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Archive for the ‘Libellule’ Category

A distanza di due estati dallo sciame di “inquietanti libellule impazzite” che aveva “invaso” il quartiere torinese del Lingotto, ecco che le Anax ephippiger ritornano a far alzare il naso all’aria agli abitanti delle zone intorno a Torino.
Un paio di giorni fa, il 19 e il 20 agosto, la cittadina piemontese di Carmagnola è stata meta e dormitorio di un grosso sciame di questi Odonati, che ha attirato l’attenzione di chi se li è visti sfrecciare sopra la testa o riposare schierati sui muri – e non solo – della propria abitazione.
Ancora una volta, chiaramente, niente presagi apocalittici o piaghe bibliche dietro l’angolo; ma, comunque, un po’ di perplessità da parte dei cittadini poco o per nulla abituati ad assistere allo spettacolo di un consistente sciame di – grosse! – libellule in volo frenetico in pieno centro abitato sul far della sera. Che è in effetti uno spettacolo tanto raro da vedere quanto affascinante.

Non che abbia molto da aggiungere rispetto a quanto avevo già scritto qui e qui, se non che è interessante notare la diversa sensibilità con cui questo avvenimento viene recepito dagli spettatori – alcuni entusiasti dello spettacolo, altri incomprensibilmente spaventati dall’elevata concentrazione di libellule, e perfino qualcuno che lo prende come spunto per criticare l’amministrazione comunale! – e soprattutto sottolineare ancora una volta, che non fa mai male, che queste occasioni sono ottime per far conoscere al grande pubblico qualcosa di interessante sulla biologia e l’etologia degli insetti, quindi per poter fare un po’ di divulgazione. E, anche, condividere le bellissime foto della signora Teresa Dimundo, che ha avuto l’enorme fortuna di trovarsi fuori dalla finestra una parte dello sciame che aveva deciso di pernottare sul suo stendino! – e l’altra parte sul palazzo di fronte, uno spettacolo sorprendente e decisamente fuori dal comune.

 

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Fotografie per gentile concessione di Teresa Dimundo

E a chi, come me, è appassionato allo studio di questi insetti e cerca di comprenderne meglio la biologia e il comportamento, rimane l’annoso dubbio: saranno individui nati da queste parti o migratori?
[Forse la prima foto qualche indizio lo può dare: sembrano tutti belli ‘freschi’, il che potrebbe far propendere per individui nati dalle nostre parti…chissà]

 

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Avevo già recensito l’intera collana sugli animali delle Alpi (qui), ma questo volume in particolare si occupa di un taxon a me molto caro – tant’è vero che lo aspettavo con impazienza – per cui ho pensato valesse la pena spendere qualche parola in più.

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Conosciamo le libellule come insetti amanti del sole e del caldo, quasi emblematiche dell’estate. Che ci fanno allora così tante libellule – così tante da meritarsi addirittura una guida tutta e solo per loro – sulle Alpi, dove le giornate assolate sono più un’eccezione che una regola e dove anche d’estate di caldo non è che ce ne sia poi molto?

Sfogliando il libro scopriremo che diverse specie – che troviamo sulle alte montagne come le Alpi, così come nelle zone boreali – sono particolarmente adattate a vivere in condizioni rese proibitive da lunghi periodi di freddo…e molto altro.

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La parte introduttiva infatti fornisce una panoramica completa sulla biologia e l’ecologia delle libellule – con particolare attenzione, naturalmente, a quelle di montagna – e perfino un utilissimo capitolo dove alcuni tra i maggiori esperti di Odonati delle sei principali Nazioni attraversate dalla catena alpina rivelano i loro preziosi consigli su come e dove osservarle al meglio.

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Le schede delle specie sono molto dettagliate e comprendono veramente tutto quello che potrebbe venire in mente di chiedere su una libellula, da un’iconografia il più possibile completa alle indicazioni su periodo di volo e quote preferite dalle specie, dalle informazioni sui biotopi in cui si sviluppano le larve – spesso corredati da utili fotografie degli stessi – e sulla distribuzione geografica fino all’elenco dei nomi comuni delle specie in tutte le lingue parlate sulle Alpi.

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Si può dire che un libro è ben riuscito quando riesce a centrare bene tutti gli obiettivi che si era posto, e lo fa senza uscire dal seminato. Ci sono decine e decine di guide da campo, scritte magari con le migliori intenzioni, ma che da questo punto di vista sono dei buchi nell’acqua: per testi mediocri, iconografia mediocre, magari entrambe le cose; o per la superfluità di trattare un argomento già sviscerato centinaia di volte e meglio (un esempio per tutti: la pletora di guide da campo sugli uccelli pubblicate solo negli ultimi vent’anni, straripante di doppioni inutili e di testi brutti – non che lo siano tutti, ovviamente).
Fortunatamente non è il caso di questo libro, anzi, tutto il contrario: le foto sono di ottima qualità, dove occorre sono presenti anche disegni dei particolari necessari per l’identificazione, e i testi sono esaustivi senza essere prolissi. Ma ciò che lo rende veramente forte è la sua natura di non mera guida da campo – per quanto anche limitatamente a quell’aspetto sia un volume degno di nota – bensì di vero e proprio testo di approfondimento sulle libellule presenti nell’area alpina. Questo libro, prima ancora che insegnarci ad identificare le singole specie, ci incuriosisce, facendoci conoscere le difficoltà che l’ambiente alpino riserva alle libellule e i modi in cui esse le fronteggiano, mostrandoci i meravigliosi ambienti umidi d’alta quota dove esse vivono e si riproducono, inquadrando il tutto nella sempre necessaria e mai banale cornice della protezione della Natura.
E questo non è ‘uscire dal seminato’, perché il libro è Le Libellule delle Alpi, e non Guida all’identificazione delle Libellule delle Alpi: spero si colga questa sfumatura, che l’autore per primo ha saputo infondere così bene nella sua opera.
Credo che se dessimo questo libro in mano a un generico e curioso appassionato di natura che al momento non sa quasi niente di libellule, in breve tempo ce lo troveremmo ai margini di qualche torbiera alpina a cercare con entusiasmo Aeshne e Somatochlore. Ma, mi raccomando, ai margini: le torbiere non vanno calpestate!

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Le Libellule delle Alpi – come riconoscerle, dove e quando osservarle
di Matteo Elio Siesa
Blu Edizioni, Cuneo, 2017, 240 pagine

Le pagine in anteprima sono state gentilmente fornite dall’autore del volume.
Qui l’indice e qualche altra pagina del libro in anteprima.

 

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L’entomologia fu forse tra tutti i rami della zoologia il più favorito ed il più accarezzato, certo per l’attrazione quasi irresistibile che l’elegantissimo e misterioso mondo degli insetti esercita specialmente sul giovane naturalista

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Pietro Romualdo Pirotta (1853-1936), “scopritore della peronospora della vite in Italia“, fu un celebre botanico e crittogamologo (studioso di crittogame) italiano [1]. Iniziò la sua carriera nel ‘famoso’ – almeno all’epoca – Laboratorio Crittogamico dell’Università di Pavia, per approdare infine all’Università di Roma, dopo essere passato per quella di Modena.
Nonostante quasi tutti lo ricordino più che altro come insigne botanico, cosa che di certo fu, occupandosi fra le altre cose di funghi parassiti, istologia e fisiologia vegetale, ereditarietà dei caratteri nelle piante e molto altro, Pirotta ebbe anche il merito di dare un contributo notevole alle conoscenze, all’epoca scarse e frammentarie, sugli Odonati italiani, nonché di fornirne una preziosa sintesi.

All’epoca, le libellule, pur essendo già chiamate “Odonati” in ‘scientifichese’, non avevano ancora un ordine tutto loro, e venivano inserite nel gruppo dei “Libellulidi” o “Libelluline” [attenzione, il termine con quella desinenza ha una precisa valenza tassonomica, non è un vezzeggiativo] all’interno dell’ordine Orthoptera, insieme a Neurotteri (i formicaleoni), Efemerotteri (le effimere) ed Ortotteri propriamente detti, o ‘genuini’, come si diceva al tempo (grilli e cavallette, per intenderci). Insomma, un’accozzaglia di taxa oggi ben separati l’uno dall’altro. Un bell’esempio è la monografia di Ausserer sui ‘Neurotteri’ tirolesi [2], in cui troviamo, per l’appunto, tutti gli insetti di cui sopra.

Alla fine degli anni ’70 dell’Ottocento, il Pirotta era assistente al Museo Zoologico della Regia Università di Pavia; non c’è quindi da stupirsi che i suoi interessi, non ancora votati esclusivamente alla crittogamologia (nella quale pure si era già cimentato), si concentrassero anche su materiale zoologico – anche se prima di allora aveva avuto modo di dedicarsi perfino alla geologia. La sua avventura zoologica cominciò con alcuni lavori sui Miriapodi (i millepiedi), per passare poi agli Aranei (i ragni) toccando perfino i Molluschi, mostrando una personalità scientifica decisamente vivace, eclettica e curiosa.
Poi, finalmente, approdò agli Odonati, pubblicando due interessanti lavori nel 1878, sui “Libellulidi dei dintorni di Pavia” [3] e sugli “Ortotteri e Miriapodi del Varesotto” [4]. Si trattava di lavori indubbiamente carichi di novità: nessuno infatti si era ancora occupato sistematicamente di Odonati nell’area indagata dal Pirotta, e le ‘sorprese’ non mancarono. Nel lavoro sugli Odonati pavesi, che contiene osservazioni raccolte lungo il corso di svariati anni, si ha, ad esempio, la prima segnalazione per l’Italia di Oxygastra curtisii, un bellissimo anisottero endemico del bacino del Mediterraneo ad oggi ritenuto minacciato in tutta Europa (ed inserito quindi negli Allegati II e IV della Direttiva Habitat), catturata da un amico di Pirotta, il dott. Maestri, nel 1876 alle porte di Pavia.

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Oxygastra curtisii

Sicuramente già durante la stesura di questi saggi pubblicati nel 1878, Pirotta covava quella che sarebbe diventata la sua opera fondamentale sugli Odonati, che venne pubblicata già l’anno seguente: “Libellulidi Italiani”.

Il “Libellulidi Italiani” [5] è una monografia completa sotto tutti i punti di vista, quasi un atlante ante litteram: non comprende soltanto l’elenco completo e commentato di tutte le specie italiane note all’epoca, sintetizzandone tutte le segnalazioni, ma pure una parte introduttiva dove vengono riportate una bibliografia completa e commentata criticamente sugli Odonati italiani e un commento approfondito sulla corologia e la distribuzione in Italia delle specie trattate “allo scopo di sapere quali influenze la latitudine, l’altitudine e le condizioni climateriche esercitino sulla dispersione [delle specie]“.
Pirotta specifica che “comparai la nostra fauna con quella dei Paesi vicini circummediterranei, onde rilevarne le somiglianze e le differenze e trovare il carattere speciale di questo gruppo per la fauna italiana“, e che aveva avvertito la necessità di compilare una tale opera rilevando una lacuna nelle conoscenze entomologiche del Bel Paese: “accintomi io da qualche tempo allo studio degli Ortotteri, ho voluto tentare di esporre il quadro possibilmente completo di quelli fra il gruppo dei Pseudoneurotteri che appartengono alla sezione dei Libellulidi“, poiché “le cognizioni intorno ai medesimi furono per molto tempo e per certi riguardi molto incomplete“.

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Il frontespizio del “Libellulidi Italiani”

Si può quindi considerare questo lavoro come l’antesignano della monografia più completa che verrà compilata solamente una settantina di anni dopo da Conci e Nielsen [6] e del recentissimo Atlante nazionale [7], e il Pirotta un vero e proprio pioniere dell’odonatologia italiana.
Il suo ‘catalogo’ comprendeva già ben 85 specie a fronte delle 94 segnalate ad oggi [odonata.it]. Enormi progressi sono stati fatti da allora per aggiornare le conoscenze sulla distribuzione di questi insetti in terra italica, ma non riesco a non pensare a Pirotta come ad una figura di riferimento per l’odonatologia italiana che, nel datare il suo contributo con quel “Pavia, Febbrajo 1879“, consegnava alla comunità scientifica quello che per l’epoca era un lavoro che poco ha da invidiare agli atlanti d’oggigiorno.

Ma, ahinoi, dopo il “Libellulidi Italiani” l’attività entomologica di Pirotta subisce un brusco e definitivo arresto, coincidente con l’insediamento alla cattedra di Botanica dell’Università di Modena (1880), meritatissimo traguardo che, data l’ancora giovane età del Pirotta, la dice lunga sulle sue capacità – si pensi poi che solo tre anni dopo il ministro Giulio Baccelli lo volle alla cattedra di Botanica di Roma, con l’incarico non da poco di fondarvi un Orto Botanico degno della capitale.
Da allora, egli si occupò esclusivamente di botanica e crittogamologia (nello specifico, di funghi parassiti delle piante coltivate), materie nelle quali si era avviato già durante il periodo pavese, quando, ancora nel 1879, aveva trovato per la prima volta in Italia la peronospora della vite – come ricorda la targa in marmo che lo commemora nel chiostro dell’Orto Botanico di Pavia.

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La targa dedicata a Romualdo Pirotta nel chiostro dell’Orto Botanico pavese


***Note***
[1] Traverso G.B. 1937. Pietro Romualdo Pirotta. Atti dell’Istituto Botanico e del Laboratorio Crittogamico dell’Università di Pavia serie IV 9.
[2] Ausserer C. 1869. Neurotteri tirolesi con la diagnosi di tutti i generi europei – parte I: Pseudoneurotteri. Annuario della Società dei Naturalisti in Modena 4: 71-156.
[3] Pirotta R. 1878. Libellulidi dei dintorni di Pavia. Atti della Società Italiana di Scienze Naturali 21: 87-100.
[4] Pirotta R. 1878. Sugli Ortotteri e Miriapodi del Varesotto. Atti della Società Italiana di Scienze Naturali 21: 629-647.
[5] Pirotta R. 1879. Libellulidi Italiani. Annali del Museo Civico di Storia Naturale di Genova 14: 401-489.
[6] Conci C. & Nielsen C. 1956. Odonata – Fauna d’Italia 1. Calderini, Bologna. 298 pp.
[7] Riservato et al. 2014. Odonata – atlante delle libellule italiane – preliminare. Società Italiana per lo Studio e la Conservazione delle Libellule, Edizioni Belvedere, Latina, 224 pp.

 

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A metà di un pomeriggio di inizio agosto, il sole martella implacabile le campagne della Lomellina. L’umidità garantita dalle risaie ancora parzialmente allagate e dal fitto reticolo di rogge, ruscelli e canali contribuisce a rendere ancora più soffocante l’atmosfera satura di moscerini anche in pieno giorno. Negli appezzamenti lasciati incolti, dove le malerbe raggiungono finanche le ragguardevoli altezze di un paio di metri, si concentra la maggior parte degli insetti…e delle piante allergeniche. Se non costretta dal lavoro nei campi, o non diretta alla gratuita frescura di una nuotata nel canale, perchè mai una persona sana di mente dovrebbe volontariamente aggirarsi in questo torrido paesaggio?

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Un campo incolto sotto l’implacabile sole dell’agosto lomellino.

La risposta ce la fornisce un insetto che, dal chiaroscuro gioco di luci ed ombre al margine di un incolto, all’improvviso si alza brevemente in volo al nostro arrivo per andarsi a posare poco più avanti, ad una ‘distanza di sicurezza’ che giudica sufficiente. Si tratta di una libellula, che sembra uscita dal nulla: la livrea verde, giallina e nera si fondeva perfettamente con il mosaico di verdi chiari e scuri creato dai riflessi della dura luce pomeridiana tra le erbe parzialmente secche, e non l’abbiamo vista finché non ha deciso di mostrarsi alzandosi in volo. Il volo è tranquillo ma deciso, piuttosto lineare, con l’addome leggermente sollevato rispetto al torace; tituba un po’ per scegliere il nuovo posatoio, ma poi opta per una comoda foglia lunga e stretta e vi atterra posizionandosi in orizzontale.

Le campagne della Lomellina sono il posto classico in cui cercare questa specie in Italia, per lo meno se si seguono le utili dritte della ‘bibbia’ europea del dragonflywatching [1], che indica alcuni dei più noti corsi d’acqua della Lomellina – e naturalmente le campagne circostanti – come posti ideali per l’osservazione di alcune specie particolarmente interessanti.

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Il trafiletto del ‘Dijkstra’ che cita la Lomellina e le interessanti specie che vi si possono trovare.

Questa bella libellula, appartenente alla famiglia dei Gonfidi, risponde al nome di Ophiogomphus cecilia, ed è apprezzata dagli appassionati, oltre che per l’aspetto gradevole, anche per la sua relativa rarità in Italia. È inoltre una specie tutelata a livello europeo, essendo presente negli allegati II (“specie animali e vegetali di interesse comunitario la cui conservazione richiede la designazione di zone speciali di conservazione“) e IV (“specie animali e vegetali di interesse comunitario che richiedono una protezione rigorosa“) della Direttiva Habitat, la direttiva della Comunità Europea relativa alla protezione dell’ambiente e della biodiversità.

Gli ultimi chilometri del Naviglio Langosco, che termina proprio nella Lomellina pavese, furono ampiamenti studiati dagli odonatologi milanesi negli anni ’70 [2,3], e fu proprio qui che la specie venne (ri)scoperta in Italia, grazie proprio alle loro ricerche. Benché le località della Lomellina – sono ben noti alcuni siti in quella pavese e altri in quella novarese – restino comunque quelle proverbiali per tanti appassionati che desiderano osservare e fotografare questa libellula, negli ultimi tre decenni le conoscenze in merito sono aumentate, e l’areale italiano della specie ad oggi noto comprende essenzialmente il corso planiziale del fiume Po e il corso basso-medio di alcuni dei suoi principali affluenti [4].

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Maschio su un posatoio caratteristico, una lunga foglia vicina a terra, sul quale risulta abbastanza mimetico…

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…mentre invece risalta con evidenza quando si posa sulla nuda terra battuta delle strade sterrate a margine dei campi.

Si nota l’addome lungo e stretto che termina con gli ultimi segmenti molto allargati.

‘La cecilia’ è infatti una specie legata ai grandi corsi d’acqua planiziali con fondo sabbioso: le larve vivono in acque correnti pulite e bene ossigenate, dove si infossano nella sabbia lasciando emergere solo le estremità del corpo – quella posteriore per respirare e quella anteriore per cacciare [5]. Benché l’habitat primario siano i corsi d’acqua naturali, nella pianura irrigua questa libellula ha trovato un favorevole habitat di sostituzione (cioè un habitat secondario simile fisicamente ed ecologicamente a quello originario) nei grandi canali artificiali che convogliano l’acqua dai principali fiumi verso le campagne, a patto, naturalmente, che abbiano uno strato di sabbia sul fondo e non siano (troppo) inquinati.

Sostanzialmente, sembra che negli ultimi decenni la specie, dalle origini orientali, si sia espansa sempre più verso l’Europa occidentale e centro-settentrionale, generalmente seguendo il corso dei fiumi principali e dei loro affluenti; pare che questo fenomeno sia da imputare, se non completamente almeno in parte, ad un complessivo miglioramento della qualità delle acque.

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Femmina posata su un arbusto di biancospino…

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…e tra le erbe a margine di una risaia.

Si distingue agevolmente dal maschio per via dell’addome più tozzo e di larghezza uniforme, senza rigonfiamenti pronunciati negli ultimi segmenti.

I maschi adulti, territoriali, si trovano spesso lungo il margine dei campi coltivati e negli incolti, dove si posano soprattutto su erbe alte o rami bassi di arbusti (di solito tra i 20 e i 70 cm dal suolo), ma anche sulla nuda terra. Non sono molto confidenti: se avvicinati tendono a volare via a una certa distanza, ma spesso si spostano solo di poco, con voli brevi e bassi; si allontanano di molto e a volo alto, attraversando i campi o andando a nascondersi sulle chiome degli alberi, solo dopo essere stati disturbati più di una volta. In alcuni casi però li si riesce ad avvicinare abbastanza da poter scattare buone foto, soprattutto se si riesce a farlo molto lentamente ed evitando movimenti bruschi. Le femmine sono più difficili da vedere, e sembra che preferiscano la vegetazione un po’ più fitta, come gli immaturi di entrambi i sessi, che si trovano spesso a margine o nel fitto della vegetazione arbustiva, e si posano più in alto rispetto ai maschi adulti.

È noto inoltre che la specie, nel periodo di maturazione che intercorre tra la metamorfosi dalla vita larvale e il periodo di maturità sessuale, si sposta in zone densamente vegetate e piuttosto lontane dall’acqua, come boschetti o arbusteti. Dovrebbe poi fare ritorno ai corpi idrici di origine, come avviene in tutte le libellule, ma devo dire che in svariati anni di osservazioni mi è capitato molto raramente di vedere ‘cecilie’ adulte nei pressi dell’acqua (un solo maschio territoriale e alcune femmine intente a deporre le uova), e di ritrovarne invece negli stessi ambienti dove avevo osservato gli immaturi.

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Maschio immaturo: si notano i colori ancora piuttosto sbiaditi e gli occhi di colore verde-grigiastro e non ancora verde brillante come il resto della testa e il torace.

In questo periodo ho accompagnato alcuni amici alla ricerca di questo gioiellino dell’entomofauna lomellina, che sono convinto sia da valorizzare il più possibile (allegati II e IV, ricordo!). Va detto che le ricerche non vanno sempre a buon fine, ma conoscendo le esigenze ambientali e il periodo di volo (luglio-agosto) della specie, spesso ci si azzecca. È comunque una bella occasione per chiacchierare un po’ e vivere, seppure in piccola scala, le emozioni della ‘caccia fotografica’.

Infine, una piccola nota personale: Ophiogomphus cecilia è, in un certo senso, la causa scatenante della mia attuale passione per le libellule. Qualche anno fa, il professor Giuseppe Bogliani dell’Università di Pavia mi fece notare che proprio il mio paesello era ‘celebre’ per quella storia della riscoperta della specie, e così, incuriosito, cominciai ad allenare l’occhio nel tentativo di trovarla durante le mie scampagnate. Ci riuscii quasi subito, ancora prima che mi arrivasse la ‘bibbia’, tempestivamente ordinata via internet, e da allora ogni estate è un appuntamento fisso con la ricerca di questo mimetico insetto tricolore.

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La mia prima ‘cecilia’, avvistata lungo il proverbiale margine di un campo di mais (luglio 2011).

Ed ecco perchè, nei torridi pomeriggi di agosto, si possono incontrare strani personaggi che, armati di retino o macchina fotografica, percorrono tra la polvere e l’afa le sterrate, gli incolti o i margini dei campi della Lomellina, alla ricerca di un insetto bello, raro, interessante e anche un po’ sfuggevole. Forse sembriamo impazziti per il troppo sole, ma siamo semplicemente entusiasti della nostra passione per le libellule, che, nel mio caso in particolare, non può essere riassunta tanto bene da altri che dalla ‘cecilia’.

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In questi giorni anche le cecilie hanno caldo: questo maschio sta alzando l’addome nella posizione ‘a obelisco’, che le libellule assumono per diminuire la superficie corporea esposta al sole, così da non surriscaldarsi.


*** Note ***

[1] K.-D. B. Dijkstra & R. Lewington, 2006. Field guide to the Dragonflies of Britain and Europe. British Wildlife Publishing. 320 pp. – la vera e propria ‘bibbia’ europea del dragonflywatching, nota tra gli appassionati semplicemente come ‘il Dijkstra’.

[2] E. Balestrazzi & I. Bucciarelli, 1979, Ophiogomphus serpentinus (Charpentier) in un’associazione odonatologica della Lomellina Pavese, Lombardia, Italia (Anisoptera, Gomphidae), Notulae Odonatologicae (1), 4: 53-59.

[3] E. Balestrazzi, 2002, Odonati, in: D. Furlanetto (a cura di), 2002, Atlante della Biodiversità nel Parco Ticino. Vol. 1: elenchi sistematici, Consorzio Lombardo Parco della Valle del Ticino, pp. 237-248.

[4] E. Riservato, A. Festi, R. Fabbri, C. Grieco, S. Hardersen, G. La Porta, F. Landi, M. E. Siesa & C. Utzeri, 2014, Odonata – Atlante delle Libellule italiane – preliminare, Società Italiana per lo Studio e la Conservazione delle Libellule & Edizioni Belvedere, Latina, 224 pp.

[5] F. Suhling & O. Müller, 1996, Die Flussjungfern Europas – Gomphidae, Westarp Wissenschaften & Spektrum Akademischer Verlag, Magdeburg & Heidelberg – Berlin – Oxford, 237 pp.

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Boyeria irene è una grossa libellula della famiglia Aeshnidae endemica dell’Europa e del Nordafrica occidentali.

Ottima volatrice, è caratterizzata da una livrea di varie tonalità di verde e marrone che le conferiscono un aspetto decisamente ‘militaresco’; ha inoltre delle abitudini molto elusive, in quanto, a differenza della maggior parte delle altre libellule, che preferiscono volare al sole godendosi la luce e il caldo, preferisce di gran lunga volare nell’ombra delle ore crepuscolari o, se durante il giorno, lungo corsi d’acqua molto ombreggiati dalla vegetazione. Tutte queste caratteristiche le hanno valso il soprannome di “spettro”, che in inglese (“spectre“) è il nome volgare ufficiale della specie.

In volo sopra i corsi d’acqua è abbastanza facilmente riconoscibile: tende a “pattugliare” [1] con maggiore regolarità rispetto ad altri Aeshnidi, e comunque anche in volo il pattern cromatico è facilmente distinguibile da quello di qualsiasi altra specie nostrana. Individuarla quando è posata tra la vegetazione è invece impresa ardua: la colorazione ‘da tuta mimetica’ è infatti perfetta per mimetizzarsi nel caleidoscopio di luci e ombre in cui la luce estiva getta le foglie degli alberi accanto all’acqua. L’unico modo è riuscire a seguirne il volo finché non si va a posare, ma anche questa opzione può rivelarsi tutt’altro che semplice: è infatti una volatrice instancabile, che si posa solamente di rado.

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Boyeria irene femmina “appesa” sotto al portico durante le ore più calde della giornata (luglio 2015).

Tutti gli anni, in questo periodo, succede almeno una volta che mi capiti in giardino una Boyeria, generalmente un esemplare immaturo.

La specie si riproduce in corsi d’acqua puliti e ossigenati, come nei canali irrigui che abbondano nelle campagne della Lomellina, attorniati almeno da una piccola fascia di vegetazione arborea. Una volta che la larva uscita dall’acqua si metamorfosa in adulto – per questa specie il periodo di volo comincia in giugno – come per tutte le libellule ha inizio un breve periodo di maturazione sessuale in cui gli immaturi si allontanano dai corpi idrici di origine e trascorrono alcuni giorni in zone lontane, generalmente ben vegetate, prima di fare ritorno all’acqua una volta pronti per riprodursi.

Abitando abbastanza vicino alla campagna ed avendo un giardino ben fornito in termini di piante, mi capita spesso di osservare libellule immature, soprattutto tra la fine di giugno e la metà di luglio, che vengono a pernottare sui rami bassi dei miei alberi o, come nel caso della Boyeria, ci sostano durante il giorno.

Probabilmente in questo giardino passano molte più Boyeria irene di quelle che riesco a vedere; oltre ad essere supermimetica, ha anche l’abitudine di posarsi abbastanza in alto, quindi probabilmente mi perdo la maggior parte di quelle che effettivamente gironzolano nei dintorni. Qualche volta però sono riuscito ad individuarle, sia tra il fogliame degli alberi più bassi, sia posate in qualche posizione riparata direttamente sul muro della casa. Quella osservata oggi, che vedete nella prima foto, si stava godendo l’ombra in un punto riparato sotto al portico.

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Questo altro esemplare ha scelto una pessima posizione in cui pernottare, stranamente a pochissimi centimetri dal suolo, ma gli è andata bene e nessun predatore lo ha scovato (giugno 2014).

Boyeria irene non è particolarmente rara o minacciata, ma risente dell’inquinamento dei corsi d’acqua, e probabilmente le larve sono anche sensibili alle secche invernali dei canali irrigui in cui si sviluppano. È comunque di abbastanza difficile osservazione, per i motivi ricordati sopra, ed è da considerare appieno come una delle ‘perle’ della natura tromellese.


*** Note ***

[1] Con “pattugliamento” (“patrolling“) si definisce l’abitudine dei maschi di alcune libellule di volare avanti e indietro lungo il loro territorio – posto spesso lungo la riva di un corpo idrico – per difenderlo dalle intrusioni di altri maschi e per individuare femmine con cui accoppiarsi. A seconda della specie può cambiare la costanza con cui i maschi pattugliano; Boyeria irene tende a percorrere percorsi piuttosto regolari e relativamente brevi.

[2] Ulteriori informazioni sulla specie:

http://www.odonata.it/libe-italiane/boyeria-irene/

http://www2.unine.ch/files/content/sites/cscf/files/Documents%20%C3%A0%20t%C3%A9l%C3%A9charger/fiches%20protection%20ODO/Boyeria%20irene(fr).pdf

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