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La flora lichenica d’Italia si è arricchita di due specie: bazzicando nelle aree di studio del mio dottorato, in piena Pianura Padana, sono infatti inciampato in alcune Cladonie “strane” che ad un’analisi più approfondita si sono rivelate appartenenti a due specie mai rinvenute in Italia in precedenza: Cladonia conista e Cladonia pulvinata [1].

 

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Cladonia conista nella luce mattutina
Parco del Ticino Lombardo

 

Se qualcuno di voi ha un minimo di familiarità con i licheni, vedendo l’immagine sarà forse rimasto perplesso: licheni fatti così, a trombetta, in Italia se ne vedono in quantità! Com’è possibile che nessuno se ne sia mai accorto e non li abbia segnalati prima!? I lichenologi hanno forse i bulbi oculari foderati di salame?
Tutt’altro; è solo che le cose non sono così semplici.

Cladonia conista appartiene infatti ad un gruppo di specie estremamente difficili da distinguere l’una dall’altra, il famigerato gruppo di Cladonia chlorophaea. Il “gruppo chlorophaea” è una lama a doppio taglio della quale entrambi i tagli fanno malissimo: da un lato, tutte le specie sono morfologicamente molto simili, con tallo primario formato da piccole squame (squamule) da cui si innalzano strutture tridimensionali (podezi) a forma di coppe o trombette; dall’altro, tutte le specie sono morfologicamente variabilissime, tanto che in una stessa specie possono essere prodotti podezi con trombette strettissime o con coppe larghissime. In soldoni: due coppe ugualmente ampie e visivamente identiche potrebbero appartenere a specie diverse tanto quanto due coppe diversissime potrebbero appartenere alla stessa specie. Si rendono quindi necessarie, per una corretta identificazione delle specie, delle analisi chimiche che permettano di identificare le sostanze (acidi lichenici) che sono presenti all’interno del campione al quale si sta cercando di dare un nome.
Del terribile “gruppo chlorophaea” in Italia abbiamo registrate, ad oggi, 7 specie; ma il discorso si complica aggiungendo tutte quelle specie che pur non essendo attribuite a questo gruppo sono comunque morfologicamente molto simili, e così arriviamo ad avere quasi una ventina di specie [2] che, specialmente per i neofiti, possono rivelarsi veramente complicate da distinguere l’una dall’altra.

Capirete quindi che la situazione è piuttosto intricata. Anche perché poteva capitare, prima dell’avvento della chimica (e talvolta anche dopo), che molti campioni venissero archiviati con uno sbrigativo “Cladonia chlorophaea s. lat.”. L’unica revisione approfondita del “gruppo chlorophaea” in Italia risale alla metà degli anni Ottanta [3], e da allora è sicuramente stato raccolto molto materiale che sarebbe opportuno mettersi a studiare approfonditamente.
Comunque, tutto questo per dire che, se nelle vostre peregrinazioni nella natura vi è mai capitato di notare un lichene molto simile a quello nella foto in apertura, probabilmente si trattava di un’altra specie ben più comune. Se non vi fidate, date un’attenta occhiata alla prossima immagine:

 

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Un collage di quattro specie con podezi a trombetta:

C. conista, C. chlorophaea, C. fimbriata e C. pyxidata
(ovviamente messe non in quest’ordine).
Ditemi quale è quale…se ci riuscite.

 

Ma non ho scritto questo post solo per far sapere che abbiamo due specie di licheni in più, bensì anche – e soprattutto – per sottolineare come questa “scoperta”, oltre ad avermi dato il pretesto per raccontare qualcosina sui miei licheni preferiti, ci dica almeno tre cose estremamente importanti a livello generale:

1) Non tutto è perduto! Chi mai si aspettava di imbattersi in due specie di licheni mai trovate prima in Italia proprio nella zona che d’Italia è la più impattata dall’uomo – la Pianura Padana – per giunta a un tiro di sasso dal principale aeroporto del nord Italia e a poche decine di chilometri dal centro di Milano!? I licheni sono organismi delicati, molto sensibili all’inquinamento e alle alterazioni ambientali causate dall’attività umana troppo intensiva; di conseguenza, questo non sembra esattamente un contesto ottimale per scoprire specie che finora erano sfuggite a tutti.
Ovviamente, va detto, non è che queste specie si trovino dappertutto: è quindi vitale che almeno vengano salvaguardati quegli ambienti che ancora le ospitano – in questo caso particolare si tratta delle praterie aride e delle brughiere aperte a Calluna vulgaris, due habitat di interesse conservazionistico codificati e tutelati dalla Direttiva Habitat (rispettivamente sotto i codici 6210 e 4030) che in Italia sono purtroppo in drammatico declino [4].

2) Questi ritrovamenti ci dicono anche che c’è ancora da lavorare per arrivare ad una conoscenza completa dei licheni italiani. Giusto qualche tempo fa avevo per l’appunto parlato entusiasticamente dell’importantissimo aggiornamento della checklist italiana, sottolineando – come peraltro aveva già fatto lo stesso autore della checklist – come occorra sempre avere bene in mente la massima per cui “ogni punto d’arrivo è un nuovo punto di partenza”. E se si trovano due Cladonie nuove per l’Italia in mezzo alla Pianura Padana, allora cosa ci potrà essere in quei – ahimè, non molti – lembi ancora incontaminati di Alpi, di Appennini, di coste!?
Ma non si tratta solamente dei licheni: una caterva di altri taxa che (per loro sfortuna) non sono mainstream per i ricercatori scientifici, sono in paziente attesa che qualcuno li studi più a fondo per consentirci di farci un’idea sulla reale biodiversità complessiva esistente in Italia, un Paese nel quale ancora oggi saltano fuori quasi ogni anno specie nuove per la scienza [5] e spesso endemiche.

3) Corollario – un po’ polemico, ma sacrosanto – a fusione dei due punti precedenti: come mettiamo a punto misure di tutela per ciò che ci è rimasto, se neanche sappiamo bene che cosa abbiamo sotto al naso, che è la base di tutto!? È ora che l’Italia cominci davvero ad impegnarsi un po’ di più per salvaguardare la sua immensa biodiversità; ma per conservare è necessario gestire, e per gestire è indispensabile una conoscenza di base che deve essere acquisita in modo adeguato tramite professionisti preparati (e opportunamente retribuiti), non a spizzichi e bocconi e sfruttando sfacciatamente il sudore di volontari e appassionati. È una necessità che, ora più che mai, ci viene evidenziata a gran voce persino dagli umilissimi licheni.

 

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Una veduta di un tratto della “Brughiera di Gallarate”, che in passato era estesa per molti chilometri quadrati ed è oggi ridotta ad un frammento.

Per quanto ancora riusciremo a conservare habitat di questo tipo – con tutta la biodiversità che ne consegue – nella zona più antropizzata d’Italia?

 


 

*** Note ***

[1] Gheza G., Nascimbene J., Mayrhofer H., Barcella M., Assini S. 2018. Two Cladonia species new to Italy from dry habitats in the Po Plain. Herzogia 31 (1): 293-303.

[2] Le specie del ‘gruppo chlorophaea’, già inteso in senso ampio, sarebbero C. chlorophaea, C. cryptochlorophaea, C. merochlorophaea, C. grayi, C. humilis, C. perlomera e, da poco, come si è detto, anche C. conista. Aggiungiamoci anche C. fimbriata, specie comunissima su scorza e legno marcescente, che in linea teorica dovrebbe avere coppe strette che consentirebbero di distinguerla dalle altre specie del gruppo, ma che poi, in pratica, è altrettanto variabile. E aggiungiamo pure anche il duo C. pyxidataC. pocillum, che ad occhi poco pratici possono sembrare altrettanto identiche alle precedenti, producendo anch’esse podezi a coppa – si distinguono però morfologicamente, ad un più attento esame, grazie alla presenza di placche circolari piatte o convesse (schizidi) e all’assenza di quei propaguli polverosi (soredi) che le specie del “gruppo chlorophaea” hanno generalmente in abbondanza, sparsi sui podezi. Volendo, potremmo aggiungere anche le quattro specie del “gruppo Cladonia coccifera“, che, quando sprovviste dei caratteristici corpi riproduttivi (apoteci) di colore scarlatto fiammante, con i loro bei podezi a coppa verde-grigiastri sono altrettanto confondibili con tutte le altre specie sopra menzionate. Ce ne sarebbero poi anche un bel po’ di altre, decisamente più rare – C. carneola, C. cyathomorpha, C. monomorpha… – ma non vorrei mettere troppa Cladonia al fuoco.

[3] Coassini-Lokar L., Nimis P.L., Ciconi G. 1986. Chemistry and chorology of the Cladonia chlorophaea-pyxidata complex (Lichenes, Cladoniaceae) in Italy. Webbia 39 (2): 259-273.

[4] Genovesi P., Angelini P., Bianchi E., Dupré E., Ercole S., Giacanelli V., Ronchi F., Stoch F. 2014. Specie e habitat di interesse comunitario in Italia: distribuzione, stato di conservazione e trend. Serie Rapporti 194/2014. ISPRA, Roma, 330 pp.

[5] Basti pensare ai due casi recenti più eclatanti: la Vipera walser (Vipera dei Walser) e lo Sciurus meridionalis (Scoiattolo nero meridionale). Scoprire dei Vertebrati (il taxon più studiato) nuovi per la scienza in piena Europa (il continente più studiato) ancora nel XXI secolo ha del fantascientifico…eppure succede. E proprio in Italia.
Sono ovviamente due casi straordinari: quasi tutte le nuove specie appartengono – guarda caso – a taxa molto meno studiati (per lo più gruppi di insetti per orientarsi al cui interno serve essere superspecialisti…).

 


 

*** Poscritto ***
Sono partito lanciato scrivendo che le nuove specie erano due, e poi ho parlato solo di Cladonia conista, ignorando completamente la povera Cladonia pulvinata. In fin dei conti anche C. pulvinata fa parte di un gruppo di specie che possono essere un po’ ostiche senza la chimica, ma da questo punto di vista C. conista era molto più esemplificativa, offrendo spunti migliori per quello che mi premeva di sottolineare nella prima metà del post.

 

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Suvvia, concediamo il suo momento di gloria anche a
Cladonia pulvinata… finché la si trova ancora!

 

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Eccomi ancora una volta lanciato sull’editoria germanica (“ma questo qua non recensisce mai libri in italiano!?“), ma è davvero facile cascarci quando si tratta di qualcosa di prodotto da un editore illuminato come Quelle & Meyer.

Stavolta vorrei presentare (e, meritatamente, lodare) qualcosa che in Italia manca completamente: una valida guida da campo ai licheni.
Chi segue il blog sa che i licheni sono il mio primo interesse, nonché, per ora, l’argomento dei miei studi professionali. In questa posizione, vuoi di appassionato vuoi di professionista, è legittimo avvertire la mancanza di uno strumento semplice ma allo stesso tempo scientificamente valido per indirizzare l’identificazione di questi organismi, che può spesso rivelarsi complicata. Peraltro, sono convintissimo che una buona guida da campo potrebbe essere un ottimo strumento per attirare i curiosi verso questo fantasmagorico universo in miniatura.
Le chiavi interattive di Dryades, che sono disponibili non solo online ma anche come app per i telefoni moderni, sono d’aiuto in questo senso, ma purtroppo si limitano ai licheni epifiti. E, a parte questo, sicuramente ci sono in circolazione dei ‘nostalgici’ che, come me, quando vanno in campo o semplicemente a spasso preferiscono la classica guida cartacea tascabile e ben illustrata alle app sul telefono.

Purtroppo al momento i suddetti ‘nostalgici’ eventualmente interessati alla lichenologia possono godere di questa guida solamente se masticano un po’ di tedesco, poiché finora di questo libro esiste solamente l’edizione originale (e, ahimè, dubito che verrà mai prodotta un’edizione italiana):
Flechten einfach bestimmen, ovvero “identificazione facile dei licheni“.
Anche se una mia amica, quando le ho parlato del libro, mi ha risposto “ci può essere ben poco di einfach se c’è di mezzo il tedesco!” [einfach=facile]. In effetti la lingua è il grosso fattore limitante di questa guida per il pubblico italico; ed è un vero peccato, perché il libro merita veramente di essere comprato ed utilizzato fino al completo logoramento dell’ultimissima pagina. Non per niente ho deciso recentemente di acquistarne una seconda copia da portarmi in campo per non rovinare la prima, attentamente custodita nella mia piccola biblioteca naturalistica, sennonché…nel frattempo è stata pubblicata una seconda edizione aggiornata, e quindi mi sono visto recapitare un libro diverso dal primo! Diverso solamente per pochissimi particolari, ma ora il mio dilemma di bibliofilo ossessivo-compulsivo è: ne compro una terza copia o mi porto in campo questa!?

 

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La nuova edizione si differenzia dalla vecchia per il formato leggermente più grande (e ingombrante, trovo che il vecchio fosse migliore), per gli aggiornamenti nomenclaturali sulle specie che hanno cambiato nome nei pochissimi anni trascorsi dalla prima alla seconda edizione [1] – una cosa che in lichenologia accade fin troppo spesso – e per l’aggiunta di alcune specie confondibili con altre già presenti nell’edizione precedente.

 

I licheni descritti nella guida – circa 400 specie, decisamente un buon numero – sono raggruppati per gruppi ecologici secondo ambienti e substrati (es. ‘licheni epifiti dei boschi di bassa quota’, ‘licheni sassicoli su roccia carbonatica’, e così via), per facilitarne l’individuazione in base all’ambiente che si sta osservando in campo. Le chiavi che introducono ogni gruppo sono molto einfach e chiare, anche se estremamente semplificate; ma questo non pregiudica la ‘scientificità’ dell’opera, dal momento che, quando si giunge alla descrizione di una specie presente nella chiave, vi si trovano descritte anche le specie più simili che nella chiave non erano presenti, il che dovrebbe permettere di discriminarle correttamente ed evitare sbagli. Almeno in teoria, perché poi, quando si ha a che fare con spot-test effimeri o microscopia, qualche granchio capita di prenderlo, ogni tanto. Ma non è colpa del libro.
I testi sono concisi ed illustrano non solamente le indispensabili descrizioni delle specie trattate e delle specie simili, ma comprendono anche utili cenni all’ecologia e alla distribuzione delle specie.
Le immagini fotografiche che corredano la guida sono di altissima qualità e mostrano il lichene intero e/o i particolari più importanti ai fini dell’identificazione. Ma tenete sempre presente che con i licheni le immagini possono talvolta essere fuorvianti: bisogna sempre procedere con un’attenta lettura della descrizione dei caratteri morfologici ed anatomici, per arrivare ad un’identificazione certa.
Gli autori hanno cercato di semplificare questa parte puntando al massimo sui caratteri osservabili in campo tramite lente d’ingrandimento, e c’è da dire che, con le dovute cautele, anche i reagenti per gli spot-test possono essere portati ed utilizzati in campo. Purtroppo però non è così anche per la microscopia, ma anche in questo caso non è colpa del libro.

Ovviamente, come ripete spesso un mio professore, la perfezione non è di questo mondo, e anche questa guida, per quanto io la trovi strepitosa, ha dei difetti; rimando per questi alla puntuale recensione di Walter Obermayer [2] (anche questa, solo per chi sa il tedesco), che ha sviscerato per bene il libro e li ha trovati credo tutti – ma che, attenzione, ha concluso la sua recensione affermando che il libro è talmente ottimo che può essere utile non solamente ai neofiti ma pure ai lichenologi scafati…e se non è un apprezzamento questo!
Peraltro, anche la recensione di André Aptroot [3] si conclude con le medesime constatazioni, e l’opinione di due esperti del loro calibro è sicuramente da tenere in considerazione.

 

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Vecchio e nuovo a confronto.

N.B. Si tratta della stessa pagina, sulla quale sono presenti le medesime specie: semplicemente due hanno cambiato nome [1] ed è stata aggiunta Candelaria pacifica, specie molto simile a Candelaria concolor rinvenuta in Europa solo recentemente.

 

Ma perché consiglio ad un pubblico italiano un libro imperniato sull’Europa Centrale? (sebbene non sia specificato nel titolo, il libro è naturalmente riferito al contesto germanofono).
Ebbene, è presto detto: le specie trattate sono diffusamente presenti anche nell’Italia centro-settentrionale, quindi, almeno per questo contesto, la guida è più che adeguata. Ovviamente l’efficacia di alcune parti del testo si impoverisce parecchio scendendo verso l’Italia mediterranea, perché benché molte specie ad ampia distribuzione siano condivise dai due contesti biogeografici, scendendo nel meridione aumentano in frequenza ed abbondanza specie che in Europa Centrale sono rarissime o assenti, e di conseguenza non presenti nel libro. Imbattersi in Seirophora villosa nella Bassa Baviera è piuttosto improbabile, per dirne una.
Quindi diciamo pure che la mia valutazione entusiastica dell’utilità di questa guida ha validità circoscritta all’Italia settentrionale/centro-settentrionale, e, perché no, alle zone più in quota dell’Italia meridionale (e ovviamente…all’Europa centrale, in caso voleste andare a cercare licheni là). Per avere qualcosa di più utile per le aree costiere e di bassa quota del sud Italia bisognerà aspettare che qualche lichenologo ‘mediterraneo’ produca una guida ad hoc (o decida di tradurre ed integrare questa qua).
Lichenofili, cominciamo a tenere le dita incrociate…!

 

Flechten einfach bestimmen
di Volkmar Wirth & Ulrich Kirschbaum
Quelle & Meyer, 2014 (prima edizione) – 2017 (seconda edizione), 416 pp.

 


* * * Note * * *
[1] Ho colto, nelle due recensioni riportate di seguito, che, per la nomenclatura di alcune specie (e.g. i nuovi generi nati da numerose costole di Xanthoria, come Gallowayella, Massjukiella, Oxneria e Xanthomendoza), Wirth & Kirschbaum sono andati un po’ in controtendenza rispetto a quanto accettato a livello internazionale; ma si tratta di questioni accademiche che non inficiano l’efficacia pratica della guida. Per districarsi tra la nomenclatura dei licheni è sufficiente consultare Index Fungorum o ITALIC.
[2] Obermayer W. 2013. Herzogia 26 (2): 431-435.
[3] Aptroot A. 2014. The Lichenologist 46 (4): 599-600.

 

Quando da bambino mi ammalavo, per riempire tutto quel tempo sottratto alla scuola a volte mamma mi leggeva alcune storie da uno dei due volumi delle “fiabe italiane” di Italo Calvino che avevamo in casa. In omaggio alla mia e a tutte le mamme del mondo, essendo oggi la festa della mamma, vorrei spendere due parole su una mamma-naturalista che, guarda caso, era proprio quella di Calvino.

Ho già accennato in passato a quanto fosse fenomenale questa donna dal carattere deciso e dalle sviluppatissime capacità scientifiche. La mia stima arriva al punto che ho inflitto all’intero laboratorio in cui lavoro – dove forse giusto un centinaio d’anni fa lei stessa si trovava spesso a passare – di avere affisso sulla parete un suo ritratto che ci osserva con quell’aria accigliata che la contraddistingueva già da giovane, come un santino scientifico che severamente ci sprona a fare del nostro meglio nella ricerca.

 

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Se volessi semplicemente snocciolare la biografia di Eva Mameli (poi Mameli-Calvino), potrei banalmente aggiungere che nacque a Sassari nel 1886; che dopo la laurea in matematica conseguita a Cagliari nel 1905 decise di volere anche quella in Scienze Naturali, che conseguì a Pavia nel 1907; che il suo talento per la ricerca le permise di rimanere nel laboratorio crittogamico dell’ateneo pavese sotto la direzione di Giovanni Briosi, dove diventò assistente di Botanica nell’anno accademico 1911-1912; che fu la prima donna a conseguire la libera docenza in Botanica in Italia, nel 1915; che fu crocerossina presso l’ospedale allestito nel palazzo Ghislieri durante la Prima Guerra Mondiale; e così via, passando per un matrimonio improvviso, una permanenza di alcuni anni nel Sudamerica, la gestione della stazione sperimentale di floricoltura di Sanremo, per giungere infine alla scomparsa, in ormai tarda età, nel 1978.
E anche così frettolosamente dà già l’impressione di averne fatte di tutti i colori; non male, per un personaggio che forse nessuno o pochissimi di coloro che leggeranno queste righe aveva già sentito nominare in precedenza. Troppo spesso infatti la sua figura viene dimenticata, passando sotto silenzio all’ombra del più noto ed ingombrante nome del suo primogenito, il grande scrittore Italo Calvino, e del secondogenito, il geologo Floriano Calvino.

Si trattava effettivamente di una personalità molto particolare, non solamente dal punto di vista scientifico, ma anche da quello caratteriale.
Per dare un’idea del suo carattere può forse bastare il resoconto del suo matrimonio con Mario Calvino. Questi aveva avviato nel 1917 una stazione agronomica sperimentale a Santiago de las Vegas (Cuba), praticamente dall’altra parte del mondo. A un certo punto si trovò ad avere necessità di un esperto di genetica delle piante, e forse la soluzione migliore gli parve di sposarne una: approfittando di un viaggio in Italia per un convegno, chiese ad Eva di sposarlo (!) e lei accettò (!!). Il matrimonio fu celebrato per procura a Pavia nell’aprile 1920 e successivamente Eva raggiunse il marito a Cuba, dove in ottobre fu celebrato il matrimonio in carne ed ossa. Eva non aveva mai incontrato Mario di persona prima di quel suo viaggio in Italia, ma spero che almeno i due fossero in contatto per corrispondenza da prima, altrimenti lei sarebbe ancora più decisa di quanto immaginassi. E con ‘decisa’ qui intendo ‘un po’ folle’.

E che dire poi del suo ecletticismo scientifico.
Si sa (o forse no, nel qual caso ve lo dico io ora), il grande calderone della “botanica” riunisce di fatto tante discipline differenti – basti pensare, a titolo d’esempio, a quanto sono diversi i compiti e le conoscenze di uno studioso di vegetazione, un tassonomo delle piante e un genetista che si occupa di vegetali – ed Eva Mameli dimostrò la curiosità e la tenacia tipiche dei grandi scienziati interessandosi di aspetti della botanica anche molto diversi tra loro.
Un esempio fu la sua incursione nello studio della parabiosi nelle piante [1], sicuramente in linea con la sua formazione di fisiologa vegetale, ma comunque piuttosto particolare. La parabiosi – vale a dire, in questo caso, la simbiosi tra due organismi dovuta alla creazione artificiale (per via chirurgica) di un collegamento anatomico con rilevanza fisiologica tra di essi – era un argomento in gran voga in quel periodo; tenete presente che lei si limitava a collegare tra di loro due piante tramite il fusto per vedere come reagivano in diverse situazioni dopo il collegamento, ma altrove c’erano delle specie di Dottor Frankenstein che queste cose le facevano con gli animali, collegando topi per il tubo digerente o impiantando teste supplementari sul collo dei cani [v. qui].

 

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Che c’entra una foglia ricoperta di licheni con Eva Mameli-Calvino?
Lo scopriremo tra poco…

 

Tra i suoi altri meriti, volendo citare i più noti, abbiamo la compilazione di un enciclopedico dizionario etimologico di botanica [2]; ma si trovò anche ad uscire dall’ambito botanico, promuovendo, quando già avanti con gli anni, la prima società per la protezione degli uccelli – nella fattispecie uccelli utili all’agricoltura, dal momento che comunque la deformazione professionale botanico-agronomica occhieggia anche da questa iniziativa.
Ma a lei si deve anche la compilazione dell’esauriente voce “licheni” nell’Enciclopedia Italiana Treccani (1934), e proprio qui ritorniamo alla causa scatenante del mio interesse verso questa figura scientifica: la passione per la lichenologia.

Durante il periodo trascorso nel Laboratorio Crittogamico di Briosi, infatti, Eva Mameli si interessò a fondo di lichenologia, pubblicando diversi lavori di floristica e di fisiologia su questi organismi. Inoltre fu tutor, per una tesi di laurea sui licheni dei Colli Euganei, di un’altra naturalista che si sarebbe poi fatta ricordare nel campo della lichenologia italica: Maria Cengia (poi Cengia-Sambo), con la quale peraltro in seguito la stessa Mameli si sarebbe “scontrata” a colpi di pubblicazioni su diversi argomenti di non secondaria importanza (sulla supposta presenza di amido all’interno dei licheni e sul ruolo dei cefalodi come centri di fissazione dell’azoto) [3].

L’interesse di Eva per la lichenologia sembrò spegnersi quando ritornò sullo studio delle piante e specialmente quando si trasferì a Cuba per lavorare nella stazione agronomica sperimentale diretta dal marito. Ma per fortuna non fu realmente così. Infatti, durante il periodo sudamericano il suo grande impegno nello studio della canna da zucchero non le impedì di mantenere vivo questo interesse raccogliendo numerosi esemplari foliicoli [4]. Dopo il suo ritorno in Italia nel 1925, Eva Mameli-Calvino fece dono di questo particolarissimo erbario all’Università dove il suo interesse per i licheni era nato e si era consolidato: quella di Pavia.
La collezione (della quale avevo già parlato qui) fu oggetto di studio per una tesi di laurea supervisionata da Ruggero Tomaselli – a sua volta lichenologo oltre che celebre vegetazionista – alla quale seguì una pubblicazione [5], per venire poi dimenticata in una delle cassette che ospitano gli exsiccata dell’erbario lichenologico dell’Università di Pavia. Dopotutto, è facile pensare che di una cosa già ben studiata non si possa fare altro che conservarla; ma con il venir meno di una presenza lichenologica a Pavia, c’è il forte rischio che questa particolare chicca – dal valore non solo scientifico, ma evidentemente anche storico – sprofondi definitivamente nel dimenticatoio.

 

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Concludo con questa acuta (e forse anche un po’ immodesta…) citazione, che delinea bene il carattere saldo e deciso di questa straordinaria personalità e, perché no, mi consente di chiudere con un ultimo rintocco lichenologico:
I licheni hanno sempre attirato la mia attenzione. Forse li sentivo un poco simili a me perché specie pioniere, primi colonizzatori, abili nell’intaccare il substrato e a prepararlo a chi verrà dopo, capaci di vivere in condizioni difficili, quasi impossibili per altre specie.
Che donna!

 


 

***Note***
[1] Mameli E. 1916. Note di parabiosi vegetali. Archivio botanico e biogeografico italiano, ser. 2, XVI.
[2] Mameli E. 1972. Dizionario etimologico dei nomi generici e specifici delle piante da fiori ed ornamentali. Sanremo.
[3] Si vedano in proposito:
a) Mameli E. 1919. Ricerche fisiologiche sui licheni. I. Idrati di carbonio. Nota preliminare. Atti dell’Istituto Botanico di Pavia n.s. XVII.
b) Cengia-Sambo M. 1923. Note di bio-chimica sui licheni. Nuovo Giornale Botanico Italiano n.s. XXIX: 89-104.
c) Mameli-Calvino E. 1925. Commenti ad alcuni recenti lavori sulla biochimica dei licheni. Bullettino della Società Botanica Italiana 1925: 10-17.
d) Cengia-Sambo M. 1925. Ancora del preteso amido nei licheni. Bullettino della Società Botanica Italiana 1925: 18-21.
* Non posso proprio fare a meno di immaginarmi un ghigno mefistofelico sulla faccia del direttore della rivista quando, vedendosi arrivare sulla scrivania due lavori in cui le due lichenologhe se le cantavano a vicenda – c) e d) – pensò bene di metterli uno subito dietro l’altro sul numero in uscita del Bullettino…
[4] Si dicono “foliicoli” o “epifilli” quei licheni che hanno come substrato di crescita le foglie delle piante vascolari. Si sviluppano soprattutto nelle foreste tropicali, dove le condizioni climatiche consentono alle foglie delle piante caducifoglie di perdurare anche per diversi anni.
[5] Ricci P. & Tomaselli R. 1958. Licheni foliicoli raccolti da E. Mameli Calvino. Archivio botanico e biogeografico italiano 34, ser. 4, 3 (4): 254-262.

Qualche ulteriore cenno biografico su Eva Mameli Calvino si può leggere qui e qui.

 

Ebbene sì, parliamo proprio di strategie per non concedersi alle avances sessuali dei maschi, anche se, ovviamente, non nella nostra specie – per quanto anche per le femmine di Homo sapiens questa potrebbe rivelarsi una strategia vincente, chissà.
In pratica, è stato scoperto – e riportato con grande clamore sui social – che le femmine della libellula Aeshna juncea, a volte, si fingono morte per evitare di accoppiarsi con i maschi [1].

Come al solito, quando una notizia naturalistica rappresenta una curiosità che già dal titolo (“LE LIBELLULE SI FINGONO MORTE PER NON FARE SESSO”, titolo realmente apparso sui social) può essere venduta come qualcosa che fa sorridere ed attira click, questa si diffonde a macchia d’olio e, in genere, viene riportata approssimativamente…anche da certi personaggi che pretendono di essere naturalisti e divulgatori competenti e preparati (non faccio nomi, o meglio, link). Mentre, anche quando viene riportata correttamente, tanta (troppa) gente la condivide sui social, con condimento di emoticon che se la ridono fino alle lacrime, senza nemmeno aprire l’articolo e lasciando luogo agli equivoci che i titoli spesso sensazionalistici originano. La conseguenza è che adesso molta gente crede che quando una qualunque libellula femmina viene approcciata da un maschio della stessa specie per l’accoppiamento, si finge morta per non sottostare al suo ruolo riproduttivo. Fine.
Ovviamente non è così, per tutta una serie di questioni che rendono errata, o quantomeno approssimativa, ogni parte del concetto espresso nella frase precedente. Scomponiamola, quindi, ed osserviamo meglio quella che è la realtà delle cose.

Prima, però, una necessaria premessa. Nelle libellule dell’ordine degli Anisotteri, l’accoppiamento avviene in modo abbastanza brutale: i maschi pattugliano gli ambienti umidi nei quali possono trovare femmine intente a deporre le uova e, non appena ne trovano una, le saltano letteralmente addosso per tentare di accoppiarcisi. Precipitevolissimevolmente, la afferrano per il torace con le zampe per tenerla ferma e subito cercano di agganciare le loro appendici addominali alla collottola della femmina, in modo da formare quella posizione detta ‘tandem’, nella quale la trascinano finché essa cede ed accetta di accoppiarsi. A quel punto, quindi, la femmina solleva l’addome e porta la sua apertura genitale a contatto con i genitali secondari del maschio, costituendo quella forma detta ‘ruota d’accoppiamento’.

junceacop1okCoppia di Aeshna juncea in tandem (a) e ruota d’accoppiamento (b).

Chiarito questo, torniamo ora alle nostre precisazioni.

Tanto per cominciare, questo comportamento non è stato osservato in tutte le libellule, ma, finora, solamente in una specie, ossia Aeshna juncea [1]. È comunque altamente probabile che si possa manifestare in altre specie, soprattutto Anisotteri di grandi dimensioni, come ad esempio gli altri Aeshnidae. Mentre è meno scontato che sia presente negli Zigotteri, che a volte hanno comportamenti riproduttivi più articolati e meno ‘mordi e fuggi’ rispetto agli Anisotteri, arrivando addirittura, in alcune specie, a manifestazioni di corteggiamento alle quali la femmina può semplicemente rispondere con disinteresse, senza bisogno di fingersi passata a miglior vita.
Questo, almeno, relativamente alle specie europee.

Poi, è forse ancora più importante sottolineare che la recitazione del ruolo del cadavere non è affatto l’unica strategia che le libellule attuano per evitare l’accoppiamento: ce ne sono diverse altre, molto più comuni.
La più banale è la fuga. La ricerca che ha fatto tutto questo scalpore riferisce di come, a partire dalla fuga dal maschio in volo, le femmine di Aeshna juncea finiscano col buttarsi a terra immobili fingendosi morte; ma, più spesso, la fuga è fine a sè stessa e la femmina riesce a fuggire dal maschio, andandosi a nascondere tra gli alberi (se nelle vicinanze di un bosco) o volando molto in alto (se in alta montagna, dove siano assenti alberi).
La fuga non è però l’unica opzione. Una femmina già agganciata dal maschio e trascinata in volo può divincolarsi sbattendo le ali e strattonando con forza, finché non viene lasciata andare. Oppure, se non ancora in volo, aggrapparsi saldamente alla vegetazione sulla quale era posata in modo che il maschio non riesca a trascinarla via e, alla lunga, desista e la lasci in pace [2]. O, ancora, scacciare un maschio intento all’approccio mediante il cosiddetto wing-clapping, cioè un veloce battito delle ali a sorpresa, che destabilizza momentaneamente il maschio prima che la afferri, concedendole il tempo per darsi alla fuga [2].
Le libellule sono insetti molto dinamici, e tutti questi moduli comportamentali avvengono in tempi dell’ordine dei secondi o, addirittura, delle frazioni di secondo; anche per questo, alcuni sono stati individuati solamente analizzando al rallentatore filmati di alta qualità [2].

junctent1okFemmina di Aeshna juncea che, sorpresa ed approcciata da un maschio durante l’ovodeposizione in una torbiera, resiste alle ‘avances’ tenendosi saldamente aggrappata alla vegetazione

Tenete poi presente che i maschi di Aeshna juncea sono dei mascalzoni patentati: non si accontentano di tentare la copula con le femmine conspecifiche adulte, ma a volte assalgono anche le femmine neometamorfosate che, posate sulla vegetazione emergente dall’acqua, attendono che le ali spalancate si asciughino dopo essere uscite dall’esuvia [3], nonché femmine di altre specie (ad esempio Aeshna cyanea) [4] o, quando la ricerca è particolarmente frenetica, addirittura altri maschi [4]. Per far fronte a una tale insaziabilità, anche le strategie di contrattacco sono varie, e molto probabilmente dipendono anche dal contesto ambientale in cui avviene ‘l’aggressione’ e da condizioni e posizione della femmina al momento dell’approccio.

Per un caso fortunato, proprio Aeshna juncea è l’Anisottero più comune sulle Alpi, e di conseguenza è una delle specie che ho osservato più spesso e più a lungo durante le mie ricerche odonatologiche in Val Camonica. Posso quindi affermare con dati di prima mano che fingersi morta non è la strategia più frequente…almeno nelle Aeshna juncea camune! (ma lo estrapolerei alle Aeshna juncea in generale) [4].
Nella maggior parte dei casi, la femmina tenta di fuggire in volo già quando il maschio non l’ha ancora afferrata ma si sta semplicemente appropinquando, oppure si divincola con strattoni violenti quando il maschio l’ha già afferrata per la collottola (il che porta spesso alla caduta di entrambi in acqua, dal momento che queste scene hanno luogo generalmente a margine di pozze d’alpeggio o specchi d’acqua di altro tipo; e una volta in acqua, il maschio la lascia andare perché non riuscirebbe ad uscirne dovendosi portare dietro anche il peso della più massiccia femmina) [4]. Qualche volta ho anche osservato le femmine aggrapparsi con forza alla vegetazione riparia o emergente finché il maschio non abbandonava l’impresa per sfinimento, e solamente un paio di volte, infine, ho visto le femmine buttarsi a terra a peso morto, in una credibile e magistrale interpretazione di Giulietta Capuleti dopo la pugnalata autoinferta.

juncedpFemmina di Aeshna juncea durante l’ovodeposizione, che avviene nella vegetazione acquatica


***Note***
[1] Khelifa R. 2017. Faking death to avoid male coercion: extreme sexual conflict resolution in a dragonfly. Ecology 98 (6): 1724-1726.
[2] Rüppell G. & Hilfert-Rüppell D. 2014. Slow-motion analysis of female refusal behaviour in dragonflies. International Journal of Odonatology 17 (4): 199-215.
[3] Torralba Burrial A. & Ocharan F.J. 2005. Comportamiento de bùsqueda de hembras inmaduras como estrategia reproductiva en machos de Aeshna juncea (Linnaeus, 1758) (Odonata: Aeshnidae). Boletìn de la Sociedad Entomològica Aragonesa 36: 123-126.
[4] Gheza G. Refusal strategies and interspecific tandems in two Aeshna species in montane pasture ponds (Odonata: Anisoptera: Aeshnidae). In preparazione.

 

Cladoniarium

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Il 2017 per me è stato un anno cladoniosissimo, tra belle scoperte durante la mia attività di campo (ho trovato 2 Cladonie nuove per l’Italia, di cui presto racconterò qualcosa sul blog, e numerose nuove stazioni di specie rare), un viaggio all’Università di Graz per approfondire la conoscenza delle tecniche di laboratorio in un’ottica di studio approfondito proprio delle Cladonie, le prime pubblicazioni scaturite dal dottorato e, ultimo ma non meno importante, la pubblicazione della monografia sulle Cladonie italiane in collaborazione con Mariagrazia Valcuvia e Dario Passadore.

Nonostante abbia continuato a lamentarmi che non ne posso più di questi licheni, in realtà sono e rimangono i miei preferiti in assoluto, e ho intenzione di continuare a dedicarmici spesso.
Per questa ragione, non volendo trasformare questo blog in un blog monotematico sui licheni (ci tengo comunque a continuare a raccontare anche di libellule, divulgazione & co.), mi sono deciso ad aprirne un altro, che sarà prevedibilmente dedicato ai licheni, in particolare – ovviamente – alle Cladonie.

Se vi interessa, lo trovate qui:
>>> cladoniarium <<<

Auguri per un felice 2018 a tutti i followers del blog e…ci risentiamo a breve (spero) con nuove curiosità sulle Scienze Naturali e sulla natura di casa nostra!
Stay tuned!