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Archive for the ‘Libellule’ Category

A metà di un pomeriggio di inizio agosto, il sole martella implacabile le campagne della Lomellina. L’umidità garantita dalle risaie ancora parzialmente allagate e dal fitto reticolo di rogge, ruscelli e canali contribuisce a rendere ancora più soffocante l’atmosfera satura di moscerini anche in pieno giorno. Negli appezzamenti lasciati incolti, dove le malerbe raggiungono finanche le ragguardevoli altezze di un paio di metri, si concentra la maggior parte degli insetti…e delle piante allergeniche. Se non costretta dal lavoro nei campi, o non diretta alla gratuita frescura di una nuotata nel canale, perchè mai una persona sana di mente dovrebbe volontariamente aggirarsi in questo torrido paesaggio?

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Un campo incolto sotto l’implacabile sole dell’agosto lomellino.

La risposta ce la fornisce un insetto che, dal chiaroscuro gioco di luci ed ombre al margine di un incolto, all’improvviso si alza brevemente in volo al nostro arrivo per andarsi a posare poco più avanti, ad una ‘distanza di sicurezza’ che giudica sufficiente. Si tratta di una libellula, che sembra uscita dal nulla: la livrea verde, giallina e nera si fondeva perfettamente con il mosaico di verdi chiari e scuri creato dai riflessi della dura luce pomeridiana tra le erbe parzialmente secche, e non l’abbiamo vista finché non ha deciso di mostrarsi alzandosi in volo. Il volo è tranquillo ma deciso, piuttosto lineare, con l’addome leggermente sollevato rispetto al torace; tituba un po’ per scegliere il nuovo posatoio, ma poi opta per una comoda foglia lunga e stretta e vi atterra posizionandosi in orizzontale.

Le campagne della Lomellina sono il posto classico in cui cercare questa specie in Italia, per lo meno se si seguono le utili dritte della ‘bibbia’ europea del dragonflywatching [1], che indica alcuni dei più noti corsi d’acqua della Lomellina – e naturalmente le campagne circostanti – come posti ideali per l’osservazione di alcune specie particolarmente interessanti.

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Il trafiletto del ‘Dijkstra’ che cita la Lomellina e le interessanti specie che vi si possono trovare.

Questa bella libellula, appartenente alla famiglia dei Gonfidi, risponde al nome di Ophiogomphus cecilia, ed è apprezzata dagli appassionati, oltre che per l’aspetto gradevole, anche per la sua relativa rarità in Italia. È inoltre una specie tutelata a livello europeo, essendo presente negli allegati II (“specie animali e vegetali di interesse comunitario la cui conservazione richiede la designazione di zone speciali di conservazione“) e IV (“specie animali e vegetali di interesse comunitario che richiedono una protezione rigorosa“) della Direttiva Habitat, la direttiva della Comunità Europea relativa alla protezione dell’ambiente e della biodiversità.

Gli ultimi chilometri del Naviglio Langosco, che termina proprio nella Lomellina pavese, furono ampiamenti studiati dagli odonatologi milanesi negli anni ’70 [2,3], e fu proprio qui che la specie venne (ri)scoperta in Italia, grazie proprio alle loro ricerche. Benché le località della Lomellina – sono ben noti alcuni siti in quella pavese e altri in quella novarese – restino comunque quelle proverbiali per tanti appassionati che desiderano osservare e fotografare questa libellula, negli ultimi tre decenni le conoscenze in merito sono aumentate, e l’areale italiano della specie ad oggi noto comprende essenzialmente il corso planiziale del fiume Po e il corso basso-medio di alcuni dei suoi principali affluenti [4].

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Maschio su un posatoio caratteristico, una lunga foglia vicina a terra, sul quale risulta abbastanza mimetico…

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…mentre invece risalta con evidenza quando si posa sulla nuda terra battuta delle strade sterrate a margine dei campi.

Si nota l’addome lungo e stretto che termina con gli ultimi segmenti molto allargati.

‘La cecilia’ è infatti una specie legata ai grandi corsi d’acqua planiziali con fondo sabbioso: le larve vivono in acque correnti pulite e bene ossigenate, dove si infossano nella sabbia lasciando emergere solo le estremità del corpo – quella posteriore per respirare e quella anteriore per cacciare [5]. Benché l’habitat primario siano i corsi d’acqua naturali, nella pianura irrigua questa libellula ha trovato un favorevole habitat di sostituzione (cioè un habitat secondario simile fisicamente ed ecologicamente a quello originario) nei grandi canali artificiali che convogliano l’acqua dai principali fiumi verso le campagne, a patto, naturalmente, che abbiano uno strato di sabbia sul fondo e non siano (troppo) inquinati.

Sostanzialmente, sembra che negli ultimi decenni la specie, dalle origini orientali, si sia espansa sempre più verso l’Europa occidentale e centro-settentrionale, generalmente seguendo il corso dei fiumi principali e dei loro affluenti; pare che questo fenomeno sia da imputare, se non completamente almeno in parte, ad un complessivo miglioramento della qualità delle acque.

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Femmina posata su un arbusto di biancospino…

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…e tra le erbe a margine di una risaia.

Si distingue agevolmente dal maschio per via dell’addome più tozzo e di larghezza uniforme, senza rigonfiamenti pronunciati negli ultimi segmenti.

I maschi adulti, territoriali, si trovano spesso lungo il margine dei campi coltivati e negli incolti, dove si posano soprattutto su erbe alte o rami bassi di arbusti (di solito tra i 20 e i 70 cm dal suolo), ma anche sulla nuda terra. Non sono molto confidenti: se avvicinati tendono a volare via a una certa distanza, ma spesso si spostano solo di poco, con voli brevi e bassi; si allontanano di molto e a volo alto, attraversando i campi o andando a nascondersi sulle chiome degli alberi, solo dopo essere stati disturbati più di una volta. In alcuni casi però li si riesce ad avvicinare abbastanza da poter scattare buone foto, soprattutto se si riesce a farlo molto lentamente ed evitando movimenti bruschi. Le femmine sono più difficili da vedere, e sembra che preferiscano la vegetazione un po’ più fitta, come gli immaturi di entrambi i sessi, che si trovano spesso a margine o nel fitto della vegetazione arbustiva, e si posano più in alto rispetto ai maschi adulti.

È noto inoltre che la specie, nel periodo di maturazione che intercorre tra la metamorfosi dalla vita larvale e il periodo di maturità sessuale, si sposta in zone densamente vegetate e piuttosto lontane dall’acqua, come boschetti o arbusteti. Dovrebbe poi fare ritorno ai corpi idrici di origine, come avviene in tutte le libellule, ma devo dire che in svariati anni di osservazioni mi è capitato molto raramente di vedere ‘cecilie’ adulte nei pressi dell’acqua (un solo maschio territoriale e alcune femmine intente a deporre le uova), e di ritrovarne invece negli stessi ambienti dove avevo osservato gli immaturi.

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Maschio immaturo: si notano i colori ancora piuttosto sbiaditi e gli occhi di colore verde-grigiastro e non ancora verde brillante come il resto della testa e il torace.

In questo periodo ho accompagnato alcuni amici alla ricerca di questo gioiellino dell’entomofauna lomellina, che sono convinto sia da valorizzare il più possibile (allegati II e IV, ricordo!). Va detto che le ricerche non vanno sempre a buon fine, ma conoscendo le esigenze ambientali e il periodo di volo (luglio-agosto) della specie, spesso ci si azzecca. È comunque una bella occasione per chiacchierare un po’ e vivere, seppure in piccola scala, le emozioni della ‘caccia fotografica’.

Infine, una piccola nota personale: Ophiogomphus cecilia è, in un certo senso, la causa scatenante della mia attuale passione per le libellule. Qualche anno fa, il professor Giuseppe Bogliani dell’Università di Pavia mi fece notare che proprio il mio paesello era ‘celebre’ per quella storia della riscoperta della specie, e così, incuriosito, cominciai ad allenare l’occhio nel tentativo di trovarla durante le mie scampagnate. Ci riuscii quasi subito, ancora prima che mi arrivasse la ‘bibbia’, tempestivamente ordinata via internet, e da allora ogni estate è un appuntamento fisso con la ricerca di questo mimetico insetto tricolore.

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La mia prima ‘cecilia’, avvistata lungo il proverbiale margine di un campo di mais (luglio 2011).

Ed ecco perchè, nei torridi pomeriggi di agosto, si possono incontrare strani personaggi che, armati di retino o macchina fotografica, percorrono tra la polvere e l’afa le sterrate, gli incolti o i margini dei campi della Lomellina, alla ricerca di un insetto bello, raro, interessante e anche un po’ sfuggevole. Forse sembriamo impazziti per il troppo sole, ma siamo semplicemente entusiasti della nostra passione per le libellule, che, nel mio caso in particolare, non può essere riassunta tanto bene da altri che dalla ‘cecilia’.

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In questi giorni anche le cecilie hanno caldo: questo maschio sta alzando l’addome nella posizione ‘a obelisco’, che le libellule assumono per diminuire la superficie corporea esposta al sole, così da non surriscaldarsi.


*** Note ***

[1] K.-D. B. Dijkstra & R. Lewington, 2006. Field guide to the Dragonflies of Britain and Europe. British Wildlife Publishing. 320 pp. – la vera e propria ‘bibbia’ europea del dragonflywatching, nota tra gli appassionati semplicemente come ‘il Dijkstra’.

[2] E. Balestrazzi & I. Bucciarelli, 1979, Ophiogomphus serpentinus (Charpentier) in un’associazione odonatologica della Lomellina Pavese, Lombardia, Italia (Anisoptera, Gomphidae), Notulae Odonatologicae (1), 4: 53-59.

[3] E. Balestrazzi, 2002, Odonati, in: D. Furlanetto (a cura di), 2002, Atlante della Biodiversità nel Parco Ticino. Vol. 1: elenchi sistematici, Consorzio Lombardo Parco della Valle del Ticino, pp. 237-248.

[4] E. Riservato, A. Festi, R. Fabbri, C. Grieco, S. Hardersen, G. La Porta, F. Landi, M. E. Siesa & C. Utzeri, 2014, Odonata – Atlante delle Libellule italiane – preliminare, Società Italiana per lo Studio e la Conservazione delle Libellule & Edizioni Belvedere, Latina, 224 pp.

[5] F. Suhling & O. Müller, 1996, Die Flussjungfern Europas – Gomphidae, Westarp Wissenschaften & Spektrum Akademischer Verlag, Magdeburg & Heidelberg – Berlin – Oxford, 237 pp.

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Boyeria irene è una grossa libellula della famiglia Aeshnidae endemica dell’Europa e del Nordafrica occidentali.

Ottima volatrice, è caratterizzata da una livrea di varie tonalità di verde e marrone che le conferiscono un aspetto decisamente ‘militaresco’; ha inoltre delle abitudini molto elusive, in quanto, a differenza della maggior parte delle altre libellule, che preferiscono volare al sole godendosi la luce e il caldo, preferisce di gran lunga volare nell’ombra delle ore crepuscolari o, se durante il giorno, lungo corsi d’acqua molto ombreggiati dalla vegetazione. Tutte queste caratteristiche le hanno valso il soprannome di “spettro”, che in inglese (“spectre“) è il nome volgare ufficiale della specie.

In volo sopra i corsi d’acqua è abbastanza facilmente riconoscibile: tende a “pattugliare” [1] con maggiore regolarità rispetto ad altri Aeshnidi, e comunque anche in volo il pattern cromatico è facilmente distinguibile da quello di qualsiasi altra specie nostrana. Individuarla quando è posata tra la vegetazione è invece impresa ardua: la colorazione ‘da tuta mimetica’ è infatti perfetta per mimetizzarsi nel caleidoscopio di luci e ombre in cui la luce estiva getta le foglie degli alberi accanto all’acqua. L’unico modo è riuscire a seguirne il volo finché non si va a posare, ma anche questa opzione può rivelarsi tutt’altro che semplice: è infatti una volatrice instancabile, che si posa solamente di rado.

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Boyeria irene femmina “appesa” sotto al portico durante le ore più calde della giornata (luglio 2015).

Tutti gli anni, in questo periodo, succede almeno una volta che mi capiti in giardino una Boyeria, generalmente un esemplare immaturo.

La specie si riproduce in corsi d’acqua puliti e ossigenati, come nei canali irrigui che abbondano nelle campagne della Lomellina, attorniati almeno da una piccola fascia di vegetazione arborea. Una volta che la larva uscita dall’acqua si metamorfosa in adulto – per questa specie il periodo di volo comincia in giugno – come per tutte le libellule ha inizio un breve periodo di maturazione sessuale in cui gli immaturi si allontanano dai corpi idrici di origine e trascorrono alcuni giorni in zone lontane, generalmente ben vegetate, prima di fare ritorno all’acqua una volta pronti per riprodursi.

Abitando abbastanza vicino alla campagna ed avendo un giardino ben fornito in termini di piante, mi capita spesso di osservare libellule immature, soprattutto tra la fine di giugno e la metà di luglio, che vengono a pernottare sui rami bassi dei miei alberi o, come nel caso della Boyeria, ci sostano durante il giorno.

Probabilmente in questo giardino passano molte più Boyeria irene di quelle che riesco a vedere; oltre ad essere supermimetica, ha anche l’abitudine di posarsi abbastanza in alto, quindi probabilmente mi perdo la maggior parte di quelle che effettivamente gironzolano nei dintorni. Qualche volta però sono riuscito ad individuarle, sia tra il fogliame degli alberi più bassi, sia posate in qualche posizione riparata direttamente sul muro della casa. Quella osservata oggi, che vedete nella prima foto, si stava godendo l’ombra in un punto riparato sotto al portico.

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Questo altro esemplare ha scelto una pessima posizione in cui pernottare, stranamente a pochissimi centimetri dal suolo, ma gli è andata bene e nessun predatore lo ha scovato (giugno 2014).

Boyeria irene non è particolarmente rara o minacciata, ma risente dell’inquinamento dei corsi d’acqua, e probabilmente le larve sono anche sensibili alle secche invernali dei canali irrigui in cui si sviluppano. È comunque di abbastanza difficile osservazione, per i motivi ricordati sopra, ed è da considerare appieno come una delle ‘perle’ della natura tromellese.


*** Note ***

[1] Con “pattugliamento” (“patrolling“) si definisce l’abitudine dei maschi di alcune libellule di volare avanti e indietro lungo il loro territorio – posto spesso lungo la riva di un corpo idrico – per difenderlo dalle intrusioni di altri maschi e per individuare femmine con cui accoppiarsi. A seconda della specie può cambiare la costanza con cui i maschi pattugliano; Boyeria irene tende a percorrere percorsi piuttosto regolari e relativamente brevi.

[2] Ulteriori informazioni sulla specie:

http://www.odonata.it/libe-italiane/boyeria-irene/

http://www2.unine.ch/files/content/sites/cscf/files/Documents%20%C3%A0%20t%C3%A9l%C3%A9charger/fiches%20protection%20ODO/Boyeria%20irene(fr).pdf

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Oggi sono alla ricerca di un vero e proprio gioiello dell’odonatofauna alpina: la “Smeralda Alpina”, Somatochlora alpestris. Si tratta di un ‘relitto glaciale’, cioè di una specie adattata ai climi freddi scesa nell’Europa meridionale seguendo le glaciazioni e che, al ritiro dei ghiacciai, è rimasta come relitto solo alle alte quote, unici luoghi in cui il clima le è congeniale a latitudini così basse. A me piace pensare a lei come alla Pernice Bianca delle libellule (il concetto è lo stesso).

Il sito che ho scelto di esplorare è il Passo del Vivione, a cavallo tra la Val di Scalve e l’Alta Val Camonica. La Val di Scalve è una valle piuttosto selvaggia, ricca di antiche tradizioni e ricchissima di bellezze naturalistiche. Il Passo, incastonato in un verdeggiante paesaggio subalpino a poca distanza dalla zona di passaggio tra le Prealpi Orobie calcaree e le Alpi Orobie cristalline, è raggiungibile lungo una tortuosa e vertiginosa stradicciola e ospita un capiente rifugio e un’area picnic alquanto panoramica.

Accanto ai tavoli e alle panche, si trova un laghetto alpino di un certo pregio botanico: diverse specie di Eriophorum e Carex ondeggiano al vento lungo le sponde, mentre la superficie è parzialmente ricoperta dal raro Sparganium angustifolium; le rive sono inoltre foderate di sfagni, i tipici muschi delle torbiere.

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A poca distanza dal rifugio, sull’altro versante del passo, è in effetti presente anche una torbiera piuttosto estesa: un altro paradiso per vegetali rari, anfibi e, potenzialmente, anche per le libellule.

La passeggiata parte dal Passo e costeggia il laghetto. Appena sceso dall’auto, prima ancora di prendere lo zaino, respirando a pieni polmoni l’aria fresca mi avvio proprio verso il laghetto per dare un’occhiata, e noto subito una scaramuccia tra due libellule scure: sono le Somatochlora alpestris che sto cercando, evidentemente due maschi territoriali. Recupero lo zaino e la gita ha inizio.

L’atmosfera è incredibilmente da Alpi tedesche: un altoparlante diffonde dello Jodel tutt’intorno al rifugio, forse in un atto di piaggeria nei confronti degli avventori, quasi tutti ciclisti germanofoni; tre di loro mi osservano incuriositi da una panchina mentre comincio ad ispezionare la riva, spostando delicatamente gli eriofori in cerca di esuvie. Anche il pittoresco laghetto sembra uscito da una pagina della monografia sulle libellule del Tirolo, tanto che per un attimo, tra il cicaleccio alemanno e la musica tradizionale, mi sento come trasportato in un qualche alpeggio austriaco, oppure svizzero, visto anche il bellissimo bovaro che trotterella annoiato lungo il sentiero.

Le prime osservazioni sono abbastanza banali; come ho già constatato alle ‘mie’ pozze, siamo nel pieno degli sfarfallamenti di Aeshna juncea, e anche qui trovo molte esuvie e anche alcuni individui nelle fasi finali della metamorfosi. I due maschi di Somatochlora alpestris che svolazzavano vicino alla riva al momento del mio arrivo sembrano svaniti nel nulla.

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Dopo aver esplorato almeno metà del perimetro del laghetto, un po’ scocciato per non aver ancora visto niente di interessante, mi distraggo un po’ prestando orecchio alla musica. È uno Jodel un po’ scadente – quel tipo di musica a me piace, ma solo quando è di una certa qualità. Si alza anche un filo di vento, che mi porta stralci dei dialoghi dei tre ciclisti di prima, ora di nuovo in sella e pronti a ripartire. Di nuovo, lascio che la mente vaghi fino ad un alpeggio tirolese.

Un ronzìo mi richiama dalle mie fantasticherie crucche: proviene dalla riva del laghetto, e sembra il classico rumore di una libellula in ovideposizione. E infatti! Seminascosta dai carici che dalla riva si piegano verso il laghetto, ecco una magnifica Somatochlora alpestris che posando ripetutamente l’addome sul pelo dell’acqua rilascia le uova. Ha scelto una zona vicinissima alla riva, in cui gli sfagni sommersi fuoriescono leggermente dalla superficie dell’acqua. Un classicone. In un attimo l’operazione ha termine, e la libellula veleggia lontano, sempre più in alto sopra ai pascoli.

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Le osservazioni seguenti riguardano di nuovo Aeshna juncea, tra cui un esemplare sfortunato che ha estratto solo parte della testa dall’esuvia – e che probabilmente entro domani sarà già diventato il pranzo di qualche altro animale. In un paio di punti trovo indizi di una predazione analoga a quella di cui avevo parlato qualche giorno fa. E proprio mentre raccolgo l’ennesima esuvia di Aeshna, ecco che una Somatochlora mi sfreccia vicinissima e prosegue verso il prato dietro di me.

La seguo con gli occhi nelle sue evoluzioni aeree fin quasi a diventare strabico, finché finalmente si posa. Ed inizia l’avvicinamento.

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Le libellule spesso sono imprevedibili. Alcune sono confidenti, altre paurose; non c’è una regola generale nemmeno nell’ambito di una stessa specie, alcuni individui sono fifoni, altri meno. La buona norma quindi è sempre quella di avvicinarsi molto lentamente, senza movimenti bruschi.

Con tanta pazienza riesco ad avvicinarmi e ad intascare qualche scatto decente. Poi, soddisfatto, decido di dedicarmi all’esplorazione delle torbiere sull’altro versante del Passo.

Le torbiere sono ambienti delicati, che possono venire compromessi anche da un calpestio minimo. Inoltre, a camminare tra gli sfagni ci si inzuppano gli scarponi in un battibaleno. Per cui, la soluzione migliore è costeggiare la torbiera vera e propria mantenendosi sul limitare del bosco. Così faccio, percorrendo una traccia di sentiero tra pietroni e rododendri proprio al confine tra torbiera e lariceto.

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Alla fine, però, la torbiera si rivela un flop: non si vede una libellula neanche a pagarla. Che sia troppo presto per le libellule di questa zona, o che i nuvoloni che vanno e vengono le scoraggino dal manifestarsi? Comunque sia, dopo un’oretta di vagabondaggio opto per un ritorno al laghetto.

È ormai tardo pomeriggio. Gli Enallagma cyathigerum, diafani bastoncini azzurri striati di nero, vengono sbattuti qua e là dal vento che finalmente ha dissipato le nuvole. La luce tiepida del sole del giugno alpino avvolge il Passo riscaldando l’atmosfera, ma di altre Somatochlora nemmeno l’ombra.

Tanto vale sedersi su una panchina per fare merenda, sempre con lo Jodel nelle orecchie. Guardando cosa s’inventa il bovaro per passare il tempo.

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Da qualche anno, approfitto delle vacanze per osservare sistematicamente le libellule delle pozze d’alpeggio del ridente Altopiano di Borno, in Val Camonica. La località più soddisfacente è un ampio prato a 1400 m di quota in cui si trovano due delle pozze più ricche di specie, interessanti anche dal punto di vista erpetologico. Nonostante il disturbo da parte del bestiame – cosa ovvia, dal momento che si tratta di pozze istituite appositamente per l’abbeverata del bestiame – queste due pozze sono abbastanza ricche anche di vegetazione sommersa ed emergente, il che le rende particolarmente idonee ad alcune specie di libellule.

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Le due pozze scenario di questo “giallo”

Quando si monitorano la libellule, sono tanti i dati che si possono raccogliere; oltre alla semplice presenza degli adulti è sempre interessante verificare anche la presenza di larve [1], raccogliere eventuali esuvie [2] trovate a margine del corpo idrico in cui si fanno ricerche, annotare i comportamenti osservati e, questione che a me interessa particolarmente, anche le eventuali interazioni predatorie.

Un paio di giorni fa, approfittando del bel tempo dopo un periodo piovoso, ho fatto la prima escursione dell’anno lungo il percorso che seguo abitualmente per le osservazioni alle pozze. Il prato in cui si trovano queste due pozze è la prima tappa e, appena arrivato alla prima delle due, ho tolto lo zaino appoggiandolo vicino al masso su cui sono solito sedermi per fare merenda…e ho subito notato qualcosa di strano.

Il masso dista circa un metro dalla linea dell’acqua, ed è già una distanza considerevole per una larva di 5-6 cm che esce dall’acqua per la metamorfosi; nonostante ciò, ben 8 esuvie di Aeshna juncea erano aggrappate intorno al masso. Ma forse non mi sarei neanche accorto delle esuvie se non fosse stato per un particolare: accanto alle esuvie c’erano delle ali! Chiaramente ali di libellule neometamorfosate, ben riconoscibili per non essere minimamente rovinate, ancora un po’ traslucide e con gli pterostigmi non ancora inscuriti. Nonostante alcune fossero spaiate, una conta precisa ha rivelato che praticamente tutte le libellule uscite da quelle 8 esuvie erano state predate!

Raccolte le esuvie e alcune delle ali, ho cominciato il giro della pozza – facendo un monitoraggio delle specie ‘a transetto’ [3], utilizzo il perimetro di ogni pozza come transetto – osservando diverse esuvie sulla vegetazione emergente dall’acqua, ma a pochi metri dal masso ho cominciato a trovare altre esuvie sulla riva fangosa, sistematicamente con accanto le ali del neometamorfosato predato! Alla fine del giro, ho contato ali per quasi una trentina di esemplari predati: in pratica, tutte le Aeshna juncea che hanno compiuto la metamorfosi sulla riva anziché tra la vegetazione emergente dall’acqua sono state predate, e tutte con la stessa modalità.

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Alcuni particolari della “scena del delitto”

All’altra pozza, distante una cinquantina di metri, stessa situazione: alcune esuvie tra la vegetazione emergente e alcune sulla riva, e accanto a tutte quelle sulla riva, le ali del neometamorfosato. Qua, in totale, circa una ventina di esemplari predati, tra cui anche una Libellula depressa insieme alle Aeshna juncea.

Sono rimasto abbastanza colpito nell’osservare una strage così sistematica. La metamorfosi dallo stadio larvale a quello adulto è senz’altro il momento più delicato nella vita delle libellule: nel tempo che passa tra l’emersione dell’acqua e l’involo (che può durare da una a due ore, a seconda della specie, e può anche prolungarsi se c’è brutto tempo) la libellula intenta a liberarsi dall’involucro larvale e ancora incapace di volare è facile preda di qualunque animale abbastanza grande o organizzato da poterla considerare come potenziale pranzo, dagli uccelli alle formiche. Un accorgimento evolutivo delle libellule per far fronte a questo rischio consiste nello sfarfallare preferibilmente all’alba, quando i potenziali predatori non sono ancora attivi [4].

Innanzitutto, chi potrebbe essere il serial killer colpevole di questa ecatombe di libellule? Dalle modalità, direi un uccello. Gli uccelli sono noti per avanzare le ali, quando predano libellule allo sfarfallamento [5]. Anche il fatto che la predazione fosse limitata alla riva mi fa propendere per un uccello. Certo, è possibile che anche quelle sfarfallate tra la vegetazione siano state predate, e le ali cadute in acqua siano state disperse, ma non avendo visto proprio nessuna ala in acqua lo ritengo poco probabile.

Tutti gli animali si ingegnano quando si tratta di riempire la pancia, e alcuni uccelli in particolare ci riescono molto bene: pensiamo ad esempio al noto caso delle cince che in Inghilterra avevano imparato a forare il tappo delle bottiglie di latte per farsi delle gran scorpacciate di panna. L’ipotesi in questo caso è che un uccello, o magari un gruppo familiare di uccelli (è il periodo in cui i nidiacei di tante specie si stanno involando), verosimilmente di una specie insettivora, abbia trovato per caso una libellula in metamorfosi e, continuando a cercare nei dintorni, abbia imparato che quel tipo di caccia è molto redditizio. Secondo la letteratura, infatti, grandi tassi di predazione sui neosfarfallati si osservano quando un sito di sfarfallamento si trova all’interno del territorio di una coppia di insettivori [4]; in questo caso sembra ci sia anche un limite massimo di predazione dovuto al consumo massimo giornaliero possibile [4], ma immagino che se una coppia sta allevando la nidiata, o se più specie diverse cacciano nello stesso sito, questo limite massimo si alzi di un bel po’.

Sulla specie in particolare in effetti è meglio non fare ipotesi; nella zona ne sono presenti diverse che potrebbero essere ‘colpevoli’. Non è nemmeno certo che tutte le libellule siano state predate da uccelli appartenenti alla stessa specie, anche se potrebbe sembrare l’ipotesi più probabile.

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Aeshna juncea al termine della metamorfosi, pronta per involarsi. Almeno questa si è salvata!

Il ‘caso’ non è chiuso, e il colpevole è ancora latitante!

Ovviamente ho presentato questa faccenda, abbastanza singolare dal mio punto di vista (in 5 anni che tengo d’occhio regolarmente queste pozze, non mi era mai capitato di osservare niente del genere), in termini metaforici: non ha senso parlare seriamente di ‘delitto’ e ‘colpevole’ quando si osserva la natura. Mors tua, vita mea. Per quanto mi possa dispiacere nel vedere un tale eccidio di libellule, per di più di una specie che mi piace tantissimo, la natura ha le sue giuste dinamiche; quelle libellule hanno scelto male il punto in cui sfarfallare, e hanno avuto la sfortuna di essere lì, inermi e ben visibili sulla riva spoglia, mentre passava un uccello abbastanza furbo da capire che poteva farsi una scorpacciata con estrema facilità. Buon appetito a lui quindi, ma speriamo che le prossime metamorfosande siano un po’ più accorte…


*** Note ***

[1] Le larve delle libellule sono acquatiche; alcune vivono tra la vegetazione sommersa, altre infossate nel sedimento del fondo. Per censire efficacemente le larve occorrono retini per il campionamento degli invertebrati acquatici; io mi limito ad osservare quelle visibili sulla parte di fondale più vicina alla riva.

[2] Le “esuvie” sono le pelli dell’ultimo stadio larvale dalle quali fuoriesce l’insetto adulto durante l’ultima metamorfosi (che viene detta anche “sfarfallamento”), nel passaggio dalla vita acquatica a quella aerea. Una volta che l’adulto si invola, l’esuvia resta sul substrato, ed è un importante indizio sulla presenza della specie nel corpo idrico che si sta osservando.

[3] Il monitoraggio a transetto prevede di fissare un percorso, detto appunto transetto, lungo il quale si annotano tutte le specie osservate. Generalmente vengono usati transetti lineari, ma nel caso specifico di piccoli corpi idrici come queste pozze è possibile usare l’intero perimetro della pozza come transetto.

[4] R. Groppali, 2009, Odonati come prede degli uccelli, Pianura 24: 151-156.

[5] A. Farkas, M. Arnold & D. Gyorgy, 2012, Mortality during emergence in Gomphus flavipes and G. vulgatissimus (Odonata, Gomphidae) along the Danube, Acta Biologica Debrecina Oecologica Hungarica 28: 65-82.

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Proposta etica per un’osservazione responsabile di Libellule ed altri Insetti

Questo “dodecalogo” nasce ispirandosi a varie versioni esistenti del “Decalogo del Birdwatcher”, un codice di comportamento proposto ed adottato in diverse forme, nella sua essenzialità, da svariati gruppi di birdwatchers per promuovere una frequentazione responsabile e sostenibile della natura e sintetizzare quelle norme di comportamento che in particolare possono contribuire a rendere minimo l’impatto di un osservatore sull’ambiente e sulla fauna selvatica.

Muovendoci nell’ambiente naturale, abbiamo per forza di cose un impatto, anche se spesso minimo (almeno dal nostro punto di vista di grossi Vertebrati), sull’ecosistema; questo codice di comportamento si propone di aiutarci a minimizzare le conseguenze della nostra presenza sugli oggetti del nostro interesse e sull’ambiente in generale.

Ecco quindi alcune semplici (ed intuitive) norme che sarebbe consigliabile seguire quando si osservano e fotografano le Libellule in natura (quando si fa dragonflywatching, per l’appunto); chiaramente, il discorso è estensibile almeno agli altri Invertebrati, pur con alcune differenze in merito a comportamenti e caratteristiche propri delle Libellule.

Un ringraziamento agli amici Alida Piglia e Dario Olivero, che hanno collaborato con me per la primissima stesura di questo codice di comportamento, messo a punto inizialmente un paio di anni fa in occasione di una nostra iniziativa comune.

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1) Evitare di toccare i neosfarfallati. La metamorfosi è un momento estremamente delicato: la larva esce dall’acqua e compie la muta che darà origine all’insetto adulto; il processo dura alcune ore ed è il momento di massima vulnerabilità nella vita di una Libellula. Quando la neometamorfosata non è ancora in grado di volare, e anche per alcune ore dopo il maiden flight, il tegumento non ancora indurito potrebbe essere danneggiato dalla manipolazione, soprattutto sulle ali, che in questa fase si deformano molto facilmente; pertanto, è sempre meglio evitare di toccare, catturare con retino e manipolare gli esemplari appena sfarfallati. Anche disturbare gli sfarfallamenti (ad esempio con calpestio della vegetazione ripariale o schizzando acqua nei pressi di esemplari in corso di metamorfosi) è un comportamento da evitare.

2) Evitare di interferire con il decorso naturale delle cose. Non vanno disturbate le femmine in ovodeposizione o gli esemplari in copula, per non compromettere queste delicate attività riproduttive; inoltre è bene anche evitare di interferire con gli episodi di predazione, sia da parte di libellule che ai danni delle stesse (ad esempio evitando di liberare esemplari intrappolati nelle tele dei ragni), in quanto è bene non interferire nei regolari rapporti preda-predatore in natura: non è giusto sottrarre un pasto onestamente guadagnato.

Vorrei però spendere due parole su quella che – secondo me – è l’unica eccezione accettabile al punto 2. Può capitare, specialmente in montagna, dove il tempo è molto variabile, di imbattersi in sfarfallamenti che stanno avendo luogo nonostante la pioggia. In queste situazioni, specialmente in presenza di pioggia forte, è probabile che una buona parte dei metamorfosandi vengano sbalzati in acqua e ci affoghino. Anche questo fa parte delle dinamiche naturali in cui sarebbe bene non interferire, ma immaginiamoci che, per esempio, l’episodio riguardi specie localmente o globalmente rare: potrebbe essere una perdita rilevante. Si potrebbe intervenire traslocando i neosfarfallati (solo quelli con almeno le ali già distese, meglio se già aperte; esemplari in fasi più precoci della metamorfosi non vanno assolutamente rimossi) al coperto, ma occorre evitare di toccare i tegumenti non ancora induriti di ali, torace ed addome (v. punto 1), per cui non li si può trattenere come si fa con gli adulti (v. punto 3): bisogna procedere facendo in modo che si aggrappino con le zampe ad un dito (sollecitando delicatamente le zampe, che sono la prima parte ad indurirsi completamente) e poi passarli dal dito al supporto riparato, sempre senza toccare il resto del corpo e con la massima delicatezza.

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Il modo corretto di tenere le Libellule neometamorfosate quando le si sposta: lasciare che si aggrappino ad un dito finché ci salgano, e poi spostarle, curandosi di non toccare tutte le altre parti del corpo, che devono ancora indurirsi completamente.

3) Non trattenere esemplari senza una valida ragione. La cattura temporanea di individui liberi a scopo identificativo va effettuata, quando necessaria, sempre con responsabilità ed attenzione, curandosi di evitare danni fisici agli esemplari durante la manipolazione e rilasciandoli il prima possibile, non appena l’identificazione è stata condotta con certezza. Le Libellule vanno trattenute preferibilmente per le ali unite sopra al dorso, tenendole delicatamente fra due dita; mai per le zampe, che, soprattutto negli Zigotteri, possono staccarsi con grande facilità. Al momento del rilascio, possono essere delicatamente appoggiate sulla vegetazione, facendo attenzione che non siano presenti pericoli nelle immediate vicinanze.

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Il modo corretto di trattenere le Libellule: tenere le ali saldamente (ma senza esercitare una pressione eccessiva) tra l’indice e il medio.

4) Non prelevare esemplari senza una valida ragione. La cattura di esemplari a scopo di collezionismo è ampiamente sconsigliata quando non supportata da valide e giustificate ragioni di ricerca scientifica e, in ogni caso, si ricorda che è vietata all’interno delle aree protette, quando non espressamente autorizzata per le motivazioni di cui sopra.

5) Valorizzare i dati ottenuti dalle proprie osservazioni. I dati conservati in cassaforte non sono utili a nessuno; è bene valorizzarli, comunicandoli ad associazioni preposte alla conoscenza e alla salvaguardia delle Libellule o degli animali in generale e agli altri appassionati (per lo meno a quelli ritenuti degni di fiducia), specialmente nel caso di specie rare o comunque meritevoli di protezione. Per supportare e documentare le osservazioni possono essere utili fotografie degli esemplari osservati in natura ed esuvie rinvenute sul campo, che è sempre bene raccogliere e conservare.

Per propositi divulgativi e conservazionistici, in Italia è molto attiva la Società Italiana per lo Studio e la Conservazione delle Libellule odonata.it.

6) Mantenere cautela riguardo alle segnalazioni di specie a rischio. Per contro rispetto al punto precedente, è meglio riflettere molto bene prima di comunicare informazioni troppo precise relativamente alle specie a rischio a persone di cui non si abbia fiducia; la salvaguardia delle specie rare deve sempre essere considerata prioritaria.

7) Rispettare l’ambiente naturale in cui ci si trova. La salvaguardia degli ecosistemi deve sempre essere prioritaria rispetto agli interessi personali. Minimizzare il disturbo verso gli animali (e verso gli altri fruitori dell’ambiente) camminando piano, evitando schiamazzi e vestendosi in modo non appariscente, evitare di uscire dai sentieri e calpestare ambienti che potrebbero venire compromessi dal calpestio (tenendo anche presente che uscendo dai tracciati in ambienti umidi come torbiere o acquitrini si possono correre rischi personali) e non gettare rifiuti sono le più basilari delle condizioni richieste per una fruizione sostenibile dell’ambiente.

8) Rispettare la legge e la proprietà privata. Occorre sempre informarsi ed ottemperare alle leggi e ai regolamenti delle aree protette in cui eventualmente ci si trova; bisogna sempre rispettare la proprietà privata altrui e chiederne il permesso ai proprietari prima di entrare.

9) Denunciare alle autorità competenti eventuali azioni illegali di disturbo all’ambiente osservate durante le escursioni.

10) Attenersi sempre alle norme del vivere civile e della buona condotta. La maleducazione di un singolo può rovinare la reputazione di un’intera categoria: sempre meglio mantenere comportamenti corretti ed educati, anche a prescindere da questa motivazione in particolare.

11) Stimolare all’interesse verso le Libellule altre persone incontrate durante le escursioni, se ne capita l’occasione. La percezione dei naturalisti da parte dei “non addetti ai lavori” in Italia è ancora piuttosto vaga, spaziando dall’indifferenza fino al sospetto. Quando, osservando o fotografando Libellule, incontriamo persone ignare della nostra attività, che magari ci osservano incuriosite o stranite, spiegare ciò che stiamo facendo, così come rispondere a domande e curiosità che possono eventualmente venire poste, è un buon modo per contribuire attivamente e positivamente alla divulgazione e all’enfatizzazione di tematiche naturalistiche.

12) Suggerimenti ed opinioni costruttive su quanto precedentemente elencato, al fine di migliorare questo codice di comportamento, sono sempre bene accetti. L’affinamento costante di questo dodecalogo a mezzo di commenti costruttivi sarebbe un ottimo modo di procedere verso un codice condiviso che possa diventare un punto di riferimento per quanti si interessano allo studio delle Libellule e degli Insetti in generale in un’ottica di fruizione sostenibile e responsabile del patrimonio naturalistico.

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