Feeds:
Articoli
Commenti

Archive for giugno 2015

Conosciuta anche come “Regina delle Orobie”, la Presolana, il cui picco più elevato raggiunge i 2521 m, è un imponente massiccio carbonatico che ingombra il confine tra la Val Seriana e la Val di Scalve, nella parte orientale della provincia di Bergamo, elevandosi abbastanza dolcemente dal versante seriano per poi precipitare sul versante scalvino “quasi a picco, a formare la spaventevole stretta per la quale le acque del Dezzo volgono all’Oglio” [1].

endemismi1

La Presolana, con la caratteristica sagoma da gigante addormentato visibile dall’Altopiano di Borno.

Mentre diversi monti dell’alta Val di Scalve sono noti per i loro importanti giacimenti minerari ferrosi, sulla Presolana l’attività estrattiva ha riguardato principalmente minerali come fluorite, galena e blenda; ma soprattutto, i calcari Triassici che costituiscono la Presolana e altre montagne di questa fetta delle Orobie (come il Pizzo Camino o la Concarena, posti poco più a nord e afferenti alla Val Camonica) sono ricchissimi di fossili: un’ampia serie di coralli, crinoidi, conodonti, bivalvi, gasteropodi e magnifiche ammoniti sono stati trovati in queste zone a partire dalla seconda metà dell’Ottocento, e numerose sono le specie trovate per la prima volta nella storia della paleontologia proprio su questi monti. Particolarmente nota tra le aree fossilifere della zona è quella in località “mare in burrasca”, un sito in cui è altresì molto evidente la presenza di quei fenomeni carsici che spesso interessano le rocce carbonatiche.

Ma la pacchia non finisce qui. Se la geologia e la paleontologia non bastassero a solleticare l’interesse dei naturalisti, sappiate che le Prealpi Orobiche sono ricchissime anche di particolarità botaniche e zoologiche: sono infatti caratterizzate dalla presenza di numerosi endemismi.

Si definisce “endemismo” la presenza di una specie (che viene così chiamata “specie endemica” o “endemita”) in un’area piuttosto circoscritta, come ad esempio un gruppo montuoso, il bacino di un fiume, una caverna o un sistema di caverne, un’isola o un arcipelago di isole. Si manifesta in genere in ambienti in cui è impedito lo scambio di individui tra diverse popolazioni della stessa specie, e fra breve vedremo come e perché.

endemismi2

La parete nord della Presolana vista dal Rifugio Albani.

L’area insubrica – come viene definita la zona che va grossomodo dal Lago di Como al Lago di Garda – è particolarmente ricca di endemismi sia tra le specie vegetali sia tra quelle animali. Focalizzandoci in particolare sulla sola area orobica, possiamo constatare la presenza di ben 39 piante endemiche [2]; la sola Presolana può vantare due specie esclusive di piante, la Saxifraga presolanensis e la Moehringia dielsiana, e una di felce, l’Asplenium presolanense, tre stenoendemismi (lo stenoendemismo è un endemismo limitato ad un’area molto ma molto ristretta) che, in tutto il mondo, crescono esclusivamente nella zona della Presolana (la sassifraga è stata trovata, in modo puntiforme, anche su Pizzo Camino, Concarena e Pizzo Arera, ma la parte principale della popolazione è comunque concentrata per l’appunto sulla Presolana; in sostanza, ha lo stesso areale di Galium montis-arerae e Moehringia concarenae, i cui attributi specifici omaggiano i nomi dei massicci ai due capi dell’areale).

Che dire poi delle specie animali. Coleotteri e Gasteropodi sono tra gli invertebrati più rappresentati tra gli endemiti insubrici; solo tra i Carabidi si contano una cinquantina di specie endemiche, e 25 tra i Curculionidi. Addirittura interi generi, come Allegrettia e Boldoriella, risultano endemici di questa zona; si tratta, negli ultimi due casi, di animali adattati alla vita in caverna. Sono presenti anche alcuni ragni endemici (Dysdera baratellii e Troglohyphantes regalini), e tra i Vertebrati numerosi pesci e alcuni anfibi (Rana latastei e Pelobates fuscus insubricus). Zoomando di nuovo sulle Orobie, e sulla Presolana in particolare, abbiamo il Carabide Boldoriella serianensis, il Byrride Byrrhus focarilei e il Curculionide Othiorhynchus diottii.

endemismi3

La “Campanula dell’Arciduca” (Campanula raineri), endemica delle Orobie orientali.

Perchè esistono queste specie endemiche, e perchè proprio qui se ne trovano così tante? Nel caso insubrico in particolare, è tutto dovuto alle glaciazioni. Durante le grandi espansioni dei ghiacciai del Quaternario, alcune zone elevate rimasero emergenti dalla coltre glaciale e servirono da rifugio alle specie animali e vegetali che si spostavano rifuggendo il ghiaccio. Queste zone di rifugio (dette “nunatakker” in gergo tecnico), mentre da un lato conservavano la diversità di specie, dall’altro, a causa dell’isolamento duraturo nel tempo, contribuivano al loro differenziamento genetico dalle altre popolazioni delle stesse specie rifugiatesi in altri nunatakker, fino al punto che queste differenze genetiche portarono alla speciazione, cioè all’origine di nuove specie diverse tra loro a partire da un antenato comune. Quando poi i ghiacciai si ritirarono, la maggior parte di queste nuove specie si espansero di poco, rimanendo ad occupare aree piuttosto ristrette. L’area insubrica era evidentemente ricca di nunatakker, visto l’elevato numero di endemismi ancora oggi presenti.

Il meccanismo di base è paragonabile a quello che determina la diversificazione delle specie negli ambienti di grotta o sulle isole (pensiamo, ad esempio, ai Fringuelli di Darwin).

endemismi5

La “Primula Lombarda” (Primula glaucescens), altro endemita insubrico.

L’applicabilità del concetto di endemismo è relativamente elastica. Certi endemismi insubrici si trovano su tutte le Prealpi lombarde e sforano fino sui monti carbonatici del Trentino, mentre altri, pur non arrivando ad essere puntiformi come gli stenoendemismi veri e propri, hanno una distribuzione più ristretta. Ma si può dire ad esempio che una specie sia endemica di una intera catena montuosa, o di un bacino idrico (es. la libellula Oxygastra curtisii è endemica del bacino del Mediterraneo, che non è esattamente quello che verrebbe da definire un’area ristretta); in certi casi la definizione può essere stiracchiata fino ad includere un intero continente (es. i Monotremi – il gruppo di mammiferi che include l’Ornitorinco e le Echidne – sono endemici dell’Oceania). In genere, comunque, si preferisce utilizzare il termine solo per specie con areale veramente limitato.

endemismi6

Ancora un endemita insubrico vegetale: la “Viola di Duby” (Viola dubyana).

Sono sempre andato in vacanza in un vero paradiso dei naturalisti, nella zona tra la Presolana e il Pizzo Camino, ma solamente negli ultimi anni me ne sono reso conto appieno. Quindi non mi restava altro da fare che esplorare quello di questa zona che non avevo ancora visto, che è veramente tanto; e anche riesplorare con un approccio nuovo quelle piccoli parti che già conoscevo.

Il modo migliore per partire alla scoperta naturalistica di quest’area così ricca di particolarità è raggiungere il Rifugio Albani, posto sotto la bastionata settentrionale della Presolana a 1939 m di quota, nel regno del calcare. Dall’Albani, se si sa come cercarle, si possono raggiungere tutte le chicche naturalistiche tipiche del posto: le località tipiche di Saxifraga presolanensis, Moehringia dielsiana e Asplenium presolanense e quelle di Cochlostoma canestrinii, Byrrhus focarilei e Othiorhynchus diottii, nonché le vecchie miniere dismesse di fluorite e le aree carsiche e fossilifere del “mare in burrasca”. E ovviamente sono osservabili anche la flora e la fauna tipiche delle Alpi in generale. Ce n’è per tutti i gusti, in pratica!

Nelle prossime puntate, racconterò nel dettaglio alcune particolarità orobiche che ho avuto la fortuna di poter osservare recentemente. Stay tuned!

endemismi7

Cartellone didattico del Parco delle Orobie Bergamasche in cui vengono presentate le specie animali endemiche più pregiate dell’area intorno al Rifugio Albani. È bello vedere come si siano curati di sottolineare l’importanza di animali che probabilmente sarebbero indifferenti ai più, anche se nelle didascalie ci sono diverse imprecisioni (es. alla “Elix frigida” – che comunque andrebbe scritto “Helix” – è stato cambiato il nome in “Chilostoma cingulatum” da un bel pezzo e “Cochlostoma” è scritto sbagliato).


*** Note ***

[1] Così Giovanni Battista Adami (1838-1887) descriveva la Presolana; ricordiamoci di lui, lo incontreremo di nuovo in una delle prossime puntate.

[2] Piante endemiche della zona insubrica presenti sulle Prealpi Orobiche: Alchemilla bonae, Alchemila federiciana, Alchemilla martinii, Allium insubricum, Aquilegia thalictrifolia, Asplenium presolanense, Campanula carnica, Campanula elatinoides, Campanula raineri, Cytisus emeriflorus, Daphne petraea, Daphne reichstenii, Erucastrum nasturtiifolium ssp benacense, Euphorbia variabilis, Galium montis-arerae, Gentiana brentae, Knautia baldensis, Knautia velutina, Laserpitium nitidum, Linaria tonzigii, Minuartia grignensis, Moehringia bavarica ssp insubrica, Moehringia concarenae, Moehringia dielsiana, Moehringia markgrafii, Primula albenensis, Primula glaucescens, Primula spectabilis, Ranunculus bilobus, Sanguisorba dodecandra, Saxifraga arachnoidea, Saxifraga presolanensis, Saxifraga tombeanensis, Saxifraga vandellii, Scabiosa vestina, Silene elisabethae, Telekia speciosissima, Viola comollia, Viola culminis, Viola dubyana.


Puntata 2: la Chiocciola della Presolana

Puntata 3: la Sassifraga della Presolana

Read Full Post »

vivion1

Oggi sono alla ricerca di un vero e proprio gioiello dell’odonatofauna alpina: la “Smeralda Alpina”, Somatochlora alpestris. Si tratta di un ‘relitto glaciale’, cioè di una specie adattata ai climi freddi scesa nell’Europa meridionale seguendo le glaciazioni e che, al ritiro dei ghiacciai, è rimasta come relitto solo alle alte quote, unici luoghi in cui il clima le è congeniale a latitudini così basse. A me piace pensare a lei come alla Pernice Bianca delle libellule (il concetto è lo stesso).

Il sito che ho scelto di esplorare è il Passo del Vivione, a cavallo tra la Val di Scalve e l’Alta Val Camonica. La Val di Scalve è una valle piuttosto selvaggia, ricca di antiche tradizioni e ricchissima di bellezze naturalistiche. Il Passo, incastonato in un verdeggiante paesaggio subalpino a poca distanza dalla zona di passaggio tra le Prealpi Orobie calcaree e le Alpi Orobie cristalline, è raggiungibile lungo una tortuosa e vertiginosa stradicciola e ospita un capiente rifugio e un’area picnic alquanto panoramica.

Accanto ai tavoli e alle panche, si trova un laghetto alpino di un certo pregio botanico: diverse specie di Eriophorum e Carex ondeggiano al vento lungo le sponde, mentre la superficie è parzialmente ricoperta dal raro Sparganium angustifolium; le rive sono inoltre foderate di sfagni, i tipici muschi delle torbiere.

vivion2

A poca distanza dal rifugio, sull’altro versante del passo, è in effetti presente anche una torbiera piuttosto estesa: un altro paradiso per vegetali rari, anfibi e, potenzialmente, anche per le libellule.

La passeggiata parte dal Passo e costeggia il laghetto. Appena sceso dall’auto, prima ancora di prendere lo zaino, respirando a pieni polmoni l’aria fresca mi avvio proprio verso il laghetto per dare un’occhiata, e noto subito una scaramuccia tra due libellule scure: sono le Somatochlora alpestris che sto cercando, evidentemente due maschi territoriali. Recupero lo zaino e la gita ha inizio.

L’atmosfera è incredibilmente da Alpi tedesche: un altoparlante diffonde dello Jodel tutt’intorno al rifugio, forse in un atto di piaggeria nei confronti degli avventori, quasi tutti ciclisti germanofoni; tre di loro mi osservano incuriositi da una panchina mentre comincio ad ispezionare la riva, spostando delicatamente gli eriofori in cerca di esuvie. Anche il pittoresco laghetto sembra uscito da una pagina della monografia sulle libellule del Tirolo, tanto che per un attimo, tra il cicaleccio alemanno e la musica tradizionale, mi sento come trasportato in un qualche alpeggio austriaco, oppure svizzero, visto anche il bellissimo bovaro che trotterella annoiato lungo il sentiero.

Le prime osservazioni sono abbastanza banali; come ho già constatato alle ‘mie’ pozze, siamo nel pieno degli sfarfallamenti di Aeshna juncea, e anche qui trovo molte esuvie e anche alcuni individui nelle fasi finali della metamorfosi. I due maschi di Somatochlora alpestris che svolazzavano vicino alla riva al momento del mio arrivo sembrano svaniti nel nulla.

vivion4

Dopo aver esplorato almeno metà del perimetro del laghetto, un po’ scocciato per non aver ancora visto niente di interessante, mi distraggo un po’ prestando orecchio alla musica. È uno Jodel un po’ scadente – quel tipo di musica a me piace, ma solo quando è di una certa qualità. Si alza anche un filo di vento, che mi porta stralci dei dialoghi dei tre ciclisti di prima, ora di nuovo in sella e pronti a ripartire. Di nuovo, lascio che la mente vaghi fino ad un alpeggio tirolese.

Un ronzìo mi richiama dalle mie fantasticherie crucche: proviene dalla riva del laghetto, e sembra il classico rumore di una libellula in ovideposizione. E infatti! Seminascosta dai carici che dalla riva si piegano verso il laghetto, ecco una magnifica Somatochlora alpestris che posando ripetutamente l’addome sul pelo dell’acqua rilascia le uova. Ha scelto una zona vicinissima alla riva, in cui gli sfagni sommersi fuoriescono leggermente dalla superficie dell’acqua. Un classicone. In un attimo l’operazione ha termine, e la libellula veleggia lontano, sempre più in alto sopra ai pascoli.

vivion3

Le osservazioni seguenti riguardano di nuovo Aeshna juncea, tra cui un esemplare sfortunato che ha estratto solo parte della testa dall’esuvia – e che probabilmente entro domani sarà già diventato il pranzo di qualche altro animale. In un paio di punti trovo indizi di una predazione analoga a quella di cui avevo parlato qualche giorno fa. E proprio mentre raccolgo l’ennesima esuvia di Aeshna, ecco che una Somatochlora mi sfreccia vicinissima e prosegue verso il prato dietro di me.

La seguo con gli occhi nelle sue evoluzioni aeree fin quasi a diventare strabico, finché finalmente si posa. Ed inizia l’avvicinamento.

vivion5

Le libellule spesso sono imprevedibili. Alcune sono confidenti, altre paurose; non c’è una regola generale nemmeno nell’ambito di una stessa specie, alcuni individui sono fifoni, altri meno. La buona norma quindi è sempre quella di avvicinarsi molto lentamente, senza movimenti bruschi.

Con tanta pazienza riesco ad avvicinarmi e ad intascare qualche scatto decente. Poi, soddisfatto, decido di dedicarmi all’esplorazione delle torbiere sull’altro versante del Passo.

Le torbiere sono ambienti delicati, che possono venire compromessi anche da un calpestio minimo. Inoltre, a camminare tra gli sfagni ci si inzuppano gli scarponi in un battibaleno. Per cui, la soluzione migliore è costeggiare la torbiera vera e propria mantenendosi sul limitare del bosco. Così faccio, percorrendo una traccia di sentiero tra pietroni e rododendri proprio al confine tra torbiera e lariceto.

vivion6

Alla fine, però, la torbiera si rivela un flop: non si vede una libellula neanche a pagarla. Che sia troppo presto per le libellule di questa zona, o che i nuvoloni che vanno e vengono le scoraggino dal manifestarsi? Comunque sia, dopo un’oretta di vagabondaggio opto per un ritorno al laghetto.

È ormai tardo pomeriggio. Gli Enallagma cyathigerum, diafani bastoncini azzurri striati di nero, vengono sbattuti qua e là dal vento che finalmente ha dissipato le nuvole. La luce tiepida del sole del giugno alpino avvolge il Passo riscaldando l’atmosfera, ma di altre Somatochlora nemmeno l’ombra.

Tanto vale sedersi su una panchina per fare merenda, sempre con lo Jodel nelle orecchie. Guardando cosa s’inventa il bovaro per passare il tempo.

vivion7

Read Full Post »

Da qualche anno, approfitto delle vacanze per osservare sistematicamente le libellule delle pozze d’alpeggio del ridente Altopiano di Borno, in Val Camonica. La località più soddisfacente è un ampio prato a 1400 m di quota in cui si trovano due delle pozze più ricche di specie, interessanti anche dal punto di vista erpetologico. Nonostante il disturbo da parte del bestiame – cosa ovvia, dal momento che si tratta di pozze istituite appositamente per l’abbeverata del bestiame – queste due pozze sono abbastanza ricche anche di vegetazione sommersa ed emergente, il che le rende particolarmente idonee ad alcune specie di libellule.

giallodo1

Le due pozze scenario di questo “giallo”

Quando si monitorano la libellule, sono tanti i dati che si possono raccogliere; oltre alla semplice presenza degli adulti è sempre interessante verificare anche la presenza di larve [1], raccogliere eventuali esuvie [2] trovate a margine del corpo idrico in cui si fanno ricerche, annotare i comportamenti osservati e, questione che a me interessa particolarmente, anche le eventuali interazioni predatorie.

Un paio di giorni fa, approfittando del bel tempo dopo un periodo piovoso, ho fatto la prima escursione dell’anno lungo il percorso che seguo abitualmente per le osservazioni alle pozze. Il prato in cui si trovano queste due pozze è la prima tappa e, appena arrivato alla prima delle due, ho tolto lo zaino appoggiandolo vicino al masso su cui sono solito sedermi per fare merenda…e ho subito notato qualcosa di strano.

Il masso dista circa un metro dalla linea dell’acqua, ed è già una distanza considerevole per una larva di 5-6 cm che esce dall’acqua per la metamorfosi; nonostante ciò, ben 8 esuvie di Aeshna juncea erano aggrappate intorno al masso. Ma forse non mi sarei neanche accorto delle esuvie se non fosse stato per un particolare: accanto alle esuvie c’erano delle ali! Chiaramente ali di libellule neometamorfosate, ben riconoscibili per non essere minimamente rovinate, ancora un po’ traslucide e con gli pterostigmi non ancora inscuriti. Nonostante alcune fossero spaiate, una conta precisa ha rivelato che praticamente tutte le libellule uscite da quelle 8 esuvie erano state predate!

Raccolte le esuvie e alcune delle ali, ho cominciato il giro della pozza – facendo un monitoraggio delle specie ‘a transetto’ [3], utilizzo il perimetro di ogni pozza come transetto – osservando diverse esuvie sulla vegetazione emergente dall’acqua, ma a pochi metri dal masso ho cominciato a trovare altre esuvie sulla riva fangosa, sistematicamente con accanto le ali del neometamorfosato predato! Alla fine del giro, ho contato ali per quasi una trentina di esemplari predati: in pratica, tutte le Aeshna juncea che hanno compiuto la metamorfosi sulla riva anziché tra la vegetazione emergente dall’acqua sono state predate, e tutte con la stessa modalità.

giallodo2

giallodo3

giallodo4

Alcuni particolari della “scena del delitto”

All’altra pozza, distante una cinquantina di metri, stessa situazione: alcune esuvie tra la vegetazione emergente e alcune sulla riva, e accanto a tutte quelle sulla riva, le ali del neometamorfosato. Qua, in totale, circa una ventina di esemplari predati, tra cui anche una Libellula depressa insieme alle Aeshna juncea.

Sono rimasto abbastanza colpito nell’osservare una strage così sistematica. La metamorfosi dallo stadio larvale a quello adulto è senz’altro il momento più delicato nella vita delle libellule: nel tempo che passa tra l’emersione dell’acqua e l’involo (che può durare da una a due ore, a seconda della specie, e può anche prolungarsi se c’è brutto tempo) la libellula intenta a liberarsi dall’involucro larvale e ancora incapace di volare è facile preda di qualunque animale abbastanza grande o organizzato da poterla considerare come potenziale pranzo, dagli uccelli alle formiche. Un accorgimento evolutivo delle libellule per far fronte a questo rischio consiste nello sfarfallare preferibilmente all’alba, quando i potenziali predatori non sono ancora attivi [4].

Innanzitutto, chi potrebbe essere il serial killer colpevole di questa ecatombe di libellule? Dalle modalità, direi un uccello. Gli uccelli sono noti per avanzare le ali, quando predano libellule allo sfarfallamento [5]. Anche il fatto che la predazione fosse limitata alla riva mi fa propendere per un uccello. Certo, è possibile che anche quelle sfarfallate tra la vegetazione siano state predate, e le ali cadute in acqua siano state disperse, ma non avendo visto proprio nessuna ala in acqua lo ritengo poco probabile.

Tutti gli animali si ingegnano quando si tratta di riempire la pancia, e alcuni uccelli in particolare ci riescono molto bene: pensiamo ad esempio al noto caso delle cince che in Inghilterra avevano imparato a forare il tappo delle bottiglie di latte per farsi delle gran scorpacciate di panna. L’ipotesi in questo caso è che un uccello, o magari un gruppo familiare di uccelli (è il periodo in cui i nidiacei di tante specie si stanno involando), verosimilmente di una specie insettivora, abbia trovato per caso una libellula in metamorfosi e, continuando a cercare nei dintorni, abbia imparato che quel tipo di caccia è molto redditizio. Secondo la letteratura, infatti, grandi tassi di predazione sui neosfarfallati si osservano quando un sito di sfarfallamento si trova all’interno del territorio di una coppia di insettivori [4]; in questo caso sembra ci sia anche un limite massimo di predazione dovuto al consumo massimo giornaliero possibile [4], ma immagino che se una coppia sta allevando la nidiata, o se più specie diverse cacciano nello stesso sito, questo limite massimo si alzi di un bel po’.

Sulla specie in particolare in effetti è meglio non fare ipotesi; nella zona ne sono presenti diverse che potrebbero essere ‘colpevoli’. Non è nemmeno certo che tutte le libellule siano state predate da uccelli appartenenti alla stessa specie, anche se potrebbe sembrare l’ipotesi più probabile.

giallodo6

Aeshna juncea al termine della metamorfosi, pronta per involarsi. Almeno questa si è salvata!

Il ‘caso’ non è chiuso, e il colpevole è ancora latitante!

Ovviamente ho presentato questa faccenda, abbastanza singolare dal mio punto di vista (in 5 anni che tengo d’occhio regolarmente queste pozze, non mi era mai capitato di osservare niente del genere), in termini metaforici: non ha senso parlare seriamente di ‘delitto’ e ‘colpevole’ quando si osserva la natura. Mors tua, vita mea. Per quanto mi possa dispiacere nel vedere un tale eccidio di libellule, per di più di una specie che mi piace tantissimo, la natura ha le sue giuste dinamiche; quelle libellule hanno scelto male il punto in cui sfarfallare, e hanno avuto la sfortuna di essere lì, inermi e ben visibili sulla riva spoglia, mentre passava un uccello abbastanza furbo da capire che poteva farsi una scorpacciata con estrema facilità. Buon appetito a lui quindi, ma speriamo che le prossime metamorfosande siano un po’ più accorte…


*** Note ***

[1] Le larve delle libellule sono acquatiche; alcune vivono tra la vegetazione sommersa, altre infossate nel sedimento del fondo. Per censire efficacemente le larve occorrono retini per il campionamento degli invertebrati acquatici; io mi limito ad osservare quelle visibili sulla parte di fondale più vicina alla riva.

[2] Le “esuvie” sono le pelli dell’ultimo stadio larvale dalle quali fuoriesce l’insetto adulto durante l’ultima metamorfosi (che viene detta anche “sfarfallamento”), nel passaggio dalla vita acquatica a quella aerea. Una volta che l’adulto si invola, l’esuvia resta sul substrato, ed è un importante indizio sulla presenza della specie nel corpo idrico che si sta osservando.

[3] Il monitoraggio a transetto prevede di fissare un percorso, detto appunto transetto, lungo il quale si annotano tutte le specie osservate. Generalmente vengono usati transetti lineari, ma nel caso specifico di piccoli corpi idrici come queste pozze è possibile usare l’intero perimetro della pozza come transetto.

[4] R. Groppali, 2009, Odonati come prede degli uccelli, Pianura 24: 151-156.

[5] A. Farkas, M. Arnold & D. Gyorgy, 2012, Mortality during emergence in Gomphus flavipes and G. vulgatissimus (Odonata, Gomphidae) along the Danube, Acta Biologica Debrecina Oecologica Hungarica 28: 65-82.

Read Full Post »

Proposta etica per un’osservazione responsabile di Libellule ed altri Insetti

Questo “dodecalogo” nasce ispirandosi a varie versioni esistenti del “Decalogo del Birdwatcher”, un codice di comportamento proposto ed adottato in diverse forme, nella sua essenzialità, da svariati gruppi di birdwatchers per promuovere una frequentazione responsabile e sostenibile della natura e sintetizzare quelle norme di comportamento che in particolare possono contribuire a rendere minimo l’impatto di un osservatore sull’ambiente e sulla fauna selvatica.

Muovendoci nell’ambiente naturale, abbiamo per forza di cose un impatto, anche se spesso minimo (almeno dal nostro punto di vista di grossi Vertebrati), sull’ecosistema; questo codice di comportamento si propone di aiutarci a minimizzare le conseguenze della nostra presenza sugli oggetti del nostro interesse e sull’ambiente in generale.

Ecco quindi alcune semplici (ed intuitive) norme che sarebbe consigliabile seguire quando si osservano e fotografano le Libellule in natura (quando si fa dragonflywatching, per l’appunto); chiaramente, il discorso è estensibile almeno agli altri Invertebrati, pur con alcune differenze in merito a comportamenti e caratteristiche propri delle Libellule.

Un ringraziamento agli amici Alida Piglia e Dario Olivero, che hanno collaborato con me per la primissima stesura di questo codice di comportamento, messo a punto inizialmente un paio di anni fa in occasione di una nostra iniziativa comune.

*

1) Evitare di toccare i neosfarfallati. La metamorfosi è un momento estremamente delicato: la larva esce dall’acqua e compie la muta che darà origine all’insetto adulto; il processo dura alcune ore ed è il momento di massima vulnerabilità nella vita di una Libellula. Quando la neometamorfosata non è ancora in grado di volare, e anche per alcune ore dopo il maiden flight, il tegumento non ancora indurito potrebbe essere danneggiato dalla manipolazione, soprattutto sulle ali, che in questa fase si deformano molto facilmente; pertanto, è sempre meglio evitare di toccare, catturare con retino e manipolare gli esemplari appena sfarfallati. Anche disturbare gli sfarfallamenti (ad esempio con calpestio della vegetazione ripariale o schizzando acqua nei pressi di esemplari in corso di metamorfosi) è un comportamento da evitare.

2) Evitare di interferire con il decorso naturale delle cose. Non vanno disturbate le femmine in ovodeposizione o gli esemplari in copula, per non compromettere queste delicate attività riproduttive; inoltre è bene anche evitare di interferire con gli episodi di predazione, sia da parte di libellule che ai danni delle stesse (ad esempio evitando di liberare esemplari intrappolati nelle tele dei ragni), in quanto è bene non interferire nei regolari rapporti preda-predatore in natura: non è giusto sottrarre un pasto onestamente guadagnato.

Vorrei però spendere due parole su quella che – secondo me – è l’unica eccezione accettabile al punto 2. Può capitare, specialmente in montagna, dove il tempo è molto variabile, di imbattersi in sfarfallamenti che stanno avendo luogo nonostante la pioggia. In queste situazioni, specialmente in presenza di pioggia forte, è probabile che una buona parte dei metamorfosandi vengano sbalzati in acqua e ci affoghino. Anche questo fa parte delle dinamiche naturali in cui sarebbe bene non interferire, ma immaginiamoci che, per esempio, l’episodio riguardi specie localmente o globalmente rare: potrebbe essere una perdita rilevante. Si potrebbe intervenire traslocando i neosfarfallati (solo quelli con almeno le ali già distese, meglio se già aperte; esemplari in fasi più precoci della metamorfosi non vanno assolutamente rimossi) al coperto, ma occorre evitare di toccare i tegumenti non ancora induriti di ali, torace ed addome (v. punto 1), per cui non li si può trattenere come si fa con gli adulti (v. punto 3): bisogna procedere facendo in modo che si aggrappino con le zampe ad un dito (sollecitando delicatamente le zampe, che sono la prima parte ad indurirsi completamente) e poi passarli dal dito al supporto riparato, sempre senza toccare il resto del corpo e con la massima delicatezza.

codragonfly2

Il modo corretto di tenere le Libellule neometamorfosate quando le si sposta: lasciare che si aggrappino ad un dito finché ci salgano, e poi spostarle, curandosi di non toccare tutte le altre parti del corpo, che devono ancora indurirsi completamente.

3) Non trattenere esemplari senza una valida ragione. La cattura temporanea di individui liberi a scopo identificativo va effettuata, quando necessaria, sempre con responsabilità ed attenzione, curandosi di evitare danni fisici agli esemplari durante la manipolazione e rilasciandoli il prima possibile, non appena l’identificazione è stata condotta con certezza. Le Libellule vanno trattenute preferibilmente per le ali unite sopra al dorso, tenendole delicatamente fra due dita; mai per le zampe, che, soprattutto negli Zigotteri, possono staccarsi con grande facilità. Al momento del rilascio, possono essere delicatamente appoggiate sulla vegetazione, facendo attenzione che non siano presenti pericoli nelle immediate vicinanze.

codragonfly1

Il modo corretto di trattenere le Libellule: tenere le ali saldamente (ma senza esercitare una pressione eccessiva) tra l’indice e il medio.

4) Non prelevare esemplari senza una valida ragione. La cattura di esemplari a scopo di collezionismo è ampiamente sconsigliata quando non supportata da valide e giustificate ragioni di ricerca scientifica e, in ogni caso, si ricorda che è vietata all’interno delle aree protette, quando non espressamente autorizzata per le motivazioni di cui sopra.

5) Valorizzare i dati ottenuti dalle proprie osservazioni. I dati conservati in cassaforte non sono utili a nessuno; è bene valorizzarli, comunicandoli ad associazioni preposte alla conoscenza e alla salvaguardia delle Libellule o degli animali in generale e agli altri appassionati (per lo meno a quelli ritenuti degni di fiducia), specialmente nel caso di specie rare o comunque meritevoli di protezione. Per supportare e documentare le osservazioni possono essere utili fotografie degli esemplari osservati in natura ed esuvie rinvenute sul campo, che è sempre bene raccogliere e conservare.

Per propositi divulgativi e conservazionistici, in Italia è molto attiva la Società Italiana per lo Studio e la Conservazione delle Libellule odonata.it.

6) Mantenere cautela riguardo alle segnalazioni di specie a rischio. Per contro rispetto al punto precedente, è meglio riflettere molto bene prima di comunicare informazioni troppo precise relativamente alle specie a rischio a persone di cui non si abbia fiducia; la salvaguardia delle specie rare deve sempre essere considerata prioritaria.

7) Rispettare l’ambiente naturale in cui ci si trova. La salvaguardia degli ecosistemi deve sempre essere prioritaria rispetto agli interessi personali. Minimizzare il disturbo verso gli animali (e verso gli altri fruitori dell’ambiente) camminando piano, evitando schiamazzi e vestendosi in modo non appariscente, evitare di uscire dai sentieri e calpestare ambienti che potrebbero venire compromessi dal calpestio (tenendo anche presente che uscendo dai tracciati in ambienti umidi come torbiere o acquitrini si possono correre rischi personali) e non gettare rifiuti sono le più basilari delle condizioni richieste per una fruizione sostenibile dell’ambiente.

8) Rispettare la legge e la proprietà privata. Occorre sempre informarsi ed ottemperare alle leggi e ai regolamenti delle aree protette in cui eventualmente ci si trova; bisogna sempre rispettare la proprietà privata altrui e chiederne il permesso ai proprietari prima di entrare.

9) Denunciare alle autorità competenti eventuali azioni illegali di disturbo all’ambiente osservate durante le escursioni.

10) Attenersi sempre alle norme del vivere civile e della buona condotta. La maleducazione di un singolo può rovinare la reputazione di un’intera categoria: sempre meglio mantenere comportamenti corretti ed educati, anche a prescindere da questa motivazione in particolare.

11) Stimolare all’interesse verso le Libellule altre persone incontrate durante le escursioni, se ne capita l’occasione. La percezione dei naturalisti da parte dei “non addetti ai lavori” in Italia è ancora piuttosto vaga, spaziando dall’indifferenza fino al sospetto. Quando, osservando o fotografando Libellule, incontriamo persone ignare della nostra attività, che magari ci osservano incuriosite o stranite, spiegare ciò che stiamo facendo, così come rispondere a domande e curiosità che possono eventualmente venire poste, è un buon modo per contribuire attivamente e positivamente alla divulgazione e all’enfatizzazione di tematiche naturalistiche.

12) Suggerimenti ed opinioni costruttive su quanto precedentemente elencato, al fine di migliorare questo codice di comportamento, sono sempre bene accetti. L’affinamento costante di questo dodecalogo a mezzo di commenti costruttivi sarebbe un ottimo modo di procedere verso un codice condiviso che possa diventare un punto di riferimento per quanti si interessano allo studio delle Libellule e degli Insetti in generale in un’ottica di fruizione sostenibile e responsabile del patrimonio naturalistico.

Read Full Post »

Domani esce al cinema il sequel della serie dei “Jurassic Park” degli anni ’90. Una quindicina d’anni ci separa dall’ultimo film della ‘trilogia’, e in quel brevissimo – paleontologicamente parlando – lasso di tempo, la paleontologia ha fatto passi da Tirannosauro: le conoscenze si sono arricchite di particolari che riscrivono, in parte o addirittura totalmente, quello che si credeva di sapere sui giganti della preistoria.

Lo Spinosauro è ‘diventato’ acquatico e quadrupede. Il Brontosauro, da decenni relegato ad Apatosauro con sommo dispiacere di Gould [1] e Switek [2], è ritornato di colpo a chiamarsi Brontosauro (prodigi della tassonomia) [3]. L’Oviraptor (“rapitore di uova”), così battezzato perchè il primo esemplare era stato ritrovato su un nido pieno di uova ed era stato congetturato che le stesse predando, si è scoperto essere in realtà il genitore di quelle stesse uova (col senno di poi, non è bizzarro che la prima ipotesi di chi trova uno scheletro di dinosauro su un nido pieno di uova sia ‘è morto mentre predava le uova‘ piuttosto che ‘è morto mentre covava o proteggeva la covata‘!?). E il confine tra Dinosauri e Uccelli sembra rimescolarsi di continuo…ammesso che un confine esista, dato che, di fatto, gli Uccelli sono Dinosauri del ramo dei Teropodi[4], lo stesso di cui fanno parte l’Oviraptor di cui sopra e il terribile(?) Velociraptor.

Alcuni di questi aggiornamenti riguardano un altro Teropode, la celeberrima “lucertola tiranna”. Dagli albori della sua scoperta fino a qualche decennio fa, il Tyrannosaurus rex veniva rappresentato come un panzone dall’aria goffa e dallo sguardo un po’ imbambolato che se ne andava in giro strisciando la coda per terra. Ad onor del vero, fino ad un certo punto della storia della ‘dinosaurologia’, tutti i dinosauri sono stati rappresentati con la coda messa in quel modo illogico [5]. Oggi sappiamo – e da un bel pezzo – che il T-rex non si tirava dietro una coda strisciante, ma che la teneva ben sollevata da terra, a controbilanciare quel pesantissimo testone zannuto che si ritrovava; l’andamento del corpo risultava così più o meno parallelo al terreno. Ma questo lo sa anche la cultura di massa, perchè almeno in questo i film sono stati adeguati.

tregesosbOK

La ricostruzione – oggi sappiamo errata – della postura di Tyrannosaurus rex illustrata nell’articolo in cui Henry Fairfield Osborn descrive la specie [Osborn H.F., 1905, Tyrannosaurus and other Cretaceous carnivorous dinosaurs, Bulletin of the American Museum of Natural History 21: 259-265]

Quello che molto probabilmente la cultura di massa ignora (e continuerà ad ignorare) è che le penne e le piume che siamo così abituati a vedere sugli ultimi discendenti dei dinosauri presenti oggi tra noi (gli uccelli, vi ricordo), in realtà ornavano anche una buona percentuale del corpo del Velociraptor e dell’Oviraptor, e non solo il celebre ‘primo uccello’ Archaeopteryx. Queste (proto)piume, non ancora ben strutturate come le moderne penne e piume, erano molto probabilmente presenti (almeno su parte del corpo) anche in gran parte degli altri Teropodi, che non erano quindi dei giganti completamente squamosi, incluso il più famigerato e temuto carnivoro terrestre di tutti i tempi.

Siamo abituati a considerare le penne come strumento nato per il volo, ma ci sbagliamo: pare infatti che la loro origine le veda come strumento funzionale ad una migliore termoregolazione. Occorre notare qui che le penne derivano dalle squame, perciò squama e penna sono due strutture che, parlando in termini di anatomia comparata, sono “omologhe”, cioè si corrispondono, perciò dove ci sta una non ci può stare l’altra. Se vogliamo verificarlo speditamente, ci basta osservare il dinosauro Teropode a noi più familiare e più utile, ovverosia la gallina: solo squame sulle zampe e solo penne sul resto del corpo, i due elementi non si sovrappongono mai (nel senso che nel punto della pelle in cui si inserisce una penna non ci può essere una squama; che poi le penne siano lunghe e possano arrivare a coprire in parte le zampe squamate è chiaro, ma quello è concettualmente diverso).

Negli ultimi anni, diversi ritrovamenti di fossili con tracce evidenti di piume e protopiume hanno portato a pensare che la presenza di tali strutture fosse molto ampia, perfino generalizzata, tra i dinosauri. Inizialmente, con la scoperta di Dilong paradoxus [6], si è congetturato che le piume fossero presenti in genere sui Teropodi di piccola taglia (come il già citato Velociraptor), ma in seguito la scoperta di Yutyrannus huali [7] ha confermato che anche nei Teropodi di maggiori dimensioni erano presenti almeno quelle protopiume lanuginose caratterizzate da una struttura più semplice di quella delle penne che conosciamo oggi. Poi alcuni paleontologi hanno un po’ strafatto, ipotizzando addirittura che anche nei Sauropodi (il gruppo che include i giganti come Brachiosauro e Diplodoco, che, insieme ai Teropodi, fanno parte del ramo dei Saurischi) e perfino negli Ornitischi (l’altro ramo dell’albero genealogico dei dinosauri, che include Triceratopi, Stegosauri e Iguanodonti, per dirne tre) le penne fossero molto diffuse [8], ma sono stati recentemente ridimensionati [9].

Lo stranoto T-rex a cui accennavamo prima, comunque, è un Teropode e un parente abbastanza stretto di Yutyrannus huali; tanto è bastato per affibbiare anche a lui la sua dose di piumaggio. Gli irriducibili sostenitori dell’immagine del Tirannosauro squamoso e gibboso hanno contrattaccato sostenendo che Yutyrannus huali viveva in climi più freddi rispetto al T-rex, e quindi il piumino lanuginoso gli sarebbe servito per la termoregolazione, cosa di cui il T-rex, vivendo in climi più caldi e umidi, non avrebbe avuto necessità. Come spiegazione questa potrebbe anche reggere, ma tutte le altre obiezioni assolutistiche all’ipotesi del piumaggio nei Tirannosauri sono piuttosto debolucce [10]. Qualcuno ha concesso che del piumino da…pulcino potesse essere presente nei cuccioli, ma che poi sparisse con lo sviluppo; sulla base di cosa sia nata una simile supposizione, è difficile da dire.

Come sarà stato questo piumaggio? Ammesso che l’avesse (il fatto che sia molto probabile non ne garantisce la certezza assoluta, ovviamente – ma le probabilità sono molto forti), allo stato attuale delle conoscenze si possono solo fare delle ipotesi. Possiamo provare ad immaginarcelo, possibilmente evitando questi consigli volutamente sarcastici (se sapete l’inglese vale la pena di aprire il link per farvi due risate) [11]. Nelle ricostruzioni che circolano in rete – alle quali aggiungo un mio vergognoso contributo che riassume le posizioni più estreme e la loro più verosimile via di mezzo – si va da lucertoloni con chiazze di piume lanuginose sparse qua e là a veri e propri batuffoloni di piume, passando per ricostruzioni con una moderata estensione di piumaggio sulla parte dorsale del corpo, che è la versione che potrebbe essere quella più plausibile.

tregesOK

Un breve riassunto delle varie ‘versioni’ di T-rex dalla sua scoperta ad oggi

Ovviamente non si potrà avere la certezza che il T-rex fosse o no un batuffolone di piume almeno finché non si troverà qualche prova fossile a sostegno, per cui fino ad allora questo rientra semplicemente tra le possibilità. Come per il gatto di Schrödinger [12], che è sia vivo che morto finché non si compie un’osservazione, il nostro Tyrannosaurus sarà sia completamente squamato, sia rivestito almeno in parte di lanugine, sia quasi completamente piumato finché non potremo compiere l’osservazione che attesti la sua vera condizione, grazie ad un ritrovamento fossile particolarmente fortunato che, speriamo, prima o poi avvenga.

Con ancora più prove e inferenze a sostegno è che penne e piume facessero bella mostra di sè su altri Teropodi più vicini alla linea che ha portato ai moderni uccelli, come ad esempio nei Velociraptor (altra falla di “Jurassic Park“: quelli che la serie di film ha portato alla ribalta come Velociraptor, sono in realtà un miscuglio con il Deinonychus, una specie simile ma di taglia maggiore, pari a quella che vediamo appunto nei film; l’autentico Velociraptor aveva invece più o meno la taglia di un tacchino. L’unghione sarebbe comunque stato sicuramente fastidioso, ma l’animale nel complesso sarebbe stato molto più gestibile e meno letale per i nostri eroi cinematografici, che avrebbero tranquillamente potuto usarlo per la versione di Isla Nublar del Thanksgiving Day).

Il dibattito è più che mai aperto, e sempre pronto a venire modificato da ogni nuova scoperta rilevante in proposito. Quello che non credo si modificherà è il disappunto degli amanti della paleontologia – quella vera, non quella sensazionalistica da kolossal cinematografico – nel constatare come in questo nuovo film non-così-Giurassico [13] nessuno si sia curato di aggiornare l’aspetto dei dinosauri (e qui la lamentela sul piumaggio è solo una tra le tante fattibili). Evviva il marketing: i Raptor e il T-rex farebbero ancora così paura e attirerebbero ancora così tanto l’attenzione una volta ricoperti di piume lanuginose o rivestiti da uno sgargiante piumaggio da pappagalli esotici? Probabilmente no. Probabilmente un pulcino di 6 tonnellate con zanne di una ventina di centimetri risulterebbe più grottesco che terrificante in una qualsiasi sequenza che includa ruggiti, inseguimenti nella jungla e smembramenti vari.

Allora tanto vale rassegnarsi al fatto che, ancora una volta, della Scienza venga preso in modo approssimativo solo quello che serve a far soldi. E poi, in fin dei conti, se ci tenete al rigore scientifico e volete vedere un film che metta ansia, che sia ambientato ai giorni nostri e che includa dei dinosauri rappresentati in modo verosimile e appropriato al contesto, non dovete fare altro che inserire nel lettore dvd “Gli Uccelli” di Alfred Hitchcock.


*** Note ***

[1] S.J.Gould, 2008, “Bravo Brontosauro”, in “Bravo Brontosauro” (3a edizione), Feltrinelli, 270 pp.

[2] B. Switek, 2014, “Il mio amato Brontosauro“, Codice Edizioni, 272 pp.

[3] I cambiamenti nomenclaturali di Brontosauro/Apatosauro sono un po’ lunghi da spiegare qui, e si trovano esposti molto bene in [1] e [2]; il lavoro che ha restaurato il nome Brontosaurus, recentissimo e quindi non ancora contemplato nei due saggi di cui sopra, è: Tschopp E. et al., 2015, A specimen-level phylogenetic analysis and taxonomic revision of Diplodocidae (Dinosauria, Sauropoda), PeerJ 3:e857

[4] Gli Uccelli discendono direttamente da un ramo dei Dinosauri Saurischi Teropodi.

[5] Come fa notare Andrea Cau nel suo blog, c’era anche un motivo di ordine pratico che avrebbe dovuto far sì che i paleontologi d’inizio novecento si facessero delle domande: secondo il modello della ricostruzione arcaica con la coda a penzoloni, infatti, ci sarebbe stata un’eccessiva compressione sull’indispensabile sbocco posteriore dei tre importantissimi apparati digerente, escretore e genitale!

[6] Xu X. et al., 2004, Basal tyrannosauroids from China and evidence of protofeathers in tyrannosauroids, Nature 431: 680-684.

[7] Xu X. et al., 2012, A gigantic feathered dinosaur from the Lower Cretaceous of China, Nature 484 (7392): 92-95.

[8] Godefroit P. et al., 2014, A Jurassic ornitischian dinosaur from Siberia with both feathers and scales, Science 345 (6195): 451-455.

[9] Barrett P.M. et al., 2015, Evolution of dinosaur epidermal structures, Biology Letters 11 (6).

[10] Per diverse informazioni sui Teropodi ho attinto al fantastico blog “Theropoda” di Andrea Cau, sul quale ero finito per caso proprio cercando fonti mentre scrivevo questo post. Consigliatissimo a chiunque sia interessato ad approfondire seriamente la conoscenza dei dinosauri!

[11] How (not) to draw feathered dinosaurs

[12] Ma veramente c’è qualcuno che ancora non conosce il paradosso del gatto di Schrödinger?!

[13] Altra falla (finiremo mai di elencarne?): T-rex, Velociraptor, il Mosasauro del nuovo film (che nemmeno era un dinosauro, ma semplicemente un rettile preistorico acquatico) e altri protagonisti di questa serie di film, in realtà non erano per niente giurassici, essendo vissuti nel Cretaceo, svariati milioni di anni dopo la fine del Giurassico.

Read Full Post »

Older Posts »