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Archive for dicembre 2015

Per concludere il 2015, mi par bello sottolineare alcune peculiarità che quest’anno hanno interessato una terra che amo. Scoperte nel loro piccolo – vista la stazza degli animali in oggetto – importanti, ma che non sono salite alla ribalta dei giornali, nemmeno in quei trafiletti a bordo pagina in cui vengono solitamente relegate le notizie di Storia Naturale.

Avevo già parlato della ricchezza di endemismi che si ritrovano sulle Prealpi Orobie; ma forse senza sottolineare in modo adeguato come sia evidentemente sbagliato pensare che siano già stati trovati tutti: la cima di un monte, una valletta isolata o, meglio ancora, una grotta o un sistema di grotte sono situazioni in cui ci si possono aspettare ancora delle sorprese.
E la sorpresa, insieme alla soddisfazione a al gaudio, è sicuramente stata la reazione degli entomologi che, negli ultimi due anni, hanno scovato due bellissime nuove specie di insetti, tutto sommato non lontane geograficamente, anche se decisamente distanti dal punto di visto filogenetico ed ecologico.

È interessante come in questo caso non si tratti, come spesso accade, di nuove specie sbucate fuori quasi dal nulla a causa della revisione tassonomica di [gruppi di] specie problematiche già note, bensì proprio di due specie ritrovate ex novo; questo può portarci a riflettere su come anche in una zona all’apparenza ben studiata dal punto di vista della biodiversità sia ancora possibile trovare qualche entusiasmante novità per la Scienza. È una cosa che trovo semplicemente meravigliosa, e che nonostante tutto sorprende grandemente anche me ogni volta.
Anche se in realtà si tratta di bestiole appartenenti a gruppi che non sono studiati esattamente da folle di esperti, tutt’altro (tanto che proprio i descrittori di una di queste specie ipotizzano che dal punto di vista dei Lepidotteri ci sia ancora molto da scoprire, sulle Orobie).

Micropterix gaudiella Zeller & Huemer 2015
Lepidottero Micropterigide.
Attualmente sono note solamente le poche osservazioni che hanno riguardato il ritrovamento sul Pizzo Arera, nell’estate 2015, a circa 1600 m s.l.m., vicino al margine di una faggeta su un pendio calcareo esposto a meridione. Numerosi adulti si nutrivano su fiori di Rosa ed Helianthemum, tra cespugli ed erbe alte a margine del bosco.
Sembra si tratti di una specie antichissima, rimasta pressocché immutata per più di 100 milioni di anni.
Altre specie congeneri presenti nell’area sono M.aruncella e M.rothenbachii.
Il nome è dovuto al gaudio degli scopritori nell’imbattersi in una specie sconosciuta.
[N.B. Abbastanza imbarazzante che, nella pubblicazione ufficiale che descrive la specie, gli autori abbiano situato la località di ritrovamento in Piemonte, quando naturalmente la provincia di Bergamo e il Pizzo Arera si trovano in Lombardia!]
* H.C. Zeller & P. Huemer, 2015, A new species of Micropterix Hübner 1825 from the Orobian Alps (Italy) (Lepidoptera, Micropterigidae), Nota Lepidopterologica 38 (2): 133-146.

gaudiella_NI

Foto tratta dall’articolo in cui è descritta la specie.

Boldoriella (Insubrites) pedersolii Grottolo 2015
Coleottero Carabide Trechino.
La specie è dedicata allo scopritore, il camuno Davide Pedersoli, che mi ha gentilmente offerto informazioni di prima mano sulla scoperta e che ringrazio. La bestiola, lunga poco meno di 4 mm, è stata trovata per la prima volta da lui, appassionato di coleotteri e biospeleologia [1] (binomio indiscussamente interessante e proficuo in una terra come quella orobica, che presenta tante peculiarità sotterranee), nel luglio 2013.
Le Boldoriella sono minuscoli Carabidi (lunghezza dell’ordine di alcuni millimetri) che si trovano generalmente sotto a pietroni infossati nel terreno e in situazioni simili. Non sono strettamente ipogee come le Allegrettia, ma occasionalmente si possono ritrovare, come questa nuova e l’affine B.serianensis, anche in ambienti di grotta.
Si tratta della prima (e quindi, per ora, dell’unica) Boldoriella rinvenuta nella zona del Sebino bergamasco, che per la biogeografia del genere, distribuito con le sue varie specie dal Lago di Lugano al Lago di Garda, mi pare di capire non sia cosa da poco. In pratica, si è riempita una zona vuota sulla mappa della distribuzione del genere.
Aggiungendo questa nuova specie al computo, il genere Boldoriella, endemico della Lombardia, conta ora 26 taxa tra specie e sottospecie [2].
* M. Grottolo, 2015, Boldoriella (Insubrites) pedersolii nuova specie delle Prealpi Bergamasche (Coleoptera Carabidae Trechinae), Natura Bresciana 39: 95-100.

Boldoriella_pedersolii_NI

Foto di © Mauro Agosti, per gentile concessione dell’autore e di Davide Pedersoli.

Mantenendoci in ambito ancora più propriamente troglobio (sono definiti ‘troglobi’ quegli animali strettamente adattati all’ambiente cavernicolo), c’è poi da segnalare anche la nuova sottospecie orobiensis di un altro Carabide Trechino, Allegrettia pavani; questa lunga ben quasi 7 millimetri, gargantuesca rispetto alla Boldoriella pedersolii.

Allegrettia pavani ssp. orobiensis Monzini 2015
Coleottero Carabide Trechino.
Aggiungendo questa nuova sottospecie al computo, il genere Allegrettia, endemico della Lombardia, conta ora 7 taxa tra specie e sottospecie [3].
* V. Monzini, 2015, Allegrettia pavani orobiensis, nuova sottospecie delle Alpi Orobie, simpatrica e sintopica con Allegrettia comottii Monguzzi 2011 (Coleoptera Carabide Trechini), Natura Bresciana 39: 101-106.


*** Note ***

[1] La biospeleologia è la branca della speleologia che si occupa di studiare gli organismi viventi che abitano le grotte e caverne naturali, che, nella maggior parte dei casi, presentano specifici adattamenti alla vita in questo tipo di condizioni ambientali.

[2] Sistematica di Boldoriella [manca la nuova specie].

[3] Sistematica di Allegrettia [manca la nuova sottospecie].

[4] Per ulteriori informazioni su questi particolari coleotteri, si rimanda ai seguenti lavori:
* Bucciarelli I., 1978, Quattro nuove Boldoriella ed oservazioni sull’habitat (Coleoptera Carabidae), Memorie della Società Entomologica Italiana 56: 217-228.
* Monguzzi R., 1982, Studi sul genere Boldoriella Jeannel: sistematica, geonemia, ecologia (Coleoptera Carabidae: Trechinae), Atti della Società Italiana di Scienze Naturali e del Museo Civico di Storia Naturale di Milano 123 (2-3): 189-236.
* Monguzzi R., 2011, Sintesi delle attuali conoscenze sul genere Allegrettia Jeannel 1928 (Coleoptera, Carabidae, Trechinae), Annali del Museo Civico di Storia Naturale “G. Doria” di Genova 103: 1-70.
* Faille A., Casale A., Balke M. & Ribera I., 2013, A molecular phylogeny of Alpine subterranean Trechini (Coleoptera: Carabidae), BMC Evolutionary Biology 13: 248.

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Licheni di Natale

N.B. Questo post è una digressione e un approfondimento di questo altro articolo

Fin troppo spesso, ahinoi, le ‘renne’ che si vedono nelle sempre più pacchiane decorazioni natalizie che inflazionano centri cittadini e supermercati sono in realtà bizzarre chimere con snellezza di capriolo e palchi di cervo; la vera renna, un po’ più tozza per quanto dall’aria ugualmente simpatica, è un po’ meno aggraziata rispetto ad un bambi con dei sottili rametti incollati sulla testa.

Le vere renne, ben lungi dal trainare slitte volanti al comando di un bonario panzone e di una conspecifica dal naso a lanterna, in questo periodo dell’anno tirano a campare nella tundra e nella taiga accontentandosi di cibi meno sostanziosi rispetto alle erbe che ruminano nella bella stagione. Tale imprescindibile foraggio invernale è rappresentato dai licheni terricoli, in particolare da quelli conosciuti come – resterete sorpresi – “licheni delle renne”. Non chiedetemi ragguagli sull’enigmatica ragione del nome.

Cosa sono i licheni? Si tratta di organismi simbiotici – formati, cioè, da una simbiosi – costituiti dall’unione di un fungo (micobionte) e un’alga (un’alga verde o un cianobatterio, anche se in alcune specie sono presenti entrambi i tipi) (fotobionte), che, seguendo una felice espressione del lichenologo Trevor Goward, possono essere considerati come ‘funghi che hanno scoperto l’agricoltura’ (un lichene è in pratica un fungo che contiene un certo numero di cellule di una determinata specie algale in una relazione che forse non è poi così mutualistica come viene spesso superficialmente considerata [1], tant’è vero che attualmente i licheni vengono più spesso chiamati funghi lichenizzati, per lo meno dagli ‘addetti ai lavori’), sfatando anche l’inappropriata abitudine di raggruppare i licheni insieme ai muschi, che appartengono in toto al regno delle piante [2].

Siamo talmente abituati a pensare ai licheni come a delle cosucce insignificanti che incrostano i muri e i tronchi degli alberi che forse non riusciamo a materializzare l’idea che le sconfinate lande della tundra e il sottobosco della taiga siano praticamente tappezzati di questi organismi; ma in realtà non è un pensiero così fuori dalla nostra portata, come potremmo facilmente constatare con una passeggiata in alta montagna. In questi ambienti, dove le condizioni di vita sono più difficili che in altri, e nei quali quindi le piante vascolari faticano ad affermarsi, il suolo libero viene rapidamente colonizzato dai licheni (e dai muschi, ai quali, per quanto tassonomicamente distanti, sono ecologicamente simili), che sono più adatti a condizioni di vita proibitive.

I “licheni delle renne” sono i licheni terricoli per eccellenza: i loro talli sono dei ‘cespuglietti’ ramificati alti anche una decina di centimetri, di colore chiaro, che a seconda della specie si possono trovare non solo in ambienti freddi, ma anche in fasce climatiche più calde.
Per la Scienza, il loro nome è Cladonia sottogenere Cladina (anche se secondo alcuni esperti Cladina starebbe bene come genere a sè, ma sorvoliamo), e si tratta degli unici licheni tutelati dalla Direttiva Habitat [3].
Perchè la necessità di inserirli addirittura nella Direttiva Habitat? Può sembrare bizzarro a noi che non siamo abituati a vederne, ma bisogna considerare che nella regione boreale questi licheni hanno una certa importanza economica – e, di conseguenza, vengono ovviamente sfruttati dall’uomo. Basti pensare agli allevatori di renne: se l’economia delle popolazioni che campano allevando questi animali si basa per l’appunto sulle renne, e se per la sopravvivenza delle renne è cruciale la disponibilità di cibo nella stagione invernale, il risultato del ragionamento è che i licheni di fatto sono il pilastro portante di questo sistema economico, per quanto circoscritto esso sia. Già questo dovrebbe bastare a ridimensionare le nostre eventuali perplessità sulla loro utilità.

Ma le Cladine vengono ampiamente sfruttate dall’uomo anche in modo diretto. In particolare, Cladonia stellaris (precedentemente nota come Cladonia alpestris), rarissima in Italia ma molto diffusa nel Grande Nord, che forma dei cespuglietti dall’aspetto quasi di palle di neve, viene raccolta intensivamente nelle regioni scandinave e, dopo essere stata trattata con una soluzione a base di acqua e glicerina (che ne garantisce la flessibilità prevenendone l’essiccamento) [4] e pitturata del colore adeguato, viene venduta in tutto il mondo come…materiale per modellismo! Se vi siete mai chiesti cosa siano quei ‘cespuglietti’ che vendono come surrogati di cespugli e chiome d’albero in miniatura nei negozi di modellismo, ora avete la risposta.
Cladine trattate e dipinte dei più svariati colori si ritrovano anche in molte composizioni floreali essiccate o, in compagnia del muschio, in presepi tradizionali, mentre negli ultimi tempi sta prendendo piede l’usanza di utilizzarle addirittura per l’arredamento d’interni, incollate su pannelli con cui poi si ricoprono le pareti di casa [4].

Aguzzate l’occhio, quindi: nella composizione floreale natalizia che vi hanno regalato potrebbero esserci dei licheni, così come nel pranzo invernale delle controparti in carne ed ossa delle renne che scorrazzano sul vostro maglione di Natale un po’ infeltrito.

natalicheni FB

Buone Feste


*** Note ***

[1] L’idea di “simbiosi mutualistica” generalmente associata alla simbiosi lichenica è attualmente avversata da una visione alternativa che vede questa relazione piuttosto come un “parassitismo controllato”, dal momento che i benefici derivanti dall’associazione tra i due partners non sono uguali, ma il fungo ne ottiene di più rispetto all’alga, tra l’altro anche limitandone lo sviluppo.

[2] L’impropria associazione mentale “muschi e licheni” è dovuta essenzialmente al loro ruolo ecologico spesso simile e alla secolare (ma sorpassata da un bel pezzo) suddivisione dei vegetali in crittogame (‘piante’ con spore, quindi funghi, licheni, muschi e felci) e fanerogame (piante propriamente dette con fiori, quindi Gimnosperme ed Angiosperme); anche dopo che i funghi vennero separati dal regno Plantae nel regno Mycota, l’uso di includere muschi e licheni insieme tra le crittogame perdurò per un bel pezzo. Con sconforto di briologi e lichenologi (gli specialisti, rispettivamente, di muschi e licheni), le cui aree di competenza ancora oggi vengono confuse dai più.

[3] La “Direttiva Habitat” (Direttiva 1992/43/CEE) è una direttiva europea che regolamenta la protezione degli habitat naturali e seminaturali e delle specie animali e vegetali all’interno dei Paesi membri della CE. Le Cladine si trovano nell’Allegato V, tra le “specie animali e vegetali di interesse comunitario il cui prelievo in natura e il cui sfruttamento possono essere oggetto di misure di gestione”; si tratta quindi di organismi che è possibile sfruttare, ma solo in modo regolamentato.

[4] Una rassegna più che esaustiva sugli usi delle Cladine e di altri licheni si può trovare in:
P. Modenesi, 2015, Il sapore e il colore dei licheni – una guida agli usi, Genova University Press, 158 pp.
Altra bibliografia interessante a riguardo:
G. A. Llano, 1944, Lichens – their biological and economic significance, Botanical Review 10 (1): 1-65.
G. A. Llano, 1948, Economic uses of lichens, Economic Botany 2 (1): 15-45.
G. A. Llano, 1956, Utilization of lichens in the Arctic and Subarctic, Economic Botany 10 (4): 367-392.
Online è disponibile anche il vasto database compilato da Sylvia Duran Sharnoff.

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Non è un ordine né un consiglio [il titolo del post], ma un semplice – e triste – dato di fatto: nelle ultime settimane si sono sentite talmente tante sparate riguardo alla situazione del lupo in Italia che a chiunque tenti di occuparsi seriamente di divulgazione naturalistica e/o di conservazione sono cadute le braccia.

Una decina di giorni fa, il sito di un quotidiano ligure ha pubblicato una ‘cosa’ indecente che mi rifiuto sia di definire ‘articolo’ sia di linkare (davvero non meritano di ricevere ‘clic’ al sito); in questa accozzaglia di cretinate, dal tono più che canzonatorio nei confronti di non meglio definiti ‘pseudo-ambientalisti’ e decisamente allarmistico, si diceva, tra l’altro, che il lupo causa enormi danni al bestiame perchè non si accontenta più di cinghiali e caprioli, dal momento che si è riprodotto eccessivamente e rapidamente dopo che è stato reintrodotto, passando poi a sfottere i sostenitori di questa presunta reintroduzione. Fatico a trovare termini per definire l’ignoranza di chi ha scritto questo ciarpame (guarda caso rimasto non firmato); ammesso che si trattasse di ignoranza e non di intenzionale malafede, chi può dirlo.

Mercoledì scorso, invece, “Il Messaggero” ha riportato la notiziona di un presunto branco di ben 29 individui avvistato a Campo Imperatore (AQ), sottolineando con i soliti toni allarmistici la presunta pericolosità della specie e, anche qui, l’esistenza di un fantomatico progetto di ripopolamento. Non riporto tutte le inesattezze più o meno grosse, perchè dovrei riscrivere completamente il trafiletto: c’era veramente una castroneria in ogni singola frase!
In questo caso però c’è stato un colpo di scena con finale positivo: grazie all’attivismo di alcune associazioni naturalistiche, in primis di Studium Naturae che per primo ha diffuso l’articolo-bufala su facebook provvedendo a smontarlo pezzo a pezzo, l’autore è venuto a conoscenza dell’aver scritto una serie di fesserie e, per fare ammenda, ha provveduto a pubblicare, il giorno successivo, una smentita in cui ha chiarito come stanno effettivamente le cose. Una smentita un po’ tiepidina, ma per lo meno l’autore ha dimostrato onestà e buona volontà ammettendo le proprie responsabilità e ritrattando pubblicamente; dimostrando anche come, in fin dei conti, informarsi correttamente su queste tematiche non sia poi così difficile!

Disgraziatamente, comunque, i predicatori di questa famigerata e assolutamente inventata di sana pianta reintroduzione del lupo saltano fuori da tutte le parti, e, palliati di quell’arroganza che solitamente va a braccetto con l’ignoranza, consigliano a chi li contraddice di informarsi meglio. Samuel Beckett sarebbe fiero di loro.
Perciò, anche se sono certo che questo post rimarrà ignorato proprio da chi avrebbe più bisogno di leggerlo, ho comunque ritenuto utile elencare e confutare brevemente le leggende metropolitane sul lupo più tristemente diffuse e più care a chi fa della (dis)informazione il suo pane quotidiano.

vademecumlupo

Questo lupo è visibilmente stufo di sentire certe fesserie…

> Il lupo è stato reintrodotto!
Certo che NO! E chiunque sostenga qualcosa del genere è in completa malafede. Oppure è molto male informato (e spesso non ha voglia di informarsi a dovere…).
Il lupo è tornato spontaneamente a popolare l’Appennino, e in parte anche le Alpi, da quando prima è stato lasciato in pace dai cacciatori (dalla seconda metà del ‘900) e poi sono aumentate le popolazioni delle sue prede preferite, gli Ungulati. Le popolazioni di lupo superstiti presenti nell’Appennino centrale sono aumentate a partire dagli anni ’70, e, a causa delle normali dinamiche di dispersione della specie, hanno lentamente risalito la dorsale appenninica fino ad arrivare, all’inizio degli anni ’90, alle propaggini più meridionali delle Alpi, dove poi hanno iniziato a risalire anche l’arco alpino.
Niente reintroduzione del lupo, quindi, e nemmeno ripopolamenti. Possiamo discutere, casomai, dei ripopolamenti delle specie-preda, primo fra tutti il cinghiale, che peraltro causa decisamente più danni alle attività umane rispetto al lupo, ma siccome fa comodo ai cacciatori avere a disposizione tanti cinghiali belli grassi per schioppettare un po’, allora non si può lamentarsi troppo a riguardo.
Per i problemi legati alla proliferazione dei cinghiali rimando al mio precedente post, che sintetizza meglio un confronto tra i problemi dati dal cinghiale vs quelli dati dal lupo.

> Il lupo attacca il bestiame!
Certo che attacca il bestiame. Preferisce le sue prede naturali, in primis caprioli e cinghiali, ma se si imbatte in un gregge incustodito e vede l’opportunità di un pasto facile, non se la lascia scappare; peraltro reiterandola, se se ne presenta l’opportunità qualora il proprietario non prenda opportuni provvedimenti (v. appendice). È un lupo, mica un allocco. Daltronde fiabe e favole un fondo di verità devono pure avercelo; ma, come ci insegna perfino Tolkien, per tenere a bada i lupi è spesso sufficiente un cane bene addestrato…
A dirla tutta non è che possiamo addossare proprio tutta la colpa al lupo (v’è andata male): i metodi di difesa del bestiame dai grandi predatori, tra i quali appunto l’impiego di cani da pastore, sono noti e consigliati agli allevatori da chi di dovere nelle zone ‘a rischio’ (v. appendice); se poi gli allevatori non le adottano, di chi è la colpa?
Peraltro, per le perdite causate dalla predazione da parte dei carnivori selvatici sono previsti appositi risarcimenti da parte delle amministrazioni regionali.

> Il lupo è pericoloso per l’uomo!
Qualunque animale munito di denti è pericoloso per un primate praticamente incapace di difendersi quando privo di armi come è l’uomo. Tuttavia, il lupo, come la maggior parte degli animali selvatici, teme moltissimo l’uomo e preferisce di gran lunga una fuga veloce all’attacco. La casistica parla chiaro: in Italia non si registrano attacchi all’uomo da quasi 200 anni, e anche nel resto del mondo i casi non sono molti (v. sotto); inoltre, buona parte dei casi più vecchi di 200 anni sono imputabili ad individui affetti da rabbia, che come ben sappiamo può colpire, rendendoli più aggressivi, anche volpi e cani.
Se vogliamo essere onesti – e qui vogliamo esserlo, perchè non stiamo facendo (dis)informazione di parte – sono estremamente più pericolosi, nell’ordine:
– i cani randagi rinselvatichiti (ma anche i cani di proprietà di certi incoscienti che li lasciano andare a ruota libera pensando che non facciano danni perchè il mio cane è buonissimo, e poi poverino mica voglio mettergli il guinzaglio), che sono pericolosissimi perchè non avendo paura dell’uomo non si fanno tutti gli scrupoli degli animali selvatici prima di arrivare eventualmente ad attaccarlo.
– i cinghiali, per le motivazioni già più diffusamente esposte in un precedente post.
– il bestiame domestico: avete idea di quante persone muoiano incornate o calpestate dalle mucche ogni anno?
E vi prego poi di notare che quando vengono avvistati lupi che non temono l’uomo e creano allarmismi aggirandosi in tutta tranquillità nei centri abitati, alla fine si scopre che si tratta di cani-lupo cecoslovacchi (sulle fonti c’è l’imbarazzo della scelta, per comodità segnalo solamente i casi più vergognosamente eclatanti: qui, qui e qui). Much ado about nothing, avrebbe detto il Bardo.
N.B. Sempre per la faccenda della completa onestà, a questo link trovate un’analisi critica delle uccisioni di persone perpetrate da lupi nei secoli passati nella Pianura Padana centrale (ricordo nuovamente che non si verificano episodi di questo genere in Italia da quasi due secoli). E non fate i furbacchioni, leggetevelo fino in fondo, non solo la parte che vi fa comodo; lo dico sia agli anti-lupo che agli animalisti.

> Il lupo causa il declino delle sue specie preda!
Questa è la classica lamentela infondata dei cacciatori che, non paghi delle immissioni di Ungulati – siano quelle legittime o quelle fatte di straforo – pensano che eliminando i pochi predatori presenti si alzi ancora di più la quota di animali che potranno convertire in stufati, spezzatini e macabri trofei da appendere sul caminetto.
L’incremento del lupo è anche una conseguenza dell’incremento delle sue specie-preda, ma queste dinamiche tendono a stabilizzarsi, almeno sul lungo termine, in un equilibrio dinamico. In parole povere: il lupo non farà estinguere caprioli e cinghiali mangiandone troppi, ma raggiungerà un equilibrio nel quale comunque resterà ampio posto anche per lo svago degli amanti delle doppiette. E ribadisco ancora una volta che gli attacchi al bestiame generalmente non sono una conseguenza della scarsità di prede selvatiche, bensì di una situazione aneddotica che si rivela vantaggiosa per il predatore.

> Il lupo mangia i bambini!
Anche i comunisti, ma non mi pare che li abbattiamo.
[n.b. non rispondete in questo modo ad una provocazione del genere: l’interlocutore non è sicuramente in grado di comprendere il sarcasmo]


Appendice:
come informarsi correttamente riguardo alla situazione del lupo in Italia

> Che cosa fare in caso di un incontro con un lupo?
Per le osservazioni a distanza ovviamente non c’è alcun pericolo, così come anche per quelle ravvicinate, in realtà: appena il lupo si accorge della presenza del bipede, se la dà a gambe. Non è comunque il caso di corrergli incontro per fargli foto o filmini, lo dico per i più entusiasti; lasciatelo semplicemente tranquillo. Trovate sintetizzato il corretto modo di comportarsi, anche in caso di incontri ravvicinati, qui, qui o qui.

> Se avete coscienza e conoscenza della situazione e siete informati sull’argomento, senza trascendere in ideologie completamente ostili a chi ha una posizione differente dalla vostra:
contribuite a chiarire come stanno le cose e a sensibilizzare gli scettici e gli anti-lupo a quella che è l’effettiva realtà delle cose (un po’ come sto cercando di fare io adesso), e al fatto che il lupo non è un danno o un pericolo, ma un valore per il territorio e perfino una possibile risorsa. Un dialogo costruttivo – e possibilmente pacato – è l’unico strumento efficace per questo scopo.

> Se siete dei dubbiosi che non sanno bene a chi dare retta e vogliono sinceramente farsi un’idea chiara ed imparziale della questione:
informatevi presso persone o enti competenti in materia, non al bar o basandovi su quotidiani che pubblicano più o meno a casaccio con l’unico scopo di vendere cartacei o di prendere tanti ‘clic’ su internet; fonti attendibili, accessibili ed esaustive sull’argomento sono:
– i siti di Canis lupus Italia e Life Wolf Alps;
– il Forum Natura Mediterraneo, dove diversi esperti hanno già affrontato più volte l’argomento, ma possono anche rispondervi in diretta se avete dubbi o curiosità; esiste anche un forum interamente dedicato al lupo (Canislupus Italia Forum), ma chi è in malafede potrebbe tacciarlo di essere di parte, non sia mai;
– l’ottimo libro: F. Marucco, 2014, Il Lupo – biologia e gestione sulle Alpi e in Europa, Edizioni Il Piviere, 180 pp;
– tonnellate di bibliografia scientifica specialistica, a cui però è meglio passare in un secondo momento.

> Se siete allevatori nelle zone frequentate dal lupo, non ostili al lupo per partito preso, ma comunque legittimamente preoccupati per il vostro bestiame:
– adottate le contromisure consigliate (esempi: qui, qui, qui e qui);
– contattate gli enti competenti per saperne di più;
– per ulteriori informazioni generali, rimando al punto precedente.

> Se siete indefessamente dalla parte del lupo per il semplice fatto che “è un animale, quindi è buono per forza, mentre solo l’uomo è davvero brutto e cattivo ed andrebbe eliminato”:
la natura non è un agglomerato di animaletti che interagiscono secondo dinamiche disneyane, bensì una complessissima rete di relazioni intra- e interspecifiche in cui nessun elemento è ‘buono’ o ‘cattivo’. Il fanatismo animalista, specialmente quando abbinato ad azioni vandaliche o toni insultuosi sui social network, non fa che danneggiare chi cerca di occuparsi di conservazione e divulgazione con criterio e cercando i giusti compromessi, e in ultima battuta va a discapito proprio degli animali che si dice di voler tutelare; in sintesi: è controproducente all’ennesima potenza.

> Se siete indefessamente arroccati sulla convinzione che “il lupo è brutto e cattivo, rappresenta null’altro che un pericolo per l’uomo e andrebbe sterminato fino all’ultimo capo”, e siete certi che niente e nessuno possano farvi cambiare opinione, nemmeno dopo aver letto fino a questo punto:
l’odio deriva dalla paura, e la paura dall’ignoranza; per tentare di migliorare le cose, più che informare e fornire tutte le prove del fatto che queste ‘argomentazioni’ sono errate, io non posso fare: contro la malafede non ci sono antidoti.


Ringrazio tre amici naturalisti – in particolare Alberto, che sul lupo ha un bel po’ di esperienza diretta – per qualche consiglio ‘stilistico’ durante la stesura dell’articolo.

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Nonostante tutto, c’è ancora gente che ha paura del lupo.

Quando mi immergo nei boschi dell’Oltrepò Pavese, il lupo è veramente l’ultima delle mie preoccupazioni – anzi, non so cosa darei per vederne uno almeno per qualche secondo! Certo, viste le mie preferenze naturalistiche, sarebbe più probabile per me farmi male piombando giù dalla vetta di un massiccio ofiolitico o ruzzolando per un calanco mentre raccolgo licheni, piuttosto che venendo aggredito da un qualsiasi abitante dei boschi, carnivoro o meno. Ma i rischi derivanti dalla fauna selvatica sono comunque da prendere in considerazione sull’Appennino pavese – e non solo; il bestio che la gente sembra ancora temere di più, evidentemente a causa dell’atavico sentimento di timore nei confronti dei carnivori, è però quello sbagliato.

“Al lupo, al lupo!” è un grido d’allarme anacronistico: la vera bestia nera – letteralmente – dei nostri boschi ormai è il cinghiale. Tanto buono sulle pappardelle quanto cattivo se lo si prende per il verso sbagliato, il cinghiale può davvero rappresentare un serio pericolo se lo si incontra nelle circostanze sbagliate. Una femmina con prole al seguito o un adulto che si sente messo alle strette, anche nel caso in cui l’intenzione del bipede che ci si imbatte non sia quella (dai cinghiali non sono stati aggrediti solamente cacciatori o contadini che cercavano di scacciarli dal campo, ma anche semplici fungaioli o gitanti), sono i più tipici casi di pericolo per l’uomo.
Certo, non è che i cinghiali si divertano ad azzannare i passanti, e generalmente vale il discorso sempre valido nel caso della fauna selvatica, cioè che la fuga è sempre la prima scelta e l’eventuale attacco è sempre in realtà una difesa; il fatto è che la testata di un cinghiale, oltre ad avere un suo certo peso, può risultare decisamente dannosa per via delle zanne affilate come rasoi, specialmente se la loro traiettoria intercetta l’arteria femorale o l’addome. Chiedete a Robert Baratheon.

Se Robert Baratheon non vi convince (ci può anche stare, dopotutto la parola di un ubriacone è credibile fino ad un certo punto), proviamo a ragionare sulla questione in un altro modo. La tesi è che il lupo non rappresenta un pericolo per l’uomo, e che per chi va per boschi (ma non solo, come vedremo) il cinghiale è potenzialmente molto più pericoloso.
Questo blog vuole essere scientifico, certo; ma vuole anche essere realistico, e soprattutto divulgativo. Il mio scopo stavolta è – oltre alla difesa del lupo, naturalmente – dimostrare come anche il ‘cittadino comune’ che non si occupa di fauna per mestiere possa, in una certa misura, estrapolare un’informazione tutto sommato corretta anche semplicemente basandosi sugli organi di informazione locali. Non tutti hanno studiato Scienze Naturali, non tutti hanno la possibilità di interpellare direttamente un “lupologo” (io ho potuto seguire un ottimo corso di gestione della fauna tenuto da uno degli esperti italiani sull’argomento, ma non è una cosa che capita a tutti) o di consultare la letteratura specializzata; ma il buon senso è – dovrebbe essere – alla portata di tutti, così come la capacità di fare inferenze sulla base dell’informazione data dai media, per quanto concerne i fatti.

La ricerca dei dati è stata quindi condotta tramite una fonte accessibile a tutti e relativamente conosciuta dai più nell’area di indagine prescelta, cioè l’Oltrepò Pavese: l’archivio online del quotidiano “La Provincia Pavese“. È chiaro quindi che con questo non voglio fare un riassunto scientificamente eccelso della questione nel suo complesso – altrimenti prenderei ben altri dati, e cercherei di pubblicarlo su Hystrix anziché su un blog; dati di questo genere non andrebbero sicuramente bene per delle statistiche complete, per non parlare dell’esiguità della “area di studio”. Intendo semplicemente dimostrare la mia tesi in un contesto sì locale, ma generalizzabile.
La fonte prescelta, comunque, si presta molto bene allo scopo prefissato, seppure con un limite: l’incontro con il lupo rappresenta ad oggi una circostanza eccezionale che un quotidiano può sentirsi in animo di riportare, mentre, al contrario, l’incontro con un cinghiale, se non seguito da un’aggressione allo sfortunato avvistatore, un incidente o un’ardimentosa uccisione reciproca, evidentemente non lo è. Questo naturalmente manda all’aria ogni possibilità di un confronto statisticamente e scientificamente rigoroso (non si può fare una proporzione aggressioni:avvistamenti per entrambe le specie se non si conosce il totale degli avvistamenti di cinghiale). Ma, volendo e potendo approssimare, non possiamo non constatare come, almeno parlando in senso assoluto, ‘qualcosa’ (poche aggressioni su un totale di avvistamenti non noto, nel caso del cinghiale) sia comunque più di ‘niente’ (nessuna aggressione su un totale di avvistamenti noto, nel caso del lupo).

Sono stati quindi considerati come dati di interesse ai fini del presente discorso:
1) gli avvistamenti di lupi (avvenuti in certi casi a brevissima distanza dall’osservatore, il che dovrebbe rassicurare anche i più increduli fifoni che il lupo non è, dopotutto, una fiera assetata di sangue umano), più per completezza di informazione che per una vera utilità ai fini della dimostrazione della tesi;
2) i casi di aggressione da parte di fauna selvatica ai danni dell’uomo (e non ce ne sono stati che abbiano coinvolto lupi, mentre invece non si può dire lo stesso riguardo ai cinghiali);
3) le uccisioni di bestiame da parte di carnivori selvatici (o almeno presunti tali);
4) gli incidenti stradali causati da animali selvatici.

Quanto è emerso dalla ricerca, che ha riguardato tutte le informazioni disponibili dalla fonte prescelta per il quinquennio 2011-2015, è stato convogliato nell’infographic qui di seguito.

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L’uccisione di bestiame è stata considerata in quanto ha delle ricadute non solo economiche, ma anche emotive sulla sensibilità del pubblico.

Un altro fattore da considerare per la valutazione della pericolosità di questi animali è che il pericolo per l’uomo non è rappresentato solamente da aggressioni dirette, ma anche e soprattutto dall’eventualità di incidenti stradali dovuti a investimenti o manovre azzardate effettuate nel tentativo di evitare un animale che, ad esempio, attraversa la strada all’improvviso. Naturalmente in questa casistica rientrano svariati altri animali oltre ai due di cui stiamo disquisendo, che restano però comunque quelli che potenzialmente possono creare i maggiori danni in caso di collisione, a causa della loro stazza. Ed è chiaro come l’impatto con un cinghiale (80-150 kg) sia ben diverso da quello con un lupo (25-40 kg) (pesi riportati qui e in figura tratti da [1]).

Va però ricordato che in quest’ottica non è da sottovalutare neanche il bestiame domestico: gli investimenti di mucche non sono contemplati nell’infographic perché vanno fuori tema, ma ne è avvenuto almeno uno nel quinquennio considerato. Peraltro, le stesse mucche possono talvolta essere una causa di mortalità per l’uomo anche tramite aggressioni dirette (ma si tranquillizzino gli amici oltrepadani, nel pavese ancora non sono capitati eventi di questo tipo).

Tornando al discorso originario, va rilevato come ogni tanto ci siano dei segnali positivi: forse sta finalmente cominciando a raccogliere sempre più consensi l’idea che il lupo non sia poi così pericoloso. Tanto che perfino ai giornalisti è venuto in mente di interpellare un esperto, e si dà il caso che proprio alla vicina Università di Pavia operi il professor Alberto Meriggi – il docente del corso di gestione della fauna a cui accennavo sopra – che è uno degli esperti italiani sull’argomento. Inutile che io aggiunga altro a quanto ha già cristallinamente esposto lui sia relativamente al lupo (qui e qui) sia relativamente al cinghiale (qui, mentre qui anche un’intervista al professor Bogliani).


*** Note ***

[1] L. Canalis, 2012, I Mammiferi delle Alpi, Blu Edizioni, 270 pp.
N.B. Anche in questo caso, ho volutamente attinto da una fonte ‘popolare’: si tratta di un manualetto – molto ben fatto peraltro – che non è difficile trovare in librerie non specializzate, mentre la fonte più scientificamente autorevole che mi viene in mente sull’argomento, ovvero il poderoso XXXVIII volume della Fauna d’Italia “Mammalia III: Carnivora-Artiodactyla“, non è esattamente alla portata di tutti, né per costo né per reperibilità.

 

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