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Archive for luglio 2015

Oggi sono cinque anni esatti che i miei amici naturalisti conoscono la mia inclinazione per il disegno, o forse dovrei dire la mia inclinazione per pasticciare con le matite su qualunque pezzo di carta abbia la sventura di capitarmi sottomano. Cinque anni esatti dalla mia prima vignetta ‘naturalistica’.

Non pretendo di essere chissacché come disegnatore, ma ogni tanto mi piace scarabocchiare un po’ per rilassarmi. Un bell’hobby, diciamo. Generalmente disegno – com’è prevedibile – soggetti naturalistici, o caricature e vignette su personaggi di mia conoscenza, e una volta sono addirittura stato coinvolto come ‘disegnatore’ in una cosa seria – e devo ammettere di essermela cavata.

Chiaramente, come penso accada a molti che disegnano, dopo un tot di tempo (dove ‘tot’ è un lasso di tempo abbastanza breve) un lavoro finito non mi piace più, anche se appena avevo finito di prepararlo mi sembrava fatto bene.

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Redheadness – una folta chioma rossa su modello dell’ineguagliabile Alfons Mucha e un’Averla Capirossa

Il fatto è che, non essendo particolarmente bravo ma solamente un appassionato occasionale, molto spesso il rilassamento va a farsi benedire perchè non riuscendo a disegnare un soggetto come vorrei, finisce magari che lo rifaccio N volte. Arrendersi non è contemplato, quindi si rifa finché il risultato non è, se non proprio come lo volevo, almeno accettabile. Qualche volta però ci azzecco al primo colpo e resto abbastanza soddisfatto del risultato, almeno per qualche giorno. Ma succede raramente.

L’altro problema è che ho un pessimo rapporto con il colore, ergo mi limito al disegno a matita e ad inchiostrare a tratto. E la matita, con tutte le sue sfumature e i suoi tratti passati e ripassati più volte, è molto più suggestiva delle severe linee del disegno finito inchiostrato. Per cui mi capita spesso che prima di cominciare ad inchiostrare (col trattopen, che non sono abbastanza professionale da avere le adeguate chine con punte di varie dimensioni, purtroppo) o anche a metà dell’opera mi fissi sul work in progress e…lo lasci lì, perchè mi piace di più di come sarebbe il disegno finito. Il che fa slittare ulteriormente la realizzazione del lavoro finito, ma, dopotutto, i ‘non-finiti’ sono così suggestivi, non trovate?

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Due work in progress di una serie di disegni “antropolichenici”: le “barbe di bosco” viste come vere barbe [1]


*** Noticina ***

[1] Si definiscono popolarmente “barbe di bosco” (“beard lichens” in inglese, “Bartflechten” in tedesco, e così via) alcuni licheni (generi Usnea e Bryoria) che hanno per l’appunto la caratteristica di somigliare vagamente a delle lunghe e folte barbe umane. Da noi si trovano generalmente nei boschi dal piano montano in su, e si riconoscono facilmente perchè penzolano dai rami, raggiungendo spesso lunghezze rilevanti – almeno relativamente alla maggior parte degli altri licheni, che sono piuttosto incospicui.

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Boyeria irene è una grossa libellula della famiglia Aeshnidae endemica dell’Europa e del Nordafrica occidentali.

Ottima volatrice, è caratterizzata da una livrea di varie tonalità di verde e marrone che le conferiscono un aspetto decisamente ‘militaresco’; ha inoltre delle abitudini molto elusive, in quanto, a differenza della maggior parte delle altre libellule, che preferiscono volare al sole godendosi la luce e il caldo, preferisce di gran lunga volare nell’ombra delle ore crepuscolari o, se durante il giorno, lungo corsi d’acqua molto ombreggiati dalla vegetazione. Tutte queste caratteristiche le hanno valso il soprannome di “spettro”, che in inglese (“spectre“) è il nome volgare ufficiale della specie.

In volo sopra i corsi d’acqua è abbastanza facilmente riconoscibile: tende a “pattugliare” [1] con maggiore regolarità rispetto ad altri Aeshnidi, e comunque anche in volo il pattern cromatico è facilmente distinguibile da quello di qualsiasi altra specie nostrana. Individuarla quando è posata tra la vegetazione è invece impresa ardua: la colorazione ‘da tuta mimetica’ è infatti perfetta per mimetizzarsi nel caleidoscopio di luci e ombre in cui la luce estiva getta le foglie degli alberi accanto all’acqua. L’unico modo è riuscire a seguirne il volo finché non si va a posare, ma anche questa opzione può rivelarsi tutt’altro che semplice: è infatti una volatrice instancabile, che si posa solamente di rado.

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Boyeria irene femmina “appesa” sotto al portico durante le ore più calde della giornata (luglio 2015).

Tutti gli anni, in questo periodo, succede almeno una volta che mi capiti in giardino una Boyeria, generalmente un esemplare immaturo.

La specie si riproduce in corsi d’acqua puliti e ossigenati, come nei canali irrigui che abbondano nelle campagne della Lomellina, attorniati almeno da una piccola fascia di vegetazione arborea. Una volta che la larva uscita dall’acqua si metamorfosa in adulto – per questa specie il periodo di volo comincia in giugno – come per tutte le libellule ha inizio un breve periodo di maturazione sessuale in cui gli immaturi si allontanano dai corpi idrici di origine e trascorrono alcuni giorni in zone lontane, generalmente ben vegetate, prima di fare ritorno all’acqua una volta pronti per riprodursi.

Abitando abbastanza vicino alla campagna ed avendo un giardino ben fornito in termini di piante, mi capita spesso di osservare libellule immature, soprattutto tra la fine di giugno e la metà di luglio, che vengono a pernottare sui rami bassi dei miei alberi o, come nel caso della Boyeria, ci sostano durante il giorno.

Probabilmente in questo giardino passano molte più Boyeria irene di quelle che riesco a vedere; oltre ad essere supermimetica, ha anche l’abitudine di posarsi abbastanza in alto, quindi probabilmente mi perdo la maggior parte di quelle che effettivamente gironzolano nei dintorni. Qualche volta però sono riuscito ad individuarle, sia tra il fogliame degli alberi più bassi, sia posate in qualche posizione riparata direttamente sul muro della casa. Quella osservata oggi, che vedete nella prima foto, si stava godendo l’ombra in un punto riparato sotto al portico.

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Questo altro esemplare ha scelto una pessima posizione in cui pernottare, stranamente a pochissimi centimetri dal suolo, ma gli è andata bene e nessun predatore lo ha scovato (giugno 2014).

Boyeria irene non è particolarmente rara o minacciata, ma risente dell’inquinamento dei corsi d’acqua, e probabilmente le larve sono anche sensibili alle secche invernali dei canali irrigui in cui si sviluppano. È comunque di abbastanza difficile osservazione, per i motivi ricordati sopra, ed è da considerare appieno come una delle ‘perle’ della natura tromellese.


*** Note ***

[1] Con “pattugliamento” (“patrolling“) si definisce l’abitudine dei maschi di alcune libellule di volare avanti e indietro lungo il loro territorio – posto spesso lungo la riva di un corpo idrico – per difenderlo dalle intrusioni di altri maschi e per individuare femmine con cui accoppiarsi. A seconda della specie può cambiare la costanza con cui i maschi pattugliano; Boyeria irene tende a percorrere percorsi piuttosto regolari e relativamente brevi.

[2] Ulteriori informazioni sulla specie:

http://www.odonata.it/libe-italiane/boyeria-irene/

http://www2.unine.ch/files/content/sites/cscf/files/Documents%20%C3%A0%20t%C3%A9l%C3%A9charger/fiches%20protection%20ODO/Boyeria%20irene(fr).pdf

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Gli animali generalmente catturano l’interesse del grande pubblico più delle piante, anche se probabilmente tra invertebrati come Molluschi e Coleotteri e piante con fiori graziosi potrebbero ‘vincere’ le seconde. Dopo aver incontrato, nella puntata precedente, uno degli animali più caratteristici della Presolana, passiamo quindi a conoscerne la più famosa ‘star’ vegetale.

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TRATTANDOSI DI UNA PIANTA RARISSIMA E PROTETTA

NE E’ OVVIAMENTE VIETATA LA RACCOLTA

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Come anticipato nella prima puntata, ben due degli endemismi orobici botanici ad oggi noti portano il nome della Regina delle Orobie: si tratta di una felce, l’Asplenium presolanense, e di una sassifraga, la Saxifraga presolanensis. Un’ulteriore specie, Moehringia dielsiana, è anch’essa circoscritta all’area della Presolana, pur senza portarne il nome (e curiosamente è molto più strettamente legata alla Presolana rispetto alla sassifraga, almeno rispetto alle attuali conoscenze).

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Il Rifugio Albani e le sottostanti baracche dei minatori visti dal Colle della Guaita.

Qualche anno dopo l’Adami, precisamente nel 1894, anche Adolf Engler si ritrovava a percorrere i sentieri lungo le pendici della Presolana. Uguali sentieri, interessi diversi: Engler era infatti un botanico dell’Università di Berlino alla ricerca di sassifraghe. E la Presolana aveva in serbo una interessante scoperta anche per lui: sulle scoscese ed ombrose rupi a picco sul Dezzo, si imbatté infatti in una ‘strana’ sassifraga che molto cautamente battezzò Saxifraga presolanensis. In realtà, infatti, Engler non era sicurissimo che si trattasse di una buona specie, e pensava potesse anche essere un ibrido tra Saxifraga androsacea e Saxifraga sedoides. Comunque, la nuova specie venne presentata alla Scienza nella monografia sulle Sassifragacee di Engler e Irmscher [1].

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L’immagine che accompagna la descrizione della specie in [1].

Le vicissitudini sulla scoperta e le successive ricerche della specie sono ben raccontate in [2] e [3]. Qui è sufficiente ricordare come, dopo la distruzione degli esemplari originali dell’erbario di Engler ad opera dei bombardamenti su Berlino nel 1943, nessuno avesse più idea di come effettivamente fosse fatta ‘sta sassifraga, e di quanto la si potesse considerare specie valida; molti cominciarono a dire che probabilmente era una ‘specie fantasma’.

Nel dopoguerra, quindi, ricominciarono le esplorazioni sulle Prealpi orobiche, e non senza sorprese. È interessante osservare infatti come diversi botanici austriaci e tedeschi, proprio cercando questa sassifraga, ‘inciamparono’ in alcune specie che si rivelarono essere a loro volta degli endemismi fino ad allora sconosciuti: Mattfeld nel 1925 con Moehringia dielsiana, strettamente endemica della Presolana; Degen, che nel 1904 aveva trovato una Moehringia ‘strana’, a seguito della scoperta di Mattfeld la studiò meglio ed istituì la nuova specie Moehringia insubrica; e infine Merxmüller e Gutermann – scesi nella bergamasca per Linaria tonzigii – nel 1956 con Moehringia markgrafii. E proprio questi due, cercando Linaria tonzigii sul versante nord dell’Arera, dopo più di sessant’anni si imbatterono in Saxifraga presolanensis.

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Saxifraga presolanensis, illustrazione di L. Ferlan in [2].

Alcune belle foto della specie si possono vedere qui, qui e qui.

L’entusiasmo coinvolse subito altri botanici tedeschi ed italiani, anche perchè il nuovo ritrovamento non era avvenuto sulla Presolana ma su un altro gruppo montuoso, e in pochi anni il numero di stazioni note aumentò sensibilmente, consentendo di confermare che la specie era valida, e fortunatamente era ancora presente e con una distribuzione un po’ meno ristretta di quella che si pensava inizialmente – sui principali massicci carbonatici dal Pizzo Arera fino alla Concarena.

L’areale è stato ulteriormente ampliato, anche se relativamente di poco (si tratta comunque di uno stenoendemismo), da diversi ritrovamenti successivi [4][5].

Saxifraga presolanensis è una specie tipica di situazioni fredde, ombreggiate ed umide. La si ritrova per lo più su pareti molto ripide, spesso verticali, in fenditure e nicchie nelle rocce calcaree o sotto volte rocciose umide che la proteggano dal sole, spesso vicino a punti in cui la neve permane a lungo, contribuendo a mantenere un certo tenore di umidità. Fiorisce in luglio-agosto.

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Le spaccature ombreggiate tra le rupi calcaree sono l’habitat di Saxifraga presolanensis.

Volendo restare sulla Presolana, la si può osservare – generalmente in posizioni ‘scomode’ – nei dintorni del solito Rifugio Albani e di diverse cime secondarie della Presolana, come il Colle della Guaita o i picchi e gli sfasciumi sotto alle Quattro Matte.

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Gli inquietanti pinnacoli denominati “le Quattro Matte”, che leggenda vuole essere quattro arroganti sorelle tramutate in pietra come punizione per essersi prese gioco dei vendicativi folletti della Val di Scalve.

Ricordo infine che la pianta è protetta, ed è pertanto vietatissimo raccoglierla. Secondo la IUCN è a rischio di estinzione, sostanzialmente per l’areale estremamente ristretto, e la principale minaccia è rappresentata da attività ricreative e turismo nelle poche località in cui è presente [6].


*** Note ***

[1] A. Engler, 1916, Saxifraga presolanensis; in: A. Engler & E. Irmscher, Saxifragaxeae: Saxifraga, Das Pflanzenreich, Leipzig, IV, 117: 302-303.

[2] G. Arietti & L. Fenaroli, 1960, Cronologia dei reperti e posizione sistematica della Saxifraga presolanensis Engler, endemismo orobico, Edizioni Insubriche, Bergamo, 28 pp.

[3] R. Ferlinghetti & E. Bassanelli, 2011, Saxifraga presolanensis – la regina dei fiori di roccia, Parco delle Orobie Bergamasche, 36 pp.

[4] A. Crescini, F. Fenaroli & F. Tagliaferri, 1983, Segnalazioni floristiche bresciane, Natura Bresciana – Annali del Museo Civico di Scienze Naturali di Brescia 20: 93-104.

[5] G. Gelmi, 1988, Contributo alla flora rupicola del Pizzo della Presolana (Prealpi Lombarde), Rivista del Museo Civico di Scienze Naturali “E. Caffi” di Bergamo 13: 213-226.

[6] F. Mangili & G. Rinaldi, 2013, Saxifraga presolanensis, The IUCN Red List of Threatened Species, versione 2015.1.


Per saperne di più sui fiori delle Prealpi Orobie:

Fiori della Val di Scalve

Gruppo Flora Alpina Bergmasca – F.A.B.

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Come si diceva nella puntata precedente, i monti di questa area geografica sono piuttosto ricchi di fossili Triassici, tra i quali spiccano in particolare certi molluschi. Ma quelli fossili non sono gli unici molluschi interessanti sui massicci calcarei lombardi. Infatti, le Prealpi Lombarde ospitano diverse chiocciole terrestri molto interessanti dal punto di vista biogeografico, in quanto endemiche di aree piuttosto ristrette (anche del concetto di endemismo e della diffusione delle specie endemiche nell’area orobica si era parlato nella puntata precedente).

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TRATTANDOSI DI UNA SPECIE RARISSIMA E PROTETTA

E’ OVVIAMENTE VIETATA LA RACCOLTA DI ESEMPLARI VIVI

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Tre visuali di una conchiglia di Cochlostoma canestrinii.

Nell’agosto del 1875, il capitano Giovanni Battista Adami, grande appassionato di geologia e malacologia (la disciplina che studia i Molluschi), percorreva tra la nebbia che spesso sorprende gli escursionisti alle alte quote i sassosi sentieri tra gli sfasciumi calcarei alle pendici dei torrioni della Presolana. Nonostante fosse anche un valente alpinista, il suo interesse era prettamente scientifico; la vetta di quella montagna infatti era già stata conquistata cinque anni prima da Antonio Curò, Federico Frizzoni e Carlo Medici.

Quello che Adami andava cercando erano conchiglie, o più precisamente molluschi terrestri.

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Cochlostoma canestrinii in un anfratto roccioso lungo un canalone ombreggiato.

Ripercorrendo le orme dell’Adami alla ricerca di chiocciole, ma anche di rarità botaniche, ho ritenuto che la passeggiata che porta da Colere al Rifugio Albani (1939 m di quota) fosse il percorso migliore per immergersi nell’atmosfera presolanense, ricca di storia e leggende quanto di bellezze naturalistiche.

L’itinerario, che consiglio a tutti, non solamente per le chicche naturalistiche ma anche per la bellezza dei paesaggi, parte da Colere lungo il segnavia 402 e passa sotto alle Quattro Matte e al Colle della Guaita prima di fiancheggiare il Lago di Polzone, al cospetto dell’austera parete nord della Presolana, e raggiungere finalmente il rifugio. Per la discesa si può poi seguire il segnavia 403, per un sentiero più breve (ma un po’ più ripido), chiudendo il percoso ad anello con l’arrivo a Colere.

Nei pressi dell’Albani si trova il “mare in burrasca”, la più interessante area carsica delle Orobie, nota anche per i fossili triassici.

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Il Rifugio Albani, che svetta in cima ad una potente successione di calcari triassici, visto da Colere.

Ma torniamo al nostro capitano Adami, che abbiamo lasciato a razzolare tra le pietraie della Presolana in una giornata nebbiosa. Cercando nicchi (conchiglie) di Gasteropodi, nei dintorni della vetta orientale, si imbatté in una specie che non aveva mai visto prima: era una piccola chiocciola dalla conchiglia allungata, simile ad alcune specie appartenenti a quello che all’epoca era il genere Pomatias [da ormai lungo tempo il genere Cochlostoma è stato separato da Pomatias], ma molto più grande rispetto a tutte le altre entità simili allora note.

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Nonostante misuri solo un centimetro e mezzo, Cochlostoma canestrinii appare effettivamente colossale in confronto all’affine Cochlostoma septemspirale.

Si trattava in effetti di una specie nuova, che lo scopritore battezzò Pomatias canestrinii, dedicandola così a Giovanni Canestrini, altro noto naturalista trentino dell’epoca e fondatore della Società Veneto-Trentina di Scienze Naturali. “L’atto battesimale, redatto in mezzo a fittissima nebbia, fu deposto in una bottiglia nell’obelisco di pietre che feci erigere sull’angusto spazio di quella vetta“, si premurò di annotare Adami nella pubblicazione in cui descriveva la specie [1]; la vetta in questione è per l’appunto quella della Presolana orientale, presso la quale il capitano aveva osservato anche Chilostoma cingulatum hermesianum.

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Due Chilostoma cingulatum hermesianum, piuttosto comuni sui massicci carbonatici di questa zona delle Orobie.

In questi centoquarant’anni, la revisione della tassonomia dei Gasteropodi – come quella di quasi tutti gli altri gruppi dei viventi del resto – ha portato a diverse modifiche nomenclaturali.

Ad oggi, la specie, che appartiene alla famiglia Cochlostomatidae, dopo essere stata chiamata Cochlostoma canestrinii per quasi un secolo è stata recentissimamente rinominata Rhabdotakra canestrinii [2]. In questo post ho mantenuto il nome ‘tradizionale’ per facilitare i riferimenti a informazioni reperibili in circolazione, ma sarà bene abituarsi a chiamarla Rhabdotakra.

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La descrizione formale della specie come “Pomatias canestrinii” [1].

I luoghi di presenza tipici della specie, strettamente endemica del massiccio della Presolana, sono gli affioramenti rocciosi calcarei in alta quota, anche se dalla seconda metà del Novecento, con l’incremento di ricerche mirate, esemplari di questa chiocciola sono stati trovati anche a quote più basse, a monte proprio del paese di Colere [3].

Personalmente l’ho osservata tra i 1200 e i 1600 m di quota.

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In queste pietraie trovano il loro habitat diverse specie di Gasteropodi.

Ricordo infine che la specie è protetta ed inserita nella Lista Rossa Europea dei Molluschi. Secondo la IUCN è da considerare vulnerabile, sostanzialmente per l’areale estremamente ristretto, ma non sembra essere pesantemente minacciata secondo le attuali conoscenze [4].

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Con un po’ di fortuna, tra i detriti nelle pietraie si può rinvenire qualche conchiglia di questa specie.

Ringrazio Sandro Hallgass per le informazioni sugli aggiornamenti nomenclaturali che hanno recentemente interessato questa bella specie.


*** Note ***

[1] G. B. Adami, 1876, Molluschi terrestri e fluviatili viventi nella Valle dell’Oglio ossia nelle valli Camonica, di Scalve e Borlezza spettanti alle provincie di Brescia e Bergamo, Atti della Società Veneto-Trentina di Scienze Naturali 5 (1): 7-95.

[2] E. Zallot, D. Groenenberg, W. De Mattia, Z. Feher & E. Gittenberger, 2015, Genera, subgenera and species of the Cochlostomatidae (Gastropoda, Caenogastropoda, Cochlostomatidae), Basteria 78 (4/6): 63-88.

[3] E. Bassanelli, 2011, Cochlostoma canestrinii – il mollusco della Presolana, Parco delle Orobie Bergamasche, 36 pp.

[4] Z. Feher, 2013, Cochlostoma canestrinii, The IUCN Red List of Threatened Species, versione 2015.1.

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