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Quest’oggi ho deciso di estendere i miei slanci recensori all’editoria germanica, gioco pericoloso dal momento che non conosco quasi per niente l’idioma teutonico, ma non mi arrischierei se non ne valesse la pena.
Inutile dire che il libro che ha così tanto catturato il mio interesse è, naturalmente, un testo sugli Odonati.

recensLibellen

Il laconico titolo, “Libellen“, dice tutto e non dice niente. Si tratta di un libro sulle libellule, e fin lì ci siamo arrivati, foss’anche solo per il mezzo Anax spalmato sul lato della copertina. Copertina, bisogna dirlo, piuttosto originale ed elegante per quanto “minimale” (in senso positivo), che è stata il primo motore del mio interesse per il libro.
Può fornire qualche indizio in più il titolo completo della precedente e prima edizione (1998): “Libellen – Bestimmung, Verbreitung, Lebensräume und Gefährdung aller Arten Nord- und Mitteleuropas sowie Frankreichs unter bes“. Chiaro come il sole.
Scherzi a parte, la traduzione suona più o meno come “Libellule – identificazione, distribuzione, habitat e stato di minaccia di tutte le specie dell’Europa settentrionale e centrale e della Francia”. Una guida come ce ne sono tante, a prima vista.

Ma solo a prima vista. Basta infatti una rapida sfogliata per rendersi conto che questo libro è speciale. Forse non tanto per i testi, abbastanza scarni ed essenziali (per quanto adeguatamente informativi), ma più che altro per le illustrazioni: circa 700 illustrazioni in bianco-nero, a tratto o puntinate, semplici ma precisissime, meravigliose nella loro semplicità e precisione.
Il testo è strutturato come una chiave dicotomica commentata, dotata di una sintetica descrizione della specie, del suo periodo di volo e della relativa mappa di distribuzione ogni volta che si raggiunge un’identificazione. A lato si trovano, per l’appunto, le magnifiche illustrazioni di Ruth Ilke Nüß, che raffigurano tutti i particolari necessari, e spesso anche l’insetto intero. Non mancano tavole a tutta pagina che mostrano utili confronti di quelle parti del corpo critiche per l’identificazione tra specie strettamente affini (e.g. le appendici addominali di Aeshna e Somatochlora, il disegno dell’addome e del pronoto in Coenagrion…), mentre per alcune specie vengono addirittura presentati disegni in serie che descrivono molto bene la possibile gamma di variabilità di determinati particolari (e.g. il disegno sul secondo segmento addominale in alcuni Coenagrion, che spesso scatena dubbi amletici anche tra i più scafati libellulofili).

L’impianto concettuale di questo volume è ancora abbastanza legato alla tradizione delle chiavi di determinazione da laboratorio, presentando per la maggior parte disegni di “pezzi di animale” piuttosto che di animali interi. Ma ciò non è da considerarsi un fattore negativo, tutt’altro: dovrebbe anzi essere visto come un’utilissima integrazione, un approfondimento rispetto a quei manuali, pure belli ed utili, che mostrano solo o quasi solo l’insetto intero.
E niente sarebbe più sbagliato che pensare che un testo simile sia utile soltanto in laboratorio, al momento di affrontare una distesa di insetti morti, essiccati e spillati. Al giorno d’oggi, la maggior parte degli appassionati di libellule scattano ottime macrofotografie nelle quali anche i minimi particolari riescono ad essere rappresentati in un modo che nulla ha da invidiare all’osservazione dell’esemplare in mano sotto lente o sotto allo stereomicroscopio; può quindi risultare davvero utile una collezione di buoni riferimenti iconografici di quei dettagli morfoanatomici spesso fondamentali per distinguere specie molto simili tra loro, che a volte anche sulla “bibbia” di Dijkstra & Lewington sono rappresentati solo parzialmente o in dimensioni minuscole.

Da una prospettiva italica, il libro, pur mancando delle specie più legate ai climi caldi mediterranei che da noi si trovano soprattutto nella parte meridionale del Paese (riporta infatti solamente le specie più tipicamente diffuse nell’Europa centrale, buona parte delle quali presenti e diffuse anche in Italia), è comunque meritevole di attenzione.
Da notare, infine, che si tratta non di una mera ristampa, ma proprio di una nuova edizione convenientemente aggiornata rispetto a quella del 1998: diverse decine di pagine ed un numero considerevole di disegni si sono aggiunti al libro rispetto ad allora.

Trovo che questo volumetto sia un piccolo gioiello, imperdibile non solo per il naturalista e l’entomologo da campo appassionati di libellule, ma anche semplicemente per chi sia appassionato di disegno od illustrazione naturalistica. Anche senza conoscere il tedesco: il linguaggio dei disegni è universale.
Dulcis in fundo: ha il rapporto qualità-prezzo più conveniente che abbia mai visto.

 

Libellen
di Arne W. Lehmann & J. Hendrick Nüß
disegni di Ruth I. Nüß
Deutscher Jugendbund für Naturbeobachtung, 2015, 200 pp.

Alcune pagine in anteprima si possono visionare sul sito del Deutscher Jugendbund für Naturbeobachtung.

 

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A modest proporsal

proporsalblog

*   *   *   *   *

Una modesta proposta
per evitare che gli orsi siano di peso ai loro vicini umani
o alla loro Regione
e per renderli utili alle sagre montane

o, più sinteticamente,

Una modesta propORSA

su modello di analoga opera dell’illustrissimo signor

Gionata Swift

ad opera di
“Naturalisti Impiccioni”

*   *   *   *   *

Non possiamo più tacere sul problema che gli orsi rappresentano per il sistema sociale ed economico dei paesi montani di una certa fetta dell’Italia Superiore.

È inconcepibile che un tranquillo abitante di un paese montano dell’Italia Superiore non possa più arrogarsi il diritto di avvicinarsi a un palmo da dei cuccioli d’orso con la madre nelle vicinanze, o prenderne uno adulto a sonore bastonate senza ragione aspettandosi che quello non gli restituisca come minimo il favore con una zampata, e senza nemmeno avvisare prima. Gli abitanti dei paesi montani dell’Italia Superiore dovrebbero essere liberi di potersene andare in giro per i boschi con l’idea di prendere a sassate un orso in caso di incontro, così come di lasciare scorrazzare liberi i propri cani – chi se ne cura del fatto che i cani sciolti possano essere fastidiosi per gli altri frequentatori dei boschi, molestino fino ad ucciderli i cuccioli degli ungulati selvatici, persino perpetrino attacchi al bestiame che tanto poi vengono attribuiti a furor di popolo ai lupi: sono cani, quindi migliori dell’uomo, quindi possono fare quel che più gl’aggrada – senza dover temere immediate rappresaglie da parte dei plantigradi.
È inconcepibile che gli orsi si comportino da orsi, ancora al giorno d’oggi così come nelle leggende di cinquecent’anni fa. Siamo nel Ventunesimo Secolo, gli orsi avrebbero ormai dovuto imparare che per continuare ad esistere al giorno d’oggi ci si deve adeguare ai comodi della specie dominante, ovverosia dell’Homo sapiens sapiens. Ma gli orsi sono refrattari a questo, sordi a qualsiasi rimbrotto, troppo impegnati a saccheggiare alveari e a prendere a unghiate innocui fungaioli con il pretesto della difesa degli orsetti, per sentir ragione.
Non è più tollerabile che un’orsa si permetta di difendere i piccoli da quella che vede come una minaccia per la cucciolata, non è più tollerabile che un orso preso a bastonate da un montanaro dopo essere stato infastidito da un cane sciolto si permetta di reagire (anche se senza l’intenzione di uccidere ma solo per “far la voce grossa”), non è più tollerabile che animali ghiotti di miele e frutta si permettano di mangiare miele e frutta trovati in proprietà private non adeguatamente protette con misure preventive che era stato caldamente consigliato in precedenza ai proprietari di adottare.
Va trovata una soluzione.

La soluzione non può essere che una: abbatterli. Abbatterli tutti.
Di certo, gli abitanti di quella zona dell’Italia Superiore più interessata dal problema, che hanno la passione per la caccia intrecciata nel DNA – a loro dobbiamo infatti mirabili motti tradizionali quali Weidmannsheil! Sant’Uberto! Jägermeister! – si faranno carico più che volenterosamente dell’incombenza, con beneplacito e gran sollievo di tutti.
Che dire però delle ingerenze dell’Unione Europea, che considera gli orsi animali protetti? La questione si deposita così fulmineamente come è stata sollevata: l’Italia vanta una lunga tradizione di procedure di infrazione a causa del mancato rispetto delle direttive comunitarie relative all’ambiente, per cui non sarà una multa in più a mettere un freno a ciò ch’è necessario.
Ma, una volta che gli ingombranti e carnosi plantigradi saranno finalmente stati tutti abbattuti, che farne? Questa è la vera soluzione da trovare.

Lasciarli in loco? Neanche a parlarne! Una così sovrabbondante disponibilità di carcasse favorirebbe l’affluenza di animali spazzini. Non vogliamo mica che i cieli dell’Italia Superiore si riempiano di Aquile o, ancora peggio, di Gipeti, entrambe bestiacce note per rapire agnelli, capretti, vitelli, montoni, tori, buoi – ma purtroppo non i caproni – e, nei casi più tragici, persino bimbi lasciati incustoditi dai genitori! Perché far tanta fatica ad eradicare l’orso, se poi c’è il rischio che, lasciando le carcasse alla mercé della Natura, giungano da ogniddove nuove bestie da affannarsi ad eradicare a loro volta!?

Seppellirli? Signori, qui non parliamo di cani o gatti, animali che ben a ragione meritano trattamenti empatici in quanto zono miliori del’uomo!!1!!1!, bensì di fiere più diaboliche che animali. Immeritato onore, per loro, l’avere una degna sepoltura.

Incenerirli alla stregua di rifiuti organici? Tale soluzione sarebbe già più fattibile, ma, avendo già tanti problemi d’inquinamento così come stiamo, aggiungere un tal carnaio a quanto già c’è da incenerire sarebbe troppo.

La soluzione non può essere che una:

M A N G I A M O L I

La carne d’orso, nonostante sia più coriacea di altre alle quali siamo sicuramente più avvezzi, ha un sapore unico, inizialmente molto forte ma poi dolciastro, ancora più selvaggio di quello della selvaggina, una vera prelibatezza per ghiottoni, che si apprezza ancora di più dopo un’opportuna frollatura. Peraltro, in altre Nazioni, evidentemente più avanzate e civili della Nostra, l’orso già finisce abitualmente nel piatto: si prendano ad esempio la Slovenia e la Russia, per dirne due.
Mi si riconosca quindi il merito d’aver proposto un metodo onesto (giacché gli orsi meritano d’esser abbattuti), facile (che c’è di più facile che dividere in quarti una bestia così grossa che tanto bene si presta al macello) e poco costoso (anzi, meglio ancora, redditizio, dal momento che a fronte del basso costo delle operazioni di abbattimento e macello, gli introiti derivanti dalla vendita della pregiatissima e succulenta carne ursina soverchieranno assai le spese sostenute per ottenerla e lavorarla) per fare efficacemente fronte al supremo problema dello smaltimento delle carcasse d’orso che l’alacre eradicazione delle specie di certo produrrà a breve.

Prevedo che ricercatezze quali la bistecca d’orso accompagnata da funghi primaticci che è stato possibile raccogliere perché dopo l’eradicazione dell’orso i fungaioli finalmente non hanno più paura ad andare per funghi, il filetto d’orso ai frutti di bosco e miele che non si sarebbero potuti usare come condimento se l’orso fosse ancora vivo perché se li sarebbe mangiati prima lui, il tagliere di salame d’orso accompagnato da formaggio di malga prodotto col latte delle vacche rese più serene e quindi più produttive dall’eradicazione dell’orso e la lingua d’orso alla francese avranno un tale successo che in breve tempo tutto quel che ci sarà da smaltire verrà smaltito.
Prevedo un tale successo che si potrebbe addirittura pensare all’istituzione di una sagra annuale, da svolgersi in differenti paesi montani dell’Italia Superiore, in cui profondersi in luculliane spanciate a base di carne d’orso. Al che sorge però un altro problema: gli orsi…sono troppo pochi. Come potranno mai quei miseri 48-50 esemplari ad oggi censiti nell’Italia Superiore sopperire al notoriamente gargantuesco appetito dei frequentatori delle sagre montanare?

La soluzione non può essere che una: si renderà necessario allevare appositamente gli orsi, affinché la loro pregevole carne non venga a mancare. Meglio se in spazi il più possibile aperti, meglio ancora se addirittura in natura, cosicché possano condurre quella vita ed avere quell’alimentazione che ne rendono le carni così saporite, gustose, selvatiche, ricercate, co$to$e – in una parola, redditizie.

Ma, aspettate un momento, in questo modo si tornerà ad avere orsi allo stato brado nell’Italia Superiore!

Tanto trambusto, per ritornare alla situazione di partenza.

Forse, allora, non vale neanche la pena di prendersi la briga di sterminare gli orsi, ma, semplicemente, conviene lasciarli tranquilli nelle loro foreste dell’Italia Superiore a…comportarsi come orsi. E magari, al contempo, insegnare agli uomini a comportarsi come uomini, anziché come babbuini vocianti.

*   *   *   *   *

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A distanza di due estati dallo sciame di “inquietanti libellule impazzite” che aveva “invaso” il quartiere torinese del Lingotto, ecco che le Anax ephippiger ritornano a far alzare il naso all’aria agli abitanti delle zone intorno a Torino.
Un paio di giorni fa, il 19 e il 20 agosto, la cittadina piemontese di Carmagnola è stata meta e dormitorio di un grosso sciame di questi Odonati, che ha attirato l’attenzione di chi se li è visti sfrecciare sopra la testa o riposare schierati sui muri – e non solo – della propria abitazione.
Ancora una volta, chiaramente, niente presagi apocalittici o piaghe bibliche dietro l’angolo; ma, comunque, un po’ di perplessità da parte dei cittadini poco o per nulla abituati ad assistere allo spettacolo di un consistente sciame di – grosse! – libellule in volo frenetico in pieno centro abitato sul far della sera. Che è in effetti uno spettacolo tanto raro da vedere quanto affascinante.

Non che abbia molto da aggiungere rispetto a quanto avevo già scritto qui e qui, se non che è interessante notare la diversa sensibilità con cui questo avvenimento viene recepito dagli spettatori – alcuni entusiasti dello spettacolo, altri incomprensibilmente spaventati dall’elevata concentrazione di libellule, e perfino qualcuno che lo prende come spunto per criticare l’amministrazione comunale! – e soprattutto sottolineare ancora una volta, che non fa mai male, che queste occasioni sono ottime per far conoscere al grande pubblico qualcosa di interessante sulla biologia e l’etologia degli insetti, quindi per poter fare un po’ di divulgazione. E, anche, condividere le bellissime foto della signora Teresa Dimundo, che ha avuto l’enorme fortuna di trovarsi fuori dalla finestra una parte dello sciame che aveva deciso di pernottare sul suo stendino! – e l’altra parte sul palazzo di fronte, uno spettacolo sorprendente e decisamente fuori dal comune.

 

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Fotografie per gentile concessione di Teresa Dimundo

E a chi, come me, è appassionato allo studio di questi insetti e cerca di comprenderne meglio la biologia e il comportamento, rimane l’annoso dubbio: saranno individui nati da queste parti o migratori?
[Forse la prima foto qualche indizio lo può dare: sembrano tutti belli ‘freschi’, il che potrebbe far propendere per individui nati dalle nostre parti…chissà]

 

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A prima vista lo spettacolo è una festa per gli occhi: un variopinto mosaico di macchie multicolori che sembrano quasi cucite tra loro, una sorta di patchwork con cui Madre Natura ha decorato una roccia altrimenti spoglia e desolata a lato di un sentiero in alta montagna.
Ma guardiamolo meglio e riflettiamoci su.
I licheni si affollano sulla pietra in maniera soffocante. Non ci sono spazi vuoti tra un tallo [1] e l’altro, anzi, i bordi dell’uno premono e aderiscono completamente a quelli degli altri, quasi sgomitano – metaforicamente parlando – per non essere soverchiati dalla lenta ma costante crescita degli altri talli che li circondano. Si tratta di una vera e propria battaglia, una battaglia per la sopravvivenza scandita dai lentissimi ritmi di crescita dei licheni crostosi, ma non per questo meno drastica; quando un lichene infine muore e lascia uno spazio libero, un altro tallo, quello che riesce ad installarsi ed accrescersi più in fretta degli altri, prende il suo posto. Un po’ come le casate di Game of Thrones.

La competizione, inter- o intra-specifica che sia, è uno degli argomenti più affascinanti in Ecologia. Per osservare come ha luogo tra i licheni, ci dobbiamo rimpicciolire alla piccolissima scala alla quale avvengono i fenomeni che interessano questi organismi. Possiamo calarci nella foto che abbiamo visto sopra, che riprende un quadrato di meno di una decina di centimetri di lato.
Pensando ai licheni crostosi sassicoli, sappiamo che si accrescono in modo radiale. Finché non incontrano ostacoli va tutto bene; ma, prima o poi, arriveranno per forza a contatto con altri licheni crostosi. Cosa succede a questo punto lungo il confine tra i due licheni? – peraltro ‘due’ è una semplificazione molto riduttiva, tenete sempre a mente la foto di prima e il fatto che la crescita radiale porta il nostro lichene di partenza ad incontrarne tanti altri, non solo un unico altro.
Le principali modalità di competizione fisiche lungo il confine tra due talli lichenici si possono riassumere nelle seguenti sei [2, 3]: 1) un tallo sconfina andando a crescere sopra a quello del confinante; 2) lo scontro tra i due talli fa sì che entrambi si sollevino l’uno contro l’altro; 3) un tallo sconfina andando a crescere al di sotto del confinante; 4) un tallo di una specie meno competitiva si adatta a crescere come epifita sopra al tallo di una specie più competitiva; 5) la crescita dei talli confinanti si arresta lungo la linea di confine, in una sorta di ‘tregua’; 6) un tallo di una specie meno competitiva si adatta a crescere all’interno di un buco lasciato al centro del tallo di una specie più competitiva dalla degenerazione del tallo stesso.
È bene precisare però che alcuni di questi processi interessano solo le specie con tallo folioso, altri quelle con tallo crostoso, altri entrambe. Tra i licheni francamente crostosi, la condizioni di ‘tregua’ è spesso la più comune, come possiamo osservare proprio nella foto proposta in apertura: la crescita dei talli coinvolti si arresta lungo la linea di confine.
Naturalmente, anche molti fattori ambientali – il tipo di substrato, l’esposizione, il disturbo causato dall’uomo o dagli animali, l’inquinamento, per dirne alcuni – possono interagire con i licheni in competizione tra di loro, favorendo alcune specie a discapito di altre, a seconda delle condizioni. Le stesse caratteristiche intrinseche dei licheni, come la forma di crescita o la modalità di riproduzione, hanno pure un’influenza sulla competitività. Per approfondimenti si rimanda a [2].

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Modalità di competizione tra talli lichenici; ridisegnato da [2].
(1-3 visti di lato, 4-6 visti da sopra)

Un altro aspetto interessante da valutare in questa situazione è quello della biodiversità. Capirci qualcosa, in questi patchwork, può essere davvero complesso: le specie crostose tendono ad essere piuttosto difficilotte da identificare – bisogna quasi sempre portarsi a casa un pezzo di lichene, con tanto di roccia sottostante affinché non si sbricioli, e poi ricavarne delle sezioni decenti da guardare al microscopio – e, oltre a quello, non è così banale assicurarsi di avere trovato tutte le specie che ci sono da trovare.
Torniamo alla foto in apertura. Così a prima vista, distinguendo su base morfologica (quindi, sostanzialmente, in base al colore del tallo e a presenza e tipo di corpi riproduttivi), potrebbero esserci sulle 8-9 specie. Ma è qui che i licheni crostosi si fanno più tremendi: molto spesso, specie estremamente simili dal punto di vista morfologico possono variare solo per caratteri visibili microscopicamente. Ecco quindi la necessità di portarsi via dei campioni da identificare in un secondo momento; necessità che diventa abbastanza scomoda quando si è intenti in uno studio di campo per cui è necessario fare molti rilievi – con molte specie in ogni rilievo.
Scomodo, quindi, ma necessario. Una ricerca esemplificativa in questo senso [4] ha dimostrato come prelevando solamente i campioni di alcune specie – e dando per buona l’identificazione in campo delle altre – si tenda a sottostimare la reale diversità specifica, mentre il metodo migliore per arrivare a conoscerla completamente è quello di prelevare interamente una superficie abbastanza rappresentativa della situazione che si intende indagare e identificare poi tutte le specie, con la dovuta calma e precisione, in laboratorio.
Teniamo comunque presente che, ancora una volta, proprio la competizione tra i talli – e tra le specie – può essere un fattore determinante per influenzare la biodiversità lichenica effettivamente presente sulla nostra roccia.

Da quante cose dipende quel variopinto mosaico sulla pietra; e su quante cose può farci riflettere un piccolo quadrato tappezzato di licheni crostosi.


***Note***
[1] Il tallo è il corpo del lichene – vengono definiti ‘tallo’ i corpi di tutti gli organismi pluricellulari vegetali in senso lato in cui non è presente una differenziazione in veri e proprio tessuti.
[2] Armstrong R.A. & Welch A.R. 2007. Competition in lichen communities. Symbiosis 43 (1): 1-12.
[3] Pentecost A. 1980. Aspects of competition in saxicolous lichen communities. The Lichenologist 12 (1): 135-144.
[4] Roux C. 1990. Echantillonnage de la végétation lichénique et approche critique des méthodes de relevés. Cryptogamie Bryologie Lichenologie 11 (2): 95-108.

 

Avevo già recensito l’intera collana sugli animali delle Alpi (qui), ma questo volume in particolare si occupa di un taxon a me molto caro – tant’è vero che lo aspettavo con impazienza – per cui ho pensato valesse la pena spendere qualche parola in più.

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Conosciamo le libellule come insetti amanti del sole e del caldo, quasi emblematiche dell’estate. Che ci fanno allora così tante libellule – così tante da meritarsi addirittura una guida tutta e solo per loro – sulle Alpi, dove le giornate assolate sono più un’eccezione che una regola e dove anche d’estate di caldo non è che ce ne sia poi molto?

Sfogliando il libro scopriremo che diverse specie – che troviamo sulle alte montagne come le Alpi, così come nelle zone boreali – sono particolarmente adattate a vivere in condizioni rese proibitive da lunghi periodi di freddo…e molto altro.

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La parte introduttiva infatti fornisce una panoramica completa sulla biologia e l’ecologia delle libellule – con particolare attenzione, naturalmente, a quelle di montagna – e perfino un utilissimo capitolo dove alcuni tra i maggiori esperti di Odonati delle sei principali Nazioni attraversate dalla catena alpina rivelano i loro preziosi consigli su come e dove osservarle al meglio.

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Le schede delle specie sono molto dettagliate e comprendono veramente tutto quello che potrebbe venire in mente di chiedere su una libellula, da un’iconografia il più possibile completa alle indicazioni su periodo di volo e quote preferite dalle specie, dalle informazioni sui biotopi in cui si sviluppano le larve – spesso corredati da utili fotografie degli stessi – e sulla distribuzione geografica fino all’elenco dei nomi comuni delle specie in tutte le lingue parlate sulle Alpi.

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Si può dire che un libro è ben riuscito quando riesce a centrare bene tutti gli obiettivi che si era posto, e lo fa senza uscire dal seminato. Ci sono decine e decine di guide da campo, scritte magari con le migliori intenzioni, ma che da questo punto di vista sono dei buchi nell’acqua: per testi mediocri, iconografia mediocre, magari entrambe le cose; o per la superfluità di trattare un argomento già sviscerato centinaia di volte e meglio (un esempio per tutti: la pletora di guide da campo sugli uccelli pubblicate solo negli ultimi vent’anni, straripante di doppioni inutili e di testi brutti – non che lo siano tutti, ovviamente).
Fortunatamente non è il caso di questo libro, anzi, tutto il contrario: le foto sono di ottima qualità, dove occorre sono presenti anche disegni dei particolari necessari per l’identificazione, e i testi sono esaustivi senza essere prolissi. Ma ciò che lo rende veramente forte è la sua natura di non mera guida da campo – per quanto anche limitatamente a quell’aspetto sia un volume degno di nota – bensì di vero e proprio testo di approfondimento sulle libellule presenti nell’area alpina. Questo libro, prima ancora che insegnarci ad identificare le singole specie, ci incuriosisce, facendoci conoscere le difficoltà che l’ambiente alpino riserva alle libellule e i modi in cui esse le fronteggiano, mostrandoci i meravigliosi ambienti umidi d’alta quota dove esse vivono e si riproducono, inquadrando il tutto nella sempre necessaria e mai banale cornice della protezione della Natura.
E questo non è ‘uscire dal seminato’, perché il libro è Le Libellule delle Alpi, e non Guida all’identificazione delle Libellule delle Alpi: spero si colga questa sfumatura, che l’autore per primo ha saputo infondere così bene nella sua opera.
Credo che se dessimo questo libro in mano a un generico e curioso appassionato di natura che al momento non sa quasi niente di libellule, in breve tempo ce lo troveremmo ai margini di qualche torbiera alpina a cercare con entusiasmo Aeshne e Somatochlore. Ma, mi raccomando, ai margini: le torbiere non vanno calpestate!

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Le Libellule delle Alpi – come riconoscerle, dove e quando osservarle
di Matteo Elio Siesa
Blu Edizioni, Cuneo, 2017, 240 pagine

Le pagine in anteprima sono state gentilmente fornite dall’autore del volume.
Qui l’indice e qualche altra pagina del libro in anteprima.