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Archive for agosto 2015

Al di là delle critiche alla malainformazione, la vicenda dello sciame di libellule che ha ‘invaso’ Torino mi ha appassionato al punto che ho voluto approfondire ulteriormente la questione. Dopo l’iniziale sorpresa dello sciame osservato la sera del 2 agosto, una grande concentrazione di libellule è stata osservata anche nelle sere seguenti, finché il numero di insetti è andato scemando velocemente nel giro più o meno di una settimana. Come avevo ipotizzato, la specie è stata finalmente confermata essere effettivamente Anax ephippiger dalle osservazioni di alcuni appassionati torinesi (L.P., G.B.P.). Questo convalida almeno alcune delle ipotesi che avevo proposto in precedenza.

Tuttavia, altre ipotesi, tra cui alcune sorte scambiando opinioni con altri appassionati, lasciavano aperte alcune altre interessanti domande. Ho quindi provveduto a fare io stesso quello che, da dietro una tastiera, consigliavo agli altri di fare: documentarsi interpellando un esperto. Per scrivere il precedente post ovviamente mi ero informato al meglio delle mie possibilità, ma essendo solo un appassionato, stavolta ho chiesto un parere più valido, quello di un esperto che da decenni si occupa di Odonati in Italia e non solo (e che soprattutto conosce molto bene quelli che si possono trovare nelle nostre zone): Maurizio Pavesi, del Museo di Storia Naturale di Milano.

Disponibile e prodigo di informazioni come sempre, Maurizio ha gentilmente accettato di venire intervistato, fornendo importanti informazioni, frutto anche di tanti anni di esperienza sul campo e non solo di fredda bibliografia, su biologia, etologia e distribuzione della specie in Nord Italia. Ne è emerso un quadro piuttosto interessante e, a mio parere, meritevole di attenzione.

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La domanda più comunemente sentita sul web è questa: come mai quel comportamento all’apparenza insolito – uno sciame così vasto concentrato in una zona urbana al calare del sole? Askew [1] scrive che la specie ‘vola spesso al crepuscolo e può essere attirata dalle luci’: potrebbe essere (almeno in parte) una spiegazione?

Il comportamento osservato è discusso approfonditamente nelle risposte successive, sia relativamente al modo di volare che all’orario delle osservazioni, e non è per nulla insolito per questa specie. Teniamo poi presente che Anax ephippiger è una specie fortemente termofila (cioè ama il caldo, ndr) e che le città sono ‘isole di calore’ sempre più calde di qualche grado rispetto all’ambiente circostante: anche questo potrebbe aver contribuito a quel raggruppamento in zona urbana. E, infine, consideriamo anche che in una città è molto più probabile che un fenomeno del genere venga notato da qualcuno, piuttosto che in un paesino o in aperta campagna!

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Tra le ipotesi formulate da vari appassionati interessati al fenomeno, due possono sembrare particolarmente azzeccate: che la concentrazione di libellule in volo a quell’ora possa essere funzionale o ad una caccia ottimale (maggiore concentrazione di insetti-preda) o ad evitare i predatori (quelli diurni si sono già ritirati quasi tutti, quelli notturni non sono ancora completamente attivi), o – perché no – ad entrambe le cose. Cosa pensi a riguardo?

Evitare i predatori molto probabilmente no; anzi, una concentrazione così elevata di insetti appetibili per diversi animali che di insetti si nutrono può casomai attirare dei predatori.

Sicuramente si tratta invece di una concentrazione dovuta all’abbondanza di prede: il volo filmato è il caratteristico feeding flight (volo di alimentazione) della specie. Anax ephippiger ha una naturale tendenza a raggrupparsi, sia per le migrazioni sia per la caccia, e l’orario compreso tra il calare del sole e il buio è ottimale per la caccia perchè coincide con il picco di attività dei Ditteri, abituali prede di queste libellule, che durante le ore più calde non sono attivi; la caccia delle libellule non si protrae però dopo il calare del buio, perchè in assenza di luce esse si ritirano a pernottare.

Questo coincide con alcune osservazioni effettuate alcune sere fa sulla collina torinese: L.P. ha osservato numerosi individui di questa specie alzarsi in volo dalle chiome degli alberi al tramonto e volare in caccia fino al calare del buio, più numerosi il 5 agosto e meno la sera seguente. Dopo solo una settimana dall’osservazione che ha fatto tanto scalpore, sembra che non ci fosse più quasi nessun individuo in zona (un paio di individui la sera del 9 agosto, G.B.P.).

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E riguardo al modo di volare insolito (anch’esso almeno in apparenza)? Si tratta effettivamente del modo di volare consueto della specie che è stato scambiato per qualcosa di bizzarro a causa della grande concentrazione di individui (come anche io avevo scritto), o pensi che si tratti di qualcosa di diverso?

Il modo di volare è quello tipico del feeding flight, non ha nulla di strano. È proprio l’elevata concentrazione di individui che ha dato quell’impressione a chi non è molto pratico di libellule.

Durante il feeding flight gli Odonati non pensano ad altro che a rimpinzarsi: in particolare si nota che i maschi possono tranquillamente incrociarsi con conspecifici dello stesso sesso o del sesso opposto senza le reazioni che avrebbero in qualsiasi altra circostanza (aggressività per territorialità verso gli altri maschi e tentativo di inseguimento ed accoppiamento verso le femmine), proprio perchè concentrati esclusivamente a cacciare.

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Particolare dello sciame osservato a Torino la sera del 3 agosto (foto per gentile concessione di Giovanni Boris Di Panfilo)

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La domanda che invece interessa di più a me e ad altri appassionati è questa: quale potrebbe essere la provenienza di quello sciame? Sappiamo che la specie può migrare fino a noi ad esempio dal Nordafrica, ma non potrebbe trattarsi, in questo caso, di individui nati in Italia, magari proprio in una zona vicina a Torino, come il novarese o il vercellese, dove sono potenzialmente presenti habitat idonei allo sviluppo larvale di questa specie?

Questa specie si riproduce in acque ferme non permanenti, che nelle nostre zone possono consistere ad esempio in risaie o fossi e piccoli canali di irrigazione con acqua bassa (che si riscalda più in fretta) e ferma. Lo sviluppo larvale, piuttosto veloce, avviene in un mese e mezzo-due mesi, per cui la progenie degli individui migratori che arrivano solitamente verso maggio può sfarfallare verso metà-fine luglio o inizio agosto.

È però poco probabile che lo sciame torinese fosse composto da individui nati nei dintorni: tutti i casi di riproduzione confermati in Pianura Padana riguardano numeri esigui di individui sfarfallati, documentati in genere grazie al ritrovamento di (poche) esuvie, e anche ipotizzando l’aggregazione di molti immaturi riunitisi da luoghi di origine diversi, non sembra l’ipotesi più probabile.

È invece più probabile che si tratti di uno sciame – o dell’unione di più sciami – di individui provenienti dal Nordafrica. Consideriamo anche che la città di Torino è in una posizione che la rende una sorta di ‘passaggio obbligato’ per sciami che, arrivando dal Nordafrica alla Liguria, valicano i monti e poi si spostano nella pianura costeggiando l’andamento della catena montuosa: prima o poi a Torino ci dovrebbero arrivare (questo può contribuire a spiegare come mai siano documentati diversi casi di ‘invasioni’ a Torino, v. risposta successiva, ndr).

L’unico modo per stabilirlo con certezza, comunque, sarebbe stato catturare alcuni degli esemplari osservati a Torino per verificarne le condizioni: esemplari vecchi e magari anche malconci sarebbero stati quasi sicuramente migratori, mentre esemplari in buone condizioni e relativamente giovani avrebbero potuto far pensare ad un’avvenuta riproduzione nelle vicinanze.

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Immagino che tu sia al corrente, se se ne sono verificati, di recenti casi di riproduzione della specie in Italia. Pensi che possa esistere una correlazione tra questi casi e i casi di ‘invasione’ (se ne sono verificate almeno altre due solo a Torino, nel 1989 e nel 1996) ed eventualmente anche con il fenomeno del riscaldamento globale [2]?

La presenza di vasti sciami di Anax ephippiger proprio a Torino è stata riportata da Ghiliani già nel 1867 [3], e anche diversi casi di riproduzione della specie nelle nostre zone sono stati segnalati già nella seconda metà dell’Ottocento, sempre da Ghiliani [3]. Recentemente si sono verificati, ad esempio, dei casi nell’alessandrino negli anni ’80 e nel novarese nel 2012, sempre in risaie. In Nord Italia comunque non sono presenti popolazioni stabili di questa specie: i casi di riproduzione accertati riguardano la progenie emersa in estate di individui migratori arrivati in primavera; le larve non sarebbero in grado di svernare con le nostre temperature invernali, e comunque in Nordafrica la specie sverna sotto forma di adulto, e non come larva.

La presenza di eventuali relazioni tra questi fenomeni andrebbe approfondita meglio, ma si può considerare che le alte temperature favoriscono sicuramente la specie, che è molto termofila sia nella fase larvale sia in quella adulta.

Proprio nei giorni scorsi, tra l’altro, è stato riportato un altro caso di riproduzione della specie in risaie del modenese (F.S., A.P.).

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Oltre ad Anax ephippiger, ci sono altre specie che potrebbero dare origine a fenomeni come quello osservato a Torino in questi giorni, con una così elevata concentrazione di individui in un centro abitato, o per lo meno che possono formare sciami migratori?

Le uniche altre specie che nelle nostre zone potrebbero originare sciami consistenti e migratori appartengono al genere Sympetrum (es. Sympetrum fonscolombii, che può arrivare nella Pianura Padana occidentale migrando dalle zone orientali dell’Emilia Romagna), ma non sono confondibili con Anax ephippiger né per l’aspetto (hanno forma, dimensioni e comportamento diversi) né per le modalità di aggregazione (i Sympetrum non formano sciami compatti e fortemente aggregati come Anax ephippiger, né cacciano in gruppo con modalità analoghe).

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Grazie a Lorenza Piretta (L.P.) e Giovanni Boris di Panfilo (G.B.P.) per avermi tenuto aggiornato in diretta sulla situazione degli ephippiger a Torino nell’ultima settimana, a Fabio Sacchi (F.S.) ed Alida Piglia (A.P.) per le informazioni sull’avvenuta riproduzione nel modenese, e ovviamente al grande Maurizio Pavesi per essersi concesso a questa intervista.


*** Note ***

[1] R. R. Askew, 2004 (2a edizione), The Dragonflies of Europe, Harley Books, Colchester.

[2] Una sintesi delle potenziali ripercussioni del riscaldamento globale sugli Odonati europei, che prende in considerazione anche la nostra Anax ephippiger, si può leggere in: R. Groppali, 2009, Odonati europei e riscaldamento globale, Studi Trentini di Scienze Naturali 86: 115-118.

[3] Non ho potuto consultare direttamente i lavori di Ghiliani, ma me ne ha parlato Maurizio e ne ho letto il riassunto fatto da Conci e Nielsen (C. Conci & C. Nielsen, 1956, Odonata – Fauna d’Italia I, Calderini, Bologna, 298 pp.): “… classiche quelle [migrazioni] osservate e descritte dal Ghiliani (1867, 1869, 1874), che osservò schiere sterminate di migranti attraverso il Piemonte […] in Italia però la specie può anche riprodursi (Ghiliani, 1869, 1874) …”.

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A metà di un pomeriggio di inizio agosto, il sole martella implacabile le campagne della Lomellina. L’umidità garantita dalle risaie ancora parzialmente allagate e dal fitto reticolo di rogge, ruscelli e canali contribuisce a rendere ancora più soffocante l’atmosfera satura di moscerini anche in pieno giorno. Negli appezzamenti lasciati incolti, dove le malerbe raggiungono finanche le ragguardevoli altezze di un paio di metri, si concentra la maggior parte degli insetti…e delle piante allergeniche. Se non costretta dal lavoro nei campi, o non diretta alla gratuita frescura di una nuotata nel canale, perchè mai una persona sana di mente dovrebbe volontariamente aggirarsi in questo torrido paesaggio?

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Un campo incolto sotto l’implacabile sole dell’agosto lomellino.

La risposta ce la fornisce un insetto che, dal chiaroscuro gioco di luci ed ombre al margine di un incolto, all’improvviso si alza brevemente in volo al nostro arrivo per andarsi a posare poco più avanti, ad una ‘distanza di sicurezza’ che giudica sufficiente. Si tratta di una libellula, che sembra uscita dal nulla: la livrea verde, giallina e nera si fondeva perfettamente con il mosaico di verdi chiari e scuri creato dai riflessi della dura luce pomeridiana tra le erbe parzialmente secche, e non l’abbiamo vista finché non ha deciso di mostrarsi alzandosi in volo. Il volo è tranquillo ma deciso, piuttosto lineare, con l’addome leggermente sollevato rispetto al torace; tituba un po’ per scegliere il nuovo posatoio, ma poi opta per una comoda foglia lunga e stretta e vi atterra posizionandosi in orizzontale.

Le campagne della Lomellina sono il posto classico in cui cercare questa specie in Italia, per lo meno se si seguono le utili dritte della ‘bibbia’ europea del dragonflywatching [1], che indica alcuni dei più noti corsi d’acqua della Lomellina – e naturalmente le campagne circostanti – come posti ideali per l’osservazione di alcune specie particolarmente interessanti.

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Il trafiletto del ‘Dijkstra’ che cita la Lomellina e le interessanti specie che vi si possono trovare.

Questa bella libellula, appartenente alla famiglia dei Gonfidi, risponde al nome di Ophiogomphus cecilia, ed è apprezzata dagli appassionati, oltre che per l’aspetto gradevole, anche per la sua relativa rarità in Italia. È inoltre una specie tutelata a livello europeo, essendo presente negli allegati II (“specie animali e vegetali di interesse comunitario la cui conservazione richiede la designazione di zone speciali di conservazione“) e IV (“specie animali e vegetali di interesse comunitario che richiedono una protezione rigorosa“) della Direttiva Habitat, la direttiva della Comunità Europea relativa alla protezione dell’ambiente e della biodiversità.

Gli ultimi chilometri del Naviglio Langosco, che termina proprio nella Lomellina pavese, furono ampiamenti studiati dagli odonatologi milanesi negli anni ’70 [2,3], e fu proprio qui che la specie venne (ri)scoperta in Italia, grazie proprio alle loro ricerche. Benché le località della Lomellina – sono ben noti alcuni siti in quella pavese e altri in quella novarese – restino comunque quelle proverbiali per tanti appassionati che desiderano osservare e fotografare questa libellula, negli ultimi tre decenni le conoscenze in merito sono aumentate, e l’areale italiano della specie ad oggi noto comprende essenzialmente il corso planiziale del fiume Po e il corso basso-medio di alcuni dei suoi principali affluenti [4].

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Maschio su un posatoio caratteristico, una lunga foglia vicina a terra, sul quale risulta abbastanza mimetico…

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…mentre invece risalta con evidenza quando si posa sulla nuda terra battuta delle strade sterrate a margine dei campi.

Si nota l’addome lungo e stretto che termina con gli ultimi segmenti molto allargati.

‘La cecilia’ è infatti una specie legata ai grandi corsi d’acqua planiziali con fondo sabbioso: le larve vivono in acque correnti pulite e bene ossigenate, dove si infossano nella sabbia lasciando emergere solo le estremità del corpo – quella posteriore per respirare e quella anteriore per cacciare [5]. Benché l’habitat primario siano i corsi d’acqua naturali, nella pianura irrigua questa libellula ha trovato un favorevole habitat di sostituzione (cioè un habitat secondario simile fisicamente ed ecologicamente a quello originario) nei grandi canali artificiali che convogliano l’acqua dai principali fiumi verso le campagne, a patto, naturalmente, che abbiano uno strato di sabbia sul fondo e non siano (troppo) inquinati.

Sostanzialmente, sembra che negli ultimi decenni la specie, dalle origini orientali, si sia espansa sempre più verso l’Europa occidentale e centro-settentrionale, generalmente seguendo il corso dei fiumi principali e dei loro affluenti; pare che questo fenomeno sia da imputare, se non completamente almeno in parte, ad un complessivo miglioramento della qualità delle acque.

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Femmina posata su un arbusto di biancospino…

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…e tra le erbe a margine di una risaia.

Si distingue agevolmente dal maschio per via dell’addome più tozzo e di larghezza uniforme, senza rigonfiamenti pronunciati negli ultimi segmenti.

I maschi adulti, territoriali, si trovano spesso lungo il margine dei campi coltivati e negli incolti, dove si posano soprattutto su erbe alte o rami bassi di arbusti (di solito tra i 20 e i 70 cm dal suolo), ma anche sulla nuda terra. Non sono molto confidenti: se avvicinati tendono a volare via a una certa distanza, ma spesso si spostano solo di poco, con voli brevi e bassi; si allontanano di molto e a volo alto, attraversando i campi o andando a nascondersi sulle chiome degli alberi, solo dopo essere stati disturbati più di una volta. In alcuni casi però li si riesce ad avvicinare abbastanza da poter scattare buone foto, soprattutto se si riesce a farlo molto lentamente ed evitando movimenti bruschi. Le femmine sono più difficili da vedere, e sembra che preferiscano la vegetazione un po’ più fitta, come gli immaturi di entrambi i sessi, che si trovano spesso a margine o nel fitto della vegetazione arbustiva, e si posano più in alto rispetto ai maschi adulti.

È noto inoltre che la specie, nel periodo di maturazione che intercorre tra la metamorfosi dalla vita larvale e il periodo di maturità sessuale, si sposta in zone densamente vegetate e piuttosto lontane dall’acqua, come boschetti o arbusteti. Dovrebbe poi fare ritorno ai corpi idrici di origine, come avviene in tutte le libellule, ma devo dire che in svariati anni di osservazioni mi è capitato molto raramente di vedere ‘cecilie’ adulte nei pressi dell’acqua (un solo maschio territoriale e alcune femmine intente a deporre le uova), e di ritrovarne invece negli stessi ambienti dove avevo osservato gli immaturi.

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Maschio immaturo: si notano i colori ancora piuttosto sbiaditi e gli occhi di colore verde-grigiastro e non ancora verde brillante come il resto della testa e il torace.

In questo periodo ho accompagnato alcuni amici alla ricerca di questo gioiellino dell’entomofauna lomellina, che sono convinto sia da valorizzare il più possibile (allegati II e IV, ricordo!). Va detto che le ricerche non vanno sempre a buon fine, ma conoscendo le esigenze ambientali e il periodo di volo (luglio-agosto) della specie, spesso ci si azzecca. È comunque una bella occasione per chiacchierare un po’ e vivere, seppure in piccola scala, le emozioni della ‘caccia fotografica’.

Infine, una piccola nota personale: Ophiogomphus cecilia è, in un certo senso, la causa scatenante della mia attuale passione per le libellule. Qualche anno fa, il professor Giuseppe Bogliani dell’Università di Pavia mi fece notare che proprio il mio paesello era ‘celebre’ per quella storia della riscoperta della specie, e così, incuriosito, cominciai ad allenare l’occhio nel tentativo di trovarla durante le mie scampagnate. Ci riuscii quasi subito, ancora prima che mi arrivasse la ‘bibbia’, tempestivamente ordinata via internet, e da allora ogni estate è un appuntamento fisso con la ricerca di questo mimetico insetto tricolore.

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La mia prima ‘cecilia’, avvistata lungo il proverbiale margine di un campo di mais (luglio 2011).

Ed ecco perchè, nei torridi pomeriggi di agosto, si possono incontrare strani personaggi che, armati di retino o macchina fotografica, percorrono tra la polvere e l’afa le sterrate, gli incolti o i margini dei campi della Lomellina, alla ricerca di un insetto bello, raro, interessante e anche un po’ sfuggevole. Forse sembriamo impazziti per il troppo sole, ma siamo semplicemente entusiasti della nostra passione per le libellule, che, nel mio caso in particolare, non può essere riassunta tanto bene da altri che dalla ‘cecilia’.

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In questi giorni anche le cecilie hanno caldo: questo maschio sta alzando l’addome nella posizione ‘a obelisco’, che le libellule assumono per diminuire la superficie corporea esposta al sole, così da non surriscaldarsi.


*** Note ***

[1] K.-D. B. Dijkstra & R. Lewington, 2006. Field guide to the Dragonflies of Britain and Europe. British Wildlife Publishing. 320 pp. – la vera e propria ‘bibbia’ europea del dragonflywatching, nota tra gli appassionati semplicemente come ‘il Dijkstra’.

[2] E. Balestrazzi & I. Bucciarelli, 1979, Ophiogomphus serpentinus (Charpentier) in un’associazione odonatologica della Lomellina Pavese, Lombardia, Italia (Anisoptera, Gomphidae), Notulae Odonatologicae (1), 4: 53-59.

[3] E. Balestrazzi, 2002, Odonati, in: D. Furlanetto (a cura di), 2002, Atlante della Biodiversità nel Parco Ticino. Vol. 1: elenchi sistematici, Consorzio Lombardo Parco della Valle del Ticino, pp. 237-248.

[4] E. Riservato, A. Festi, R. Fabbri, C. Grieco, S. Hardersen, G. La Porta, F. Landi, M. E. Siesa & C. Utzeri, 2014, Odonata – Atlante delle Libellule italiane – preliminare, Società Italiana per lo Studio e la Conservazione delle Libellule & Edizioni Belvedere, Latina, 224 pp.

[5] F. Suhling & O. Müller, 1996, Die Flussjungfern Europas – Gomphidae, Westarp Wissenschaften & Spektrum Akademischer Verlag, Magdeburg & Heidelberg – Berlin – Oxford, 237 pp.

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Un fenomeno interessante che coinvolge animali potenzialmente in grado di intrigare il pubblico. Che bella occasione per fare un po’ di divulgazione scientifica! Decisamente troppo bella…sprechiamola malamente rovinandola con un trafiletto superficiale!

Facciamo un passo indietro, o non si capisce niente.

Partiamo dai fatti: ieri sera, a Torino, precisamente nel quartiere del Lingotto dice il trafiletto in questione, è stato osservato un vasto sciame di grosse libellule che “volavano freneticamente senza una direzione” – ma l’episodio, mi assicurano, si è ripetuto anche stasera. Qualcuno è riuscito a realizzare un video di questo insolito fenomeno, che puntualmente è finito sul sito di un quotidiano (lo trovate qui). E fin qui niente di strano: ormai molti siti delle principali testate hanno delle sezioni minori in cui spopolano video che spesso diventano virali, una prerogativa dei nostri tempi dipendenti da internet e dai social; se questo andazzo sia un bene o un male non sta certo a me dirlo, specialmente dalle pagine di un blog.

Come naturalista, e come appassionato di libellule (o come studioso dilettante di Odonati, se vi piace sentirlo dire in scientifichese o vi dà una maggiore idea di serietà), può stare [anche] a me dire due parole sul commento che è stato fatto di quel video. Capisco che non ci si profonda in trattazioni enciclopediche per descrivere un semplice video di un paio di minuti che molto probabilmente verrà preso solo come uno svago per riempire il tempo da coloro che lo visualizzeranno. Ma un conto è descrivere, un altro conto è condire con frasette sensazionalistiche e fuorvianti.

È palese che nessun esperto o appassionato di Odonati sia stato interpellato. Ma figuriamoci: chi se la prende la briga di trovare e contattare un entomologo per una cosa così da poco? Meglio buttarla sulle emozioni, e via. Ma non siamo in un capitolo dell’Antico Testamento e nemmeno nel Medioevo, quindi sarebbe preferibile evitare di dare connotazioni vagamente apocalittiche a un semplice (ma non banale!) sciame di insetti. Ma no; questo sciame era inspiegabile e anche un po’ inquietante. Non capisco cosa ci sia di inquietante in uno sciame di insetti; d’accordo, queste libellule sono grosse, ma io le avrei trovate inquietanti se fossero state zanzare di quelle dimensioni, allora sì. Non capisco nemmeno cosa ci sia di inspiegabile, e infatti a seguire, con un bell’esempio di rasoio di Occam, ecco la probabile soluzione dell’enigma. Probabile perché con così pochi dati non ci sono certezze, ma con un po’ di conoscenze di base si possono fare inferenze molto verosimili.

Se vogliamo comprendere il fenomeno – ed ecco che qua entra in gioco la possibilità di divulgazione sprecata, che io sto cercando di recuperare – dobbiamo innanzitutto capire di che specie si tratta. Sì, perché nonostante la chiusura del trafiletto sembri superficialmente intendere che “la libellula” sia una sola ed unica specie, in Italia abbiamo quasi un centinaio di specie di libellule diverse, e questa in particolare è una specie ben precisa, e anche piuttosto interessante.

Purtroppo dal video non si può avere la certezza assoluta sull’identificazione. Tuttavia, da silhouette, dimensioni, modo di volare e comportamento, nonché grazie a una certa ‘memoria storica’ [v.2,3], si può propendere per Anax ephippiger (chiamata anche Hemianax ephippiger, a seconda degli autori), opinione condivisa da altri appassionati a cui ho chiesto un ulteriore parere. La particolarità di questa specie nel panorama libellulesco italiano è che si tratta di una libellula fortemente migratrice: il grosso delle popolazioni si riproducono in Nordafrica o in altre zone calde del Mediterraneo, per poi migrare in sciami più o meno grandi verso l’Europa centrale e anche settentrionale (sono stati osservati esemplari perfino in Islanda e Scandinavia) [1]. Recentemente (forse anche in conseguenza del riscaldamento globale, chissà) sono stati osservati casi di riproduzione anche più a nord dell’areale consueto, nel sud di Spagna, Francia e perfino Italia [1]; nel 2012 è stata addirittura verificata la riproduzione della specie in risaie del novarese (dati inediti).

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Maschio di Anax ephippiger (foto per gentile concessione di D. Villa).

Ecco spiegato il perché dello sciame: si può trattare semplicemente di un gruppo di individui migratori, forse un po’ più massiccio di quelli che si vedono di solito nelle nostre campagne in luglio-agosto, ma che comunque rientra nello spettro delle potenzialità della specie. L’altra ipotesi, anche se forse meno probabile, è uno sfarfallamento di massa di larve sviluppatesi in zona che può essere stato favorito dalle temperature delle ultime settimane: le larve di questa specie infatti si sviluppano molto velocemente, ed è per questo che, in presenza di temperature e habitat acquatici adeguati, riescono a colonizzare e riprodursi in ambienti a latitudini diverse da quelle più calde in cui si riproducono di norma.

Perché al tramonto? Forse una casualità, ma è riportato che questa specie ama spesso volare al crepuscolo [1]; forse anche perché, ghiotte di piccoli insetti tra cui le zanzare, in quell’orario queste libellule fanno incetta di prede. Al calare del sole, magari dopo un ultimo volo di caccia, cercano poi un posatoio per passare la notte, generalmente sulle chiome degli alberi, ma a volte anche attaccate ai muri. Quel volo apparentemente sconclusionato, poi, non richiede nessuna particolare spiegazione: una o due libellule che volano in caccia non attirano l’attenzione; qua ad attirare l’attenzione era l’elevato numero di individui presenti, ma il modo di volare è quello consueto della specie. Che magari può sembrare ‘strano’ a chi non vede spesso libellule, ma è normale.

Va detto anche che Torino non è nuova ad ‘invasioni’ di questa specie: rovistando nel web ho trovato almeno altri due casi, uno nel 1989 [2] e l’altro nel 1996 [3]. In entrambi i casi, si trattava di sciami di Anax ephippiger, il che aumenta le probabilità che l’ipotesi precedente sia corretta. Un odonatologo professionista che volesse trovare il bandolo della matassa ora potrebbe per esempio lanciarsi in analisi sull’andamento climatico di questi tre anni – 1989, 1996, 2015 – rispetto agli anni privi di ‘invasioni’ per vedere se c’è una correlazione tra clima e ‘invasioni’ di Anax ephippiger nel torinese. Tanto per dirne una. Ma qua si sta parlando di divulgazione in senso generale, quindi lasciamo perdere il metodo scientifico da ricerca.

Quello che mi lascia più perplesso è il finale di quel trafiletto. Come si fa a dichiarare che ‘molti danno questa libellula come quasi scomparsa’ se non ci si è nemmeno presi la briga di scoprire che specie sia? Anche intendendo ‘le libellule’ in generale (come dicevo prima, l’impressione è che lì si intendano tutte le libellule esistenti come appartenenti a un’unica specie…), da dove arriva l’informazione, visto che nessuno ha chiesto niente agli entomologi (o almeno così pare di capire dall’assenza di accenni in merito)? Dall’inquilino del primo piano? Dalla portinaia? Da un cugino che ha sentito dire dall’amico di un amico?

Non ci è dato saperlo; ma se vi siete presi la briga di leggere questo spiegone, adesso saprete almeno che potrete dormire sonni tranquilli: nessuna di queste libellule migratrici ‘impazzite’ ha intenzione di assassinarvi nel sonno, ma tutt’al più di mangiarsi le zanzare che vi ronzano attorno in camera da letto. Altro che inquietanti!


*** Note ***

[1] R. R. Askew, 2004 (2a edizione), The Dragonflies of Europe, Harley Books, Colchester.

[2] La Repubblica del 27 luglio 1989

[3] La Stampa del 19 agosto 1996 – N.B. in questo articolo, come spesso accade quando si mettono dei nomi scientifici in mano a dei non addetti ai lavori che hanno poca voglia di informarsi bene, c’è un gran caos nomenclaturale e concettuale: “Aeschna Gyanea” non è una ‘famiglia’ ma una specie, ed è totalmente diversa da “Hemianax Ephippiger” (e tra l’altro si chiama Aeshna cyanea, non gyanea; ‘Hemianax‘ invece era corretto, perché la specie è stata reinserita nel genere Anax solo di recente); sorvolo sullo scorrettissimo uso della maiuscola per l’attributo specifico…

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