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OKcocciferaCladonia coccifera

La nostra storia comincia agli inizi degli anni Novanta, quando due dei fondatori dell’ancor giovane Società Lichenologica Italiana (SLI) abbozzano l’idea di una collaborazione per scrivere un libro corredato da tavole a colori su uno dei generi macrolichenici più affascinanti ma difficili tra quelli presenti in Italia: Cladonia. I due ‘cospiratori’ in questione sono Pier Luigi Nimis di Trieste, proponente del progetto e fornitore degli exsiccata su cui basarsi per le illustrazioni, e Mariagrazia Valcuvia Passadore di Pavia, entusiasta dell’idea e indispensabile contatto con il pittore che dovrebbe dipingere le tavole, Dario Passadore. E le tavole vengono effettivamente dipinte: dedicandovi il suo tempo libero, in due anni di paziente lavoro di copia dal vivo, Passadore riproduce in tempera su cartoncino nero tutti gli esemplari inviati dal professor Nimis. Alcune di queste tavole compaiono già nel 1993 sulla sovracopertina della prima checklist dei licheni italiani (Cladonia carneola e Cladonia macilenta); altre, qualche anno più tardi, su cartoline stampate dall’ARPA Piemonte (Cladonia coccifera e Cladonia merochlorophaea). Ma, per cause di forza maggiore, nonostante le tavole siano ormai tutte pronte, il progetto viene abbandonato.
Almeno finché, a distanza di quasi vent’anni, il caso non invia alla professoressa Valcuvia Passadore uno studente di Scienze Naturali incaponitosi sul voler fare una tesi in lichenologia, e pure di bocca buona: possibilmente una tesi sui licheni terricoli, e meglio se ci siano di mezzo delle Cladonie. Uno studente che, ironia del caso di cui sopra, è rimasto affascinato dalle Cladonie proprio a causa di quelle cartoline dell’ARPA sulle quali occhieggiano dei vivaci apoteci rossi e bruni, delle quali ancora ignora completamente il legame con la docente alla quale ha chiesto la tesi.
La tesi – l’ultima seguita dalla prof – si fa, il lavoro di campo soddisfacentemente infarcito di Cladonie e la stesura della relazione finale procedono, e malauguratamente la professoressa racconta al tesista del progetto lasciato per tanti anni nel cassetto. Inevitabilmente, l’entusiasta tesista, ormai laureatosi e rimasto in contatto con la docente (che nel frattempo si è felicemente pensionata), di quando in quando le rammenta che sarebbe bello poter finalmente un giorno sfogliare quella monografia illustrata sulle Cladonie. “Ti sistemo io”, pensa la professoressa, e in breve l’accordo viene stretto: “Mi rimetto a lavorare al libro se tu mi dai una mano”.
Morale della storia: dopo due anni di lavoro certosino che ha incluso, oltre alla ‘semplice’ scrittura dei testi, anche ricerca bibliografica, osservazioni su materiale d’erbario e raccolte di nuovo materiale, infinite correzioni di bozze e ingegnamenti vari in questioni grafiche, il libro è finalmente pronto e stampato…e io ho imparato che non dovrò mai più rompere le scatole ad una docente universitaria per convincerla a scrivere un libro!

OKmerochlCladonia merochlorophaea

Mi sono un po’ dilungato perché, come si sarà capito, tengo molto a questa pubblicazione, e mi piaceva raccontarne l’intera storia da una prospettiva un po’ più personale (e ‘leggera’) rispetto a quella, per forza di cose molto più formale e stringata, che abbiamo riportato nell’introduzione del volume.
Potrà sembrare abbastanza inelegante che mi metta a recensire un libro del quale sono coautore; mi sono perciò limitato agli aspetti non strettamente dipendenti da me e posso onestamente affermare che il libro vale tutto quello che vale, anche solo per le meravigliose tavole illustrate da Dario Passadore. Ma non posso non dire che, dopo tutto l’enorme lavoro fatto, anche le schede delle specie e i capitoli introduttivi e conclusivi dovrebbero essere di buon livello!

Il libro ha l’onore di avere due prefazioni strepitose, ad opera una di Pier Luigi Nimis, storico socio fondatore e primo presidente della SLI, ed una di Sonia Ravera, non solo attuale Presidente della SLI, ma anche riferimento per il Ministero dell’Ambiente in ambito lichenologico, la quale, di conseguenza, conosce molto bene le Cladonie del sottogenere Cladina, unici licheni tutelati dalla Direttiva Habitat. Con queste presentazioni stilate da due lichenologi di fama internazionale – che per noi autori, garantisco, sono state non solo piacevoli ma anche commoventi da ricevere e leggere – il libro non può che partire bene.

OKstellarisCladonia (Cladina) stellaris

E continua subito altrettanto bene, poiché la grande forza del volume, che come avete letto ne era stata anche l’iniziale motore già ai princìpi degli anni Novanta, è manifesta fin dalle prime pagine: le tavole. Tavole in cui la brillantezza delle figure emerge, talvolta nettamente talvolta in modo più sfumato, da uno sfondo nero che le valorizza al massimo. Non ci sono parole per descriverle, lascio il compito a quelle che ho inserito a corredo di questa recensione. Aggiungendo solamente che sono realizzate a tempera…e che per ottenere effetti del genere con le tempere, bisogna veramente saperle usare bene.

Naturalmente anche la parte scientifica del libro è stata curata molto attentamente, dal momento che lo scopo era di renderlo comprensibile e godibile per un pubblico ampio, non solamente per gli specialisti, in una prospettiva il più possibile divulgativa. Chiariamoci, le schede sono comunque molto tecniche: scritte con un linguaggio semplice, certo, ma comunque rigoroso. Perdere in correttezza per guadagnare (barando) in semplicità è un compromesso disonesto; pertanto i testi sono ‘facili’ (rimanendo scientificamente ineccepibili) dove possibile, e dove la semplificazione fallava si troverà qualche termine un po’ più astruso – ma non temete: in fondo al volume, un provvidenziale glossario giunge in soccorso di chi è poco avvezzo al gergo botanico-lichenologico. Nessuno vi biasimerà se non saprete così su due piedi cosa siano un podezio verticillato o un picnidio sessile con gelatina ialina (…fermi tutti, cosa sono??).

OKcarneolaCladonia carneola

Ma cosa sono le Cladonie, e perché dovrebbe essere interessante un libro tutto dedicato a loro?
Le Cladonie sono licheni. Licheni interessanti non solamente per i lichenologi, ma anche per chi più in generale si interessa di ecologia in senso generale o di conservazione degli habitat, o semplicemente per chi ama la natura e la sua bellezza anche su una scala più piccola di quella a cui siamo abituati (come non richiamare alla mente il linneano “Natura maxime miranda in minimis“, del quale ho sempre fatto il motto del blog).
Sintetizzerei il concetto prendendo in prestito due efficaci espressioni usate da Sonia nella sua prefazione al volume: quando parla del “rosso sfrontato” degli apoteci di alcune Cladonie (le conturbanti Cocciferae) e quando, con un’acuta ed elegante metafora, definisce le Cladonie “licheni generosi” in quanto “riserva di acqua per le altre specie vegetali e riserva di cibo per gli animali“. Insomma: organismi belli da vedere ed utili per l’ecosistema, due qualità che in genere i ‘non addetti ai lavori’ non pensano neanche lontanamente di associare ai “negletti licheni“.

OKmacilentaCladonia macilenta

Un limite del libro, che probabilmente risulterà scocciante per gli specialisti, è l’assenza di una chiave di determinazione. Questa sofferta scelta non è dovuta solamente al fatto che sono quasi impazzito nel tentativo di produrre una chiave semplificata ad uno dei generi macrolichenici più incasinati di sempre, ma più che altro al taglio divulgativo che volevamo dare al volume: stilare una chiave completa ed attendibile alle Cladonie senza tirare in ballo la chimica dei metaboliti secondari è impossibile, pertanto una chiave da campo semplificata sarebbe stata comunque troppo complicata per dei neofiti e, per converso, troppo vaga per degli specialisti. A parziale riparazione di questa mancanza, in calce al volume ho voluto inserire delle appendici utili per il lavoro in laboratorio in cui sono riassunti per tabelle i caratteri morfologici e chimici fondamentali dei vari gruppi e specie da considerare ai fini della determinazione.

L’altro limite, di diversa natura, è che le tavole sono realizzate sulla base di singoli campioni, quindi, per quanto siano sicuramente rappresentative, non possono per forza di cose includere tutta la variabilità intrinseca nello spettro di variazione morfologica di ogni specie, che, nel caso di Cladonia, è veramente elevata. Ma è un problema comune a tutte le illustrazioni di Cladonie, che comunque non svaluta per nulla il lavoro qui presentato.

OKfoliaceaCladonia foliacea

Nonostante sia stato attivamente tra gli attori di questo progetto, la recensione che ho qui presentato cerca di essere la più oggettiva possibile, al contempo non nascondendo tutto l’entusiasmo per aver avuto l’opportunità di partecipare ad un progetto tenuto per tanto tempo nel cassetto, che ha finalmente visto la luce dopo tanti anni anche un po’ grazie all’insistenza e alla collaborazione di un ex-tesista un po’ ostinato.

*     *     *     *     *

Iconografia delle Cladonie d’Italia
di Mariagrazia Valcuvia Passadore e Gabriele Gheza
con tavole di Dario Passadore
Tipografia PIME, Pavia, Dicembre 2017, 200 pp.

Iconografia_Cladonie_Italia

 

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Un Bel Paese per i licheni

È stata pubblicata l’anno scorso la tanto attesa – per lo meno da lichenologi e lichenofili – checklist aggiornata dei licheni d’Italia (ahimè lo so, stavolta non si può proprio dire che sia “stato sul pezzo”, ma in effetti, pur avendo iniziato a scrivere questo articolo pochi giorni dopo la presentazione del libro, ci ho messo un pochino a finirlo…). Si tratta di un’opera monumentale, basata su tutte le segnalazioni floristiche disponibili, attinte da una sterminata quantità di articoli scientifici e monografie.

NIMIS2016

Il quadro che emerge da questo importante aggiornamento, dal punto di vista della ricchezza di specie, è decisamente lusinghiero per la nostra Italia – che non a caso Stoppani chiamava “il Bel Paese”, espressione che ho voluto traslitterare nel titolo. La facciamo in barba (di bosco) anche a quelle nazioni nordiche – Finlandia, Svezia, Norvegia – che popolarmente vengono più facilmente collegate ai licheni; ad esempio la prima, la Finlandia, lichenosissima nell’immaginario popolare, conta in realtà poco più di 1900 specie, a fronte delle oltre 2700 censite finora in Italia.

Naturalmente, questa varietà di specie licheniche deriva in gran parte dall’enorme varietà di ambienti – e quindi anche di condizioni e nicchie ecologiche disponibili – presenti sul territorio nazionale. A livello europeo sono in effetti poche le Nazioni che possono vantare una tale variabilità di condizioni, e anche in fatto di licheni ci piazziamo bene: siamo infatti secondi solamente alla Francia, che ci supera di un paio di centinaia di specie – e che, guarda caso, ricoprendo una superficie doppia rispetto a quella dell’Italia, parlando di varietà di ambienti è messa forse anche meglio di noi, spaziando dall’Atlantico al Mediterraneo passando per le Alpi e l’Europa Centrale.
Anche se, visto quante zone d’Italia sono ancora poco conosciute o del tutto inesplorate sotto il profilo lichenologico [1], non è ancora detta l’ultima parola.

Volendo schematizzare la situazione, ecco che, nella ‘classifica’ della biodiversità lichenica europea [2], l’Italia occupa ben il secondo posto, lasciando il primato alla Francia solamente, come si diceva, per un paio di centinaia di specie.

LICHITALY_NSPP

Se però consideriamo la ricchezza specifica in rapporto all’estensione territoriale delle varie Nazioni, ecco che quest’ordine viene stravolto, e ricadiamo in una posizione intermedia della classifica (certo, per fare le cose per bene bisognerebbe tenere conto anche dell’eterogeneità ambientale presente sui vari territori nazionali, ma la taratura qui presentata ha un intento puramente esemplificativo).

LICHITALY_NSPPSUP

Se poi vogliamo calarci nello specifico a livello regionale all’interno del panorama italico (la parola-chiave di questo post non è ‘licheni’ ma ‘campanilismo’), ecco che la regione con il più alto numero di specie conosciute è il Trentino Alto Adige, mentre in fondo alla classifica troviamo il Molise – che non è detto sia la regione più povera di specie, ma probabilmente solo quella meno studiata: basti pensare che un quarto di secolo fa, all’epoca della stesura della prima checklist, era l’unica regione per la quale non era mai stata riportata in letteratura neanche una sola specie lichenica.

LICHITALY

Numero di specie licheniche in ognuna delle regioni italiane;
per i numeri esatti, v. qui – e v. anche
[3].

Qualche mese fa raccontavo tutto questo durante un seminario, ma evidentemente non ho calcato bene sul concetto di “aumento delle conoscenze”, perché più volte mi è stato chiesto come fosse possibile che, se l’aria è sempre più inquinata, il numero di specie di licheni in Italia sia aumentato (notare come le due equazioni speculari “tanti licheni” = “aria buona” / “aria inquinata” = “meno licheni” sia, ancora più del concetto di simbiosi, l’unica informazione sui licheni radicata anche in chi li abbia sentiti nominare solo di striscio). Chiaramente non è aumentato il numero di specie presenti in Italia, ma semplicemente è aumentato il numero di specie trovate in Italia. Sono due cose ben diverse, dal momento che la seconda dipende dallo “sforzo di campionamento”, mentre la prima è un valore assoluto che forse (probabilmente!) non arriveremo mai a conoscere con assoluta certezza (…a meno di non riuscire a scandagliare alla perfezione ogni centimetro quadrato di territorio, operazione per ora abbastanza irrealistica).

In ogni caso, come abbiamo visto, la biodiversità lichenica di casa nostra è tutt’altro che da sottovalutare; l’ennesima meraviglia naturalistica che ci offre questo strano e bellissimo Paese a forma di stivale…


Bibliografia
P.L. Nimis, 1993, The Lichens of Italy – an annotated catalogue, Monografie XII, Museo Regionale di Scienze Naturali di Torino, 897 pp.
P.L. Nimis & S. Martellos, 2003, A second checklist of the lichens of Italy with a thesaurus of synonims, Monografie 4, Museo Regionale di Scienze Naturali di Saint-Pierre, 192 pp.
P.L. Nimis & S. Martellos, 2008, ITALIC – The Information System on Italian Lichens, version 4.0. [offline da quando è stata messa online la nuova versione]
P.L. Nimis, 2016, The Lichens of Italy – a second annotated catalogue, EUT Trieste, 740 pp. [i contenuti del volume sono disponibili sotto forma di database sulla nuova versione di ITALIC]


Note
[1] P.L. Nimis, 2016, Spunti di ricerca dal nuovo catalogo dei licheni d’Italia, comunicazione orale al XXIX Convegno della Società Lichenologica Italiana, Trieste.
[2] Il grafico include solamente quelle Nazioni europee delle quali mi è stato possibile reperire checklist ufficiali recenti in breve tempo con ricerche bibliografiche online; si tratta di una panoramica non completa ma comunque ben rappresentativa dello stato attuale delle conoscenze ai quattro angoli del vecchio continente, che ha per l’appunto l’unica intezione di dare un’idea di massima.
[3] Di fatto, nel lasso di tempo in cui io temporeggiavo prima di finire questo post, la floristica ha fatto qualche passetto avanti e il numero di specie in alcune regioni è leggermente lievitato; nello specifico, sono state individuate nuove specie nelle seguenti regioni:
3 in Piemonte (Bryoplaca jungermanniae, Cladonia peziziformis, Cladonia polycarpoides)
3 in Lombardia (Cladonia peziziformis, Cladonia subrangiformis, Scytinium schraderi)
1 in Liguria (Cladonia incrassata)
2 in Toscana (Buellia leptocline, Micarea misella)
1 in Umbria (Ramonia subsphaeroides)
2 in Abruzzo (Chaenotheca hispidula, Pyrenula chlorospila)
2 in Campania (Agonimia octospora, Thelotrema suecicum)
1 in Basilicata (Protoparmelia badia)
2 in Calabria (Athallia saxifragarum, Pertusaria monogona).
Fonti:
Ravera S. et al. 2016a. Notulae to the Italian Flora of Algae, Bryophytes, Fungi and Lichens: 1. Italian Botanist 1: 55-60.
Ravera S. et al. 2016b. Notulae to the Italian Flora of Algae, Bryophytes, Fungi and Lichens: 2. Italian Botanist 2: 43-54.
Ravera S. et al. 2017a. Notulae to the Italian Flora of Algae, Bryophytes, Fungi and Lichens: 3. Italian Botanist 3: 17-27.

 

Quest’oggi ho deciso di estendere i miei slanci recensori all’editoria germanica, gioco pericoloso dal momento che non conosco quasi per niente l’idioma teutonico, ma non mi arrischierei se non ne valesse la pena.
Inutile dire che il libro che ha così tanto catturato il mio interesse è, naturalmente, un testo sugli Odonati.

recensLibellen

Il laconico titolo, “Libellen“, dice tutto e non dice niente. Si tratta di un libro sulle libellule, e fin lì ci siamo arrivati, foss’anche solo per il mezzo Anax spalmato sul lato della copertina. Copertina, bisogna dirlo, piuttosto originale ed elegante per quanto “minimale” (in senso positivo), che è stata il primo motore del mio interesse per il libro.
Può fornire qualche indizio in più il titolo completo della precedente e prima edizione (1998): “Libellen – Bestimmung, Verbreitung, Lebensräume und Gefährdung aller Arten Nord- und Mitteleuropas sowie Frankreichs unter bes“. Chiaro come il sole.
Scherzi a parte, la traduzione suona più o meno come “Libellule – identificazione, distribuzione, habitat e stato di minaccia di tutte le specie dell’Europa settentrionale e centrale e della Francia”. Una guida come ce ne sono tante, a prima vista.

Ma solo a prima vista. Basta infatti una rapida sfogliata per rendersi conto che questo libro è speciale. Forse non tanto per i testi, abbastanza scarni ed essenziali (per quanto adeguatamente informativi), ma più che altro per le illustrazioni: circa 700 illustrazioni in bianco-nero, a tratto o puntinate, semplici ma precisissime, meravigliose nella loro semplicità e precisione.
Il testo è strutturato come una chiave dicotomica commentata, dotata di una sintetica descrizione della specie, del suo periodo di volo e della relativa mappa di distribuzione ogni volta che si raggiunge un’identificazione. A lato si trovano, per l’appunto, le magnifiche illustrazioni di Ruth Ilke Nüß, che raffigurano tutti i particolari necessari, e spesso anche l’insetto intero. Non mancano tavole a tutta pagina che mostrano utili confronti di quelle parti del corpo critiche per l’identificazione tra specie strettamente affini (e.g. le appendici addominali di Aeshna e Somatochlora, il disegno dell’addome e del pronoto in Coenagrion…), mentre per alcune specie vengono addirittura presentati disegni in serie che descrivono molto bene la possibile gamma di variabilità di determinati particolari (e.g. il disegno sul secondo segmento addominale in alcuni Coenagrion, che spesso scatena dubbi amletici anche tra i più scafati libellulofili).

L’impianto concettuale di questo volume è ancora abbastanza legato alla tradizione delle chiavi di determinazione da laboratorio, presentando per la maggior parte disegni di “pezzi di animale” piuttosto che di animali interi. Ma ciò non è da considerarsi un fattore negativo, tutt’altro: dovrebbe anzi essere visto come un’utilissima integrazione, un approfondimento rispetto a quei manuali, pure belli ed utili, che mostrano solo o quasi solo l’insetto intero.
E niente sarebbe più sbagliato che pensare che un testo simile sia utile soltanto in laboratorio, al momento di affrontare una distesa di insetti morti, essiccati e spillati. Al giorno d’oggi, la maggior parte degli appassionati di libellule scattano ottime macrofotografie nelle quali anche i minimi particolari riescono ad essere rappresentati in un modo che nulla ha da invidiare all’osservazione dell’esemplare in mano sotto lente o sotto allo stereomicroscopio; può quindi risultare davvero utile una collezione di buoni riferimenti iconografici di quei dettagli morfoanatomici spesso fondamentali per distinguere specie molto simili tra loro, che a volte anche sulla “bibbia” di Dijkstra & Lewington sono rappresentati solo parzialmente o in dimensioni minuscole.

Da una prospettiva italica, il libro, pur mancando delle specie più legate ai climi caldi mediterranei che da noi si trovano soprattutto nella parte meridionale del Paese (riporta infatti solamente le specie più tipicamente diffuse nell’Europa centrale, buona parte delle quali presenti e diffuse anche in Italia), è comunque meritevole di attenzione.
Da notare, infine, che si tratta non di una mera ristampa, ma proprio di una nuova edizione convenientemente aggiornata rispetto a quella del 1998: diverse decine di pagine ed un numero considerevole di disegni si sono aggiunti al libro rispetto ad allora.

Trovo che questo volumetto sia un piccolo gioiello, imperdibile non solo per il naturalista e l’entomologo da campo appassionati di libellule, ma anche semplicemente per chi sia appassionato di disegno od illustrazione naturalistica. Anche senza conoscere il tedesco: il linguaggio dei disegni è universale.
Dulcis in fundo: ha il rapporto qualità-prezzo più conveniente che abbia mai visto.

 

Libellen
di Arne W. Lehmann & J. Hendrick Nüß
disegni di Ruth I. Nüß
Deutscher Jugendbund für Naturbeobachtung, 2015, 200 pp.

Alcune pagine in anteprima si possono visionare sul sito del Deutscher Jugendbund für Naturbeobachtung.

 

A modest proporsal

proporsalblog

*   *   *   *   *

Una modesta proposta
per evitare che gli orsi siano di peso ai loro vicini umani
o alla loro Regione
e per renderli utili alle sagre montane

o, più sinteticamente,

Una modesta propORSA

su modello di analoga opera dell’illustrissimo signor

Gionata Swift

ad opera di
“Naturalisti Impiccioni”

*   *   *   *   *

Non possiamo più tacere sul problema che gli orsi rappresentano per il sistema sociale ed economico dei paesi montani di una certa fetta dell’Italia Superiore.

È inconcepibile che un tranquillo abitante di un paese montano dell’Italia Superiore non possa più arrogarsi il diritto di avvicinarsi a un palmo da dei cuccioli d’orso con la madre nelle vicinanze, o prenderne uno adulto a sonore bastonate senza ragione aspettandosi che quello non gli restituisca come minimo il favore con una zampata, e senza nemmeno avvisare prima. Gli abitanti dei paesi montani dell’Italia Superiore dovrebbero essere liberi di potersene andare in giro per i boschi con l’idea di prendere a sassate un orso in caso di incontro, così come di lasciare scorrazzare liberi i propri cani – chi se ne cura del fatto che i cani sciolti possano essere fastidiosi per gli altri frequentatori dei boschi, molestino fino ad ucciderli i cuccioli degli ungulati selvatici, persino perpetrino attacchi al bestiame che tanto poi vengono attribuiti a furor di popolo ai lupi: sono cani, quindi migliori dell’uomo, quindi possono fare quel che più gl’aggrada – senza dover temere immediate rappresaglie da parte dei plantigradi.
È inconcepibile che gli orsi si comportino da orsi, ancora al giorno d’oggi così come nelle leggende di cinquecent’anni fa. Siamo nel Ventunesimo Secolo, gli orsi avrebbero ormai dovuto imparare che per continuare ad esistere al giorno d’oggi ci si deve adeguare ai comodi della specie dominante, ovverosia dell’Homo sapiens sapiens. Ma gli orsi sono refrattari a questo, sordi a qualsiasi rimbrotto, troppo impegnati a saccheggiare alveari e a prendere a unghiate innocui fungaioli con il pretesto della difesa degli orsetti, per sentir ragione.
Non è più tollerabile che un’orsa si permetta di difendere i piccoli da quella che vede come una minaccia per la cucciolata, non è più tollerabile che un orso preso a bastonate da un montanaro dopo essere stato infastidito da un cane sciolto si permetta di reagire (anche se senza l’intenzione di uccidere ma solo per “far la voce grossa”), non è più tollerabile che animali ghiotti di miele e frutta si permettano di mangiare miele e frutta trovati in proprietà private non adeguatamente protette con misure preventive che era stato caldamente consigliato in precedenza ai proprietari di adottare.
Va trovata una soluzione.

La soluzione non può essere che una: abbatterli. Abbatterli tutti.
Di certo, gli abitanti di quella zona dell’Italia Superiore più interessata dal problema, che hanno la passione per la caccia intrecciata nel DNA – a loro dobbiamo infatti mirabili motti tradizionali quali Weidmannsheil! Sant’Uberto! Jägermeister! – si faranno carico più che volenterosamente dell’incombenza, con beneplacito e gran sollievo di tutti.
Che dire però delle ingerenze dell’Unione Europea, che considera gli orsi animali protetti? La questione si deposita così fulmineamente come è stata sollevata: l’Italia vanta una lunga tradizione di procedure di infrazione a causa del mancato rispetto delle direttive comunitarie relative all’ambiente, per cui non sarà una multa in più a mettere un freno a ciò ch’è necessario.
Ma, una volta che gli ingombranti e carnosi plantigradi saranno finalmente stati tutti abbattuti, che farne? Questa è la vera soluzione da trovare.

Lasciarli in loco? Neanche a parlarne! Una così sovrabbondante disponibilità di carcasse favorirebbe l’affluenza di animali spazzini. Non vogliamo mica che i cieli dell’Italia Superiore si riempiano di Aquile o, ancora peggio, di Gipeti, entrambe bestiacce note per rapire agnelli, capretti, vitelli, montoni, tori, buoi – ma purtroppo non i caproni – e, nei casi più tragici, persino bimbi lasciati incustoditi dai genitori! Perché far tanta fatica ad eradicare l’orso, se poi c’è il rischio che, lasciando le carcasse alla mercé della Natura, giungano da ogniddove nuove bestie da affannarsi ad eradicare a loro volta!?

Seppellirli? Signori, qui non parliamo di cani o gatti, animali che ben a ragione meritano trattamenti empatici in quanto zono miliori del’uomo!!1!!1!, bensì di fiere più diaboliche che animali. Immeritato onore, per loro, l’avere una degna sepoltura.

Incenerirli alla stregua di rifiuti organici? Tale soluzione sarebbe già più fattibile, ma, avendo già tanti problemi d’inquinamento così come stiamo, aggiungere un tal carnaio a quanto già c’è da incenerire sarebbe troppo.

La soluzione non può essere che una:

M A N G I A M O L I

La carne d’orso, nonostante sia più coriacea di altre alle quali siamo sicuramente più avvezzi, ha un sapore unico, inizialmente molto forte ma poi dolciastro, ancora più selvaggio di quello della selvaggina, una vera prelibatezza per ghiottoni, che si apprezza ancora di più dopo un’opportuna frollatura. Peraltro, in altre Nazioni, evidentemente più avanzate e civili della Nostra, l’orso già finisce abitualmente nel piatto: si prendano ad esempio la Slovenia e la Russia, per dirne due.
Mi si riconosca quindi il merito d’aver proposto un metodo onesto (giacché gli orsi meritano d’esser abbattuti), facile (che c’è di più facile che dividere in quarti una bestia così grossa che tanto bene si presta al macello) e poco costoso (anzi, meglio ancora, redditizio, dal momento che a fronte del basso costo delle operazioni di abbattimento e macello, gli introiti derivanti dalla vendita della pregiatissima e succulenta carne ursina soverchieranno assai le spese sostenute per ottenerla e lavorarla) per fare efficacemente fronte al supremo problema dello smaltimento delle carcasse d’orso che l’alacre eradicazione delle specie di certo produrrà a breve.

Prevedo che ricercatezze quali la bistecca d’orso accompagnata da funghi primaticci che è stato possibile raccogliere perché dopo l’eradicazione dell’orso i fungaioli finalmente non hanno più paura ad andare per funghi, il filetto d’orso ai frutti di bosco e miele che non si sarebbero potuti usare come condimento se l’orso fosse ancora vivo perché se li sarebbe mangiati prima lui, il tagliere di salame d’orso accompagnato da formaggio di malga prodotto col latte delle vacche rese più serene e quindi più produttive dall’eradicazione dell’orso e la lingua d’orso alla francese avranno un tale successo che in breve tempo tutto quel che ci sarà da smaltire verrà smaltito.
Prevedo un tale successo che si potrebbe addirittura pensare all’istituzione di una sagra annuale, da svolgersi in differenti paesi montani dell’Italia Superiore, in cui profondersi in luculliane spanciate a base di carne d’orso. Al che sorge però un altro problema: gli orsi…sono troppo pochi. Come potranno mai quei miseri 48-50 esemplari ad oggi censiti nell’Italia Superiore sopperire al notoriamente gargantuesco appetito dei frequentatori delle sagre montanare?

La soluzione non può essere che una: si renderà necessario allevare appositamente gli orsi, affinché la loro pregevole carne non venga a mancare. Meglio se in spazi il più possibile aperti, meglio ancora se addirittura in natura, cosicché possano condurre quella vita ed avere quell’alimentazione che ne rendono le carni così saporite, gustose, selvatiche, ricercate, co$to$e – in una parola, redditizie.

Ma, aspettate un momento, in questo modo si tornerà ad avere orsi allo stato brado nell’Italia Superiore!

Tanto trambusto, per ritornare alla situazione di partenza.

Forse, allora, non vale neanche la pena di prendersi la briga di sterminare gli orsi, ma, semplicemente, conviene lasciarli tranquilli nelle loro foreste dell’Italia Superiore a…comportarsi come orsi. E magari, al contempo, insegnare agli uomini a comportarsi come uomini, anziché come babbuini vocianti.

*   *   *   *   *

ursusgnamblog

 

A distanza di due estati dallo sciame di “inquietanti libellule impazzite” che aveva “invaso” il quartiere torinese del Lingotto, ecco che le Anax ephippiger ritornano a far alzare il naso all’aria agli abitanti delle zone intorno a Torino.
Un paio di giorni fa, il 19 e il 20 agosto, la cittadina piemontese di Carmagnola è stata meta e dormitorio di un grosso sciame di questi Odonati, che ha attirato l’attenzione di chi se li è visti sfrecciare sopra la testa o riposare schierati sui muri – e non solo – della propria abitazione.
Ancora una volta, chiaramente, niente presagi apocalittici o piaghe bibliche dietro l’angolo; ma, comunque, un po’ di perplessità da parte dei cittadini poco o per nulla abituati ad assistere allo spettacolo di un consistente sciame di – grosse! – libellule in volo frenetico in pieno centro abitato sul far della sera. Che è in effetti uno spettacolo tanto raro da vedere quanto affascinante.

Non che abbia molto da aggiungere rispetto a quanto avevo già scritto qui e qui, se non che è interessante notare la diversa sensibilità con cui questo avvenimento viene recepito dagli spettatori – alcuni entusiasti dello spettacolo, altri incomprensibilmente spaventati dall’elevata concentrazione di libellule, e perfino qualcuno che lo prende come spunto per criticare l’amministrazione comunale! – e soprattutto sottolineare ancora una volta, che non fa mai male, che queste occasioni sono ottime per far conoscere al grande pubblico qualcosa di interessante sulla biologia e l’etologia degli insetti, quindi per poter fare un po’ di divulgazione. E, anche, condividere le bellissime foto della signora Teresa Dimundo, che ha avuto l’enorme fortuna di trovarsi fuori dalla finestra una parte dello sciame che aveva deciso di pernottare sul suo stendino! – e l’altra parte sul palazzo di fronte, uno spettacolo sorprendente e decisamente fuori dal comune.

 

ephippcarmagnola1

ephippcarmagnola2

Fotografie per gentile concessione di Teresa Dimundo

E a chi, come me, è appassionato allo studio di questi insetti e cerca di comprenderne meglio la biologia e il comportamento, rimane l’annoso dubbio: saranno individui nati da queste parti o migratori?
[Forse la prima foto qualche indizio lo può dare: sembrano tutti belli ‘freschi’, il che potrebbe far propendere per individui nati dalle nostre parti…chissà]