzati su alcune delle buste (probabilmente da Tomaselli?); a sinistra, fuori dall’inquadratura, è stato posizionato un suo ritratto giovanile.

Bibliografia
Ricci P., a. a. 1957/1958, Licheni foliicoli tropicali raccolti da Eva Mameli-Calvino, Tesi di Laurea, Università degli Studi di Pavia, Relatore: Prof. R. Ciferri.
Ricci P. & Tomaselli R., 1958, Licheni foliicoli raccolti da E. Mameli Calvino, Archivio botanico e biogeografico italiano 34 ser. 4, 3 (4): 254-262.

Note
[1] Sono definiti foliicoli o epifilli quei licheni che hanno come substrato di crescita le foglie delle piante vascolari caducifoglie. Si sviluppano soprattutto nelle foreste tropicali, dove le condizioni climatiche consentono alle foglie di tali piante di perdurare anche per diversi anni.

 

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I. Il valore degli Erbari lichenologici storici dell’Università di Pavia

Nell’ambito del corso per operatori museali “Paesaggi Culturali” organizzato dalla Rete degli Orti Botanici della Lombardia, che si tiene nei prossimi giorni presso l’Orto Botanico di Pavia, è stata allestita nei locali della biblioteca un’esposizione dei materiali storici conservati nel dipartimento di botanica (attualmente ‘sezione di Ecologia del Territorio del Dipartimento di Scienze della Terra e dell’Ambiente’) e negli erbari (l’Erbario Vascolare e l’Erbario Crittogamico). Mi è stata data la ghiotta occasione di curare lo spazio espositivo relativo agli erbari lichenologici, ed ho quindi finalmente avuto modo di riportare alla luce collezioni veramente preziose delle quali nessuno o quasi rammenta l’esistenza nemmeno in dipartimento.
Questo post e i due che seguiranno si basano sul contenuto dei pannelli che ho redatto per illustrare l’esposizione.

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Le collezioni lichenologiche dell’Erbario Crittogamico dell’Università di Pavia
Nel complesso, l’Erbario Crittogamico dell’Università di Pavia (sigla ufficiale internazionale: PAV) ospita circa 10.000 exsiccata [1] di licheni, suddivisibili in diverse collezioni.
Tra gli erbari curati da lichenologi abbiamo quelli del prof. Santo Garovaglio (che include diversi exsiccata originali di Arnold, Flotow, Nylander, Schaerer), di don Giacomo Gresino (382 exsiccata per 369 taxa), del prof. Roberto Cobau (553 exsiccata per 551 taxa, raccolti da don Giacomo Gresino), di Emilio Rodegher (128 exsiccata), di Guglielmo Gasparrini (163 exsiccata per 134 taxa), quello di licheni foliicoli di Eva Mameli Calvino (37 buste in cui sono presenti exsiccata per 31 taxa), quello curato dal prof. Ruggero Tomaselli (che incude 970 exsiccata per 780 taxa, per la maggior parte appartenenti a un gran numero di collezioni storiche che Tomaselli ha smembrato per costituire l’Erbario Crittogamico Pavese; a causa della quasi totale mancanza di annotazioni in merito, risulta quasi sempre impossibile risalire a quali campioni provengano da quali raccolte classiche e quali siano invece una sua aggiunta) e, infine, quello curato dalla prof.ssa Mariagrazia Valcuvia Passadore (la cui sezione principale, ‘l’erbario lichenico lombardo’, è composta da circa 3200 exsiccata raccolti tra gli anni Settanta e il 2011).
Tra le raccolte di exsiccata classiche si possono ricordare Lichenotheca italica di Garovaglio (40 decadi), Lichenes Longobardiae di Garovaglio (3 decadi in 43 scatole), Kryptogamische Gewächse di Funck (42 scatole), Cladoniae Europaeae Exsiccatae di Rabenhorst (39 specie in 2 pacchi), Lichenes Exsiccati di Reichenbach e Schubert (150 esemplari in 6 fascicoli), Lichenes Selecti Germanici di Körber (120 esemplari in 2 fascicoli) e l’Erbario Crittogamico Italiano della Società Crittogamologica Italiana (2 pacchi).

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Come ‘filo conduttore’ di questa piccola esposizione ho scelto il mio genere lichenico preferito: Cladonia. Non si tratta tuttavia di una scelta lasciata puramente al gusto personale: le Cladonie (77 tra specie e sottospecie presenti in Italia, un centinaio in Europa, circa 500 in totale nel mondo) si prestano bene alla didattica, in quanto si tratta di macrolicheni piuttosto appariscenti, facili da notare e in una certa misura anche da identificare (per lo meno a livello di genere o gruppo sovraspecifico), molto diffusi su un gran numero di substrati e anche definibili ‘belli’ secondo un gusto estetico condivisibile. Le Cladonie hanno anche dei ruoli ecologici molto importanti, che ho già in parte sottolineato nel post natalizio dell’anno scorso.
Tra gli erbari storici che era possibile esporre, ho quindi deciso di dare una rispolverata alle ultracentocinquantenarie
Cladoniae di Rabenhorst, le cui copie in possesso dell’Erbario Crittogamico pavese sono piuttosto ben conservate e, per quanto di dimensioni centimetriche, significativamente appariscenti (…anche l’occhio vuole la sua parte…!).

Cladoniae Europaeae Exsiccatae
Tra l’Ottocento e il Novecento era pratica assodata che i maggiori esperti nei diversi campi della crittogamia assemblassero erbari, comprensivi tanto di descrizioni delle specie quanto di veri e propri exsiccata raccolti e preparati in serie, che venivano poi diffusi tra le istituzioni (Università e Orti Botanici) che ne facevano richiesta.
In questa prospettiva si colloca la raccolta delle Cladoniae Europaeae Exsiccatae (Cladonie europee essiccate) del prof. Gottlob Ludwig Rabenhorst (1806-1881), pubblicata a Dresda nel 1860 e comprensiva di 39 specie appartenenti al genere Cladonia. È assai probabile che la copia in possesso dell’Orto Botanico di Pavia sia stata acquisita dal prof. Santo Garovaglio (1805-1882), insigne botanico e lichenologo che fu direttore della struttura dal 1852 fino alla sua morte e che molto si adoperò per accrescerne le collezioni e il prestigio.

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Che valore hanno gli exsiccata così antichi?
Scientifico: si tratta di materiali importantissimi come riferimenti per identificare nuovi esemplari e per la conoscenza e lo studio della distribuzione e della tassonomia delle specie. Gli exsiccata più antichi in particolare possono essere molto utili per studiare come è cambiata nel tempo la distribuzione delle specie: infatti su ogni cartellino è presente anche un’informazione sulla località in cui il campione è stato raccolto; confrontando queste informazioni con la distribuzione attuale, si possono fare inferenze su come diversi fattori di disturbo (antropizzazione, inquinamento, addirittura anche cambiamenti climatici) possono aver condizionato eventuali modificazioni dell’areale di queste specie.
Storico: trattandosi di esemplari antichi, essi costituiscono materiale importante nella storia della lichenologia e della Scienza in generale.
Culturale: la presenza di questi esemplari nell’erbario della nostra Università dimostra come già all’epoca Pavia fosse un centro di cultura scientifica piuttosto importante, dal momento che i botanici pavesi erano in contatto con i grandi esperti del loro tempo, con i quali scambiavano materiali importanti per lo studio dei loro campi d’interesse.

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Bibliografia
Anderi P. & Valcuvia Passadore M., 2006. Licheni lombardi dell’Herbarium Universitatis Ticinensis (PAV), Notiziario della Società Lichenologica Italiana 19: 118.
Rabenhorst G.L., 1860, Cladoniae Europaeae Exsiccatae, Dresda.
Valcuvia Passadore M. & Pavan Arcidiaco L., 1990. Le collezioni lichenologiche dell’Herbarium Universitatis Ticinensis di Pavia (PAV), Notiziario della Società Lichenologica Italiana 3 suppl. 1: 57-63.

Note
[1] Con il termine exsiccatum (plurale: exsiccata) si definiscono tutti gli esemplari di piante, muschi, licheni, funghi, alghe e myxomiceti conservati in un erbario dopo un processo di essiccamento. Spesso all’essiccamento è abbinata una compressione che fa sì che gli esemplari possano poi essere spillati comodamente sui fogli d’erbario e siano più facilmente consultabili ed osservabili; in passato tutti gli exsiccata venivano pressati, mentre oggi ormai lo si fa solo con le piante. I licheni che fanno parte delle collezioni più antiche sono quindi pressati, mentre quelli più recenti sono generalmente stati conservati con il loro aspetto tridimensionale originario. Inoltre, a differenza delle piante, i licheni vengono conservati in buste di carta senza essere spillati (mentre in passato venivano generalmente incollati ai fogli d’erbario con la ceralacca, o addirittura incollati dentro le buste di carta che venivano poi incollate o spillate ai fogli d’erbario).

 

 

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Licheni di Natale

N.B. Questo post è una digressione e un approfondimento di questo altro articolo

Fin troppo spesso, ahinoi, le ‘renne’ che si vedono nelle sempre più pacchiane decorazioni natalizie che inflazionano centri cittadini e supermercati sono in realtà bizzarre chimere con snellezza di capriolo e palchi di cervo; la vera renna, un po’ più tozza per quanto dall’aria ugualmente simpatica, è un po’ meno aggraziata rispetto ad un bambi con dei sottili rametti incollati sulla testa.

Le vere renne, ben lungi dal trainare slitte volanti al comando di un bonario panzone e di una conspecifica dal naso a lanterna, in questo periodo dell’anno tirano a campare nella tundra e nella taiga accontentandosi di cibi meno sostanziosi rispetto alle erbe che ruminano nella bella stagione. Tale imprescindibile foraggio invernale è rappresentato dai licheni terricoli, in particolare da quelli conosciuti come – resterete sorpresi – “licheni delle renne”. Non chiedetemi ragguagli sull’enigmatica ragione del nome.

Cosa sono i licheni? Si tratta di organismi simbiotici – formati, cioè, da una simbiosi – costituiti dall’unione di un fungo (micobionte) e un’alga (un’alga verde o un cianobatterio, anche se in alcune specie sono presenti entrambi i tipi) (fotobionte), che, seguendo una felice espressione del lichenologo Trevor Goward, possono essere considerati come ‘funghi che hanno scoperto l’agricoltura’ (un lichene è in pratica un fungo che contiene un certo numero di cellule di una determinata specie algale in una relazione che forse non è poi così mutualistica come viene spesso superficialmente considerata [1], tant’è vero che attualmente i licheni vengono più spesso chiamati funghi lichenizzati, per lo meno dagli ‘addetti ai lavori’), sfatando anche l’inappropriata abitudine di raggruppare i licheni insieme ai muschi, che appartengono in toto al regno delle piante [2].

Siamo talmente abituati a pensare ai licheni come a delle cosucce insignificanti che incrostano i muri e i tronchi degli alberi che forse non riusciamo a materializzare l’idea che le sconfinate lande della tundra e il sottobosco della taiga siano praticamente tappezzati di questi organismi; ma in realtà non è un pensiero così fuori dalla nostra portata, come potremmo facilmente constatare con una passeggiata in alta montagna. In questi ambienti, dove le condizioni di vita sono più difficili che in altri, e nei quali quindi le piante vascolari faticano ad affermarsi, il suolo libero viene rapidamente colonizzato dai licheni (e dai muschi, ai quali, per quanto tassonomicamente distanti, sono ecologicamente simili), che sono più adatti a condizioni di vita proibitive.

I “licheni delle renne” sono i licheni terricoli per eccellenza: i loro talli sono dei ‘cespuglietti’ ramificati alti anche una decina di centimetri, di colore chiaro, che a seconda della specie si possono trovare non solo in ambienti freddi, ma anche in fasce climatiche più calde.
Per la Scienza, il loro nome è Cladonia sottogenere Cladina (anche se secondo alcuni esperti Cladina starebbe bene come genere a sè, ma sorvoliamo), e si tratta degli unici licheni tutelati dalla Direttiva Habitat [3].
Perchè la necessità di inserirli addirittura nella Direttiva Habitat? Può sembrare bizzarro a noi che non siamo abituati a vederne, ma bisogna considerare che nella regione boreale questi licheni hanno una certa importanza economica – e, di conseguenza, vengono ovviamente sfruttati dall’uomo. Basti pensare agli allevatori di renne: se l’economia delle popolazioni che campano allevando questi animali si basa per l’appunto sulle renne, e se per la sopravvivenza delle renne è cruciale la disponibilità di cibo nella stagione invernale, il risultato del ragionamento è che i licheni di fatto sono il pilastro portante di questo sistema economico, per quanto circoscritto esso sia. Già questo dovrebbe bastare a ridimensionare le nostre eventuali perplessità sulla loro utilità.

Ma le Cladine vengono ampiamente sfruttate dall’uomo anche in modo diretto. In particolare, Cladonia stellaris (precedentemente nota come Cladonia alpestris), rarissima in Italia ma molto diffusa nel Grande Nord, che forma dei cespuglietti dall’aspetto quasi di palle di neve, viene raccolta intensivamente nelle regioni scandinave e, dopo essere stata trattata con una soluzione a base di acqua e glicerina (che ne garantisce la flessibilità prevenendone l’essiccamento) [4] e pitturata del colore adeguato, viene venduta in tutto il mondo come…materiale per modellismo! Se vi siete mai chiesti cosa siano quei ‘cespuglietti’ che vendono come surrogati di cespugli e chiome d’albero in miniatura nei negozi di modellismo, ora avete la risposta.
Cladine trattate e dipinte dei più svariati colori si ritrovano anche in molte composizioni floreali essiccate o, in compagnia del muschio, in presepi tradizionali, mentre negli ultimi tempi sta prendendo piede l’usanza di utilizzarle addirittura per l’arredamento d’interni, incollate su pannelli con cui poi si ricoprono le pareti di casa [4].

Aguzzate l’occhio, quindi: nella composizione floreale natalizia che vi hanno regalato potrebbero esserci dei licheni, così come nel pranzo invernale delle controparti in carne ed ossa delle renne che scorrazzano sul vostro maglione di Natale un po’ infeltrito.

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Buone Feste


*** Note ***

[1] L’idea di “simbiosi mutualistica” generalmente associata alla simbiosi lichenica è attualmente avversata da una visione alternativa che vede questa relazione piuttosto come un “parassitismo controllato”, dal momento che i benefici derivanti dall’associazione tra i due partners non sono uguali, ma il fungo ne ottiene di più rispetto all’alga, tra l’altro anche limitandone lo sviluppo.

[2] L’impropria associazione mentale “muschi e licheni” è dovuta essenzialmente al loro ruolo ecologico spesso simile e alla secolare (ma sorpassata da un bel pezzo) suddivisione dei vegetali in crittogame (‘piante’ con spore, quindi funghi, licheni, muschi e felci) e fanerogame (piante propriamente dette con fiori, quindi Gimnosperme ed Angiosperme); anche dopo che i funghi vennero separati dal regno Plantae nel regno Mycota, l’uso di includere muschi e licheni insieme tra le crittogame perdurò per un bel pezzo. Con sconforto di briologi e lichenologi (gli specialisti, rispettivamente, di muschi e licheni), le cui aree di competenza ancora oggi vengono confuse dai più.

[3] La “Direttiva Habitat” (Direttiva 1992/43/CEE) è una direttiva europea che regolamenta la protezione degli habitat naturali e seminaturali e delle specie animali e vegetali all’interno dei Paesi membri della CE. Le Cladine si trovano nell’Allegato V, tra le “specie animali e vegetali di interesse comunitario il cui prelievo in natura e il cui sfruttamento possono essere oggetto di misure di gestione”; si tratta quindi di organismi che è possibile sfruttare, ma solo in modo regolamentato.

[4] Una rassegna più che esaustiva sugli usi delle Cladine e di altri licheni si può trovare in:
P. Modenesi, 2015, Il sapore e il colore dei licheni – una guida agli usi, Genova University Press, 158 pp.
Altra bibliografia interessante a riguardo:
G. A. Llano, 1944, Lichens – their biological and economic significance, Botanical Review 10 (1): 1-65.
G. A. Llano, 1948, Economic uses of lichens, Economic Botany 2 (1): 15-45.
G. A. Llano, 1956, Utilization of lichens in the Arctic and Subarctic, Economic Botany 10 (4): 367-392.
Online è disponibile anche il vasto database compilato da Sylvia Duran Sharnoff.

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