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Archive for the ‘Libellule’ Category

Ebbene sì, parliamo proprio di strategie per non concedersi alle avances sessuali dei maschi, anche se, ovviamente, non nella nostra specie – per quanto anche per le femmine di Homo sapiens questa potrebbe rivelarsi una strategia vincente, chissà.
In pratica, è stato scoperto – e riportato con grande clamore sui social – che le femmine della libellula Aeshna juncea, a volte, si fingono morte per evitare di accoppiarsi con i maschi [1].

Come al solito, quando una notizia naturalistica rappresenta una curiosità che già dal titolo (“LE LIBELLULE SI FINGONO MORTE PER NON FARE SESSO”, titolo realmente apparso sui social) può essere venduta come qualcosa che fa sorridere ed attira click, questa si diffonde a macchia d’olio e, in genere, viene riportata approssimativamente…anche da certi personaggi che pretendono di essere naturalisti e divulgatori competenti e preparati (non faccio nomi, o meglio, link). Mentre, anche quando viene riportata correttamente, tanta (troppa) gente la condivide sui social, con condimento di emoticon che se la ridono fino alle lacrime, senza nemmeno aprire l’articolo e lasciando luogo agli equivoci che i titoli spesso sensazionalistici originano. La conseguenza è che adesso molta gente crede che quando una qualunque libellula femmina viene approcciata da un maschio della stessa specie per l’accoppiamento, si finge morta per non sottostare al suo ruolo riproduttivo. Fine.
Ovviamente non è così, per tutta una serie di questioni che rendono errata, o quantomeno approssimativa, ogni parte del concetto espresso nella frase precedente. Scomponiamola, quindi, ed osserviamo meglio quella che è la realtà delle cose.

Prima, però, una necessaria premessa. Nelle libellule dell’ordine degli Anisotteri, l’accoppiamento avviene in modo abbastanza brutale: i maschi pattugliano gli ambienti umidi nei quali possono trovare femmine intente a deporre le uova e, non appena ne trovano una, le saltano letteralmente addosso per tentare di accoppiarcisi. Precipitevolissimevolmente, la afferrano per il torace con le zampe per tenerla ferma e subito cercano di agganciare le loro appendici addominali alla collottola della femmina, in modo da formare quella posizione detta ‘tandem’, nella quale la trascinano finché essa cede ed accetta di accoppiarsi. A quel punto, quindi, la femmina solleva l’addome e porta la sua apertura genitale a contatto con i genitali secondari del maschio, costituendo quella forma detta ‘ruota d’accoppiamento’.

junceacop1okCoppia di Aeshna juncea in tandem (a) e ruota d’accoppiamento (b).

Chiarito questo, torniamo ora alle nostre precisazioni.

Tanto per cominciare, questo comportamento non è stato osservato in tutte le libellule, ma, finora, solamente in una specie, ossia Aeshna juncea [1]. È comunque altamente probabile che si possa manifestare in altre specie, soprattutto Anisotteri di grandi dimensioni, come ad esempio gli altri Aeshnidae. Mentre è meno scontato che sia presente negli Zigotteri, che a volte hanno comportamenti riproduttivi più articolati e meno ‘mordi e fuggi’ rispetto agli Anisotteri, arrivando addirittura, in alcune specie, a manifestazioni di corteggiamento alle quali la femmina può semplicemente rispondere con disinteresse, senza bisogno di fingersi passata a miglior vita.
Questo, almeno, relativamente alle specie europee.

Poi, è forse ancora più importante sottolineare che la recitazione del ruolo del cadavere non è affatto l’unica strategia che le libellule attuano per evitare l’accoppiamento: ce ne sono diverse altre, molto più comuni.
La più banale è la fuga. La ricerca che ha fatto tutto questo scalpore riferisce di come, a partire dalla fuga dal maschio in volo, le femmine di Aeshna juncea finiscano col buttarsi a terra immobili fingendosi morte; ma, più spesso, la fuga è fine a sè stessa e la femmina riesce a fuggire dal maschio, andandosi a nascondere tra gli alberi (se nelle vicinanze di un bosco) o volando molto in alto (se in alta montagna, dove siano assenti alberi).
La fuga non è però l’unica opzione. Una femmina già agganciata dal maschio e trascinata in volo può divincolarsi sbattendo le ali e strattonando con forza, finché non viene lasciata andare. Oppure, se non ancora in volo, aggrapparsi saldamente alla vegetazione sulla quale era posata in modo che il maschio non riesca a trascinarla via e, alla lunga, desista e la lasci in pace [2]. O, ancora, scacciare un maschio intento all’approccio mediante il cosiddetto wing-clapping, cioè un veloce battito delle ali a sorpresa, che destabilizza momentaneamente il maschio prima che la afferri, concedendole il tempo per darsi alla fuga [2].
Le libellule sono insetti molto dinamici, e tutti questi moduli comportamentali avvengono in tempi dell’ordine dei secondi o, addirittura, delle frazioni di secondo; anche per questo, alcuni sono stati individuati solamente analizzando al rallentatore filmati di alta qualità [2].

junctent1okFemmina di Aeshna juncea che, sorpresa ed approcciata da un maschio durante l’ovodeposizione in una torbiera, resiste alle ‘avances’ tenendosi saldamente aggrappata alla vegetazione

Tenete poi presente che i maschi di Aeshna juncea sono dei mascalzoni patentati: non si accontentano di tentare la copula con le femmine conspecifiche adulte, ma a volte assalgono anche le femmine neometamorfosate che, posate sulla vegetazione emergente dall’acqua, attendono che le ali spalancate si asciughino dopo essere uscite dall’esuvia [3], nonché femmine di altre specie (ad esempio Aeshna cyanea) [4] o, quando la ricerca è particolarmente frenetica, addirittura altri maschi [4]. Per far fronte a una tale insaziabilità, anche le strategie di contrattacco sono varie, e molto probabilmente dipendono anche dal contesto ambientale in cui avviene ‘l’aggressione’ e da condizioni e posizione della femmina al momento dell’approccio.

Per un caso fortunato, proprio Aeshna juncea è l’Anisottero più comune sulle Alpi, e di conseguenza è una delle specie che ho osservato più spesso e più a lungo durante le mie ricerche odonatologiche in Val Camonica. Posso quindi affermare con dati di prima mano che fingersi morta non è la strategia più frequente…almeno nelle Aeshna juncea camune! (ma lo estrapolerei alle Aeshna juncea in generale) [4].
Nella maggior parte dei casi, la femmina tenta di fuggire in volo già quando il maschio non l’ha ancora afferrata ma si sta semplicemente appropinquando, oppure si divincola con strattoni violenti quando il maschio l’ha già afferrata per la collottola (il che porta spesso alla caduta di entrambi in acqua, dal momento che queste scene hanno luogo generalmente a margine di pozze d’alpeggio o specchi d’acqua di altro tipo; e una volta in acqua, il maschio la lascia andare perché non riuscirebbe ad uscirne dovendosi portare dietro anche il peso della più massiccia femmina) [4]. Qualche volta ho anche osservato le femmine aggrapparsi con forza alla vegetazione riparia o emergente finché il maschio non abbandonava l’impresa per sfinimento, e solamente un paio di volte, infine, ho visto le femmine buttarsi a terra a peso morto, in una credibile e magistrale interpretazione di Giulietta Capuleti dopo la pugnalata autoinferta.

juncedpFemmina di Aeshna juncea durante l’ovodeposizione, che avviene nella vegetazione acquatica


***Note***
[1] Khelifa R. 2017. Faking death to avoid male coercion: extreme sexual conflict resolution in a dragonfly. Ecology 98 (6): 1724-1726.
[2] Rüppell G. & Hilfert-Rüppell D. 2014. Slow-motion analysis of female refusal behaviour in dragonflies. International Journal of Odonatology 17 (4): 199-215.
[3] Torralba Burrial A. & Ocharan F.J. 2005. Comportamiento de bùsqueda de hembras inmaduras como estrategia reproductiva en machos de Aeshna juncea (Linnaeus, 1758) (Odonata: Aeshnidae). Boletìn de la Sociedad Entomològica Aragonesa 36: 123-126.
[4] Gheza G. Refusal strategies and interspecific tandems in two Aeshna species in montane pasture ponds (Odonata: Anisoptera: Aeshnidae). In preparazione.

 

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Quest’oggi ho deciso di estendere i miei slanci recensori all’editoria germanica, gioco pericoloso dal momento che non conosco quasi per niente l’idioma teutonico, ma non mi arrischierei se non ne valesse la pena.
Inutile dire che il libro che ha così tanto catturato il mio interesse è, naturalmente, un testo sugli Odonati.

recensLibellen

Il laconico titolo, “Libellen“, dice tutto e non dice niente. Si tratta di un libro sulle libellule, e fin lì ci siamo arrivati, foss’anche solo per il mezzo Anax spalmato sul lato della copertina. Copertina, bisogna dirlo, piuttosto originale ed elegante per quanto “minimale” (in senso positivo), che è stata il primo motore del mio interesse per il libro.
Può fornire qualche indizio in più il titolo completo della precedente e prima edizione (1998): “Libellen – Bestimmung, Verbreitung, Lebensräume und Gefährdung aller Arten Nord- und Mitteleuropas sowie Frankreichs unter bes“. Chiaro come il sole.
Scherzi a parte, la traduzione suona più o meno come “Libellule – identificazione, distribuzione, habitat e stato di minaccia di tutte le specie dell’Europa settentrionale e centrale e della Francia”. Una guida come ce ne sono tante, a prima vista.

Ma solo a prima vista. Basta infatti una rapida sfogliata per rendersi conto che questo libro è speciale. Forse non tanto per i testi, abbastanza scarni ed essenziali (per quanto adeguatamente informativi), ma più che altro per le illustrazioni: circa 700 illustrazioni in bianco-nero, a tratto o puntinate, semplici ma precisissime, meravigliose nella loro semplicità e precisione.
Il testo è strutturato come una chiave dicotomica commentata, dotata di una sintetica descrizione della specie, del suo periodo di volo e della relativa mappa di distribuzione ogni volta che si raggiunge un’identificazione. A lato si trovano, per l’appunto, le magnifiche illustrazioni di Ruth Ilke Nüß, che raffigurano tutti i particolari necessari, e spesso anche l’insetto intero. Non mancano tavole a tutta pagina che mostrano utili confronti di quelle parti del corpo critiche per l’identificazione tra specie strettamente affini (e.g. le appendici addominali di Aeshna e Somatochlora, il disegno dell’addome e del pronoto in Coenagrion…), mentre per alcune specie vengono addirittura presentati disegni in serie che descrivono molto bene la possibile gamma di variabilità di determinati particolari (e.g. il disegno sul secondo segmento addominale in alcuni Coenagrion, che spesso scatena dubbi amletici anche tra i più scafati libellulofili).

L’impianto concettuale di questo volume è ancora abbastanza legato alla tradizione delle chiavi di determinazione da laboratorio, presentando per la maggior parte disegni di “pezzi di animale” piuttosto che di animali interi. Ma ciò non è da considerarsi un fattore negativo, tutt’altro: dovrebbe anzi essere visto come un’utilissima integrazione, un approfondimento rispetto a quei manuali, pure belli ed utili, che mostrano solo o quasi solo l’insetto intero.
E niente sarebbe più sbagliato che pensare che un testo simile sia utile soltanto in laboratorio, al momento di affrontare una distesa di insetti morti, essiccati e spillati. Al giorno d’oggi, la maggior parte degli appassionati di libellule scattano ottime macrofotografie nelle quali anche i minimi particolari riescono ad essere rappresentati in un modo che nulla ha da invidiare all’osservazione dell’esemplare in mano sotto lente o sotto allo stereomicroscopio; può quindi risultare davvero utile una collezione di buoni riferimenti iconografici di quei dettagli morfoanatomici spesso fondamentali per distinguere specie molto simili tra loro, che a volte anche sulla “bibbia” di Dijkstra & Lewington sono rappresentati solo parzialmente o in dimensioni minuscole.

Da una prospettiva italica, il libro, pur mancando delle specie più legate ai climi caldi mediterranei che da noi si trovano soprattutto nella parte meridionale del Paese (riporta infatti solamente le specie più tipicamente diffuse nell’Europa centrale, buona parte delle quali presenti e diffuse anche in Italia), è comunque meritevole di attenzione.
Da notare, infine, che si tratta non di una mera ristampa, ma proprio di una nuova edizione convenientemente aggiornata rispetto a quella del 1998: diverse decine di pagine ed un numero considerevole di disegni si sono aggiunti al libro rispetto ad allora.

Trovo che questo volumetto sia un piccolo gioiello, imperdibile non solo per il naturalista e l’entomologo da campo appassionati di libellule, ma anche semplicemente per chi sia appassionato di disegno od illustrazione naturalistica. Anche senza conoscere il tedesco: il linguaggio dei disegni è universale.
Dulcis in fundo: ha il rapporto qualità-prezzo più conveniente che abbia mai visto.

 

Libellen
di Arne W. Lehmann & J. Hendrick Nüß
disegni di Ruth I. Nüß
Deutscher Jugendbund für Naturbeobachtung, 2015, 200 pp.

Alcune pagine in anteprima si possono visionare sul sito del Deutscher Jugendbund für Naturbeobachtung.

 

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A distanza di due estati dallo sciame di “inquietanti libellule impazzite” che aveva “invaso” il quartiere torinese del Lingotto, ecco che le Anax ephippiger ritornano a far alzare il naso all’aria agli abitanti delle zone intorno a Torino.
Un paio di giorni fa, il 19 e il 20 agosto, la cittadina piemontese di Carmagnola è stata meta e dormitorio di un grosso sciame di questi Odonati, che ha attirato l’attenzione di chi se li è visti sfrecciare sopra la testa o riposare schierati sui muri – e non solo – della propria abitazione.
Ancora una volta, chiaramente, niente presagi apocalittici o piaghe bibliche dietro l’angolo; ma, comunque, un po’ di perplessità da parte dei cittadini poco o per nulla abituati ad assistere allo spettacolo di un consistente sciame di – grosse! – libellule in volo frenetico in pieno centro abitato sul far della sera. Che è in effetti uno spettacolo tanto raro da vedere quanto affascinante.

Non che abbia molto da aggiungere rispetto a quanto avevo già scritto qui e qui, se non che è interessante notare la diversa sensibilità con cui questo avvenimento viene recepito dagli spettatori – alcuni entusiasti dello spettacolo, altri incomprensibilmente spaventati dall’elevata concentrazione di libellule, e perfino qualcuno che lo prende come spunto per criticare l’amministrazione comunale! – e soprattutto sottolineare ancora una volta, che non fa mai male, che queste occasioni sono ottime per far conoscere al grande pubblico qualcosa di interessante sulla biologia e l’etologia degli insetti, quindi per poter fare un po’ di divulgazione. E, anche, condividere le bellissime foto della signora Teresa Dimundo, che ha avuto l’enorme fortuna di trovarsi fuori dalla finestra una parte dello sciame che aveva deciso di pernottare sul suo stendino! – e l’altra parte sul palazzo di fronte, uno spettacolo sorprendente e decisamente fuori dal comune.

 

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Fotografie per gentile concessione di Teresa Dimundo

E a chi, come me, è appassionato allo studio di questi insetti e cerca di comprenderne meglio la biologia e il comportamento, rimane l’annoso dubbio: saranno individui nati da queste parti o migratori?
[Forse la prima foto qualche indizio lo può dare: sembrano tutti belli ‘freschi’, il che potrebbe far propendere per individui nati dalle nostre parti…chissà]

 

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Avevo già recensito l’intera collana sugli animali delle Alpi (qui), ma questo volume in particolare si occupa di un taxon a me molto caro – tant’è vero che lo aspettavo con impazienza – per cui ho pensato valesse la pena spendere qualche parola in più.

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Conosciamo le libellule come insetti amanti del sole e del caldo, quasi emblematiche dell’estate. Che ci fanno allora così tante libellule – così tante da meritarsi addirittura una guida tutta e solo per loro – sulle Alpi, dove le giornate assolate sono più un’eccezione che una regola e dove anche d’estate di caldo non è che ce ne sia poi molto?

Sfogliando il libro scopriremo che diverse specie – che troviamo sulle alte montagne come le Alpi, così come nelle zone boreali – sono particolarmente adattate a vivere in condizioni rese proibitive da lunghi periodi di freddo…e molto altro.

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La parte introduttiva infatti fornisce una panoramica completa sulla biologia e l’ecologia delle libellule – con particolare attenzione, naturalmente, a quelle di montagna – e perfino un utilissimo capitolo dove alcuni tra i maggiori esperti di Odonati delle sei principali Nazioni attraversate dalla catena alpina rivelano i loro preziosi consigli su come e dove osservarle al meglio.

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Le schede delle specie sono molto dettagliate e comprendono veramente tutto quello che potrebbe venire in mente di chiedere su una libellula, da un’iconografia il più possibile completa alle indicazioni su periodo di volo e quote preferite dalle specie, dalle informazioni sui biotopi in cui si sviluppano le larve – spesso corredati da utili fotografie degli stessi – e sulla distribuzione geografica fino all’elenco dei nomi comuni delle specie in tutte le lingue parlate sulle Alpi.

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Si può dire che un libro è ben riuscito quando riesce a centrare bene tutti gli obiettivi che si era posto, e lo fa senza uscire dal seminato. Ci sono decine e decine di guide da campo, scritte magari con le migliori intenzioni, ma che da questo punto di vista sono dei buchi nell’acqua: per testi mediocri, iconografia mediocre, magari entrambe le cose; o per la superfluità di trattare un argomento già sviscerato centinaia di volte e meglio (un esempio per tutti: la pletora di guide da campo sugli uccelli pubblicate solo negli ultimi vent’anni, straripante di doppioni inutili e di testi brutti – non che lo siano tutti, ovviamente).
Fortunatamente non è il caso di questo libro, anzi, tutto il contrario: le foto sono di ottima qualità, dove occorre sono presenti anche disegni dei particolari necessari per l’identificazione, e i testi sono esaustivi senza essere prolissi. Ma ciò che lo rende veramente forte è la sua natura di non mera guida da campo – per quanto anche limitatamente a quell’aspetto sia un volume degno di nota – bensì di vero e proprio testo di approfondimento sulle libellule presenti nell’area alpina. Questo libro, prima ancora che insegnarci ad identificare le singole specie, ci incuriosisce, facendoci conoscere le difficoltà che l’ambiente alpino riserva alle libellule e i modi in cui esse le fronteggiano, mostrandoci i meravigliosi ambienti umidi d’alta quota dove esse vivono e si riproducono, inquadrando il tutto nella sempre necessaria e mai banale cornice della protezione della Natura.
E questo non è ‘uscire dal seminato’, perché il libro è Le Libellule delle Alpi, e non Guida all’identificazione delle Libellule delle Alpi: spero si colga questa sfumatura, che l’autore per primo ha saputo infondere così bene nella sua opera.
Credo che se dessimo questo libro in mano a un generico e curioso appassionato di natura che al momento non sa quasi niente di libellule, in breve tempo ce lo troveremmo ai margini di qualche torbiera alpina a cercare con entusiasmo Aeshne e Somatochlore. Ma, mi raccomando, ai margini: le torbiere non vanno calpestate!

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Le Libellule delle Alpi – come riconoscerle, dove e quando osservarle
di Matteo Elio Siesa
Blu Edizioni, Cuneo, 2017, 240 pagine

Le pagine in anteprima sono state gentilmente fornite dall’autore del volume.
Qui l’indice e qualche altra pagina del libro in anteprima.

 

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L’entomologia fu forse tra tutti i rami della zoologia il più favorito ed il più accarezzato, certo per l’attrazione quasi irresistibile che l’elegantissimo e misterioso mondo degli insetti esercita specialmente sul giovane naturalista

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Pietro Romualdo Pirotta (1853-1936), “scopritore della peronospora della vite in Italia“, fu un celebre botanico e crittogamologo (studioso di crittogame) italiano [1]. Iniziò la sua carriera nel ‘famoso’ – almeno all’epoca – Laboratorio Crittogamico dell’Università di Pavia, per approdare infine all’Università di Roma, dopo essere passato per quella di Modena.
Nonostante quasi tutti lo ricordino più che altro come insigne botanico, cosa che di certo fu, occupandosi fra le altre cose di funghi parassiti, istologia e fisiologia vegetale, ereditarietà dei caratteri nelle piante e molto altro, Pirotta ebbe anche il merito di dare un contributo notevole alle conoscenze, all’epoca scarse e frammentarie, sugli Odonati italiani, nonché di fornirne una preziosa sintesi.

All’epoca, le libellule, pur essendo già chiamate “Odonati” in ‘scientifichese’, non avevano ancora un ordine tutto loro, e venivano inserite nel gruppo dei “Libellulidi” o “Libelluline” [attenzione, il termine con quella desinenza ha una precisa valenza tassonomica, non è un vezzeggiativo] all’interno dell’ordine Orthoptera, insieme a Neurotteri (i formicaleoni), Efemerotteri (le effimere) ed Ortotteri propriamente detti, o ‘genuini’, come si diceva al tempo (grilli e cavallette, per intenderci). Insomma, un’accozzaglia di taxa oggi ben separati l’uno dall’altro. Un bell’esempio è la monografia di Ausserer sui ‘Neurotteri’ tirolesi [2], in cui troviamo, per l’appunto, tutti gli insetti di cui sopra.

Alla fine degli anni ’70 dell’Ottocento, il Pirotta era assistente al Museo Zoologico della Regia Università di Pavia; non c’è quindi da stupirsi che i suoi interessi, non ancora votati esclusivamente alla crittogamologia (nella quale pure si era già cimentato), si concentrassero anche su materiale zoologico – anche se prima di allora aveva avuto modo di dedicarsi perfino alla geologia. La sua avventura zoologica cominciò con alcuni lavori sui Miriapodi (i millepiedi), per passare poi agli Aranei (i ragni) toccando perfino i Molluschi, mostrando una personalità scientifica decisamente vivace, eclettica e curiosa.
Poi, finalmente, approdò agli Odonati, pubblicando due interessanti lavori nel 1878, sui “Libellulidi dei dintorni di Pavia” [3] e sugli “Ortotteri e Miriapodi del Varesotto” [4]. Si trattava di lavori indubbiamente carichi di novità: nessuno infatti si era ancora occupato sistematicamente di Odonati nell’area indagata dal Pirotta, e le ‘sorprese’ non mancarono. Nel lavoro sugli Odonati pavesi, che contiene osservazioni raccolte lungo il corso di svariati anni, si ha, ad esempio, la prima segnalazione per l’Italia di Oxygastra curtisii, un bellissimo anisottero endemico del bacino del Mediterraneo ad oggi ritenuto minacciato in tutta Europa (ed inserito quindi negli Allegati II e IV della Direttiva Habitat), catturata da un amico di Pirotta, il dott. Maestri, nel 1876 alle porte di Pavia.

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Oxygastra curtisii

Sicuramente già durante la stesura di questi saggi pubblicati nel 1878, Pirotta covava quella che sarebbe diventata la sua opera fondamentale sugli Odonati, che venne pubblicata già l’anno seguente: “Libellulidi Italiani”.

Il “Libellulidi Italiani” [5] è una monografia completa sotto tutti i punti di vista, quasi un atlante ante litteram: non comprende soltanto l’elenco completo e commentato di tutte le specie italiane note all’epoca, sintetizzandone tutte le segnalazioni, ma pure una parte introduttiva dove vengono riportate una bibliografia completa e commentata criticamente sugli Odonati italiani e un commento approfondito sulla corologia e la distribuzione in Italia delle specie trattate “allo scopo di sapere quali influenze la latitudine, l’altitudine e le condizioni climateriche esercitino sulla dispersione [delle specie]“.
Pirotta specifica che “comparai la nostra fauna con quella dei Paesi vicini circummediterranei, onde rilevarne le somiglianze e le differenze e trovare il carattere speciale di questo gruppo per la fauna italiana“, e che aveva avvertito la necessità di compilare una tale opera rilevando una lacuna nelle conoscenze entomologiche del Bel Paese: “accintomi io da qualche tempo allo studio degli Ortotteri, ho voluto tentare di esporre il quadro possibilmente completo di quelli fra il gruppo dei Pseudoneurotteri che appartengono alla sezione dei Libellulidi“, poiché “le cognizioni intorno ai medesimi furono per molto tempo e per certi riguardi molto incomplete“.

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Il frontespizio del “Libellulidi Italiani”

Si può quindi considerare questo lavoro come l’antesignano della monografia più completa che verrà compilata solamente una settantina di anni dopo da Conci e Nielsen [6] e del recentissimo Atlante nazionale [7], e il Pirotta un vero e proprio pioniere dell’odonatologia italiana.
Il suo ‘catalogo’ comprendeva già ben 85 specie a fronte delle 94 segnalate ad oggi [odonata.it]. Enormi progressi sono stati fatti da allora per aggiornare le conoscenze sulla distribuzione di questi insetti in terra italica, ma non riesco a non pensare a Pirotta come ad una figura di riferimento per l’odonatologia italiana che, nel datare il suo contributo con quel “Pavia, Febbrajo 1879“, consegnava alla comunità scientifica quello che per l’epoca era un lavoro che poco ha da invidiare agli atlanti d’oggigiorno.

Ma, ahinoi, dopo il “Libellulidi Italiani” l’attività entomologica di Pirotta subisce un brusco e definitivo arresto, coincidente con l’insediamento alla cattedra di Botanica dell’Università di Modena (1880), meritatissimo traguardo che, data l’ancora giovane età del Pirotta, la dice lunga sulle sue capacità – si pensi poi che solo tre anni dopo il ministro Giulio Baccelli lo volle alla cattedra di Botanica di Roma, con l’incarico non da poco di fondarvi un Orto Botanico degno della capitale.
Da allora, egli si occupò esclusivamente di botanica e crittogamologia (nello specifico, di funghi parassiti delle piante coltivate), materie nelle quali si era avviato già durante il periodo pavese, quando, ancora nel 1879, aveva trovato per la prima volta in Italia la peronospora della vite – come ricorda la targa in marmo che lo commemora nel chiostro dell’Orto Botanico di Pavia.

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La targa dedicata a Romualdo Pirotta nel chiostro dell’Orto Botanico pavese


***Note***
[1] Traverso G.B. 1937. Pietro Romualdo Pirotta. Atti dell’Istituto Botanico e del Laboratorio Crittogamico dell’Università di Pavia serie IV 9.
[2] Ausserer C. 1869. Neurotteri tirolesi con la diagnosi di tutti i generi europei – parte I: Pseudoneurotteri. Annuario della Società dei Naturalisti in Modena 4: 71-156.
[3] Pirotta R. 1878. Libellulidi dei dintorni di Pavia. Atti della Società Italiana di Scienze Naturali 21: 87-100.
[4] Pirotta R. 1878. Sugli Ortotteri e Miriapodi del Varesotto. Atti della Società Italiana di Scienze Naturali 21: 629-647.
[5] Pirotta R. 1879. Libellulidi Italiani. Annali del Museo Civico di Storia Naturale di Genova 14: 401-489.
[6] Conci C. & Nielsen C. 1956. Odonata – Fauna d’Italia 1. Calderini, Bologna. 298 pp.
[7] Riservato et al. 2014. Odonata – atlante delle libellule italiane – preliminare. Società Italiana per lo Studio e la Conservazione delle Libellule, Edizioni Belvedere, Latina, 224 pp.

 

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