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Quando da bambino mi ammalavo, per riempire tutto quel tempo sottratto alla scuola a volte mamma mi leggeva alcune storie da uno dei due volumi delle “fiabe italiane” di Italo Calvino che avevamo in casa. In omaggio alla mia e a tutte le mamme del mondo, essendo oggi la festa della mamma, vorrei spendere due parole su una mamma-naturalista che, guarda caso, era proprio quella di Calvino.

Ho già accennato in passato a quanto fosse fenomenale questa donna dal carattere deciso e dalle sviluppatissime capacità scientifiche. La mia stima arriva al punto che ho inflitto all’intero laboratorio in cui lavoro – dove forse giusto un centinaio d’anni fa lei stessa si trovava spesso a passare – di avere affisso sulla parete un suo ritratto che ci osserva con quell’aria accigliata che la contraddistingueva già da giovane, come un santino scientifico che severamente ci sprona a fare del nostro meglio nella ricerca.

 

eva_mameli_calvino_ritratto

 

Se volessi semplicemente snocciolare la biografia di Eva Mameli (poi Mameli-Calvino), potrei banalmente aggiungere che nacque a Sassari nel 1886; che dopo la laurea in matematica conseguita a Cagliari nel 1905 decise di volere anche quella in Scienze Naturali, che conseguì a Pavia nel 1907; che il suo talento per la ricerca le permise di rimanere nel laboratorio crittogamico dell’ateneo pavese sotto la direzione di Giovanni Briosi, dove diventò assistente di Botanica nell’anno accademico 1911-1912; che fu la prima donna a conseguire la libera docenza in Botanica in Italia, nel 1915; che fu crocerossina presso l’ospedale allestito nel palazzo Ghislieri durante la Prima Guerra Mondiale; e così via, passando per un matrimonio improvviso, una permanenza di alcuni anni nel Sudamerica, la gestione della stazione sperimentale di floricoltura di Sanremo, per giungere infine alla scomparsa, in ormai tarda età, nel 1978.
E anche così frettolosamente dà già l’impressione di averne fatte di tutti i colori; non male, per un personaggio che forse nessuno o pochissimi di coloro che leggeranno queste righe aveva già sentito nominare in precedenza. Troppo spesso infatti la sua figura viene dimenticata, passando sotto silenzio all’ombra del più noto ed ingombrante nome del suo primogenito, il grande scrittore Italo Calvino, e del secondogenito, il geologo Floriano Calvino.

Si trattava effettivamente di una personalità molto particolare, non solamente dal punto di vista scientifico, ma anche da quello caratteriale.
Per dare un’idea del suo carattere può forse bastare il resoconto del suo matrimonio con Mario Calvino. Questi aveva avviato nel 1917 una stazione agronomica sperimentale a Santiago de las Vegas (Cuba), praticamente dall’altra parte del mondo. A un certo punto si trovò ad avere necessità di un esperto di genetica delle piante, e forse la soluzione migliore gli parve di sposarne una: approfittando di un viaggio in Italia per un convegno, chiese ad Eva di sposarlo (!) e lei accettò (!!). Il matrimonio fu celebrato per procura a Pavia nell’aprile 1920 e successivamente Eva raggiunse il marito a Cuba, dove in ottobre fu celebrato il matrimonio in carne ed ossa. Eva non aveva mai incontrato Mario di persona prima di quel suo viaggio in Italia, ma spero che almeno i due fossero in contatto per corrispondenza da prima, altrimenti lei sarebbe ancora più decisa di quanto immaginassi. E con ‘decisa’ qui intendo ‘un po’ folle’.

E che dire poi del suo ecletticismo scientifico.
Si sa (o forse no, nel qual caso ve lo dico io ora), il grande calderone della “botanica” riunisce di fatto tante discipline differenti – basti pensare, a titolo d’esempio, a quanto sono diversi i compiti e le conoscenze di uno studioso di vegetazione, un tassonomo delle piante e un genetista che si occupa di vegetali – ed Eva Mameli dimostrò la curiosità e la tenacia tipiche dei grandi scienziati interessandosi di aspetti della botanica anche molto diversi tra loro.
Un esempio fu la sua incursione nello studio della parabiosi nelle piante [1], sicuramente in linea con la sua formazione di fisiologa vegetale, ma comunque piuttosto particolare. La parabiosi – vale a dire, in questo caso, la simbiosi tra due organismi dovuta alla creazione artificiale (per via chirurgica) di un collegamento anatomico con rilevanza fisiologica tra di essi – era un argomento in gran voga in quel periodo; tenete presente che lei si limitava a collegare tra di loro due piante tramite il fusto per vedere come reagivano in diverse situazioni dopo il collegamento, ma altrove c’erano delle specie di Dottor Frankenstein che queste cose le facevano con gli animali, collegando topi per il tubo digerente o impiantando teste supplementari sul collo dei cani [v. qui].

 

eva_mameli_calvino_licheni_foliicoli_1
Che c’entra una foglia ricoperta di licheni con Eva Mameli-Calvino?
Lo scopriremo tra poco…

 

Tra i suoi altri meriti, volendo citare i più noti, abbiamo la compilazione di un enciclopedico dizionario etimologico di botanica [2]; ma si trovò anche ad uscire dall’ambito botanico, promuovendo, quando già avanti con gli anni, la prima società per la protezione degli uccelli – nella fattispecie uccelli utili all’agricoltura, dal momento che comunque la deformazione professionale botanico-agronomica occhieggia anche da questa iniziativa.
Ma a lei si deve anche la compilazione dell’esauriente voce “licheni” nell’Enciclopedia Italiana Treccani (1934), e proprio qui ritorniamo alla causa scatenante del mio interesse verso questa figura scientifica: la passione per la lichenologia.

Durante il periodo trascorso nel Laboratorio Crittogamico di Briosi, infatti, Eva Mameli si interessò a fondo di lichenologia, pubblicando diversi lavori di floristica e di fisiologia su questi organismi. Inoltre fu tutor, per una tesi di laurea sui licheni dei Colli Euganei, di un’altra naturalista che si sarebbe poi fatta ricordare nel campo della lichenologia italica: Maria Cengia (poi Cengia-Sambo), con la quale peraltro in seguito la stessa Mameli si sarebbe “scontrata” a colpi di pubblicazioni su diversi argomenti di non secondaria importanza (sulla supposta presenza di amido all’interno dei licheni e sul ruolo dei cefalodi come centri di fissazione dell’azoto) [3].

L’interesse di Eva per la lichenologia sembrò spegnersi quando ritornò sullo studio delle piante e specialmente quando si trasferì a Cuba per lavorare nella stazione agronomica sperimentale diretta dal marito. Ma per fortuna non fu realmente così. Infatti, durante il periodo sudamericano il suo grande impegno nello studio della canna da zucchero non le impedì di mantenere vivo questo interesse raccogliendo numerosi esemplari foliicoli [4]. Dopo il suo ritorno in Italia nel 1925, Eva Mameli-Calvino fece dono di questo particolarissimo erbario all’Università dove il suo interesse per i licheni era nato e si era consolidato: quella di Pavia.
La collezione (della quale avevo già parlato qui) fu oggetto di studio per una tesi di laurea supervisionata da Ruggero Tomaselli – a sua volta lichenologo oltre che celebre vegetazionista – alla quale seguì una pubblicazione [5], per venire poi dimenticata in una delle cassette che ospitano gli exsiccata dell’erbario lichenologico dell’Università di Pavia. Dopotutto, è facile pensare che di una cosa già ben studiata non si possa fare altro che conservarla; ma con il venir meno di una presenza lichenologica a Pavia, c’è il forte rischio che questa particolare chicca – dal valore non solo scientifico, ma evidentemente anche storico – sprofondi definitivamente nel dimenticatoio.

 

eva_mameli_calvino_licheni_foliicoli_2

 

Concludo con questa acuta (e forse anche un po’ immodesta…) citazione, che delinea bene il carattere saldo e deciso di questa straordinaria personalità e, perché no, mi consente di chiudere con un ultimo rintocco lichenologico:
I licheni hanno sempre attirato la mia attenzione. Forse li sentivo un poco simili a me perché specie pioniere, primi colonizzatori, abili nell’intaccare il substrato e a prepararlo a chi verrà dopo, capaci di vivere in condizioni difficili, quasi impossibili per altre specie.
Che donna!

 


 

***Note***
[1] Mameli E. 1916. Note di parabiosi vegetali. Archivio botanico e biogeografico italiano, ser. 2, XVI.
[2] Mameli E. 1972. Dizionario etimologico dei nomi generici e specifici delle piante da fiori ed ornamentali. Sanremo.
[3] Si vedano in proposito:
a) Mameli E. 1919. Ricerche fisiologiche sui licheni. I. Idrati di carbonio. Nota preliminare. Atti dell’Istituto Botanico di Pavia n.s. XVII.
b) Cengia-Sambo M. 1923. Note di bio-chimica sui licheni. Nuovo Giornale Botanico Italiano n.s. XXIX: 89-104.
c) Mameli-Calvino E. 1925. Commenti ad alcuni recenti lavori sulla biochimica dei licheni. Bullettino della Società Botanica Italiana 1925: 10-17.
d) Cengia-Sambo M. 1925. Ancora del preteso amido nei licheni. Bullettino della Società Botanica Italiana 1925: 18-21.
* Non posso proprio fare a meno di immaginarmi un ghigno mefistofelico sulla faccia del direttore della rivista quando, vedendosi arrivare sulla scrivania due lavori in cui le due lichenologhe se le cantavano a vicenda – c) e d) – pensò bene di metterli uno subito dietro l’altro sul numero in uscita del Bullettino…
[4] Si dicono “foliicoli” o “epifilli” quei licheni che hanno come substrato di crescita le foglie delle piante vascolari. Si sviluppano soprattutto nelle foreste tropicali, dove le condizioni climatiche consentono alle foglie delle piante caducifoglie di perdurare anche per diversi anni.
[5] Ricci P. & Tomaselli R. 1958. Licheni foliicoli raccolti da E. Mameli Calvino. Archivio botanico e biogeografico italiano 34, ser. 4, 3 (4): 254-262.

Qualche ulteriore cenno biografico su Eva Mameli Calvino si può leggere qui e qui.

 

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Ebbene sì, parliamo proprio di strategie per non concedersi alle avances sessuali dei maschi, anche se, ovviamente, non nella nostra specie – per quanto anche per le femmine di Homo sapiens questa potrebbe rivelarsi una strategia vincente, chissà.
In pratica, è stato scoperto – e riportato con grande clamore sui social – che le femmine della libellula Aeshna juncea, a volte, si fingono morte per evitare di accoppiarsi con i maschi [1].

Come al solito, quando una notizia naturalistica rappresenta una curiosità che già dal titolo (“LE LIBELLULE SI FINGONO MORTE PER NON FARE SESSO”, titolo realmente apparso sui social) può essere venduta come qualcosa che fa sorridere ed attira click, questa si diffonde a macchia d’olio e, in genere, viene riportata approssimativamente…anche da certi personaggi che pretendono di essere naturalisti e divulgatori competenti e preparati (non faccio nomi, o meglio, link). Mentre, anche quando viene riportata correttamente, tanta (troppa) gente la condivide sui social, con condimento di emoticon che se la ridono fino alle lacrime, senza nemmeno aprire l’articolo e lasciando luogo agli equivoci che i titoli spesso sensazionalistici originano. La conseguenza è che adesso molta gente crede che quando una qualunque libellula femmina viene approcciata da un maschio della stessa specie per l’accoppiamento, si finge morta per non sottostare al suo ruolo riproduttivo. Fine.
Ovviamente non è così, per tutta una serie di questioni che rendono errata, o quantomeno approssimativa, ogni parte del concetto espresso nella frase precedente. Scomponiamola, quindi, ed osserviamo meglio quella che è la realtà delle cose.

Prima, però, una necessaria premessa. Nelle libellule dell’ordine degli Anisotteri, l’accoppiamento avviene in modo abbastanza brutale: i maschi pattugliano gli ambienti umidi nei quali possono trovare femmine intente a deporre le uova e, non appena ne trovano una, le saltano letteralmente addosso per tentare di accoppiarcisi. Precipitevolissimevolmente, la afferrano per il torace con le zampe per tenerla ferma e subito cercano di agganciare le loro appendici addominali alla collottola della femmina, in modo da formare quella posizione detta ‘tandem’, nella quale la trascinano finché essa cede ed accetta di accoppiarsi. A quel punto, quindi, la femmina solleva l’addome e porta la sua apertura genitale a contatto con i genitali secondari del maschio, costituendo quella forma detta ‘ruota d’accoppiamento’.

junceacop1okCoppia di Aeshna juncea in tandem (a) e ruota d’accoppiamento (b).

Chiarito questo, torniamo ora alle nostre precisazioni.

Tanto per cominciare, questo comportamento non è stato osservato in tutte le libellule, ma, finora, solamente in una specie, ossia Aeshna juncea [1]. È comunque altamente probabile che si possa manifestare in altre specie, soprattutto Anisotteri di grandi dimensioni, come ad esempio gli altri Aeshnidae. Mentre è meno scontato che sia presente negli Zigotteri, che a volte hanno comportamenti riproduttivi più articolati e meno ‘mordi e fuggi’ rispetto agli Anisotteri, arrivando addirittura, in alcune specie, a manifestazioni di corteggiamento alle quali la femmina può semplicemente rispondere con disinteresse, senza bisogno di fingersi passata a miglior vita.
Questo, almeno, relativamente alle specie europee.

Poi, è forse ancora più importante sottolineare che la recitazione del ruolo del cadavere non è affatto l’unica strategia che le libellule attuano per evitare l’accoppiamento: ce ne sono diverse altre, molto più comuni.
La più banale è la fuga. La ricerca che ha fatto tutto questo scalpore riferisce di come, a partire dalla fuga dal maschio in volo, le femmine di Aeshna juncea finiscano col buttarsi a terra immobili fingendosi morte; ma, più spesso, la fuga è fine a sè stessa e la femmina riesce a fuggire dal maschio, andandosi a nascondere tra gli alberi (se nelle vicinanze di un bosco) o volando molto in alto (se in alta montagna, dove siano assenti alberi).
La fuga non è però l’unica opzione. Una femmina già agganciata dal maschio e trascinata in volo può divincolarsi sbattendo le ali e strattonando con forza, finché non viene lasciata andare. Oppure, se non ancora in volo, aggrapparsi saldamente alla vegetazione sulla quale era posata in modo che il maschio non riesca a trascinarla via e, alla lunga, desista e la lasci in pace [2]. O, ancora, scacciare un maschio intento all’approccio mediante il cosiddetto wing-clapping, cioè un veloce battito delle ali a sorpresa, che destabilizza momentaneamente il maschio prima che la afferri, concedendole il tempo per darsi alla fuga [2].
Le libellule sono insetti molto dinamici, e tutti questi moduli comportamentali avvengono in tempi dell’ordine dei secondi o, addirittura, delle frazioni di secondo; anche per questo, alcuni sono stati individuati solamente analizzando al rallentatore filmati di alta qualità [2].

junctent1okFemmina di Aeshna juncea che, sorpresa ed approcciata da un maschio durante l’ovodeposizione in una torbiera, resiste alle ‘avances’ tenendosi saldamente aggrappata alla vegetazione

Tenete poi presente che i maschi di Aeshna juncea sono dei mascalzoni patentati: non si accontentano di tentare la copula con le femmine conspecifiche adulte, ma a volte assalgono anche le femmine neometamorfosate che, posate sulla vegetazione emergente dall’acqua, attendono che le ali spalancate si asciughino dopo essere uscite dall’esuvia [3], nonché femmine di altre specie (ad esempio Aeshna cyanea) [4] o, quando la ricerca è particolarmente frenetica, addirittura altri maschi [4]. Per far fronte a una tale insaziabilità, anche le strategie di contrattacco sono varie, e molto probabilmente dipendono anche dal contesto ambientale in cui avviene ‘l’aggressione’ e da condizioni e posizione della femmina al momento dell’approccio.

Per un caso fortunato, proprio Aeshna juncea è l’Anisottero più comune sulle Alpi, e di conseguenza è una delle specie che ho osservato più spesso e più a lungo durante le mie ricerche odonatologiche in Val Camonica. Posso quindi affermare con dati di prima mano che fingersi morta non è la strategia più frequente…almeno nelle Aeshna juncea camune! (ma lo estrapolerei alle Aeshna juncea in generale) [4].
Nella maggior parte dei casi, la femmina tenta di fuggire in volo già quando il maschio non l’ha ancora afferrata ma si sta semplicemente appropinquando, oppure si divincola con strattoni violenti quando il maschio l’ha già afferrata per la collottola (il che porta spesso alla caduta di entrambi in acqua, dal momento che queste scene hanno luogo generalmente a margine di pozze d’alpeggio o specchi d’acqua di altro tipo; e una volta in acqua, il maschio la lascia andare perché non riuscirebbe ad uscirne dovendosi portare dietro anche il peso della più massiccia femmina) [4]. Qualche volta ho anche osservato le femmine aggrapparsi con forza alla vegetazione riparia o emergente finché il maschio non abbandonava l’impresa per sfinimento, e solamente un paio di volte, infine, ho visto le femmine buttarsi a terra a peso morto, in una credibile e magistrale interpretazione di Giulietta Capuleti dopo la pugnalata autoinferta.

juncedpFemmina di Aeshna juncea durante l’ovodeposizione, che avviene nella vegetazione acquatica


***Note***
[1] Khelifa R. 2017. Faking death to avoid male coercion: extreme sexual conflict resolution in a dragonfly. Ecology 98 (6): 1724-1726.
[2] Rüppell G. & Hilfert-Rüppell D. 2014. Slow-motion analysis of female refusal behaviour in dragonflies. International Journal of Odonatology 17 (4): 199-215.
[3] Torralba Burrial A. & Ocharan F.J. 2005. Comportamiento de bùsqueda de hembras inmaduras como estrategia reproductiva en machos de Aeshna juncea (Linnaeus, 1758) (Odonata: Aeshnidae). Boletìn de la Sociedad Entomològica Aragonesa 36: 123-126.
[4] Gheza G. Refusal strategies and interspecific tandems in two Aeshna species in montane pasture ponds (Odonata: Anisoptera: Aeshnidae). In preparazione.

 

Cladoniarium

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Il 2017 per me è stato un anno cladoniosissimo, tra belle scoperte durante la mia attività di campo (ho trovato 2 Cladonie nuove per l’Italia, di cui presto racconterò qualcosa sul blog, e numerose nuove stazioni di specie rare), un viaggio all’Università di Graz per approfondire la conoscenza delle tecniche di laboratorio in un’ottica di studio approfondito proprio delle Cladonie, le prime pubblicazioni scaturite dal dottorato e, ultimo ma non meno importante, la pubblicazione della monografia sulle Cladonie italiane in collaborazione con Mariagrazia Valcuvia e Dario Passadore.

Nonostante abbia continuato a lamentarmi che non ne posso più di questi licheni, in realtà sono e rimangono i miei preferiti in assoluto, e ho intenzione di continuare a dedicarmici spesso.
Per questa ragione, non volendo trasformare questo blog in un blog monotematico sui licheni (ci tengo comunque a continuare a raccontare anche di libellule, divulgazione & co.), mi sono deciso ad aprirne un altro, che sarà prevedibilmente dedicato ai licheni, in particolare – ovviamente – alle Cladonie.

Se vi interessa, lo trovate qui:
>>> cladoniarium <<<

Auguri per un felice 2018 a tutti i followers del blog e…ci risentiamo a breve (spero) con nuove curiosità sulle Scienze Naturali e sulla natura di casa nostra!
Stay tuned!

 

OKcocciferaCladonia coccifera

La nostra storia comincia agli inizi degli anni Novanta, quando due dei fondatori dell’ancor giovane Società Lichenologica Italiana (SLI) abbozzano l’idea di una collaborazione per scrivere un libro corredato da tavole a colori su uno dei generi macrolichenici più affascinanti ma difficili tra quelli presenti in Italia: Cladonia. I due ‘cospiratori’ in questione sono Pier Luigi Nimis di Trieste, proponente del progetto e fornitore degli exsiccata su cui basarsi per le illustrazioni, e Mariagrazia Valcuvia Passadore di Pavia, entusiasta dell’idea e indispensabile contatto con il pittore che dovrebbe dipingere le tavole, Dario Passadore. E le tavole vengono effettivamente dipinte: dedicandovi il suo tempo libero, in due anni di paziente lavoro di copia dal vivo, Passadore riproduce in tempera su cartoncino nero tutti gli esemplari inviati dal professor Nimis. Alcune di queste tavole compaiono già nel 1993 sulla sovracopertina della prima checklist dei licheni italiani (Cladonia carneola e Cladonia macilenta); altre, qualche anno più tardi, su cartoline stampate dall’ARPA Piemonte (Cladonia coccifera e Cladonia merochlorophaea). Ma, per cause di forza maggiore, nonostante le tavole siano ormai tutte pronte, il progetto viene abbandonato.
Almeno finché, a distanza di quasi vent’anni, il caso non invia alla professoressa Valcuvia Passadore uno studente di Scienze Naturali incaponitosi sul voler fare una tesi in lichenologia, e pure di bocca buona: possibilmente una tesi sui licheni terricoli, e meglio se ci siano di mezzo delle Cladonie. Uno studente che, ironia del caso di cui sopra, è rimasto affascinato dalle Cladonie proprio a causa di quelle cartoline dell’ARPA sulle quali occhieggiano dei vivaci apoteci rossi e bruni, delle quali ancora ignora completamente il legame con la docente alla quale ha chiesto la tesi.
La tesi – l’ultima seguita dalla prof – si fa, il lavoro di campo soddisfacentemente infarcito di Cladonie e la stesura della relazione finale procedono, e malauguratamente la professoressa racconta al tesista del progetto lasciato per tanti anni nel cassetto. Inevitabilmente, l’entusiasta tesista, ormai laureatosi e rimasto in contatto con la docente (che nel frattempo si è felicemente pensionata), di quando in quando le rammenta che sarebbe bello poter finalmente un giorno sfogliare quella monografia illustrata sulle Cladonie. “Ti sistemo io”, pensa la professoressa, e in breve l’accordo viene stretto: “Mi rimetto a lavorare al libro se tu mi dai una mano”.
Morale della storia: dopo due anni di lavoro certosino che ha incluso, oltre alla ‘semplice’ scrittura dei testi, anche ricerca bibliografica, osservazioni su materiale d’erbario e raccolte di nuovo materiale, infinite correzioni di bozze e ingegnamenti vari in questioni grafiche, il libro è finalmente pronto e stampato…e io ho imparato che non dovrò mai più rompere le scatole ad una docente universitaria per convincerla a scrivere un libro!

OKmerochlCladonia merochlorophaea

Mi sono un po’ dilungato perché, come si sarà capito, tengo molto a questa pubblicazione, e mi piaceva raccontarne l’intera storia da una prospettiva un po’ più personale (e ‘leggera’) rispetto a quella, per forza di cose molto più formale e stringata, che abbiamo riportato nell’introduzione del volume.
Potrà sembrare abbastanza inelegante che mi metta a recensire un libro del quale sono coautore; mi sono perciò limitato agli aspetti non strettamente dipendenti da me e posso onestamente affermare che il libro vale tutto quello che vale, anche solo per le meravigliose tavole illustrate da Dario Passadore. Ma non posso non dire che, dopo tutto l’enorme lavoro fatto, anche le schede delle specie e i capitoli introduttivi e conclusivi dovrebbero essere di buon livello!

Il libro ha l’onore di avere due prefazioni strepitose, ad opera una di Pier Luigi Nimis, storico socio fondatore e primo presidente della SLI, ed una di Sonia Ravera, non solo attuale Presidente della SLI, ma anche riferimento per il Ministero dell’Ambiente in ambito lichenologico, la quale, di conseguenza, conosce molto bene le Cladonie del sottogenere Cladina, unici licheni tutelati dalla Direttiva Habitat. Con queste presentazioni stilate da due lichenologi di fama internazionale – che per noi autori, garantisco, sono state non solo piacevoli ma anche commoventi da ricevere e leggere – il libro non può che partire bene.

OKstellarisCladonia (Cladina) stellaris

E continua subito altrettanto bene, poiché la grande forza del volume, che come avete letto ne era stata anche l’iniziale motore già ai princìpi degli anni Novanta, è manifesta fin dalle prime pagine: le tavole. Tavole in cui la brillantezza delle figure emerge, talvolta nettamente talvolta in modo più sfumato, da uno sfondo nero che le valorizza al massimo. Non ci sono parole per descriverle, lascio il compito a quelle che ho inserito a corredo di questa recensione. Aggiungendo solamente che sono realizzate a tempera…e che per ottenere effetti del genere con le tempere, bisogna veramente saperle usare bene.

Naturalmente anche la parte scientifica del libro è stata curata molto attentamente, dal momento che lo scopo era di renderlo comprensibile e godibile per un pubblico ampio, non solamente per gli specialisti, in una prospettiva il più possibile divulgativa. Chiariamoci, le schede sono comunque molto tecniche: scritte con un linguaggio semplice, certo, ma comunque rigoroso. Perdere in correttezza per guadagnare (barando) in semplicità è un compromesso disonesto; pertanto i testi sono ‘facili’ (rimanendo scientificamente ineccepibili) dove possibile, e dove la semplificazione fallava si troverà qualche termine un po’ più astruso – ma non temete: in fondo al volume, un provvidenziale glossario giunge in soccorso di chi è poco avvezzo al gergo botanico-lichenologico. Nessuno vi biasimerà se non saprete così su due piedi cosa siano un podezio verticillato o un picnidio sessile con gelatina ialina (…fermi tutti, cosa sono??).

OKcarneolaCladonia carneola

Ma cosa sono le Cladonie, e perché dovrebbe essere interessante un libro tutto dedicato a loro?
Le Cladonie sono licheni. Licheni interessanti non solamente per i lichenologi, ma anche per chi più in generale si interessa di ecologia in senso generale o di conservazione degli habitat, o semplicemente per chi ama la natura e la sua bellezza anche su una scala più piccola di quella a cui siamo abituati (come non richiamare alla mente il linneano “Natura maxime miranda in minimis“, del quale ho sempre fatto il motto del blog).
Sintetizzerei il concetto prendendo in prestito due efficaci espressioni usate da Sonia nella sua prefazione al volume: quando parla del “rosso sfrontato” degli apoteci di alcune Cladonie (le conturbanti Cocciferae) e quando, con un’acuta ed elegante metafora, definisce le Cladonie “licheni generosi” in quanto “riserva di acqua per le altre specie vegetali e riserva di cibo per gli animali“. Insomma: organismi belli da vedere ed utili per l’ecosistema, due qualità che in genere i ‘non addetti ai lavori’ non pensano neanche lontanamente di associare ai “negletti licheni“.

OKmacilentaCladonia macilenta

Un limite del libro, che probabilmente risulterà scocciante per gli specialisti, è l’assenza di una chiave di determinazione. Questa sofferta scelta non è dovuta solamente al fatto che sono quasi impazzito nel tentativo di produrre una chiave semplificata ad uno dei generi macrolichenici più incasinati di sempre, ma più che altro al taglio divulgativo che volevamo dare al volume: stilare una chiave completa ed attendibile alle Cladonie senza tirare in ballo la chimica dei metaboliti secondari è impossibile, pertanto una chiave da campo semplificata sarebbe stata comunque troppo complicata per dei neofiti e, per converso, troppo vaga per degli specialisti. A parziale riparazione di questa mancanza, in calce al volume ho voluto inserire delle appendici utili per il lavoro in laboratorio in cui sono riassunti per tabelle i caratteri morfologici e chimici fondamentali dei vari gruppi e specie da considerare ai fini della determinazione.

L’altro limite, di diversa natura, è che le tavole sono realizzate sulla base di singoli campioni, quindi, per quanto siano sicuramente rappresentative, non possono per forza di cose includere tutta la variabilità intrinseca nello spettro di variazione morfologica di ogni specie, che, nel caso di Cladonia, è veramente elevata. Ma è un problema comune a tutte le illustrazioni di Cladonie, che comunque non svaluta per nulla il lavoro qui presentato.

OKfoliaceaCladonia foliacea

Nonostante sia stato attivamente tra gli attori di questo progetto, la recensione che ho qui presentato cerca di essere la più oggettiva possibile, al contempo non nascondendo tutto l’entusiasmo per aver avuto l’opportunità di partecipare ad un progetto tenuto per tanto tempo nel cassetto, che ha finalmente visto la luce dopo tanti anni anche un po’ grazie all’insistenza e alla collaborazione di un ex-tesista un po’ ostinato.

*     *     *     *     *

Iconografia delle Cladonie d’Italia
di Mariagrazia Valcuvia Passadore e Gabriele Gheza
con tavole di Dario Passadore
Tipografia PIME, Pavia, Dicembre 2017, 200 pp.

Iconografia_Cladonie_Italia

 

Un Bel Paese per i licheni

È stata pubblicata l’anno scorso la tanto attesa – per lo meno da lichenologi e lichenofili – checklist aggiornata dei licheni d’Italia (ahimè lo so, stavolta non si può proprio dire che sia “stato sul pezzo”, ma in effetti, pur avendo iniziato a scrivere questo articolo pochi giorni dopo la presentazione del libro, ci ho messo un pochino a finirlo…). Si tratta di un’opera monumentale, basata su tutte le segnalazioni floristiche disponibili, attinte da una sterminata quantità di articoli scientifici e monografie.

NIMIS2016

Il quadro che emerge da questo importante aggiornamento, dal punto di vista della ricchezza di specie, è decisamente lusinghiero per la nostra Italia – che non a caso Stoppani chiamava “il Bel Paese”, espressione che ho voluto traslitterare nel titolo. La facciamo in barba (di bosco) anche a quelle nazioni nordiche – Finlandia, Svezia, Norvegia – che popolarmente vengono più facilmente collegate ai licheni; ad esempio la prima, la Finlandia, lichenosissima nell’immaginario popolare, conta in realtà poco più di 1900 specie, a fronte delle oltre 2700 censite finora in Italia.

Naturalmente, questa varietà di specie licheniche deriva in gran parte dall’enorme varietà di ambienti – e quindi anche di condizioni e nicchie ecologiche disponibili – presenti sul territorio nazionale. A livello europeo sono in effetti poche le Nazioni che possono vantare una tale variabilità di condizioni, e anche in fatto di licheni ci piazziamo bene: siamo infatti secondi solamente alla Francia, che ci supera di un paio di centinaia di specie – e che, guarda caso, ricoprendo una superficie doppia rispetto a quella dell’Italia, parlando di varietà di ambienti è messa forse anche meglio di noi, spaziando dall’Atlantico al Mediterraneo passando per le Alpi e l’Europa Centrale.
Anche se, visto quante zone d’Italia sono ancora poco conosciute o del tutto inesplorate sotto il profilo lichenologico [1], non è ancora detta l’ultima parola.

Volendo schematizzare la situazione, ecco che, nella ‘classifica’ della biodiversità lichenica europea [2], l’Italia occupa ben il secondo posto, lasciando il primato alla Francia solamente, come si diceva, per un paio di centinaia di specie.

LICHITALY_NSPP

Se però consideriamo la ricchezza specifica in rapporto all’estensione territoriale delle varie Nazioni, ecco che quest’ordine viene stravolto, e ricadiamo in una posizione intermedia della classifica (certo, per fare le cose per bene bisognerebbe tenere conto anche dell’eterogeneità ambientale presente sui vari territori nazionali, ma la taratura qui presentata ha un intento puramente esemplificativo).

LICHITALY_NSPPSUP

Se poi vogliamo calarci nello specifico a livello regionale all’interno del panorama italico (la parola-chiave di questo post non è ‘licheni’ ma ‘campanilismo’), ecco che la regione con il più alto numero di specie conosciute è il Trentino Alto Adige, mentre in fondo alla classifica troviamo il Molise – che non è detto sia la regione più povera di specie, ma probabilmente solo quella meno studiata: basti pensare che un quarto di secolo fa, all’epoca della stesura della prima checklist, era l’unica regione per la quale non era mai stata riportata in letteratura neanche una sola specie lichenica.

LICHITALY

Numero di specie licheniche in ognuna delle regioni italiane;
per i numeri esatti, v. qui – e v. anche
[3].

Qualche mese fa raccontavo tutto questo durante un seminario, ma evidentemente non ho calcato bene sul concetto di “aumento delle conoscenze”, perché più volte mi è stato chiesto come fosse possibile che, se l’aria è sempre più inquinata, il numero di specie di licheni in Italia sia aumentato (notare come le due equazioni speculari “tanti licheni” = “aria buona” / “aria inquinata” = “meno licheni” sia, ancora più del concetto di simbiosi, l’unica informazione sui licheni radicata anche in chi li abbia sentiti nominare solo di striscio). Chiaramente non è aumentato il numero di specie presenti in Italia, ma semplicemente è aumentato il numero di specie trovate in Italia. Sono due cose ben diverse, dal momento che la seconda dipende dallo “sforzo di campionamento”, mentre la prima è un valore assoluto che forse (probabilmente!) non arriveremo mai a conoscere con assoluta certezza (…a meno di non riuscire a scandagliare alla perfezione ogni centimetro quadrato di territorio, operazione per ora abbastanza irrealistica).

In ogni caso, come abbiamo visto, la biodiversità lichenica di casa nostra è tutt’altro che da sottovalutare; l’ennesima meraviglia naturalistica che ci offre questo strano e bellissimo Paese a forma di stivale…


Bibliografia
P.L. Nimis, 1993, The Lichens of Italy – an annotated catalogue, Monografie XII, Museo Regionale di Scienze Naturali di Torino, 897 pp.
P.L. Nimis & S. Martellos, 2003, A second checklist of the lichens of Italy with a thesaurus of synonims, Monografie 4, Museo Regionale di Scienze Naturali di Saint-Pierre, 192 pp.
P.L. Nimis & S. Martellos, 2008, ITALIC – The Information System on Italian Lichens, version 4.0. [offline da quando è stata messa online la nuova versione]
P.L. Nimis, 2016, The Lichens of Italy – a second annotated catalogue, EUT Trieste, 740 pp. [i contenuti del volume sono disponibili sotto forma di database sulla nuova versione di ITALIC] [edit 05/05/2018: il volume è ora disponibile anche in pdf sul sito dell’editore]


Note
[1] P.L. Nimis, 2016, Spunti di ricerca dal nuovo catalogo dei licheni d’Italia, comunicazione orale al XXIX Convegno della Società Lichenologica Italiana, Trieste.
[2] Il grafico include solamente quelle Nazioni europee delle quali mi è stato possibile reperire checklist ufficiali recenti in breve tempo con ricerche bibliografiche online; si tratta di una panoramica non completa ma comunque ben rappresentativa dello stato attuale delle conoscenze ai quattro angoli del vecchio continente, che ha per l’appunto l’unica intezione di dare un’idea di massima.
[3] Di fatto, nel lasso di tempo in cui io temporeggiavo prima di finire questo post, la floristica ha fatto qualche passetto avanti e il numero di specie in alcune regioni è leggermente lievitato; nello specifico, sono state individuate nuove specie nelle seguenti regioni:
3 in Piemonte (Bryoplaca jungermanniae, Cladonia peziziformis, Cladonia polycarpoides)
3 in Lombardia (Cladonia peziziformis, Cladonia subrangiformis, Scytinium schraderi)
1 in Liguria (Cladonia incrassata)
2 in Toscana (Buellia leptocline, Micarea misella)
1 in Umbria (Ramonia subsphaeroides)
2 in Abruzzo (Chaenotheca hispidula, Pyrenula chlorospila)
2 in Campania (Agonimia octospora, Thelotrema suecicum)
1 in Basilicata (Protoparmelia badia)
2 in Calabria (Athallia saxifragarum, Pertusaria monogona).
Fonti:
Ravera S. et al. 2016a. Notulae to the Italian Flora of Algae, Bryophytes, Fungi and Lichens: 1. Italian Botanist 1: 55-60.
Ravera S. et al. 2016b. Notulae to the Italian Flora of Algae, Bryophytes, Fungi and Lichens: 2. Italian Botanist 2: 43-54.
Ravera S. et al. 2017a. Notulae to the Italian Flora of Algae, Bryophytes, Fungi and Lichens: 3. Italian Botanist 3: 17-27.