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Uno studio di Mammola et al. (2020) appena pubblicato ha dimostrato con evidenza scientifica che la maggior parte dei fondi investiti in Europa per la conservazione “della biodiversità” va a beneficiare progetti che riguardano solamente poche specie considerate più “carismatiche”, cioè più gradite al grande pubblico. Quasi a ricalcare l’antica massima che “la pubblicità è l’anima del commercio”.
Io non sono stupito tanto da questo, quanto dal fatto che così tanta gente sembri esserne stupita. Per chiunque si occupi di conservazione della natura dopo una formazione da naturalista dovrebbe ormai essere palese che questo avviene ormai da decenni – il buono di questo studio è che finalmente dimostra, numeri alla mano, qualcosa che finora era evidente solo empiricamente. Invece molti, non solo tra il grande pubblico ma anche tra gli ‘addetti ai lavori’, sembrano avere occhi e orecchie foderati di salame proprio riguardo a questo argomento di estrema importanza. Ciò è molto grave, perché accorgersi di avere un problema sarebbe il primo passo per accettarlo, e accettarlo sarebbe il primo passo per cominciare a risolverlo.
Ad ogni modo, questa notizia, condensata in un trafiletto pubblicato venerdì dal Giornale, è rimbalzata su gruppi Facebook naturalistici ed è stata molto discussa e commentata da utenti scandalizzati…che però per la maggior parte si sono scandalizzati per i motivi sbagliati, perché come sempre ognuno tende a guardare solo nel proprio orticello.
Ho pensato quindi di rispondere qui ad alcuni dei principali commenti che ho letto sui social, in modo da evidenziare quelle pericolosissime limitazioni che sembrano governare l’opinione pubblica.

Teriologi & ornitologi: ai grandi vertebrati vanno la maggior parte dei fondi, ma mammiferi e uccelli di piccola taglia sono meno considerati.
Erpetologi: ma i rettili sono ancora meno considerati.
Batracologi: ma gli anfibi sono ancora meno considerati.
Ittiologi: ma i pesci sono ancora meno considerati.
Entomologi: ma gli invertebrati sono ancora meno considerati – a parte i pochi in Direttiva Habitat, che sono più appariscenti ma che comunque sono sempre meno considerati rispetto ai grandi vertebrati.
Da che mondo è mondo c’è sempre chi ha qualcosa in più di cui lamentarsi, ma quello che emerge dalla stragrande maggioranza dei commenti è come anche chi prova ad interessarsi di conservazione dell’ambiente abbia spesso una visione estremamente miope.
Tanto per cominciare, si parla sempre e solo di animali e quasi nessuno si cura delle specie non-animali: non solo piante vascolari quindi, che per lo meno hanno ancora qualche estimatore, ma anche funghi, licheni, muschi, eccetera. Già questo è grave.
Ma c’è qualcosa di molto più grave, che ancora meno gente coglie. Eppure basterebbe riflettere un attimo sul fatto che attualmente la principale causa di estinzione e di minaccia di tutte le specie e a livello globale è la perdita di habitat. Ciò significa che il modo migliore di tutelare le specie sarebbe tutelarne gli habitat. Anche perché, a differenza che intervenendo sulla singola specie, il buon senso ci dice che intervenendo sull’habitat si genera un beneficio per tutte le specie che dipendono da quell’habitat. In realtà non è davvero così semplice, poiché anche all’interno di uno stesso habitat possono coesistere specie con necessità ecologiche leggermente diverse; ma il discorso vale per lo meno in linea generale.
A questo punto dovrebbe emergere in modo drammatico il fatto che, mentre tutti si stracciano le vesti per il fatto che gli animali piccoli sono meno tutelati di quelli grossi e appariscenti, quasi nessuno se le straccia per il fatto che gli habitat, così fondamentali, ricevano un’attenzione quasi nulla.

Però puntare sulla conservazione di “specie carismatiche” che sono anche specie-ombrello va a vantaggio di tutto l’habitat, perché ripristinare le condizioni che favoriscono quella specie porta un beneficio anche al resto della comunità biotica. Per di più, se si tratta di una specie grande, dovrà anche avere una grande estensione l’area di intervento in cui ne verrà ripristinato l’habitat.
Questa visione ha due fortissime carenze.
La prima: questo ragionamento ha senso spesso (d’altronde è insito nel concetto di base di specie-ombrello), ma non sempre. Ogni ecosistema è complesso al punto che è impossibile prevedere in modo completamente affidabile tutte le conseguenze di una sua modificazione, anche se fatta con le migliori intenzioni. Per di più, anche specie adattate a vivere in uno stesso habitat possono avere un’ecologia differente. Per comprenderlo appieno è necessario scollegarsi dalla scala alla quale ragioniamo di solito e scendere ad un livello più piccolo: intendo i molti microhabitat presenti all’interno di ogni habitat, dove le variazioni ecologiche agiscono su una scala così piccola che molto spesso noi non le cogliamo…ma le colgono quegli organismi molto più piccoli di noi. Laddove dei grossi vertebrati o delle piante vascolari non notano il cambiamento (o addirittura possono venirne favoriti), questo potrebbe essere invece devastante per organismi più piccoli come artropodi, muschi e licheni. Perché la biodiversità è complessa e va sempre considerata in toto, non solo limitatamente a quegli organismi che ‘fanno scena’ sui dépliant divulgativi. Il ragionamento è quindi troppo superficiale: le valutazioni di questo tipo devono sempre essere onnicomprensive e tenere in considerazione tutti, o almeno la maggior parte degli organismi presenti [1].
A questo riguardo, un primo problema è dato dal fatto che c’è un’enorme disparità di conoscenze scientifiche tra i diversi gruppi di organismi, perché gli scienziati (e soprattutto chi li finanzia) sono anche loro umani, e quindi soggetti a tutti quegli errori di cui si parlava prima, che hanno portato ad accumulare studi su studi relativi alle “specie carismatiche”, e molte meno conoscenze sulle altre specie. Questo è legato anche al fatto che l’attuale sistema di valutazione della qualità scientifica dei ricercatori tende a premiare chi si occupa di argomenti mainstream, a discapito di chi studia habitat e specie che, pur essendo altrettanto meritevoli d’attenzione, suscitano meno interesse nel grande pubblico e, di conseguenza, in chi tiene in mano i cordoni della borsa.
Ma il problema sta anche nella divulgazione. Pensate a quanto sarebbe diverso l’impatto se qualcuno vi parlasse di quanto sia importante tutelare un intero habitat, accennando solo alla fine a tutte le specie che trarrebbero vantaggio dalla tutela di quell’habitat, o se invece quel qualcuno vi parlasse di quanto sia rara e minacciata una singola specie, e solo alla fine accennasse al fatto che la aiuterebbe tutelarne l’habitat. La sostanza cambia forse di poco, ma il messaggio che passa è diversissimo, soprattutto per chi, come la maggior parte del grande pubblico, ha conoscenze solo superficiali sull’ecologia. Bene (anzi, male): purtroppo la maggior parte degli interventi (dirette, post, ecc.) che si vedono sui social da parte di naturalisti che godono di buon seguito sono del secondo tipo. Così non va bene.
La seconda carenza, ancora più pesante: non tutti gli habitat possono avere la fortuna di ospitare delle “specie carismatiche” su cui puntare per ‘farsi pubblicità’ e ottenere attenzioni e fondi mirati alla conservazione. In questo caso che fare, lasciarli andare in malora?

Ci si può anche accontentare di conservare solo quelle specie che piacciono al grande pubblico, o in alternativa dire che i fondi vengono usati per quelle specie e poi invece usarli per misure di conservazione finalizzate anche ad altro.
Tralasciamo l’aspetto etico secondo cui è inaccettabile in ogni caso mentire sul modo in cui vengono impiegati fondi pubblici, o, peggio ancora, fondi raccolti da privati usando qualcosa come pretesto per poi invece farne qualcos’altro.
Questo è sicuramente l’errore più grosso che si possa fare, perché se si continua a ricorrere ad espedienti di questo tipo, non si riuscirà mai a far capire al grande pubblico i veri problemi, e di conseguenza questi rimarranno tali, continuando a fare danni e ad impedire un corretto approccio alla conservazione.
Sotto questa prospettiva, la cosa fondamentale è fare corretta divulgazione. Solo in questo modo sarà possibile far capire davvero al grande pubblico quali sono i concetti corretti e perché. Ma ci vogliono tempo, fatica, e soprattutto ci vorrebbero (anche qui) dei fondi per corrispondere il giusto compenso a naturalisti ben preparati che dovrebbero occuparsene. Purtroppo sembra che nessuno sia ancora disposto ad investire queste tre risorse fondamentali in un’impresa del genere, nonostante sia sempre più disperatamente necessaria. Pare che i sotterfugi vengano ancora preferiti.

Tutti gli habitat naturali che vengono ripristinati con i fondi pubblici devono poi essere fruibili per le persone.
NO.
Ripeto: NO.
È preciso dovere morale di tutti, dall’Unione Europea al singolo cittadino, contribuire a tutelare il patrimonio naturalistico del territorio. La tutela di aree alle quali venga interdetto l’ingresso è fondamentale per la preservazione di habitat particolarmente delicati e delle specie che li abitano, che possono risentire in modo sensibile anche di un disturbo che a noi sembra minimo. Chi grida allo scandalo se dei fondi pubblici vengono usati per ripristinare habitat naturali o reintrodurre specie minacciate in siti nei quali viene poi vietato l’accesso all’uomo, non ha capito assolutamente nulla di quello che è il senso della conservazione della natura: proteggere gli habitat (e le specie) per il loro bene e perché è giusto farlo, non perché ci si possa poi andare a fare la passeggiatina domenicale.

Concludendo...
A mio avviso, i grandi problemi che impediscono l’affermarsi di una corretta visione – cioè una conservazione basata sugli habitat anziché sulle specie – sono tre: i gusti del grande pubblico, l’esagerato antropocentrismo che ancora domina la nostra società e la disinformazione. I primi due sono talmente radicati che è difficilissimo far cambiare l’atteggiamento, ma combattere nel modo corretto il terzo problema può essere d’aiuto per cominciare ad intaccare anche gli altri due.
Divulgazione e sensibilizzazione, quindi, ma fatte a dovere. Restando nell’ambito dei progetti Life, un esempio virtuoso è secondo me il Life ASAP, incentrato sulla sensibilizzazione al problema delle specie invasive. Altro esempio – sono di parte, ma lavorandoci so che le cose vengono fatte a dovere – è il Life DRYLANDS, che, incentrato proprio sulla tutela degli habitat, parla anche di specie, ma sempre sottolineando che le specie traggono beneficio dal fatto che vengano mantenuti ben conservati i loro habitat.
Insomma, buoni esempi ci sono. Vogliamo deciderci a seguirli!?


Bibliografia
Mammola S., Riccardi N., Prié V., Cardoso P., Lopes-Lima M., Sousa R. 2020. Towards a taxonomically unbiased European Union biodiversity strategy for 2030. Proceedings of the Royal Society B – Biological Sciences 287: 20202166.


Note
[1] Un esempio (non così lontano dal vero…): poniamo che in un appezzamento forestale di conifere lasciato indisturbato da più di un secolo si vada ad intervenire con dei tagli selettivi di alberi vecchi per aprire un po’ il bosco e generare legno morto, utile per alcune cosiddette “specie ombrello” carismatiche come il picchio nero e la Rosalia alpina. Alla fine del cosiddetto ‘miglioramento ambientale’, picchio nero, rosalia, e tutte le specie con la stessa ecologia forse staranno meglio; sicuramente non sarà così per tutte quelle specie molto meno ‘carismatiche’ (ma magari più rare!), come quelle piante vascolari, briofite e licheni che trovavano invece le caratteristiche adeguate del loro habitat proprio in appezzamenti forestali vecchi e densi, per i quali quindi il diradamento si rivelerà deleterio andando a scombinare completamente le condizioni ecologiche del microhabitat di cui quelle specie necessitavano.

Il 6 agosto 2019, Borgo San Paolo si risveglia attanagliato dal terrore. Un terremoto? Un bombardamento aereo? L’ennesima trovata male gestita di John Hammond? Il risveglio di Godzilla? Il ritorno di Sauron?
No, molto peggio: sono ricomparse le inquietanti libellule impazzite! In volo per le strade, attorno ai palazzi, sfrecciando davanti alle finestre, e poi osando addirittura posarsi sui balconi, sui muri e sui fili per stendere la biancheria per il riposo notturno, ampiamente meritato dopo una faticosa giornata trascorsa a fare incetta di moscerini e zanzare e a terrorizzare i passanti. “Molta la preoccupazione dei cittadini“, al punto che “i gruppi Facebook del quartiere vengono intasati da segnalazioni“, strilla infatti l’articolucolastro [1] sensazionalistico di turno.

A un anno da questo ennesimo, drammatico episodio di disagio, trovo finalmente la forza per tracciare un bilancio di quello stesso disagio. E mi riferisco a quello suscitato dai commenti lasciati sotto a questa notizia da improvvisati sapientoni o catastrofisti, non certo alle emozioni suscitate dagli sciami di libellule migranti.

Ma è mai possibile che ogni volta che a Torino passano le Anax ephippiger – perché proprio di questa ben precisa specie si tratta – io debba rimettermi a scrivere di quest’argomento!?
Non me lo chiede nessuno, è vero, anzi probabilmente le poche persone che mi leggono sono anche stufe che lo faccia; ma non riesco a farne a meno, perché ogni santa volta che succede – quindi ormai quasi ogni anno – fioccano gli articolucolastri che provvedono a fare dell’esemplare DIS-informazione in merito.
Il disagio viene ulteriormente esacerbato da quello che al giorno d’oggi la gente sa fare meglio di qualsiasi altra cosa: perdere l’occasione di tenere la bocca chiusa.
E così ecco che fioccano anche i commenti, uno più inutile ed ignorante dell’altro, di personaggi che si sentono in dovere di dire la loro su argomenti dei quali sanno meno che niente. Nulla di nuovo sotto il sole, ma, mentre non mi permetterei mai di dire la mia sulla politica internazionale o sulle scelte economiche dell’UE, almeno in questo caso sento di avere voce in capitolo. E quindi scrivo.

Perciò, (ri)eccomi qua.
Ho già detto tutto il dicibile sull’argomento (v. appendice), quindi questa volta intendo concentrarmi proprio sui commenti, o meglio sui tipi di commentatori di cui mi lamentavo qualche frase fa. Per vedere l’effetto che fa smontare le cavolate una ad una.

Peraltro questo è proprio il periodo in cui negli anni scorsi iniziavano ad arrivare le Anax ephippiger. Per ora, in questo strano 2020, ancora nessun accenno di una nuova ‘invasione’. Anche perché è un’estate piuttosto fresca rispetto alle precedenti, e finora gli sciami si sono visti in estati calde.
Tuttavia, in via preventiva, ho deciso di postare questo pezzo che avevo iniziato l’anno scorso e che poi avevo lasciato perdere. Così sarà qui, bello pronto, in caso servisse rimbrottare qualche commento cretino che sicuramente salterà fuori sui social se anche quest’anno – o nelle estati venture – avremo un passaggio così evidente di libellule migranti in qualche zona densamente popolata.

Much ado about nothing.

Il saccente a vanvera
Uno dei tipi di commentatore più frequente è quello che vuol fare vedere che la sa lunga. Peccato che in genere non sappia proprio un bel niente.
Le libellule sono state piuttosto limitate anche in passato […] vederne così tante in blocco significa che qualche equilibrio si è modificato“.
Non sai di cosa stai parlando (1): tanto per cominciare, ribadisco ancora una volta che di libellule ne esistono svariate specie, e ogni specie è un discorso a sè. In linea generale, comunque, l’abbondanza di individui sembra fosse davvero più elevata in passato (basta sentire i racconti sugli sciami di Sympetrum che circolavano nelle campagne fino agli anni ’70, nemmeno paragonabili alle quantità molto più esigue che se ne osservano oggi).
Non sai di cosa stai parlando (2): sempre per il fatto che di libellule ne esistono diverse specie, ognuna di queste specie ha dei comportamenti peculiari che possono essere diversi da quelli delle altre libellule. E così come non vedremo mai uno sciame di Ophiogomphus cecilia o di Oxygastra curtisii, è altrettanto noto che invece per Anax ephippiger – la specie in questione – è normale routine andarsene a spasso in sciami da centinaia di individui.
Potrebbe essere un buono spunto, ma comunque non sai di cosa stai parlando (3): oggi lo sanno anche i sassi – benché alcuni più duri dei sassi non lo capiscano, o non lo vogliano capire – che il cambiamento climatico sta modificando un numero incalcolabile di dinamiche a scala globale, quindi per darsi l’aria di sapientoni basta buttare lì a caso una mezza frase sugli ‘equilibri che stanno cambiando’ e via, sembra di aver detto qualcosa di brillante. Peccato che se poi arriva a leggere qualcuno che invece sa di cosa si sta parlando…
Ciliegina sulla torta: “non disdegnerei di pensare anche a qualche allevamento che le ha liberate“. Paradossalmente, questo ha quasi più senso del commento precedente: ormai si sta diffondendo l’usanza di allevare farfalle anche per liberarle in blocco ad eventi come matrimoni (…tralasciamo considerazioni sull’eticità di questa genialata…), quindi perché non pensare che qualcuno si metta ad allevare anche libellule. E che poi le liberi. Così, a casaccio.

Il saccente un po’ più informato
I saccenti informati in genere non sono abbastanza informati da non dire almeno una cavolata qua e là, e si vede. A titolo di esempio ne riporto uno che mi ha particolarmente colpito, e che tra le altre cose recitava “Non sono libellule, sono damigelle, insetti molto simili. Li si riconosce perché quando si posano chiudono le ali. Le libellule le tengono aperte“. Peccato che le foto che corredavano l’articolo mostrassero chiaramente le Anax ephippiger posate con le ali ben spalancate, confermando che, sebbene il principio enunciato dal commento fosse esatto, chi l’aveva scritto non era stato molto accurato nell’osservare le foto.
Piccolo inciso: la regola generale così come enunciata è anche vera, ma ricordate sempre che le eccezioni possono capitare. Basti pensare alle Lestes, che sono damigelle (=Zigotteri) ma si posano con le ali semiaperte. E nulla vieta che in particolari condizioni (es. notti molto fredde) anche le libellule (=Anisotteri) possano restare posate con le ali semichiuse o chiuse.

Il saccente scettico (e borioso)
Sono scoppiato a ridere leggendo un commento che, in risposta a uno precedente che sosteneva che fosse ‘perfettamente normale‘ vedere uno sciame di Anax ephippiger a Torino all’inizio di agosto, sentenziava: “Perfettamente normale? Negli scorsi anni a Torino è mai successa una cosa del genere? Se la risposta, come immagino, è no, allora non è ‘perfettamente normale’“.
Mio caro, immagini male: a parte che succedeva già nell’Ottocento (e proprio a Torino!), ma comunque negli ultimi anni è successo quasi ogni estate (v. appendice). Anche in questo caso come nei precedenti, prima informarsi e poi tacere sono due opzioni che andrebbero attentamente vagliate e, soprattutto, eseguite.

Il “di tutta l’erba un fascio”
Come scrivo fin dalla prima puntata di questa serie di post sulle libellule migranti, l’equivoco più grosso – alimentato dagli articolucolastri e purtroppo ben radicato in molti non-addetti-ai-lavori – è la convinzione che “LA libellulA” sia un’unica specie animale. E così fioccano commenti generalisti come “anche dalle mie parti si ricomincia a vedere questo insetto che si nutre di zanzare, bentornata libellula!“.
L’altra cosa deprecabile – chi segue il blog da un po’ avrà già intuito dove sto per andare a parare – è questo modo di pensare tale per cui si saluta con gioia l’arrivo di un animale solo perché l’uomo ne trae un qualche vantaggio. ‘LA’ libellula mangia le zanzare? Evviva, benvenuta! Se invece che mangiarle si comportasse come loro, immagino che l’accoglienza sarebbe ben diversa (d’altronde insetti succhiasangue lunghi 7-8 cm metterebbero una certa inquietudine anche al sottoscritto).

Il catastrofista
Su chi assimila gli sciami di libellule a quelli di cavallette come fossero una sorta di presagio nefasto o di castigo divino, nemmeno mi esprimo (salvo un caso in particolare nel paragrafo successivo).
C’è comunque una sfaccettatura catastrofistica ben più comprensibile, e in parte anche giustificata, cui accennavo anche prima: il cambiamento climatico. Come già detto, chi tira in ballo i cambiamenti climatici spesso lo fa a vanvera e per semplice sentito dire, ma in questo caso tutti i torti non li ha. È verissimo che le ‘invasioni’ di Anax ephippiger sono riportate fin dall’Ottocento e da allora si sono saltuariamente verificate (e solo perché non ne abbiamo una documentazione, non significa che non avvenissero anche prima). È però altrettanto vero che nell’ultimo decennio di sono verificate con una frequenza maggiore – quasi ogni anno – anche se non è chiaro se effettivamente sia aumentata la frequenza del fenomeno o se invece sia solo aumentata la frequenza delle persone che lo notano. Certo è però che l’anno scorso insieme alle ephippiger è arrivata anche Pantala flavescens: si tratta di una specie migratrice nota per essere quella che tra le libellule copre le distanze maggiori, un’autentica globe trotter, ma comunque legata a climi caldi; il fatto che nel suo girovagare sia capitata vicino a Torino [2] dovrebbe far riflettere ancora di più sul fatto che il riscaldamento globale è una realtà sempre più impellente.

Il “un insetto vale l’altro”
In un mondo sempre più secolarizzato, gli echi di religiosa memoria ritornano solamente quando capita qualcosa un po’ fuori dal comune. Ecco quindi che un’invasione di insetti deve per forza riguardare le terribili cavallette da piaga biblica: in questo caso la fesseria l’ha detta non un commentatore ma direttamente la ‘testata giornalistica’ che ha riportato la notizia, che ha poi provveduto tempestivamente a correggere il titolo dell’articolucolastro dopo che alcuni commentatori avevano stigmatizzato l’errore…peccato che la prova sia rimasta nell’URL della pagina su cui si legge la notizia, che a differenza del titolo non era modificabile!
No, non lo linko: la mia politica è di non regalare ulteriori clic a qualcosa di tanto becero.

L’entusiasta
È anche bello vedere che tra tutti gli sparatori di cavolate c’è per fortuna anche qualcuno che invece si dimostra ben contento dell’arrivo in massa delle libellule, e – cosa che io senz’altro apprezzo – lo fa con genuino amore per la natura senza nemmeno il pensiero utilitaristico della lotta alle zanzare. Alcuni auspicano “Spero che nessuno vorrà ingaggiare battaglia con insetticidi“, altri invitano chi si lamenta di un innocuo sciame di libellule a catturarle e liberarle da loro. Queste sono cose che è anche bello leggere.
Purtroppo, per quanto questa categoria abbia tutta la mia simpatia, le cavolate sono universali, e di conseguenza sparabili anche da chi è a favore di qualcosa invece che contro. Qui ricadiamo in genere in qualcosa di già sottolineato in uno dei casi precedenti, e il concetto, ormai ripetuto fino alla nausea (la mia!), è sempre lo stesso: NON-ESISTE-UNA-SOLA-SPECIE-DI-LIBELLULA-MA-TANTE-!
Perciò, uno sciame di Anax ephippiger che transita per Torino:
non vuol dire che tutte le libellule vivono bene in città,
non vuol dire che l’aria è meno inquinata,
non vuol dire che in agricoltura vengono usati meno pesticidi,
non vuol dire che le acque interne sono meno inquinate,
non vuol dire che il verde urbano è un habitat favorevole per gli animali selvatici,
non vuol dire che la natura si sta riappropriando delle città (tema super in voga quest’anno);
vuol dire semplicemente che uno sciame DI QUELLA BEN PRECISA SPECIE DI LIBELLULA sta transitando per Torino. FINE.
E scusate i maiuscoli.

Lo stigmatizzatore
Ringrazio di cuore questa ultima categoria, che rimproverando (a piena ragione) questo modo di fare ‘giornalismo’ mi solleva dalla fatica di mettermi a farlo io stesso.
Due esempi:
Aree “colpite”? Le parole non sono neutre, dovreste saperlo e usarle con più attenzione e precisione.
Mi domando e mi chiedo. In un periodo storico così tragico per il pianeta intero, dove l’intero sistema è sempre più compromesso, c’è tutto questo bisogno di fare clickbait con questi argomenti? ‘hanno colpito’, ‘una vera e propria invasione’… Mi piacerebbe che l’autore mi rispondesse e mi spiegasse il perchè di certi termini.
Grazie, grazie, grazie.
[Ovviamente l’autore non risponde mai, probabilmente non per scortesia ma perché, poverino, è già impegnato a scrivere la successiva cretinata di 4 righe da postare il giorno dopo per l’ennesimo clickbait, peraltro una lunghezza infinita per qualcuno che scrive cose di questo livello]


*** Appendice ***
Leggete anche le puntate precedenti, in cui sono stato meno sarcastico e più professionale:
I. L’invasione delle inquietanti libellule impazzite
II. L’invasione delle inquietanti libellule impazzite – il sequel
III. A volte ritornano – ancora sugli sciami di Anax ephippiger


*** Note ***
[1] Indeciso tra ‘articolucolo’ e ‘articolastro’, ho optato per coniare questo alitterativo neologismo. Non me ne voglia l’Accademia della Crusca.
[2] Piretta L., Assandri G. 2019. First record of the migrant dragonfly Pantala flavescens for the mainland Italy (Insecta: Odonata). Fragmenta Entomologica 51 (2): 247-250.

 

Scrivo questa recensione a fine maggio, mentre i Delphinium nell’aiuola di fronte all’ingresso di casa sono visitati da operosi e ronzanti bombi degli orti (Bombus hortuorum) e dei pascoli (Bombus pascuorum). C’è in particolare un colossale individuo di hortuorum – che immagino sia una regina che ancora deve fondare la sua colonia o che sta nutrendo la prima infornata di operaie – che passa senza sosta da una pianta all’altra, immergendo completamente la testa in ogni fiore per fare in modo che la lunghissima lingua riesca a raggiungere il nettare, collocato in profondità all’interno dello sperone. È talmente frenetica che nemmeno ritira la lingua mentre si sposta da un fiore all’altro.

bombo_regina

Tra le api selvatiche, quelle più conosciute sono sicuramente i bombi (genere Bombus). Si tratta di insetti per lo più sociali come l’ape domestica (Apis mellifera), le cui colonie sono però di dimensioni molto più contenute.
Le regine svernano in genere sotto terra e, quando viene il momento, si risvegliano, si rimpinzano di nettare e polline e poi trovano un sito adeguato per la nidificazione, secondo i gusti della propria specie. Cominceranno poi a dare vita alle prime operaie, che le aiuteranno ad allevare le figlie successive fino a fine estate, quando verranno finalmente generati i maschi e le nuove regine, le quali dopo l’accoppiamento andranno a svernare sotto terra per poi dare l’avvio ad un altro ciclo la primavera seguente.

Raccontato così sembra semplice, ma la cruda realtà è molto più difficile. Ogni step di questo ciclo è carico di minacce che possono in qualsiasi momento compromettere il buon esito di questo percorso all’apparenza così lineare, uccidendo la regina, distruggendo la colonia, o addirittura facendo scomparire del tutto un’intera specie di bombo. Non ultima, ovviamente, la perdita degli habitat, che si stima essere la prima causa di estinzione al mondo; causa alla quale nemmeno i bombi si sottraggono, specialmente le specie più delicate. Ma anche a scala più locale le minacce sono incalcolabili: condizioni meteorologiche avverse, regine pigre che cercano di usurpare la regina titolare per sottrarle nido e ‘sudditi’, bombi-cuculo (alcune specie di bombo che si comportano come cuculi, deponendo le loro uova nei nidi di altri bombi e lasciando a loro il compito di allevarli), parassitoidi, tassi affamati, ricercatori sbadati, sono solo un piccolo campionario dei problemi che affliggono le colonie di bombi.
Ed è un vero peccato, perché, al di là del valore intrinseco che costituiscono come componenti della biodiversità, i bombi hanno anche un elevato valore economico per l’uomo, dal momento che loro – e non le api domestiche! – contribuiscono alla maggior parte del lavoro necessario per impollinare molte piante di interesse alimentare – per dirne una: no bombi, no pomodori; e senza pomodori, addio ovviamente all’insalata di pomodori, ma anche al ketchup, alla passata (e quindi a un sacco di pastasciutte), alla parmigiana, alla pizza…

Tutto questo e molto altro viene raccontato in modo scientificamente preciso e molto godibile nel saggio Il ritorno della regina – le mie avventure con le api selvatiche [1] di Dave Goulson, che non è solamente un divulgatore molto coinvolgente, ma anche un ricercatore con esperienza pluridecennale, autentica autorità a livello mondiale sui bombi, nonché il fondatore del Bumblebee Conservation Trust (BBCT), associazione benefica che ha lo scopo, ovviamente, di tutelare i bombi attraverso azioni concrete mirate alla salvaguardia dei loro habitat e numerose azioni di divulgazione e sensibilizzazione dell’opinione pubblica sull’argomento.
Goulson ci guida passo a passo nel mondo dei bombi, facendoci conoscere gli aspetti più interessanti della vita di questi utilissimi insetti, seguendo la falsariga della sua carriera trascorsa a studiarli, e presentando quindi in modo dettagliato ma divulgativo le sue dirette esperienze di ricercatore scientifico. In merito a questo c’è da dire che una cosa molto bella del libro è che mostra onestamente al grande pubblico come avviene il lavoro degli scienziati: come dalle conoscenze già disponibili chi è esperto in un determinato argomento si faccia le domande che danno l’avvio alle sue ricerche, come si cerchino – attraverso tentativi e, tante volte, errori e batoste – le soluzioni più efficaci per dare una risposta a quelle domande, e anche come tante volte si finisca col prendere una cantonata e ci si ritrovi a dover ricominciare tutto da capo. Qualche volta già la domanda di partenza era sbagliata, qualche volta la domanda era ottima ma si è scelto di operare secondo un metodo rivelatosi solo a posteriori non ottimale, e qualche volta si è semplicemente sbagliato a interpretare ciò che si è osservato. Sono cose che capitano, nessuno è infallibile. L’atteggiamento del vero scienziato sta nell’avere l’umiltà di ammettere di avere sbagliato…per poi lanciarsi in una nuova ricerca, avendo imparato dalle esperienze negative come evitare (alcuni) errori.
Si tratta senza dubbio di un libro molto coinvolgente per chiunque sia interessato agli animali e/o abbia a cuore la salvaguardia dell’ambiente e della biodiversità. Magari da leggere in un assolato pomeriggio primaverile, magari proprio davanti ad un’aiuola fiorita in cui ronzano i bombi, che dopo questa lettura ci sembreranno ancora più familiari, con quella loro aria paciosa ma perennemente indaffarata e quei ronzanti sederoni pelosi che sporgono fuori dalla corolla di un fiore profondo mentre, dall’altro lato, la testa del proprietario si ingozza di nettare.

Il ritorno della regina – le mie avventure con le api selvatiche
di Dave Goulson – 2019, Hoepli, 232 pp.

bombo_goulson


Per saperne di più sui bombi…

I bombi sono insetti interessantissimi, che meriterebbero di essere conosciuti molto di più anche dal grande pubblico.

Il saggio sopra recensito è indubbiamente un’ottimo inizio per un’infarinatura generale sull’argomento, ma non contiene indicazioni su come identificare le specie. Inoltre l’Italia è molto diversa dalla Gran Bretagna, e come accade anche per moltissimi altri gruppi di organismi (non solamente animali) nella nostra penisola sono presenti più specie che nelle isole britanniche, anche di Bombus; di più, quindi, rispetto a quelle elencate nell’appendice del saggio di Goulson.

Esistono alcuni siti e libri in italiano che possono aiutare ad addentrarsi in questo mondo.

Sul sito bombus.it si possono trovare molte informazioni utili e si può scaricare gratuitamente il pdf della guida:
Intoppa F., Piazza M.G., Bolchi Serini G., Cornalba M. 2009. I bombi – guida al riconoscimento delle specie italiane. CRA – Unità di Ricerca di Apicoltura e Bachicoltura.

Molto interessante è anche il sito beewatching.it, relativo ad un progetto di Citizen Science che non riguarda solamente i bombi ma tutti gli Apidi (che in Italia sono un bel numero di specie), provvisto anche di utili fotografie a brevi note eco-etologiche sulle specie più diffuse.

Infine esiste anche una utile chiave (di cui è disponibile una versione interattiva online):
Cappellari A., Mei M., Lopresti M., Cerretti F. 2018. BumbleKey: an interactive key for the identification of bumblebees of Italy and Corsica (Hymenoptera, Apidae). ZooKeys 784: 127-138.

Vale la pena tenere in considerazione anche alcune utili fonti in inglese.

Imperdibile è ovviamente il sito ufficiale del Bumblebee Conservation Trust (BBCT). Raccomando in particolare di consultare la sezione che spiega come rendere il proprio giardino più accattivante per i bombi, attraverso la coltivazione di specie che producono fiori a loro graditi. Nell’ultimo decennio ha preso piede la moda del birdgardening, non vedo perché non dovrebbe venire alla moda anche il bumblebeegardening (che forse è pure più utile).

Passando a qualcosa di più accademico, il testo scientifico di sintesi sui bombi più quotato è proprio quello curato da Goulson:
Goulson D. 2003 [seconda edizione: 2010]. Bumblebees – behaviour, ecology and conservation. Oxford University Press.

Qualcosa di più divulgativo, ma comunque dai contenuti scientifici validissimi, è:
Benton T. 2006. Bumblebees. The New Naturalist series. Collins.

Per l’identificazione delle specie, pur contenendo solamente quelle britanniche (e quindi essendo, come dicevo prima, incompleti relativamente all’Italia), sono molto utili questi due testi illustrati:
Prys-Jones O., Corbet S. 2011 (terza edizione). Bumblebees. Naturalists’ Handbook series. Pelagic Publishing.
Falk S., Lewington R. 2015. Field guide to the bees of Great Britain and Ireland. Bloomsbury.

Infine, dal sito della solita Biodiversity Heritage Library si può scaricare gratuitamente il pdf del datato ma classico libro di Fredrick Sladen, che Goulson cita spesso come l’unica fonte nota su tanti comportamenti poco osservati nei bombi:
Sladen F.W.L. 1912. The humble-bee – its life-history and how to domesticate it. Macmillan & co., London.

Ulteriori consigli di lettura si possono trovare nella sezione dedicata sul sito del BBCT.


Note
[1] Il titolo originale, A sting in the tale, è un gioco di parole: a sting in the tail (lett. una puntura nella coda) è un modo di dire inglese che indica una conclusione inaspettata – generalmente spiacevole – di qualcosa; Goulson ha sostituito tail (coda) con tale (racconto), dimodocché il senso letterale potrebbe essere un pungiglione nel racconto (sting significa sia puntura sia pungiglione). Ricalca comunque il senso del modo di dire, dal momento che il finale del saggio è un po’ agrodolce. Era comunque un gioco di parole non facile da rendere bene in italiano, ed è stato preferito dare al libro il significativo titolo dell’ultimo capitolo – che oltre ad essere attinente sempre all’ultimo capitolo, richiama anche un po’ Tolkien, il che non guasta mai.

 

Gli svizzeri Robert furono una prolifica famiglia di prolifici artisti: già Louis Léopold Robert (1794-1835) e il fratello Aurèle Robert (1805-1871) furono noti ai loro tempi come talentuosi pittori. Uno dei figli di Aurèle, Léo-Paul (1851-1923), intraprese anch’egli la strada della pittura, e sebbene agli inizi della sua carriera si occupasse di altri soggetti, nell’ultima parte passò a dedicarsi a soggetti naturalistici, dipingendo in particolare acquerelli di uccelli e bruchi. I tre figli di Léo-Paul diventarono a loro volta artisti, e i due che hanno già da tempo catturato la mia attenzione, avendo ereditato dal padre entrambe le passioni, per la natura oltre che per la pittura, sono Philippe (1881-1930) e Paul-André (1901-1977).

Philippe fu avviato allo studio della teologia, che interruppe nel 1905 per dedicarsi all’arte. Viaggiò quindi per un paio d’anni in Europa centrale (Germania, Paesi Bassi, Francia), e, più tardi, anche in Inghilterra, Grecia ed Egitto. Si occupò soprattutto di paesaggi e ritratti, ma con numerose digressioni da questi generi – ad esempio realizzò gli affreschi allegorici per l’interno della sala d’attesa della stazione di Biel/Bienne (1923).
Una delle sue prima opere in ambito naturalistico fu l’illustrazione delle piante delle Alpi per La Flore Alpine (1908) [1] di Henry Correvon (1854-1939), un personaggio che meriterebbe un articolo tutto per sè (e che presto avrà!). Correvon era un botanico, ma anche un giardiniere e floricoltore, specializzato in particolare nelle piante alpine, argomento sul quale aveva già pubblicato diversi libri prima della fine dell’Ottocento. Per quanto interessanti nei contenuti, nessuno di questi libri aveva mai avuto un’iconografia veramente notevole, ma le cose cambiarono grazie al sodalizio con Philippe Robert. Le 100 tavole realizzate da Robert raffigurano a colori 176 specie in modo estremamente realistico, coniugando sapientemente uno stile artistico dal gusto di Belle Époque con la necessaria precisione scientifica. Il libro dovette avere un certo successo, visto che un editore britannico chiese insistentemente ed infine ottenne di poterlo pubblicare tradotto in inglese (1911) [2].
L’altro lavoro botanico – marcatamente più artistico che scientifico – per il quale Philippe è ricordato consiste nella serie di illustrazioni delle Feuilles d’Automne (1909) [3]. Vi si mescolano illustrazioni realistiche di foglie secche e motivi decorativi geometrici ispirati ad esse, similmente a quanto avveniva nei libri di ispirazione botanica di Maurice Pillard Verneuil. Meno noti sono alcuni dipinti, ancora piuttosto immaturi a dire il vero, in cui Philippe dipinse dal vero tronchi d’alberi e ceppaie ricoperti di muschi.

Alcune tavole disegnate da Philippe Robert per la Flore Alpine. Da [1].

Diversamente dai fratelli, Paul-André venne fin da subito iniziato all’arte direttamente dal padre (che forse ormai aveva capito che il gene dell’arte era troppo radicato nella famiglia per tentare di indirizzarlo verso altro). Collaborò strettamente col genitore fino alla sua morte, e ne proseguì il lavoro, sviluppando però nel frattempo anche degli interessi propri, in cui la pittura andava sempre a braccetto con le Scienze Naturali.
Come illustratore naturalistico fu molto più versatile dei parenti, dipingendo sì prevalentemente insetti [4, 5, 6], ma anche piante, fiori tropicali e perfino funghi [7], molti dei quali rimasti incompleti ma ugualmente molto realistici. E, mentre tutto il resto della famiglia si cimentò regolarmente anche in ritratti e paesaggi, Paul-André fu l’unico che dipinse quasi esclusivamente soggetti naturalistici.

Alcune tavole di Paul-André Robert che rappresentano le farfalle raffigurate nei loro habitat naturali, circondate dalle piante che vi si trovano più caratteristicamente. Anche se fungono solamente da contorno, le piante sono rappresentate in modo molto fedele alla realtà. Da [4].

La grande competenza di Paul-André in ambito naturalistico, derivante certamente anche da uno spiccato spirito d’osservazione, si tradusse nella capacità di rappresentare scene con sfondi vegetali davvero realistici, anche quando il focus dell’opera era sugli animali. L’apice di questa abilità la raggiunse nelle illustrazioni del suo libro sulle libellule [5], un grande classico per tutti gli appassionati di questi insetti.
Gli Odonati furono probabilmente la più grande passione di Paul-André, che è un riferimento non solo artistico ma anche scientifico per gli odonatologi centroeuropei. Recentemente la sua fenomenale collezione di dipinti che raffigurano le larve di tutte le libellule europee, nella loro interezza e in alcuni casi anche con alcuni particolari ingranditi, è stata raccolta in un volume [6] che consente di ammirare la grandissima precisione con cui quei dipinti furono realizzati, a partire dall’osservazione di esemplari catturati in natura ed allevati in acquario dallo stesso Paul-André. A distanza di decenni, quelle illustrazioni sono ancora un validissimo supporto per l’identificazione delle larve (e delle esuvie) degli Odonati europei.

Robert-PaulAndre-Libellules-1

La tavola che raffigura Sympecma fusca è perfettamente esplicativa della capacità di illustrare realisticamente la natura di cui era dotato Paul-André Robert. Oltre ai singoli elementi, molta attenzione è data a come questi inquadrano il contesto. Sympecma fusca è una delle pochissime libellule che svernano allo stadio adulto. Paul-André scelse di rappresentarla alla fine dell’ibernamento invernale: il contesto è delineato in modo inequivocabile dalla livrea molto scura della libellula (alla fine dell’inverno è effettivamente così, mentre i nuovi nati dell’estate avranno una livrea più chiara e brillante) e dalle piante fiorite sullo sfondo, tra le quali si riconoscono chiaramente Primula vulgaris e Hepatica nobilis, due piante che fioriscono alla fine dell’inverno proprio negli habitat di svernamento di Sympecma fusca, costituiti in genere da boschetti. Da [5].

Robert-PaulAndre-Libellules-2

Paul-André Robert padroneggiava anche il disegno a tratto, spesso usato nei manuali di entomologia per rappresentare in modo più ‘pulito’ i particolari utili per l’identificazione delle specie; in questa tavola sono raffigurate le estremità addominali delle specie di Aeshnidae e Gomphidae presenti in Svizzera. Da [5].

Il terreno comune dei due fratelli furono le piante alpine, poiché a un certo punto anche Paul-André si dedicò ad esse, dipingendo alcune decine di tavole per i due volumi della Flore et végétation des Alpes di Claude Favarger (1913-2006) [8]. Sono però tavole molto diverse da quelle di Philippe: rappresentano infatti le piante alpine nel loro ambiente naturale, in comunità vegetali multispecifiche, ben strutturate e del tutto simili a quelle che si ritrovano in natura. Una scelta molto diversa, dovuta sicuramente anche al fatto che i temi delle due opere erano differenti: Philippe illustrò una flora, e doveva quindi far risaltare i caratteri diagnostici delle singole specie, mentre Paul-André illustrò un testo sulla vegetazione, in cui era più importante evidenziare la comunità vegetale nel suo aspetto complessivo piuttosto che le singole specie. Ciascuno dei due fu in grado di adottare la soluzione più efficace per adempiere allo scopo dell’opera che andava ad illustrare.
Le piante di Pilippe, solitarie dentro ai loro riquadri, con quegli steli sinuosi e con quei tenui sfondi monocromatici, non possono non far pensare ad un influsso di Art Nouveau, dal quale a mio parere non fu totalmente immune nemmeno Paul-André: soprattutto nelle tavole sulle farfalle si avverte questo influsso anche su di lui. E sebbene la mano sia diversa da quella di Philippe, in qualche modo sembra però quasi di percepire che le due mani sono legate da una parentela.

Robert-confronto-stili

Le due differenti soluzioni con cui i due Robert illustrarono le medesime piante: a sinistra le tavole singole di Philippe su Pinguicola alpina, Pinguicola vulgaris, Saxifraga stellata e Saxifraga azoides, a destra la tavola di Paul-André relativa alla comunità vegetale costituita da queste specie. Le tavole di Philippe sono indubbiamente più efficaci se abbiamo bisogno dei dettagli utili per identificare la pianta, mentre quella di Paul-André rappresenta fedelmente la situazione d’insieme nella quale queste specie si trovano in natura. Da [1] e [8].

Gran parte dei dipinti naturalistici dei due fratelli e del padre sono conservati nella Collection Robert, collocata nel Nuovo Museo di Biel/Bienne (Cantone Berna) e consultabile online a questo link – sul sito sono visibili solo in piccolo formato, ma è già qualcosa.


Note

[1] Correvon H. & Robert P. 1908. La Flore Alpine. Delachaux & Niestlé, Neuchatel & Paris.

[2] Correvon H. & Robert P. 1911. The Alpine Flora. Methuen & co., London.

[3] Robert P. 1909. Feuilles d’Automne. Ried ob Biel, Biel/Bienne.

[4] Robert P.-A. 1934. Les Papillons dans la nature. Delachaux & Niestlé, Neuchatel & Paris.

[5] Robert P.-A. 1958. Les Libellules. Delachaux & Niestlé, Neuchatel & Paris.

[6] Robert P.-A. (edito da Brochard C.) 2018. Les larves des libellules de Paul-André Robert: l’oeuvre d’une vie / Die Libellenlarven von Paul-André Robert: sein Lebenswerk. KNNV Uitgeverij, The Netherlands.

[7] Jaccottet J. & Robert P.-A. 1925. Les Champignons dans la nature. Delachaux & Niestlé, Neuchatel & Paris.

[8] Favarger C. 1962-1966 [ristampato nel 1994]. Flore et végétation des Alpes. Delachaux & Niestlé, Neuchatel & Paris. 2 voll.

 

Piante e fiori sono elementi ricorrenti nell’Art Nouveau: l’osservazione, la ripresa e la reinterpretazione degli elementi naturali sono parte integrante della filosofia di base di questo movimento artistico che si sviluppò in Europa tra l’ultimo decennio dell’Ottocento e il primo del Novecento, zenit ed elegante conclusione della Belle Époque.

Si possono ricordare molti lavori dei principali esponenti di questo movimento in cui le piante, magari semplicemente facendo da cornice, hanno comunque un ruolo che viene facilmente notato. Anche il grandissimo Alphonse Mucha decorò molte delle sue opere più iconiche con elementi vegetali, basti pensare alle opulente cornici delle tavole delle Cloches de Nöel et de Pâques, costituite quasi esclusivamente da ricchi motivi floreali disposti geometricamente. Le piante gli diedero ispirazione anche per numerosi motivi illustrati nel suo classico Documents Decoratifs, un manuale di decorazione che insegnava a prendere spunto da svariati elementi e a rielaborarli in chiave artistica.
Nel periodo dell’Art Nouveau e dell’Art Déco non era infatti inconsueto che artisti famosi pubblicassero dei manuali in cui scatenavano la fantasia, proponendo delle possibili applicazioni artistiche spesso ispirate ad elementi naturali; alcuni, come appunto il Documents Decoratifs di Mucha, che è probabilmente l’esempio più noto, ai tempi furono dei veri best-sellers. Quelli di Verneuil sono però, a mia conoscenza, gli unici che, pur inserendosi appieno in questa usanza più ampia, si occupano esclusivamente di elementi botanici e danno risalto anche all’aspetto naturalistico delle piante, e non solamente a quello estetico.

Maurice Pillard Verneuil (1869-1942) nacque in Francia, a Saint-Quentin, e dopo il liceo cominciò a sviluppare un forte interesse per l’arte che lo portò ad iscriversi alla Ecole Guérin nel 1892, proprio durante l’ascesa dell’emergente Art Nouveau. Lì conobbe l’artista svizzero Eugène Grasset (1845-1917), che fu suo maestro e, riconoscendone il talento, già a partire dal 1896 lo coinvolse in diversi progetti artistici.

I contributi di Verneuil a quella che potremmo definire “botanica applicata all’arte” sono sostanzialmente due: La plante et ses applications ornementales, realizzato in collaborazione con Grasset e altri allievi del maestro svizzero, e Etude de la Plante – son application aux industries d’art, pubblicato dal solo Verneuil una decina di anni dopo.
Per quanto simili nei contenuti grafici, e fino ad un certo punto anche nel tratto (dal momento che l’illustratore, almeno in parte, era sempre lo stesso), i due libri sono però piuttosto diversi per quanto riguarda il filo conduttore a livello concettuale.

Il primo presenta in modo molto succinto l’idea di Grasset sull’arte e l’utilità di ispirarsi alla natura e poi consiste in pratica in una collezione di 69 tavole raffiguranti 23 specie di piante; per ogni specie vengono riportate una tavola che la raffigura in modo realistico e altre due tavole che ne mostrano possibili applicazioni all’arte, ideate e sviluppate dagli autori: motivi geometrici, vetrate, piastrelle, tessuti, merletti, gioielli, vasellame, particolari di mobili, tutto ispirato alle forme create dalla natura in quei fiori. Insomma, più che un manuale, una serie di esercizi e proposte da cui prendere spunto.

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Le tre tavole sull’Aquilegia nel La plante et ses applications ornementales

Il secondo invece è profondamente diverso, e consiste in un manuale vero e proprio, in cui Verneuil si dilunga nella descrizione di ragionamenti e procedimenti che portano a produrre oggetti artistici di qualità. Anche in questo caso, oltre alle tavole strettamente botaniche sono presenti anche illustrazioni che propongono idee su come sfruttare le forme vegetali, ma si trovano disperse tra i testi, organizzate in modo da seguire la trattazione per argomenti e, graficamente, quasi in modo che il testo stesso entri a far parte integrante dell’illustrazione.
I vari capitoli riguardano i possibili prodotti dell’artista/artigiano, dando consigli su come realizzarli al meglio della tecnica ed ispirandosi al mondo delle piante. Il primo capitolo però è propedeutico all’arte, trattandosi sostazialmente un riassunto di botanica generale che parla dell’osservazione e dello studio delle piante, indispensabile per coglierne veramente le caratteristiche da tradurre poi nella stilizzazione artistica.

Chiaramente è nell’Etude de la Plante che Verneuil riesce ad esprimersi appieno e a mostrare il suo vero talento contemporaneamente di illustratore botanico e artista a tutto tondo. Confrontando le tavole delle due opere si nota subito che il suo stile è più frizzante ed anticonformista rispetto a quello del suo maestro Grasset [1].

Verneuil-Grasset-cfr-naturalisti-impiccioni

Le tavole che raffigurano l’Aquilegia nel La Plante et ses applications (sinistra) e nell’Etude de la Plante (destra): salta subito all’occhio che Verneuil ha un suo modo molto personale, e molto efficace a mio parere, di comporre le tavole. Quelle prodotte insieme a Grasset, per quanto belle, sono più tradizionali e ‘statiche’: il fiore se ne sta al suo posto dentro la tavola, mentre dell’Etude de la Plante spesso e volentieri fa capolino fuori, il che rende le tavole in qualche modo più ‘vive’. Inoltre le rappresentazioni dell’Etude de la Plante sono anche più particolareggiate, e quindi più realistiche.

Non si può non restare impressionati dalla conoscenza botanica di Verneuil, che con le sue illustrazioni delle specie dimostra di essere non solamente un valido artista, ma anche un attento osservatore, un vero naturalista. Certo, anche in altri artisti si nota una scrupolosa osservazione delle piante: i fiori e le foglie di Mucha, per nominarlo ancora una volta, sono altrettanto realistici. Ma Verneuil dà proprio l’impressione di avere anche un interesse personale per la botanica, visto quanto sono dettagliate ed esaustive le sue molte tavole in cui le piante da fiore vengono rappresentate di per sé, e non già stilizzate ad ornamento di qualcos’altro.
Molto interessante per rendersi pienamente conto di ciò è la serie di illustrazioni sulla Branc-ursine [2] (pp. 21-29), la specie che ha più tavole in assoluto nell’opera: Verneuil raffigura infatti la pianta nel suo insieme, ma anche particolari delle foglie, della simmetria dell’infiorescenza, dei singoli fiori, e perfino dei frutti a vari stadi di maturazione. Presenta poi alcune proposte su come utilizzarne le forme per creazioni artistiche come motivi decorativi (p. 232) o gioielli (pp. 315-316).
Una tale costanza e precisione nell’osservazione implica certamente una grande passione, oltre che una grande fantasia nell’inventarsi delle applicazioni ingegnose delle forme osservate, e naturalmente una grande abilità nel disegno.

Le tavole sulla Branc-ursine nell’Etude de la Plante


N.B. Tutte le tavole a corredo dell’articolo sono state liberamente riprodotte in quanto il copyright delle opere risulta scaduto.
Nei riferimenti bibliografici sono linkati i siti da cui se ne può prendere visione integralmente.


Riferimenti bibliografici

Grasset E., Verneuil M.P. 1896. La plante et ses applications ornementales. Libraire Centrale des Beaux-Arts, Paris.

Verneuil M.P. 1908(?). Etude de la Plante – son application aux industries d’art. Libraire Centrale des Beaux-Arts, Paris.


Note

[1] Non ho trovato informazioni chiare sull’effettiva paternità delle tavole botaniche del La plante et ses applications ornementales; potrebbero essere di Grasset, di un altro allievo, o semplicemente di un Verneuil non ancora ‘artisticamente maturo’ quanto all’epoca dell’Etude de la Plante, successivo di una decina d’anni.

[2] “Branca ursina” in italiano sarebbe il nome popolare dell’Acanto (Acanthus mollis), ma la specie illustrata come Branc-ursine da Verneuil è invece chiaramente un’Ombrellifera: in francese era infatti Heracleum sphondylium che veniva chiamato “branca ursina”.