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Archive for the ‘Divulgazione Scientifica’ Category

A distanza di due estati dallo sciame di “inquietanti libellule impazzite” che aveva “invaso” il quartiere torinese del Lingotto, ecco che le Anax ephippiger ritornano a far alzare il naso all’aria agli abitanti delle zone intorno a Torino.
Un paio di giorni fa, il 19 e il 20 agosto, la cittadina piemontese di Carmagnola è stata meta e dormitorio di un grosso sciame di questi Odonati, che ha attirato l’attenzione di chi se li è visti sfrecciare sopra la testa o riposare schierati sui muri – e non solo – della propria abitazione.
Ancora una volta, chiaramente, niente presagi apocalittici o piaghe bibliche dietro l’angolo; ma, comunque, un po’ di perplessità da parte dei cittadini poco o per nulla abituati ad assistere allo spettacolo di un consistente sciame di – grosse! – libellule in volo frenetico in pieno centro abitato sul far della sera. Che è in effetti uno spettacolo tanto raro da vedere quanto affascinante.

Non che abbia molto da aggiungere rispetto a quanto avevo già scritto qui e qui, se non che è interessante notare la diversa sensibilità con cui questo avvenimento viene recepito dagli spettatori – alcuni entusiasti dello spettacolo, altri incomprensibilmente spaventati dall’elevata concentrazione di libellule, e perfino qualcuno che lo prende come spunto per criticare l’amministrazione comunale! – e soprattutto sottolineare ancora una volta, che non fa mai male, che queste occasioni sono ottime per far conoscere al grande pubblico qualcosa di interessante sulla biologia e l’etologia degli insetti, quindi per poter fare un po’ di divulgazione. E, anche, condividere le bellissime foto della signora Teresa Dimundo, che ha avuto l’enorme fortuna di trovarsi fuori dalla finestra una parte dello sciame che aveva deciso di pernottare sul suo stendino! – e l’altra parte sul palazzo di fronte, uno spettacolo sorprendente e decisamente fuori dal comune.

 

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Fotografie per gentile concessione di Teresa Dimundo

E a chi, come me, è appassionato allo studio di questi insetti e cerca di comprenderne meglio la biologia e il comportamento, rimane l’annoso dubbio: saranno individui nati da queste parti o migratori?
[Forse la prima foto qualche indizio lo può dare: sembrano tutti belli ‘freschi’, il che potrebbe far propendere per individui nati dalle nostre parti…chissà]

 

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Una quindicina di anni fa, poco più che ragazzino, grazie a mio padre – al quale rompevo le scatole da anni per convincerlo a portarmici – potei finalmente visitare l’Osservatorio Eco-Faunistico Alpino dell’Aprica, struttura ingegnosamente ideata dal dottor Bernardo Pedroni per avvicinare il grande pubblico alla fauna alpina in un ambiente controllato ma il più possibile simile a quello selvatico. Una sorta di parco-safari alpino, ma con l’intelligente aggiunta di una robusta didattica naturalistica.
Il piatto forte della struttura, per lo meno dal mio parzialissimo punto di vista, era una “area faunistica” – un eufemismo per indicare una vasta voliera che simula una porzione di ambiente naturale – che ospita quello che era il catalizzatore del mio interesse: una coppia di Galli cedroni allevata in cattività a scopo di studio, didattico ed eventualmente di ripopolamento (per la serie: prendere due galli con una fava).
Il dottor Pedroni si dimostrò un divulgatore competente e gentilissimo, invitandoci ad un tour personalizzato di tutta l’area in un giorno di chiusura alle visite guidate regolari, permettendomi così di godermi più di tutto la permanenza presso l’enorme voliera dei cedroni, dove il maschio, fin troppo desideroso di difendere il territorio dagli intrusi bipedi, fece gli onori di casa soffiandoci contro e arrivando fino alla rete per intimidirci meglio.

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Il gallo cedrone dell’Osservatorio Eco-Faunistico Alpino.
Dai, a tredici anni e con una macchina fotografica analogica, come si poteva pretendere che un soggetto in movimento non mi venisse mosso…

In natura, il gallo cedrone non è così abituato alla presenza di esseri umani nel suo ambiente, e di conseguenza si dimostra molto più schivo ed attento ad evitare l’uomo, anche nel periodo degli amori, quando le parate di corteggiamento dei maschi – che competono per le femmine con canti, balletti e talvolta vere e proprie azzuffate – li rendono un po’ meno attenti ai pericoli. Nonostante tutto l’ardire tipico della situazione, un gallo in parata si insospettisce e si dà alla fuga appena avverte il minimo scricchiolìo o movimento sospetto; innamorato sì, ma completamente fesso a causa di quello no (…dovremmo tutti imparare dal gallo cedrone…).

Ma siccome in natura le generalizzazioni hanno sempre le loro eccezioni, ecco che talvolta la storia è un po’ diversa, e può capitare di imbattersi in galli “matti”, cioè in esemplari che, presi dalla fregola, gettano alle ortiche la sensatissima paura dell’uomo arrivando ad attaccarlo anziché rifuggirlo.
Già il Brehm, nell’immortale “Tierleben“, dava notizia di un gallo cedrone che “eccitava l’attenzione universale collocandosi presso una via frequentata e tenendovi un contegno con il quale pareva provocare tutti i passeggeri; lungi dal fuggirli, egli li accostava, li inseguiva, li beccava, scuoteva fortemente le ali ed era pressoché impossibile allontanarlo” [1].
La gamma di comportamenti anomali sciorinati da questi individui “matti” spazia dalla semplice eccessiva confidenza verso l’uomo [video] fino ad autentiche aggressioni con beccate e colpi d’ala [video, video, video, video] e addirittura a veri e propri tentativi di accoppiamento con la testa del malcapitato bipede [video, reportage fotografico]. Generalmente però, come potete facilmente constatare dai video linkati, al contatto fisico si arriva solamente quando il bipede coinvolto è carente di buon senso e, vuoi per amore della scienza vuoi per fare il figo, si avvicina eccessivamente.

La spiegazione di questi comportamenti anomali, o aberranti, è stata ricercata dapprima negli squilibri ormonali: è stato infatti dimostrato che il livello di testosterone nei maschi “matti” è di varie volte (fino a 5) superiore rispetto a quello misurato nei maschi normali [2]. Questo eccesso di testosterone potrebbe essere ereditario, oppure svilupparsi perché l’attività non riesce a “scaricare” completamente l’animale (overflow activity) o a causa di ripetuti e frequenti contatti con l’uomo; gli autori della ricerca [2] ritengono improbabili le ultime due ipotesi e più verosimile la prima.
Ma le cose non sono così semplici. Esistono anche delle femmine “matte”, che però non aggrediscono l’uomo, ma si limitano ad avvicinarglisi e a porsi in posizione di copula. Considerando che la reazione dei maschi all’incontro con l’uomo è quella di sfida, appare chiaro che i “matti” di entrambi i sessi si comportano nei confronti dell’uomo esattamente come si comporterebbero se stessero avendo a che fare con un conspecifico maschio. Entra quindi in gioco un’ulteriore considerazione che potrebbe essere una concausa del comportamento aberrante, indipendente dall’eccesso di testosterone: un errato imprinting sessuale. I pulcini di gallo cedrone vengono allevati solamente dalla madre, e hanno quindi generalmente un corretto imprinting nel riconoscere la femmina; ma questo non è così scontato per quanto riguarda il maschio, che viene riconosciuto istintivamente. Se c’è qualche falla in questo riconoscimento istintivo, ecco che da adulti questi galli e galline possono presentare le aberrazioni comportamentali delle quali stiamo disquisendo.
Le cose si complicano ulteriormente perché un’indisponibilità di maschi adulti, generalmente manifesta in aree dove la specie è in rarefazione e ha quindi delle densità di popolazione molto basse, dovrebbe ovviamente rendere ancora più difficile questo imprinting sessuale: se non incontro mai maschi adulti della mia specie, come posso riconoscerli correttamente? Finisce che li confondo con altro.
E se pensiamo che il gallo cedrone è in forte rarefazione in buona parte dell’Europa, a causa di diversi fattori tra i quali la perdita e/o la frammentazione dell’habitat, ci appare chiaro come questo fenomeno abbia buone probabilità di diventare ancora più comune. Una sovrabbondanza di galli “matti” è quindi verosimilmente anche un indicatore di rarefazione della specie.

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In ogni caso, questi episodi sono più frequentemente registrati nelle zone dove la specie è presente con buona consistenza e più rari dove il cedrone è una rara avis; la maggior parte dei video in rete che mostrano dei hullumetso [3] sono stati realizzati in Scandinavia, terra notoriamente ricca di Tetraonidi. Ciononostante, anche nella cronaca italiana degli ultimi anni si sono affacciati diversi casi di galli “matti” che hanno monopolizzato, loro malgrado, l’attenzione dei frequentatori della montagna, soprattutto di quelli che non tengono il fucile sotto naftalina nei periodi di caccia vietata [4]. Ricordo in particolare quello della Valle Aurina (2002) [qui], quello del Parco della Lessinia (2009-2011) [qui, qui] e, nella zona delle Pale di San Martino, appena l’inverno scorso, “Willy” [qui, qui, qui]; mentre sui Pirenei, nel 2008, faceva parlare di sè “Mansin” [qui, qui], praticamente adottato dalla popolazione del posto ma finito poi tristemente tra le fauci di un cane [qui].

Con un’ironia che generalmente non si ritrova negli aridi comunicati scientifici pubblicati sulle riviste specializzate, Milonoff et al. [2] facevano notare che “in precedenza, i Galli Cedroni matti avevano più probabilità rispetto ad oggi di finire in pentola e, quindi, di non venire segnalati“. E tra quell’articolo ed oggi, nell’era della tecnologia, è vertiginosamente aumentata la possibilità per stranezze come questa di venire facilmente catturate dalla fotocamera di un cellulare o di un fotoamatore e fare il giro del mondo sulle ali di internet in men che non si dica, come dimostrano i video di cui sopra; pertanto, la casistica a disposizione anche dei non esperti è in un certo modo lievitata negli ultimi anni, passando da una chicca per ornitologi da segnalare su qualche bollettino naturalistico, ad una vera e propria manciata di minuti di intrattenimento (tanto per fare un esempio popolare, un video che aveva per protagonista un cedrone “matto” è stato passato più volte, nel corso degli anni, nelle repliche di Paperissima). Quindi è possibile che anche in passato ci fossero tutti questi galli un po’ troppo su di giri, ma che pochi ne avessero cognizione. Chissà.

Peccato però che, in conseguenza di questa maggiore diffusione, troppi “non addetti ai lavori” si convincano che tutti i cedroni siano “cattivissimi” (come ebbi modo di sentir dire da una visitatrice del famoso Osservatorio per niente esperta delle abitudini dei Tetraonidi) e che aggrediscano i passanti d’abitudine, e quella che è una aneddotica eccezione viene ritenuta la consuetudine.

Meglio evitare di scadere commentando l’inopportunità di certi scriteriati che preferiscono restare a rompere le scatole a un cedrone infuriato facendosi prendere a beccate anziché alzare i tacchi e tornare da dove se ne sono venuti (vedi i soliti video di cui sopra). Anche Sir Attenborough si è beccato la sua dose di cedrone in picco ormonale, ma c’è un po’ di differenza tra chi sa cos’è e come si comporta e chi invece ci si imbatte ignorando come comportarcisi. Perché poi ovviamente non mancano i deficienti (quelli, chissà perché, non mancano mai) che anziché fare dietro-front, o al massimo restare a prendersi qualche colpo d’ala nel fare un video col cellulare, preferiscono accoppare a randellate i gallinacci rei di turbare la pubblica quiete. Chi se ne importa se è una specie protetta e gravemente minacciata, mi ha dato una beccata e quindi gli spappolo il cranio a bastonate. Questo, naturalmente, accade qui in Italia e non in Scandinavia o sulle Alpi germanofone, dove la gente ha un pochino più di rispetto per la natura in generale (là però c’è la caccia al canto [5], ma è un altro paio di maniche).
Se un escursionista deficiente accoppa un gallo cedrone per una beccata, noi che proviamo ad occuparci di conservazione e sensibilizzazione del grande pubblico come pensiamo di poter convincere la gente a non schiacciare la testa ai serpenti, o a non prendersela con gli orsi quando fanno gli orsi, o a non aver paura dei lupi solo sulla base dell’autorevolissima opinione dei fratelli Grimm in materia?

Tanta gente dovrebbe riflettere un po’ meglio sul ruolo dell’uomo nella natura. Perché il punto è che la “follia silvestre” del titolo non è quella di un gallo cedrone con troppo testosterone in circolo che prende a beccate i passanti, ma quella di chi frequenta i boschi e la montagna con l’ignoranza e l’arroganza di credersi il padrone di tutto.


*** Note ***

[1] Il passo è citato come riportato da: Ladini F., 1987, Il gallo cedrone, Tassotti Editore, Bassano del Grappa, 94 pp.
Un altro passo a tema tratto direttamente dal Tierleben, che potete trovare integralmente qui, recita testualmente: “Die ungewöhnliche Aufregung, in der sich der Vogel während der Balz befindet, läßt es einigermaßen erklärlich erscheinen, daß er zuweilen die unglaublichsten Tollheiten begeht. So berichtet Wildungen von einem Auerhahn, der sich plötzlich auf sägende Holzmacher stürzte, sie mit den Flügeln schlug, nach ihnen biß und sich kaum vertreiben ließ. Ein anderer flog, nach Angabe desselben Schriftstellers, sogar auf das Feld heraus, stellte sich den Pferden eines Ackersmannes in den Weg und machte diese scheu; ein dritter nahm jedermann an, der sich seinem Standort näherte, versuchte sogar mit den Pferden der Forstleute anzubinden“. Se volete provate a tradurlo voi, io non so bene il tedesco e il translator online mi ha trollato spudoratamente.

[2] Milonoff M., Hissa R. & Silverin B., 1992, The abnormal conduct of Capercaillie Tetrao urogallus, Hormones and Behavior 26: 556-567.
Frase originale tradotta nell’articolo: “previously, deviant Capercaillies were more likely than today to end up in a casserole and, thus, to go unreported“.

Ulteriore bibliografia scientifica sui galli “matti”:

Hoglund N.H. & Porkert J., 1992, Possible causes for abnormal behaviour in Capercaillie Tetrao urogallus L., Zeitschrift für Jagdwissenschaft 38 (3): 165-170.

Menoni E., Clemente M., Chasseriaud G., Camou L. & Berducou C., 2011, Ensignements écologiques et éthologiques tirés du comportement anormal d’un Grand Tétras Tetrao urogallus en Vallée d’Aspe (Pyrénées Atlantiques), Alauda 79 (3): 199-206.

[3] Letteralmente “Gallo Cedrone pazzo” in finlandese.

[4] Non perdo nemmeno tempo a puntualizzare nei dovuti modi che l’uccisione del Gallo Cedrone, specie rarissima in Italia e protetta da una manciata di direttive e leggi diverse, in Italia è vietata anche nel periodo di caccia, visto che a certi individui che sparano a tutto quello che si muove e in ogni periodo dell’anno non basta certo che lo scriva io su un blog, per farglielo entrare nella zucca.

[5] La caccia al canto (o “al balz”), diffusa sia sulle Alpi germanofone che nel Grande Nord, consiste nell’avvicinare il cedrone in canto durante la strofa che lo rende momentaneamente sordo e cieco (a causa della contrazione di un muscolo che comprime il canale uditivo e dello slittamento della membrana nittitante davanti all’occhio, che avvengono contemporaneamente) per poi impallinarlo; più ti riesci ad avvicinare (senza farlo scappare) prima di sparargli, più sei figo, per modo di dire ovviamente. Pensate quello che vi pare, ma io la trovo una pratica tutt’altro che “sportiva”, come invece la definiscono loro.

 

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Notizia fresca, ma così fresca che è stata divulgata solo la settimana scorsa; ma al contempo vecchia di circa 200 milioni di anni. Avrete quindi indovinato che stiamo parlando di…fossili, e che fossili!
A quanto pare, infatti, all’inizio di gennaio, nella cava Salnova di Monte Orsa presso Saltrio (Varese), è stato individuato un blocco di calcare contenente delle ossa fossili. Ovviamente alcuni giornali hanno subito strombazzato “AL DINOSAURO!” per fare i titoloni, ma è chiaro che per stabilire se di dinosauro si tratti occorrerà attendere il termine delle lunghe operazioni di ‘estrazione’ delle ossa fossili e il loro attento studio.
È bene ricordare che a poca distanza si trova il Monte San Giorgio (così importante da essere un sito UNESCO, sito all’interno del quale ricade peraltro anche la cava in questione), dal quale solo nell’ultimo secolo sono emerse decine di rettili straordinari, che non erano però dinosauri [1]; ma il calcare bituminoso del Monte San Giorgio è triassico, mentre le rocce della cava di Saltrio sono giurassiche, per la precisione del periodo Sinemuriano (uno dei piani del Giurassico inferiore), e quindi il dubbio (e la speranza) rimane.

Perché la fantasia è subito corsa ai dinosauri? Perché vent’anni fa, proprio in questa cava, vennero effettivamente rinvenuti i resti di un vero e proprio dinosauro, e che dinosauro!
In base alla località del ritrovamento si pensò di battezzarlo, ma solo informalmente, Saltriosauro; “Saltriosauro” è infatti un cosiddetto nomen nudum, vale a dire un nome provvisorio con il quale chiamare una specie in attesa di una descrizione formale validamente pubblicata su rivista scientifica, che per ora purtroppo non è ancora arrivata. Dello studio del reperto si starebbe occupando il noto paleontologo Cristiano Dal Sasso, che ha già molto ben raccontato la storia di questo car(nivor)o estinto nella sua monografia divulgativa sui dinosauri (e altri rettili preistorici) italiani [2].
Ricapitolandola brevemente, possiamo dire che il ritrovamento avvenne in una calda domenica dell’agosto 1996 da parte di Angelo Zanella, che si occupò di recuperare il blocco di calcare contenente le ossa e, cosa altrettanto importante, di avvisare del ritrovamento Giorgio Teruzzi, il curatore della sezione paleontologica del Museo di Storia Naturale di Milano. Le ossa, ahinoi, si trovavano in un blocco che, come tanti altri, si era staccato dalla parete per lo scoppio della dinamite che viene usualmente utilizzata per frantumare i blocchi di roccia (dalla cava infatti si ricava pietrisco per la costruzione di strade; viene male a pensare che molto probabilmente “il resto dello scheletro giaccia ora macinato sotto l’asfalto di qualche autostrada lombarda o ticinese…” – cit. lett. da [2]). Per riportare alla luce quello che si era salvato, che alla fine si scoprì essere una sorta di puzzle formato da 119 frammenti di ossa, furono necessarie qualcosa come 1800 ore di preparazione mediante bagni in acido [3]. Maggiori informazioni qui (e, ovviamente, in [2]).
Dette ossa, che costituiscono nel complesso meno del 10% dello scheletro (una vera miseria, come si può speditamente verificare dall’immagine sottostante), si sono però conservate molto bene e fortunatamente comprendono diversi elementi che hanno consentito di classificarne con un buon margine di certezza il proprietario, nonché di stimarne le dimensioni intorno agli 8 metri di lunghezza.

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Ricostruzione di mia mano del Saltriosauro, ampiamente basata sui resti scheletrici raffigurati in [2] e sul pannello illustrativo presente ai musei di Milano e Besano, in particolare per quanto riguarda il cranio e gli arti anteriori; per le ossa mancanti da queste ricostruzioni (sostanzialmente quelle della parte posteriore del corpo) ho fatto riferimento a scheletri di Allosaurus, dal momento che Sinraptor è considerato più ‘gracilino’ di Saltriosaurus [v. 2]. In colore più scuro sono evidenziati i frammenti di ossa fossili effettivamente ritrovati (si può notare che si tratta di una parte decisamente incospicua dello scheletro). La celebre furcula (v. sotto) non è visibile in visione laterale, in quanto nascosta dalle ossa del cinto pettorale e dell’arto anteriore.
Mi perdonino i paleontologi per le inesattezze sicuramente presenti!

Ma che cos’ha questo dinosauro di così figo, oltre ovviamente al fatto che
1) è il terzo dinosauro ritrovato finora in Italia,
2) è il più grande dei dinosauri ritrovati finora in Italia,
3) è un Teropode (= dinosauro carnivoro = fa un sacco scena col grande pubblico),
4) è veramente un gigantesco carnivoro del Giurassico, e quindi fa molto più ‘Jurassic Park’ rispetto al cretacico e piccolo Ciro,
…cos’altro avrà di così figo, dicevamo? [e nel dirlo, attenzione, scivoliamo da una visione più da “cultura di massa” a una un po’ più scientifica].
Beh: esattamente come i suoi due predecessori nell’elenco dei dinosauri rinvenuti in Italia [4], il Saltriosauro si è rivelato un unicum a livello mondiale. In questo caso in particolare, la “lucertola di Saltrio” ha infatti consentito almeno due importanti considerazioni:
5) permette di retrodatare la comparsa dei Tetanuri di almeno 20 milioni di anni (e scusate se è poco). I Tetanuri sono quel gruppo di dinosauri Teropodi dal quale sono discesi i Carnosauri (due per tutti: Allosauro e Carnotauro) e i Celurosauri (due per tutti: Tirannosauro e Velociraptor), questi ultimi – i Celurosauri – progenitori dei moderni uccelli. Fino a prima della scoperta del Saltriosauro si pensava che gli unici Teropodi esistenti così indietro nel tempo fossero i Ceratosauri, dei dinosauri carnivori più ‘primitivi’ appartenenti a un diverso ramo dell’albero filogenetico dei Teropodi. È stato possibile stabilire tutto ciò per via del ritrovamento della furcula, lo stesso osso noto come “ossicino del desiderio” nel pollo, una struttura ossea che i moderni uccelli hanno ereditato proprio dai Teropodi Tetanuri, loro diretti antenati. Il Saltriosauro è quindi la specie più antica [finora rinvenuta] del suo gruppo. Non solo: se gli studi confermeranno un’affinità del Saltriosauro in particolare con gli Allosauridi, esso risulterà anche il più antico Carnosauro.
6) dà un certo contributo per la comprensione della geografia di questa zona del mondo nel Giurassico inferiore: fino a non molto tempo fa, si pensava che in questa zona, tra Triassico e Giurassico, si trovasse solamente un pezzo di oceano con sporadici isolotti vulcanici, atolli e piattaforme carbonatiche, ma un’isola o un arcipelago di isole non avrebbero ragionevolmente potuto sostenere la presenza costante di carnivori lunghi 8 metri (e delle loro prede). È quindi probabile una presenza di terre emerse più consistenti di quanto si pensava in precedenza, almeno in quel periodo.

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Impronta tridattila di Teropode ben visibile a lato del principale sentiero che attraversa il sito dei Lavini di Marco (v. sotto). Generalmente le impronte tridattile rinvenute nel sito vengono attribuite a dei Ceratosauri, ma chissà che almeno alcune non possano invece essere il segno del passaggio di un Saltriosauro, o di un suo parente, su una spiaggia giurassica…

A corroborare l’ultimo ragionamento possono contribuire anche le celeberrime piste di dinosauri dei Lavini di Marco, presso Rovereto (Trento). Qui, nel 1988, furono rinvenute inizialmente da Luciano Chemini quelle che poi si scoprirono essere intere piste di orme lasciate da dinosauri di diversi tipi (Sauropodi, Ornitopodi e perfino alcuni Teropodi con piedi a tre dita). Il calcare dei Lavini di Marco è suppergiù coevo alle rocce di Saltrio da cui sono state estratte le ossa di dinosauro, perciò la supposizione di una terra emersa di proporzioni molto più che insulari nel Nord Italia del Giurassico inferiore non è poi così peregrina. Anche se [per ora] non ci sono prove che in quel periodo l’area dell’attuale Rovereto fosse in qualche modo collegata all’area dell’attuale varesotto.
Ma anche in Lombardia si è trovata qualche prova a sostegno, in una formazione rocciosa rinvenuta sulla sponta orientale del Lago Maggiore e datata come coeva a quella nella quale era fossilizzato il Saltriosauro; lì sono stati trovati fossili di grandi piante terrestri.

Ad ogni modo, per tornare alla notizia d’apertura, staremo col fiato sospeso (io, per lo meno) ad attendere di sapere se le nuove ossa di Saltrio si riveleranno veramente così sorprendenti, sperando che in quel caso possano magari contribuire a svelare nuovi particolari sul “Saltriosauro” – del quale spero così di poter migliorare la mia dilettantistica ricostruzione – o su qualche altro dinosauro che ha calcato le medesime terre emerse 200 milioni di anni fa. E sperando anche che non sia tanto rumore per nulla come quella volta del “cranio di dinosauro” nel Duomo di Vigevano


*** Note ***

[1] Dal calcare bituminoso triassico del Monte San Giorgio è stata estratta una fauna ricchissima di rettili (sia acquatici che terrestri) come il Besanosauro, il Mixosauro, il Tanistrofeo, il Notosauro, il Ceresiosauro, il Ticinosuco ed altri, che però non appartengono all’ordine dei Dinosauri ma ad altri gruppi di rettili estinti.

[2] C. Dal Sasso, 2001, Dinosauri Italiani, Marsilio Editori, Venezia, 256 pp.
v. anche: C. Dal Sasso, 2003, Dinosaurs of Italy, C R Palevol 2: 45-66.

[3] C. Dal Sasso, L. Magnoni & F. Fogliazza, 2001, Elementi di tecniche paleontologiche, Natura 91 (1): 1-36.

[4] “Ciro” (Scipionyx samniticus), cucciolo di un piccolo Teropode rinvenuto a Pietraroja (Benevento), è unico per l’eccezionale fossilizzazione che ha preservato le tracce di diversi tessuti molli che hanno consentito molte inferenze sulla vita dei dinosauri, mentre “Antonio” (Tethyshadros insularis), adrosauro rinvenuto presso il Villaggio del Pescatore (Trieste), è piuttosto particolare dal momento che sembrerebbe un caso di ‘nanismo insulare’ in una specie di dinosauro. E poi c’è il Saltriosauro, le cui molte qualità abbiamo osannato poco sopra. Decisamente un terzetto niente male per una nazione che fino a trent’anni fa si pensava non potesse ospitare resti di dinosauri!

Stavolta ringrazio il prof. Alberto Lualdi, dell’Università di Pavia, che oltre ad avermi prestato numeroso materiale sulla paleontologia lombarda (alla quale penso di essermi così appassionato in buona parte per colpa delle sue escursioni!) ha anche fatto parte del team di esperti che ha studiato il Saltriosauro subito dopo il suo ritrovamento, in qualità di sedimentologo.

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#tepaloso

#petaloso è il caso mediatico che ha tenuto banco la settimana scorsa.
Ricapitoliamolo:
– un bambino di otto anni, in un compito, inventa la parola ‘petaloso’;
– la maestra, avendo sagacemente colto le potenzialità della parola, scrive all’Accademia della Crusca per un parere;
l’Accademia della Crusca risponde che la parola è corretta secondo le regole della lingua italiana e che addirittura potrebbe entrare nel vocabolario se cominciasse a venire usata regolarmente e da molte persone (secondo la sempre valida consuetudine che “è l’uso a fare la lingua”, particolarmente preoccupante nell’era dei ke, degli un pò e dei massacri di congiuntivi);
– #petaloso impazza e diventa virale sui social network;
– varie pagine naturalistiche precisano che il fiore portato come esempio sia nella lettera della Crusca che su un post del National Geographic – la margherita – è fuori luogo, per motivi che saranno meglio discussi più avanti;
– la rettifica #margheritosa si diffonde (anche se non diventa virale quanto la notizia in sè);
– intanto si scopre anche che ‘petaloso’ era già stato usato secoli fa (che è una sorpresa solo per chi non conosce il latino e la logica dei tassonomisti, ma anche di questo se ne parla più avanti);
– siccome c’è sempre qualcuno che ne sa di più degli altri, da più parti i botanici vengono invitati a ‘non rompere le scatole’;
come sempre accade con questo genere di cose, così velocemente come è esploso il caso scema, lasciandosi dietro anche qualcosa di divertente.
[A questo link una sorta di ‘critica alle critiche’ che condivido appieno e che consiglio di leggere]

Ho aspettato che il clamore si smorzasse – e come sempre capita in questi casi è bastato pochissimo tempo – per tirare in santa pace (e con un po’ di materiale da commentare) le fila della faccenda dopo che il vortice è passato e ha lasciato sedimentare commenti e articoli della schiera di parolai che hanno assolutamente voluto dire la loro sulla questione (ma, d’altronde, non ne faccio forse parte anch’io, ora?).
Perché a un naturalista dovrebbe interessare una vicenda più che altro linguistica? Beh, ma perché coinvolge la botanica, natural(istica)mente!

Già la settimana scorsa, ‘stando sul pezzo’, ho provato a dare il mio piccolo contributo alla precisione scientifica dalla pagina facebook del Platypo, in collaborazione con uno degli altri matti che scrivono là insieme a me:
Il piccolo Matteo s’è inventato una parola (#petaloso) per definire i fiori con tanti petali e l’Accademia della Crusca ha ratificato che la parola è corretta in quanto coerente con le regole dell’italiano (e, attenzione, non che è stata automaticamente aggiunta al novero delle parole della nostra lingua, ma che lo sarà nel caso in cui entri nell’uso comune!), e questo credo ormai lo sappia chiunque sia iscritto a un social network, visto quanto è circolata la notizia.
Purtroppo però l’esempio che è stato abbinato al neologismo nella lettera della Crusca – la margherita – è totalmente fuori luogo, e non perché la parola inventata da un bambino di otto anni non possa andar bene per indicare la moltitudine dei petali di un fiore (anzi, secondo me ci sta benissimo), ma perché quelli bianchi, quelli che tutti almeno una volta abbiamo strappato uno a uno facendo m’ama – non m’ama, non sono petali ma sono fiori fatti e finiti! […]
La margherita – e tutte le piante appartenenti alla famiglia delle Composite, dette anche Asteracee – sono caratterizzate da queste infiorescenze…composite (per l’appunto!) chiamate “capolini” o “calatidi”. I fiori laterali, disposti alla periferia dell’infiorescenza e detti “fiori ligulati” o anche “fiori del raggio”, hanno i petali completamente saldati tra di loro e sono molto appariscenti per attirare visivamente gli insetti impollinatori, mentre quelli che compongono la parte centrale del capolino, chiamati “fiori tubulari” o “fiori del disco”, molto più piccoli e con i petali saldati solo nella parte basale, sono quelli che producono più nettare per ingolosire questi utilissimi animali, che vi si tuffano e restano così cosparsi di polline.
Ma oltre alle Composite, tante altre famiglie di piante producono infiorescenze, per quanto magari meno complesse, che potrebbero essere scambiate per ‘fiori petalosi’: pensiamo alle ortensie, alle ombrellifere, ai giacinti, alle orchidee nostrane, ecc.
Quindi, se la parola entrerà davvero nell’uso comune (e visto il trambusto che si è scatenato sui social la cosa non è poi così da escludere), ricordatevi che si può usare per un sacco di altri fiori (rose, camelie, tulipani[1], ecc.), ma per le Composite no!

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A seguito delle precisazioni scientifiche fioccate da pagine e blog con ben più seguito del Platypo, non sono mancati certi detrattori ‘antiprecisini’ che, anche in modo grossolano, hanno espresso il loro dissenso (cito testualmente un caso tra i tanti: “la margherita è un fiore, non rompete i c*gli*ni”), addirittura accusando i ‘precisini’ di nuocere alla Scienza con la loro saccenza [2]; la critica alla forma può anche essere condivisibile, ma nel complesso il ragionamento resta errato: tra correggere gli errori con saccenza (sbagliato) e non correggerli del tutto (ancora più sbagliato!), c’è una via di mezzo che non è particolarmente difficile da immaginare: correggerli senza saccenza. Incredibile come possa essere sfuggita una soluzione di tale semplicità.
Scoprire che in effetti le margherite non sono fiori ma infiorescenze può sicuramente avere una ricaduta positiva sull’apprendimento della Scienza (e, per l’appunto, presentarlo in modo simpatico ed evitando la saccenza sarebbe opportuno; un po’ come abbiamo fatto, o almeno cercato di fare, sul Platypo), magari addirittura destare una sana curiosità per le scienze naturali e stimolare l’interesse per la botanica (vabbè forse adesso chiedo troppo…). Quindi perché non farlo!?
È comunque chiaro che non si è mai trattato di un rimprovero al buon Matteo, che, se non ha in casa un naturalista, è abbastanza difficile che a otto anni abbia una qualsiasi nozione di botanica diversa da una vaghissima infarinatura sulla fotosintesi clorofilliana, sempre che alle elementari la si studi ancora. Ammesso che l’esempio della margherita sia effettivamente farina del suo sacco: in effetti l’abbiamo letto sulla lettera di risposta della Crusca, ma cosa ci fosse sulla lettera mandata da lui e dalla maestra non è stato divulgato. Quindi, direi, limitiamoci a riconoscergli il merito di una parola sensata e, perché no, bella.

Poi, a sorpresa (o forse no), è saltata fuori una testimonianza vecchia addirittura di secoli sull’uso di petaloso (come ablativo di petalosus) in un trattato inglese di fine Seicento scritto in latino. Testimonianza che ovviamente è stata immediatamente ripresa un po’ da tutti, ma come se fosse l’unico precedente storico. Illusi. Devo dire invece che personalmente non mi sono per nulla sorpreso, e confido che valga anche per molti altri naturalisti e botanici avvezzi a consultare trattati antichi e polverosi.
Il latino petalosus è un aggettivo che si ritrova in diversi nomi scientifici, e non solo di piante [3]. Sì, perché il termine non rispetta solo le regole della grammatica italiana, ma anche quelle della grammatica latina, che è, dopotutto, sua antenata; per cui non è affatto improbabile che, da qualche parte nella storia della biologia, a un tassonomista, o a più tassonomisti indipendentemente, possa essere venuto in mente di coniare la parola per descrivere un organismo ‘petaloso’ [e infatti…3]. Sono abbastanza convinto che leggendo con attenzione lo Species Plantarum di Linneo – o un qualche altro trattato secolare e #paginoso – un altro ‘petalosus‘ (o anche più di uno) potrebbe saltare fuori; io non ho tempo, chi volesse cimentarsi lo trova qua.
[Ah, poi a questo punto certi ‘antiprecisini’ si sono di nuovo rivoltati, accusando i filobotanici di accusare dissennatamente un bambino di otto anni di aver copiato da trattati specialistici vecchi di secoli…ma vi pare!?]

[Grazie a Max e Alan, coautori del Platypo, che han portato alla mia attenzione una parte delle fonti di questo post, e a Bruna, che ha fatto scoccare la scintilla per #tepaloso[1]]


*** Note ***

[1] In realtà i tulipani (come le altre Liliacee e altri fiori ancora) non hanno dei petali ma dei tepali, ovvero delle strutture derivate dalla saldatura di petali e sepali (che fantasia nomenclaturale, i botanici…); si è trattato di un piccolo lapsus che ci ha permesso di lanciare il neologismo #tepaloso: anche noi vogliamo l’attenzione della Crusca, perdiana!
#tepaloso #sepaloso #liguloso #tubularoso

[2] Non linko la fonte perché il tono della polemica era piuttosto sgarbato. Lo so, è un elemento di soggettività un po’ poco scientifico, ma dopotutto siamo sul mio blog.

[3] Si ritrova per esempio nei nomi di alcuni organismi fossili (Endelocrinus petalosus, Crinoide rinvenuto in Texas; Toweius petalosus = Prinsius petalosus = Futyania petalosa, nannofossile calcareo rinvenuto in Alabama) ma anche di diversi attualmente viventi (Acrodactyla petalosa = Acrolichanus petalosa = Distomum petalosa, un platelminta parassita; Cuphea petalosa, una pianta delle Lythracee), segno che chi li ha battezzati conosceva benone la possibilità di formulare il termine, come grammaticalmente corretto, in latino.
[N.B. Ho visto in rete commenti in cui si invocavano alcuni di questi nomi proprio per dire che la parola esisteva già; solo che erano invocati un po’ a vanvera spacciandoli come nomi di piante (“ma certo, petalosa si riferirà per forza a una pianta con fiori con tanti petali, a cosa vuoi che si riferisca”), mentre in realtà, a parte l’ultimo caso, si tratta di tutt’altri organismi; e citandoli come se fossero una sequela di organismi diversi anche quando si trattava di nomi sinonimizzati, come ho evidenziato poco sopra. Vabeh.]

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Tranquillizzatevi: il ‘tè ticinese’ non è quello fatto con l’acqua del Ticino.
Ticinum è il nome latino di Pavia, da cui ticinensis per definire in modo aulico tutto ciò che è pavese, in primis l’Università. Parliamo di un tè ‘pavese’, quindi. E non si tratta semplicemente di un ‘metodo pavese’ per preparare il tè, bensì proprio di un tè interamente coltivato e lavorato a Pavia. Ma la pianta del tè non è originaria della Cina e coltivata là, in Giappone e in India, quindi in climi molto diversi, ben più caldi ed umidi rispetto alla Pianura Padana centrale?
Andiamo con ordine.

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Quel che rimane dell’aiuola con il “tè pavese” lungo il lato nord dell’Orto Botanico di Pavia, ottant’anni dopo la sperimentazione narrata qui di seguito.

Come sappiamo, la pianta del tè (Camellia sinensis), stretta parente delle piante preferite di Margherita Gautier, è la pianta che fornisce la materia prima per una delle bevande calde ad oggi più diffuse nel mondo. Tutti i tipi di tè (il verde, il nero, l’oolong…) derivano dalle foglie più giovani di quest’unica pianta, e a differenziarli è solamente il tipo di lavorazione alla quale vengono sottoposte le foglie una volta raccolte – ed eventualmente quello che viene aggiunto alle foglie lavorate, nel caso dei vari tè aromatizzati. Una torrefazione non preceduta dalla fermentazione delle foglie dà il tè verde, mentre la procedura più complessa che prevede appassimento, arrotolamento, frantumazione e fermentazione delle foglie prima della torrefazione dà il tè nero, e così via. Il tè verde risulta più amaro per via del maggiore contenuto di tannino, mentre la laboriosa lavorazione che porta al tè nero elimina molti principi amari e favorisce la formazione di sostanze aromatiche.

Nonostante alcune delle marche più note presentino un ‘tè indiano’, l’origine della bevanda non si trova in India, bensì in Cina; solamente nell’Ottocento gli inglesi riuscirono a portare la coltivazione del tè nei loro possedimenti indiani, svincolandosi così dalla necessità di acquistarlo dai cinesi. La storia di come il tè sia stato in qualche modo trafugato dalle zone di origine in Cina per conto degli inglesi è a suo modo avvincente, e coincide in gran parte con la biografia di Robert Fortune[1], un vero è proprio ‘cacciatore di piante’ al quale si deve il merito di essere riuscito a far arrivare in India una gran quantità di semi di tè vitali che pose le basi per le coltivazioni inglesi; ma la storia della coltivazione del tè da parte degli occidentali impegnerebbe non semplicemente un post intero, ma una intera monografia, per cui passiamo oltre.

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Piante di Camellia sinensis ticinensis all’epoca della coltivazione sperimentale di Pollacci negli anni ’30 [da [3]].

Come siamo arrivati alla selezione di una varietà ‘padana’ di pianta del tè? Il contesto storico è fondamentale per comprendere le ragioni alla base della caparbietà di questa sperimentazione.

Nel 1936 l’Italia conquistò l’Etiopia; a seguito di ciò, la Società delle Nazioni impose all’Italia pesanti sanzioni sulle importazioni e le esportazioni ed ebbe così inizio il periodo dell’autarchia, in cui sostanzialmente si pretendeva che il Paese stesso producesse da sè tutto ciò di cui aveva bisogno. Tale ottica perdurò anche dopo che le sanzioni vennero tolte, dal momento che tornava utile alla causa nazionalistica del regime fascista l’incoraggiare produzioni autoctone.

Vista la popolarità della quale il tè godeva ormai anche nel Bel Paese, la pianta da cui ottenere le preziose foglie non poteva non essere oggetto di studio per tentare di avviare una produzione di ‘tè autarchico’ su ampia scala.
Ovviamente l’interesse colturale della pianta era subordinato alla possibilità di coltivarla all’aria aperta: erano impensabili coltivazioni adeguate ad una produzione sistematica effettuate in serra!

Ad accogliere la sfida di sperimentare la coltivazione del tè nell’Italia settentrionale [2] fu il prof. Gino Pollacci (1872-1963), all’epoca direttore dell’Orto Botanico di Pavia. Piante di Camellia sinensis erano già presenti lì in un’aiuola posta in posizione molto riparata sia dalla luce che dal vento fin dal 1890, quando vi erano state messe a dimora dal prof. Giovanni Briosi; tuttavia, nella stagione invernale questa aiuola veniva in pratica rinchiusa in una sorta di serra montabile [3], perciò non si poteva effettivamente considerare come una coltivazione all’aria aperta.

A partire dal 1928, Pollacci eliminò l’utilizzo dei ripari invernali per verificare se le piante riuscissero a sostenere le temperature più basse. Selezionando e facendo riprodurre lungo gli anni le piante che erano man mano sopravvissute ai rigori degli inverni pavesi e le loro discendenti, Pollacci arrivò ad ottenere una varietà resistente al clima padano che chiamò per l’appunto ticinensis, in onore alla città in cui essa era stata sviluppata grazie ai suoi sforzi di coltivatore [3].

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Piante di Camellia sinensis ticinensis, rigogliosissime in pieno inverno negli anni ’30 [da [3]].

In effetti questa varietà si è talmente bene adattata al clima locale che ancora oggi sotto alle poche piante che vengono mantenute nell’aiuola originaria, a ridosso del lato settentrionale dell’edificio, si possono vedere ogni anno grandi quantità di plantule germogliate del tutto spontaneamente sotto alle piante madri.

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Piantine alla base delle piante madri; febbraio 2016.

Stando alle analisi dei principi chimici effettuate in laboratorio da Pollacci e Gallotti, parrebbe che il tè ticinese non abbia proprio nulla o quasi da invidiare alle più universalmente note varietà asiatiche: la percentuale di teina contenuta risultava più o meno comparabile. Sembra però che le qualità organolettiche non fossero altrettanto apprezzabili, per cui del progetto di estendere su larga scala la coltivazione del tè ticinensis alla fine non se ne fece nulla.

Di questo tentativo di produzione del tè su larga scala in Lombardia rimangono ormai solamente una mezza dozzina di piante di Camellia sinensis var. ticinensis che, verso la fine dell’estate, rallegrano con i loro fiori candidi l’ombroso lato settentrionale dell’Orto Botanico di Pavia.

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Frutti aperti, alcuni con ancora qualche seme; febbraio 2016.


*** Note ***

[1] Robert Fortune – in: M. Gribbin & J. Gribbin, 2009, Cacciatori di Piante, Raffaello Cortina Editore, 350 pp.

[2] A dire il vero, come ricorda lo stesso Pollacci [3], la coltivazione del tè all’aria aperta – solamente su piccola scala – era stata tentata nell’Italia settentrionale anche in precedenza, nella regione dei laghi lombardi (a Pallanza e sulle Isole Borromee sul Lago Maggiore), ma all’esito positivo di questa sperimentazione non era stata data risonanza. Negli Orti Botanici di Torino e Padova, invece, le piante all’aria aperta crescevano male e non fruttificavano.

[3] G. Pollacci & M. Gallotti, 1940, Acclimatazione del tè in Italia, Atti dell’Istituto Botanico e del Laboratorio Crittogamico dell’Università di Pavia, serie 4, 12: 3-29.

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