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Archive for agosto 2017

A distanza di due estati dallo sciame di “inquietanti libellule impazzite” che aveva “invaso” il quartiere torinese del Lingotto, ecco che le Anax ephippiger ritornano a far alzare il naso all’aria agli abitanti delle zone intorno a Torino.
Un paio di giorni fa, il 19 e il 20 agosto, la cittadina piemontese di Carmagnola è stata meta e dormitorio di un grosso sciame di questi Odonati, che ha attirato l’attenzione di chi se li è visti sfrecciare sopra la testa o riposare schierati sui muri – e non solo – della propria abitazione.
Ancora una volta, chiaramente, niente presagi apocalittici o piaghe bibliche dietro l’angolo; ma, comunque, un po’ di perplessità da parte dei cittadini poco o per nulla abituati ad assistere allo spettacolo di un consistente sciame di – grosse! – libellule in volo frenetico in pieno centro abitato sul far della sera. Che è in effetti uno spettacolo tanto raro da vedere quanto affascinante.

Non che abbia molto da aggiungere rispetto a quanto avevo già scritto qui e qui, se non che è interessante notare la diversa sensibilità con cui questo avvenimento viene recepito dagli spettatori – alcuni entusiasti dello spettacolo, altri incomprensibilmente spaventati dall’elevata concentrazione di libellule, e perfino qualcuno che lo prende come spunto per criticare l’amministrazione comunale! – e soprattutto sottolineare ancora una volta, che non fa mai male, che queste occasioni sono ottime per far conoscere al grande pubblico qualcosa di interessante sulla biologia e l’etologia degli insetti, quindi per poter fare un po’ di divulgazione. E, anche, condividere le bellissime foto della signora Teresa Dimundo, che ha avuto l’enorme fortuna di trovarsi fuori dalla finestra una parte dello sciame che aveva deciso di pernottare sul suo stendino! – e l’altra parte sul palazzo di fronte, uno spettacolo sorprendente e decisamente fuori dal comune.

 

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Fotografie per gentile concessione di Teresa Dimundo

E a chi, come me, è appassionato allo studio di questi insetti e cerca di comprenderne meglio la biologia e il comportamento, rimane l’annoso dubbio: saranno individui nati da queste parti o migratori?
[Forse la prima foto qualche indizio lo può dare: sembrano tutti belli ‘freschi’, il che potrebbe far propendere per individui nati dalle nostre parti…chissà]

 

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A prima vista lo spettacolo è una festa per gli occhi: un variopinto mosaico di macchie multicolori che sembrano quasi cucite tra loro, una sorta di patchwork con cui Madre Natura ha decorato una roccia altrimenti spoglia e desolata a lato di un sentiero in alta montagna.
Ma guardiamolo meglio e riflettiamoci su.
I licheni si affollano sulla pietra in maniera soffocante. Non ci sono spazi vuoti tra un tallo [1] e l’altro, anzi, i bordi dell’uno premono e aderiscono completamente a quelli degli altri, quasi sgomitano – metaforicamente parlando – per non essere soverchiati dalla lenta ma costante crescita degli altri talli che li circondano. Si tratta di una vera e propria battaglia, una battaglia per la sopravvivenza scandita dai lentissimi ritmi di crescita dei licheni crostosi, ma non per questo meno drastica; quando un lichene infine muore e lascia uno spazio libero, un altro tallo, quello che riesce ad installarsi ed accrescersi più in fretta degli altri, prende il suo posto. Un po’ come le casate di Game of Thrones.

La competizione, inter- o intra-specifica che sia, è uno degli argomenti più affascinanti in Ecologia. Per osservare come ha luogo tra i licheni, ci dobbiamo rimpicciolire alla piccolissima scala alla quale avvengono i fenomeni che interessano questi organismi. Possiamo calarci nella foto che abbiamo visto sopra, che riprende un quadrato di meno di una decina di centimetri di lato.
Pensando ai licheni crostosi sassicoli, sappiamo che si accrescono in modo radiale. Finché non incontrano ostacoli va tutto bene; ma, prima o poi, arriveranno per forza a contatto con altri licheni crostosi. Cosa succede a questo punto lungo il confine tra i due licheni? – peraltro ‘due’ è una semplificazione molto riduttiva, tenete sempre a mente la foto di prima e il fatto che la crescita radiale porta il nostro lichene di partenza ad incontrarne tanti altri, non solo un unico altro.
Le principali modalità di competizione fisiche lungo il confine tra due talli lichenici si possono riassumere nelle seguenti sei [2, 3]: 1) un tallo sconfina andando a crescere sopra a quello del confinante; 2) lo scontro tra i due talli fa sì che entrambi si sollevino l’uno contro l’altro; 3) un tallo sconfina andando a crescere al di sotto del confinante; 4) un tallo di una specie meno competitiva si adatta a crescere come epifita sopra al tallo di una specie più competitiva; 5) la crescita dei talli confinanti si arresta lungo la linea di confine, in una sorta di ‘tregua’; 6) un tallo di una specie meno competitiva si adatta a crescere all’interno di un buco lasciato al centro del tallo di una specie più competitiva dalla degenerazione del tallo stesso.
È bene precisare però che alcuni di questi processi interessano solo le specie con tallo folioso, altri quelle con tallo crostoso, altri entrambe. Tra i licheni francamente crostosi, la condizioni di ‘tregua’ è spesso la più comune, come possiamo osservare proprio nella foto proposta in apertura: la crescita dei talli coinvolti si arresta lungo la linea di confine.
Naturalmente, anche molti fattori ambientali – il tipo di substrato, l’esposizione, il disturbo causato dall’uomo o dagli animali, l’inquinamento, per dirne alcuni – possono interagire con i licheni in competizione tra di loro, favorendo alcune specie a discapito di altre, a seconda delle condizioni. Le stesse caratteristiche intrinseche dei licheni, come la forma di crescita o la modalità di riproduzione, hanno pure un’influenza sulla competitività. Per approfondimenti si rimanda a [2].

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Modalità di competizione tra talli lichenici; ridisegnato da [2].
(1-3 visti di lato, 4-6 visti da sopra)

Un altro aspetto interessante da valutare in questa situazione è quello della biodiversità. Capirci qualcosa, in questi patchwork, può essere davvero complesso: le specie crostose tendono ad essere piuttosto difficilotte da identificare – bisogna quasi sempre portarsi a casa un pezzo di lichene, con tanto di roccia sottostante affinché non si sbricioli, e poi ricavarne delle sezioni decenti da guardare al microscopio – e, oltre a quello, non è così banale assicurarsi di avere trovato tutte le specie che ci sono da trovare.
Torniamo alla foto in apertura. Così a prima vista, distinguendo su base morfologica (quindi, sostanzialmente, in base al colore del tallo e a presenza e tipo di corpi riproduttivi), potrebbero esserci sulle 8-9 specie. Ma è qui che i licheni crostosi si fanno più tremendi: molto spesso, specie estremamente simili dal punto di vista morfologico possono variare solo per caratteri visibili microscopicamente. Ecco quindi la necessità di portarsi via dei campioni da identificare in un secondo momento; necessità che diventa abbastanza scomoda quando si è intenti in uno studio di campo per cui è necessario fare molti rilievi – con molte specie in ogni rilievo.
Scomodo, quindi, ma necessario. Una ricerca esemplificativa in questo senso [4] ha dimostrato come prelevando solamente i campioni di alcune specie – e dando per buona l’identificazione in campo delle altre – si tenda a sottostimare la reale diversità specifica, mentre il metodo migliore per arrivare a conoscerla completamente è quello di prelevare interamente una superficie abbastanza rappresentativa della situazione che si intende indagare e identificare poi tutte le specie, con la dovuta calma e precisione, in laboratorio.
Teniamo comunque presente che, ancora una volta, proprio la competizione tra i talli – e tra le specie – può essere un fattore determinante per influenzare la biodiversità lichenica effettivamente presente sulla nostra roccia.

Da quante cose dipende quel variopinto mosaico sulla pietra; e su quante cose può farci riflettere un piccolo quadrato tappezzato di licheni crostosi.


***Note***
[1] Il tallo è il corpo del lichene – vengono definiti ‘tallo’ i corpi di tutti gli organismi pluricellulari vegetali in senso lato in cui non è presente una differenziazione in veri e proprio tessuti.
[2] Armstrong R.A. & Welch A.R. 2007. Competition in lichen communities. Symbiosis 43 (1): 1-12.
[3] Pentecost A. 1980. Aspects of competition in saxicolous lichen communities. The Lichenologist 12 (1): 135-144.
[4] Roux C. 1990. Echantillonnage de la végétation lichénique et approche critique des méthodes de relevés. Cryptogamie Bryologie Lichenologie 11 (2): 95-108.

 

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Avevo già recensito l’intera collana sugli animali delle Alpi (qui), ma questo volume in particolare si occupa di un taxon a me molto caro – tant’è vero che lo aspettavo con impazienza – per cui ho pensato valesse la pena spendere qualche parola in più.

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Conosciamo le libellule come insetti amanti del sole e del caldo, quasi emblematiche dell’estate. Che ci fanno allora così tante libellule – così tante da meritarsi addirittura una guida tutta e solo per loro – sulle Alpi, dove le giornate assolate sono più un’eccezione che una regola e dove anche d’estate di caldo non è che ce ne sia poi molto?

Sfogliando il libro scopriremo che diverse specie – che troviamo sulle alte montagne come le Alpi, così come nelle zone boreali – sono particolarmente adattate a vivere in condizioni rese proibitive da lunghi periodi di freddo…e molto altro.

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La parte introduttiva infatti fornisce una panoramica completa sulla biologia e l’ecologia delle libellule – con particolare attenzione, naturalmente, a quelle di montagna – e perfino un utilissimo capitolo dove alcuni tra i maggiori esperti di Odonati delle sei principali Nazioni attraversate dalla catena alpina rivelano i loro preziosi consigli su come e dove osservarle al meglio.

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Le schede delle specie sono molto dettagliate e comprendono veramente tutto quello che potrebbe venire in mente di chiedere su una libellula, da un’iconografia il più possibile completa alle indicazioni su periodo di volo e quote preferite dalle specie, dalle informazioni sui biotopi in cui si sviluppano le larve – spesso corredati da utili fotografie degli stessi – e sulla distribuzione geografica fino all’elenco dei nomi comuni delle specie in tutte le lingue parlate sulle Alpi.

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Si può dire che un libro è ben riuscito quando riesce a centrare bene tutti gli obiettivi che si era posto, e lo fa senza uscire dal seminato. Ci sono decine e decine di guide da campo, scritte magari con le migliori intenzioni, ma che da questo punto di vista sono dei buchi nell’acqua: per testi mediocri, iconografia mediocre, magari entrambe le cose; o per la superfluità di trattare un argomento già sviscerato centinaia di volte e meglio (un esempio per tutti: la pletora di guide da campo sugli uccelli pubblicate solo negli ultimi vent’anni, straripante di doppioni inutili e di testi brutti – non che lo siano tutti, ovviamente).
Fortunatamente non è il caso di questo libro, anzi, tutto il contrario: le foto sono di ottima qualità, dove occorre sono presenti anche disegni dei particolari necessari per l’identificazione, e i testi sono esaustivi senza essere prolissi. Ma ciò che lo rende veramente forte è la sua natura di non mera guida da campo – per quanto anche limitatamente a quell’aspetto sia un volume degno di nota – bensì di vero e proprio testo di approfondimento sulle libellule presenti nell’area alpina. Questo libro, prima ancora che insegnarci ad identificare le singole specie, ci incuriosisce, facendoci conoscere le difficoltà che l’ambiente alpino riserva alle libellule e i modi in cui esse le fronteggiano, mostrandoci i meravigliosi ambienti umidi d’alta quota dove esse vivono e si riproducono, inquadrando il tutto nella sempre necessaria e mai banale cornice della protezione della Natura.
E questo non è ‘uscire dal seminato’, perché il libro è Le Libellule delle Alpi, e non Guida all’identificazione delle Libellule delle Alpi: spero si colga questa sfumatura, che l’autore per primo ha saputo infondere così bene nella sua opera.
Credo che se dessimo questo libro in mano a un generico e curioso appassionato di natura che al momento non sa quasi niente di libellule, in breve tempo ce lo troveremmo ai margini di qualche torbiera alpina a cercare con entusiasmo Aeshne e Somatochlore. Ma, mi raccomando, ai margini: le torbiere non vanno calpestate!

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Le Libellule delle Alpi – come riconoscerle, dove e quando osservarle
di Matteo Elio Siesa
Blu Edizioni, Cuneo, 2017, 240 pagine

Le pagine in anteprima sono state gentilmente fornite dall’autore del volume.
Qui l’indice e qualche altra pagina del libro in anteprima.

 

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L’entomologia fu forse tra tutti i rami della zoologia il più favorito ed il più accarezzato, certo per l’attrazione quasi irresistibile che l’elegantissimo e misterioso mondo degli insetti esercita specialmente sul giovane naturalista

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Pietro Romualdo Pirotta (1853-1936), “scopritore della peronospora della vite in Italia“, fu un celebre botanico e crittogamologo (studioso di crittogame) italiano [1]. Iniziò la sua carriera nel ‘famoso’ – almeno all’epoca – Laboratorio Crittogamico dell’Università di Pavia, per approdare infine all’Università di Roma, dopo essere passato per quella di Modena.
Nonostante quasi tutti lo ricordino più che altro come insigne botanico, cosa che di certo fu, occupandosi fra le altre cose di funghi parassiti, istologia e fisiologia vegetale, ereditarietà dei caratteri nelle piante e molto altro, Pirotta ebbe anche il merito di dare un contributo notevole alle conoscenze, all’epoca scarse e frammentarie, sugli Odonati italiani, nonché di fornirne una preziosa sintesi.

All’epoca, le libellule, pur essendo già chiamate “Odonati” in ‘scientifichese’, non avevano ancora un ordine tutto loro, e venivano inserite nel gruppo dei “Libellulidi” o “Libelluline” [attenzione, il termine con quella desinenza ha una precisa valenza tassonomica, non è un vezzeggiativo] all’interno dell’ordine Orthoptera, insieme a Neurotteri (i formicaleoni), Efemerotteri (le effimere) ed Ortotteri propriamente detti, o ‘genuini’, come si diceva al tempo (grilli e cavallette, per intenderci). Insomma, un’accozzaglia di taxa oggi ben separati l’uno dall’altro. Un bell’esempio è la monografia di Ausserer sui ‘Neurotteri’ tirolesi [2], in cui troviamo, per l’appunto, tutti gli insetti di cui sopra.

Alla fine degli anni ’70 dell’Ottocento, il Pirotta era assistente al Museo Zoologico della Regia Università di Pavia; non c’è quindi da stupirsi che i suoi interessi, non ancora votati esclusivamente alla crittogamologia (nella quale pure si era già cimentato), si concentrassero anche su materiale zoologico – anche se prima di allora aveva avuto modo di dedicarsi perfino alla geologia. La sua avventura zoologica cominciò con alcuni lavori sui Miriapodi (i millepiedi), per passare poi agli Aranei (i ragni) toccando perfino i Molluschi, mostrando una personalità scientifica decisamente vivace, eclettica e curiosa.
Poi, finalmente, approdò agli Odonati, pubblicando due interessanti lavori nel 1878, sui “Libellulidi dei dintorni di Pavia” [3] e sugli “Ortotteri e Miriapodi del Varesotto” [4]. Si trattava di lavori indubbiamente carichi di novità: nessuno infatti si era ancora occupato sistematicamente di Odonati nell’area indagata dal Pirotta, e le ‘sorprese’ non mancarono. Nel lavoro sugli Odonati pavesi, che contiene osservazioni raccolte lungo il corso di svariati anni, si ha, ad esempio, la prima segnalazione per l’Italia di Oxygastra curtisii, un bellissimo anisottero endemico del bacino del Mediterraneo ad oggi ritenuto minacciato in tutta Europa (ed inserito quindi negli Allegati II e IV della Direttiva Habitat), catturata da un amico di Pirotta, il dott. Maestri, nel 1876 alle porte di Pavia.

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Oxygastra curtisii

Sicuramente già durante la stesura di questi saggi pubblicati nel 1878, Pirotta covava quella che sarebbe diventata la sua opera fondamentale sugli Odonati, che venne pubblicata già l’anno seguente: “Libellulidi Italiani”.

Il “Libellulidi Italiani” [5] è una monografia completa sotto tutti i punti di vista, quasi un atlante ante litteram: non comprende soltanto l’elenco completo e commentato di tutte le specie italiane note all’epoca, sintetizzandone tutte le segnalazioni, ma pure una parte introduttiva dove vengono riportate una bibliografia completa e commentata criticamente sugli Odonati italiani e un commento approfondito sulla corologia e la distribuzione in Italia delle specie trattate “allo scopo di sapere quali influenze la latitudine, l’altitudine e le condizioni climateriche esercitino sulla dispersione [delle specie]“.
Pirotta specifica che “comparai la nostra fauna con quella dei Paesi vicini circummediterranei, onde rilevarne le somiglianze e le differenze e trovare il carattere speciale di questo gruppo per la fauna italiana“, e che aveva avvertito la necessità di compilare una tale opera rilevando una lacuna nelle conoscenze entomologiche del Bel Paese: “accintomi io da qualche tempo allo studio degli Ortotteri, ho voluto tentare di esporre il quadro possibilmente completo di quelli fra il gruppo dei Pseudoneurotteri che appartengono alla sezione dei Libellulidi“, poiché “le cognizioni intorno ai medesimi furono per molto tempo e per certi riguardi molto incomplete“.

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Il frontespizio del “Libellulidi Italiani”

Si può quindi considerare questo lavoro come l’antesignano della monografia più completa che verrà compilata solamente una settantina di anni dopo da Conci e Nielsen [6] e del recentissimo Atlante nazionale [7], e il Pirotta un vero e proprio pioniere dell’odonatologia italiana.
Il suo ‘catalogo’ comprendeva già ben 85 specie a fronte delle 94 segnalate ad oggi [odonata.it]. Enormi progressi sono stati fatti da allora per aggiornare le conoscenze sulla distribuzione di questi insetti in terra italica, ma non riesco a non pensare a Pirotta come ad una figura di riferimento per l’odonatologia italiana che, nel datare il suo contributo con quel “Pavia, Febbrajo 1879“, consegnava alla comunità scientifica quello che per l’epoca era un lavoro che poco ha da invidiare agli atlanti d’oggigiorno.

Ma, ahinoi, dopo il “Libellulidi Italiani” l’attività entomologica di Pirotta subisce un brusco e definitivo arresto, coincidente con l’insediamento alla cattedra di Botanica dell’Università di Modena (1880), meritatissimo traguardo che, data l’ancora giovane età del Pirotta, la dice lunga sulle sue capacità – si pensi poi che solo tre anni dopo il ministro Giulio Baccelli lo volle alla cattedra di Botanica di Roma, con l’incarico non da poco di fondarvi un Orto Botanico degno della capitale.
Da allora, egli si occupò esclusivamente di botanica e crittogamologia (nello specifico, di funghi parassiti delle piante coltivate), materie nelle quali si era avviato già durante il periodo pavese, quando, ancora nel 1879, aveva trovato per la prima volta in Italia la peronospora della vite – come ricorda la targa in marmo che lo commemora nel chiostro dell’Orto Botanico di Pavia.

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La targa dedicata a Romualdo Pirotta nel chiostro dell’Orto Botanico pavese


***Note***
[1] Traverso G.B. 1937. Pietro Romualdo Pirotta. Atti dell’Istituto Botanico e del Laboratorio Crittogamico dell’Università di Pavia serie IV 9.
[2] Ausserer C. 1869. Neurotteri tirolesi con la diagnosi di tutti i generi europei – parte I: Pseudoneurotteri. Annuario della Società dei Naturalisti in Modena 4: 71-156.
[3] Pirotta R. 1878. Libellulidi dei dintorni di Pavia. Atti della Società Italiana di Scienze Naturali 21: 87-100.
[4] Pirotta R. 1878. Sugli Ortotteri e Miriapodi del Varesotto. Atti della Società Italiana di Scienze Naturali 21: 629-647.
[5] Pirotta R. 1879. Libellulidi Italiani. Annali del Museo Civico di Storia Naturale di Genova 14: 401-489.
[6] Conci C. & Nielsen C. 1956. Odonata – Fauna d’Italia 1. Calderini, Bologna. 298 pp.
[7] Riservato et al. 2014. Odonata – atlante delle libellule italiane – preliminare. Società Italiana per lo Studio e la Conservazione delle Libellule, Edizioni Belvedere, Latina, 224 pp.

 

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